Tante cose

Sono appena rientrata dal dentista, anzi no, prima dentista, poi supermercato, anzi no dentista, casa dove ho recuperato il carrello per la spesa e avviato una lavatrice, poi coop ora di nuovo casa dove, dopo aver pubblicato questo post tenterò di pulire almeno un po’, perchè venerdi andiamo a sentire l’insegnante di chitarra di mio marito a teatro e non potrò farlo. Sono molto compressa in questi giorni, settimana prossima andrà ancora peggio perchè ho prenotato 5 sedute di massoterapia dopo il lavoro. Dal fisioterapista che assomiglia a Ron, forse lo ricorderete. Mi rendo conto che ho praticamente le spalle dentro le orecchie, non sono mai veramente rilassata. Neanche di testa a dire il vero. 

In ogni caso oggi pubblico un pezzo del romanzo che deve arrivare a 100 mila parole, quello di Fabiola e Maurizio. E’ una pagina quasi indipendente; l’ho riciclata per i compiti del corso, visto che la lezione di ieri riguardava la memoria, il ricordo, il tempo era  perfetta. 

La vera storia di Sergione

Giorgia invia una mail a tutti per ricordare il ventennale della morte del cugino Sergio, invitandoli a partecipare alla messa in suffragio che si terrà la settimana successiva nella parrocchia del loro vecchio quartiere.

Si tratta della Certosa di Garegnano, una delle Chiese storiche della città, periferica ma spesso scelta anche da personaggi famosi per celebrare le proprie nozze. Più antica della Certosa di Pavia, fondata il 19 settembre 1349 da Giovanni Visconti, vescovo e signore della città, la splendida chiesa ebbe l’onore, nell’estate del 1357, di ospitare anche Francesco Petrarca. La struttura, che sorgeva a soli quattro chilometri dalle mura cittadine di Milano, nel borgo di Garegnano e venne realizzata col preciso intento di consentire ai monaci che l’amministravano di vivere in ritiro solitario e pregare anche per l’Arcivescovo il quale, divenuto anche signore temporale, non poteva badare adeguatamente agli aspetti ecclesiastici che il suo ruolo gli imponeva. Durante il periodo della loro infanzia era gestita dai frati francescani, alcuni tra loro andavano in giro in pieno inverno senza calze, coi sandali. Ma negli anni successivi, dopo un’importante opera di restauro, è passata a un ordine di preti e pare, a detta degli abitanti, che non sia più la stessa. Fabiola non la conosce ed è incuriosita da questo luogo così ricco di storia, citata addirittura sulle più piccole guide di Milano, e presentata come un monumento di notevole interesse artistico e architettonico, anche se rimane purtroppo spesso fuori dagli itinerari classici dei visitatori.

Non ha neppure mai sentito parlare di questo Sergio, a cui sembra siano tutti legati da un nostalgico ricordo.

