Non sempre ciò che è gratis fa schifo (cit.)

E’ cosa nota e stra-ripetuta che per la pubblicazione di “Frollini a colazione” ho pagato un editing che invece IBUC per Cene tempestose farà gratuitamente. Ora potremmo stare a discutere fino alla fine del mondo se far pagare l’editing faccia rientrare la casa editice tra quelle “a pagamento” oppure no.

Due le teorie:

l’editing soprattutto laddove è ben fatto (e indubbiamente su Frollini è stato fatto in maniera ottimale) è un lavoro altamente qualificato e come tale va retribuito

l’editing fa parte del normale lavoro editoriale intrinseco alla pubblicazione e deve quindi essere gratuito.

Non voglio parlare di questo, desidero solo chiarire le posizioni dei due romanzi e affermare che IBUC di sicuro non è a pagamento. Vorrei, ma posso farne anche a meno, che mi venisse riconosciuto il fatto che qualcuno investe su di me, sul mio prodotto, perché ci crede ora. Quel che accadrà invece dopo non si sa. Ho imparato che a un certo punto i romanzi camminano con le loro gambe, possono volare alto o andare a sbattere contro un tir e lasciarci le penne. Se vogliamo approfondire il discorso distribuzione occorre ricordare che oggi il tempo di permanenza di un volume in libreria è di pochi mesi, magari anche meno e i libri dei piccoli editori sono spesso relegati in angoli oscuri, salvo rare e felici eccezioni, tipo La Libreria del Corso a Milano dove c’è un bel tavolo dedicato agli editori minori e i libri sono esposti molto bene. Per cui tra esserci per breve tempo e non esserci affatto non vedo grande differenza. A volte ho l’impressione che si cerchi il “pelo nell’uovo” senza considerare, ripeto, che un editore free oggi è un successo a prescindere. Se esaurita la prima tiratura IBUC non vorrà più ristampare Cene tempestose, i diritti torneranno miei e potrò farne ciò che mi pare. Questo non significa che non si possano muovere obiezioni su questa pubblicazione, ma tra l’altro questo è il meglio che mi sia capitato fino ad ora, e questo prendo. Sono felice per chi ha più talento di me e arriva più lontano, significa che ci saranno tanti libri meravigliosi sul mercato. Conosco i miei limiti e non ho dubbi sul fatto che tanti siano più in gamba di me. Mai detto di essera la N°1. 

E poi scusate, ma cosa avrei da perderci? Io sono molto sulla rete; forse non tutti hanno una chiara idea su cosa ci sia in giro.  Boh. Anzi Boo Boo. Halloween is coming!

In contrapposizione a qualcosa a pagamento possiamo avere altro gratis: il corso itinerante della scuola di scrittura ieri sera è giunto alla tappa a casa Casale ed è stato assai piacevole. C’era un buffet pazzesco, in minima parte mio e per il resto gentil contributo di molti partecipanti che hanno davvero esagerato! Sembrava una festa, 13 persone nel mio salotto che parlano, (di libri e società) leggono, mangiano e bevono. A voi la scelta: quale preferite tra queste opzioni? Da noi sono tutte aggratis e di ‘sti tempi conviene approfittarne a larghe mani. Abbiamo avuto tra noi anche una new entry proveniente dalla blog-sfera, una fusione a caldo (per il calore umano) molto riuscita! 

Ps. Anche la manifestazione Writer’s di domenica era a entrata libera, massima stima per l’organizzazione serena, seria, senza file, spintonamenti o deliri, forse proprio perché la cultura è appannaggio di pochi e anche a non doverla pagare non si crea pigia-pigia.

Oltre all’omaggio ad Alda Merini, spettacolo di altissimo livello, ho assisito a “Parole e Note” by Radio Capital, la mia radio preferita e conosciuto uno tra i DJ che apprezzo di più: Giancarlo Cattaneo, proprio squisito come mi era parso sentendolo nella trasmissione “Your Song”. E con due occhi tra i più belli mai visti. 

Annunci

11 thoughts on “Non sempre ciò che è gratis fa schifo (cit.)

  1. Anche io ascolto sempre radio Capital!
    Per la distribuzione, come ti ho scritto, conosco chi, presentazione dopo presentazione, ha fatto vedere oltre 1000 copie al suo libro senza avere alle spalle chissà quale distribuzione.
    Certo, se speriamo nel passa parola, è importante che la persona a cui “la parola è passata” possa recuperare il libro con facilità. Se lo trova in libreria è meglio, ma ormai con internet la cosa può essere bypassata.

  2. 1. E’ dal mercato che discende il risultato del prodotto, quando il mercato è quello globale e iperstrutturato. Anche se “est modus in rebus”: e, dunque, a un certo mercato, un certo investimento e una certa impresa. In un mercato in cui un madrelinguista può vendere 100-300 copie del suo lavoro di 2 anni (Moravia diceva che se sbagliava un romanzo aveva perso due anni di vita), l’investimento ragionevole (l’unico ammissibile, l’impresa non è poesia) di un editore è sottozero. Quindi, se qualcuno investe lo fa per altri motivi che non sono il mercato o l’impresa o il ruolo imprenditoriale (quanto meno di breve termine, che è poi ciò che lo scrittore vorrebbe). I motivi per cui qualche editore investe (o, più frequantemente, spende) sull’opera di uno scrittore possono essere: 1. il divertimento dell’editore, motivazione molto più presente di quanto sembri, ma allora il concetto d’investimento sullo scrittore è una presa in giro; 2. delirio inconsapevole e incompetente: meglio perderlo che trovarlo; 3. strategia di lungo termine: questo è sensato e gratificante, anche se mette a dura prova la vanità dello scrittore, che deve aspettare e aspettare…
    2. Il mercato italiano è chiuso ai madrelinguisti.
    Un’impresa non può programmare la sua esistenza sul mercato italiano, se ha come prodotto i madrelinguisti, quindi non DEVE fare investimenti perchè non saprebbe come fare a vendere i loro libri, in quanto gli spazi pubblicitari veri sono CHIUSI e visto che chi compra un libro lo fa nel 95% documentandosi da casa sui mass media anche specialistici, se non si porta l’informazione là, il libro resta in magazzino.
    Anche se è un capolavoro. Il dispositivo del business editoriale italiano è anche a prova di tam-tam, mito dello scrittore frustrato e delirante. “Vedrai che se è bello il passaparola