“Aveva dieci anni più di Giorgia, sai il classico cugino maggiore col compito di sorvegliare il gruppetto dei piccoli, nei giochi più scalmanati. In realtà più complice, che guardiano. C’erano questi grossi irrigatori in mezzo ai prati nel giardino condominiale – racconta Maurizio a Fabiola dopo aver letto la mail – noi eravamo soliti buttarci sotto al getto potente dell’acqua, bagnandoci come pulcini e Sergio, che avrebbe dovuto impedircelo, si limitava ad asciugarci come meglio poteva, portando via da casa pile di salviette. Non potevi non voler bene a Sergione, col suo pancione. Ma non era grasso poveraccio, era malato, aveva una grave disfunzione epatica, il colorito giallo in faccia era la conferma. Aspettava un trapianto di fegato, che non arrivò in tempo. Morì a ventinove anni, dopo un mese di sofferenza bastarda, quando la malattia si manifestò con maggior violenza. Del resto sapeva lui stesso di avere i giorni contati, senza un fegato nuovo. Fu uno shock per tutto il cortile, Giorgia era disperata, era luglio, un’estate torrida, noi scendevamo in giardino ogni sera, a sparar cazzate e a farci massacrare dalla zanzare, Sergione non camminava più, sua mamma spostava la sedia a rotelle sul balcone e lui si affacciava a salutarci. Ogni tanto veniva anche lui, per fortuna la carrozzina entrava in ascensore, nonostante quei palazzi siano stati costruiti verso il 1976 credo, avavano una concezione piuttosto all’avanguardia per l’epoca. Poi c’erano quattro gradini, ecco lì no, non c’era lo scivolo, però figurati ormai era dimagrito in maniera impressionante, per noi era uno scherzo sollevarlo e portarlo giù. Però questa cosa di farci compagnia durò davvero poco, verso la fine di giugno si chiuse in casa e uscì solo nella bara.  Uno strazio, non sopportava il caldo, aveva due ventilatori puntati addosso di continuo. Giorgia, Carlo e Roberta stavano studiando per la maturità, Luca lavorava già da un paio di anni, Renato e Milena erano in quarta superiore, io, Stefano e Marco andavamo all’università ma eravamo ancora abbastana uniti, forse fu proprio quell’ultima estate lo spartiacque con l’età adulta, la riga netta che ognuno traccia a un certo punto della propria esistenza. Quando eravamo più piccoli è capitato a tutti di venir recuperati da scuola da Sergione. Si ammalò a ridosso dell’adolescenza, e questo lo allontanò dai suoi amici. Stare spesso in ospedale non gli consentì di vivere gli svaghi dei coetanei e rimase solo; una cosa un po’ crudele, ma a quindici-sedici anni spesso si è cattivi, talmente occupati a far fronte ai cambiamenti del corpo, a tentare di diventar farfalla non ci si rende davvero conto di ciò che avviene fuori dal bozzolo. Sergio non sembrava soffrire particolarmente per questa emarginazione, o non lo dava a vedere, col tempo si abituò agli stop che la malattia pretendeva, magari si ricoverava per un po’, oppure faceva delle visite, un day hospital e quando tornava tra noi era sempre Sergione-panettone sorridente. Quando si usciva per una pizzata lui era sempre invitato, e coi limiti imposti dalle sue condizioni se poteva veniva volentieri, la differenza di età non l’avvertivamo mai. Una sera era lì, sul terrazzino che ci guardava, c’era stato un temporale nel pomeriggio e l’aria era rinfrescata, si stava davvero bene, Marco e Milena i soliti piccioncini si erano allontanati, erano tornati dopo un’ora e passa, con i gelati per tutti, il cornetto algida, c’era quella pubblicità del “cuore di panna” che fa tanto estate, e ne avevano preso uno anche per Sergione, senza aver tanto presente se potesse mangiarlo, oppure no. Eravamo saliti da lui, quasi non ci stavamo tutti insieme sul balcone, Giorgia gli teneva il cornetto e lui dava dei piccoli morsi con la granella che gli cadeva sulla maglietta a polo, larga sulle spalle, le braccine magre, solo la pancia gli era rimasta. Faceva una gran fatica a respirare, ci disse che ci voleva bene. Avevamo il groppone brutto, incazzati neri con la vita stronza. Ci eravamo sottoposti agli esami necessari per vedere se qualcuno tra noi avesse un fegato compatibile, nessuno. Quella notte lo portarono a Niguarda, dove lo attaccarono al respiratore, consegnarono ai suoi un paio di bombole e le carte per averne altre e lo rimandarono a casa.

Alle cinque del mattino entrò in coma vigile, morì verso mezzogiorno. Giorgia non lo lasciò un istante, quel giorno aveva l’orale alla maturità, non si presentò. Portò il certificato di morte del cugino, ma non essendo un parente stretto, nel senso un fratello, venne fuori un mezzo casino con l’istituto. Alla fine le diedero la possibilità di ridare l’orale ma uscì con almeno dieci punti in meno di quanti ne avrebbe meritati.”

 

“Ci sarà la messa domenica mattina, poi andremo tutti insieme al cimitero. E per finire vuole fare un giro nel cortile dei nostri giochi. Una roba un po’ British.” Dice Maurizio a Fabiola, dopo averle raccontato chi era Sergione.

“Col rinfresco?”

“No, quello no. Non sei obbligata a venire.” Maurizio sorride,  non vuole sembrare piccato, è solo triste, pensare a Sergione lo ammazza dentro, sempre.

“Non vorrei essere di troppo, non lo conoscevo, però verrei, è una storia così tremenda.”

“Sai, Sergione ti sarebbe piaciuto un sacco.” 

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10 thoughts on “Tante cose

  1. …ci vuole la realtà, anche se fa male…hai fatto sentire il dolore di Maurizio…anche senza esagerarlo…mi piace come scrivi…continua cosi che io ti seguo….
    Un mega abbraccio
    Anto

  2. “lo spartiacque con l’età adulta, la riga netta che ognuno traccia a un certo punto della propria esistenza.”
    Ognuno ha la sua, e se ne accorge sempre dopo e non durante l’avvenimento.

  3. Anch’io seguo sempre con trepidazione, sei brava a scrivere e questo ormai lo sappiamo ma anche ad allargare nel tempo e nello spazio le tue storie. Vedrai che arriverai alla grande al tuo obiettivo di parole!

  4. Tante cose, troppe cose anche nelle mie giornate, ma è bello tornare a casa e ritrovare le nostre storie… Io oggi sono tornata a casa e ho trovato la prima copia del mio romanzo… E non ho neppure il tempo di aprirlo…

  5. bellissima “pagina”, come la chiami tu…….triste ma molto vera…..
    ti auguro un soleggiato e calduccio w.e.!
    bacibaci
    C

  6. Mi piace di più rispetto all’ altro..è più come ti leggerei..un po di Milano,ricordi..è diverso..io lo continueremo..baci a te ed Emanuele buon teatro:-))

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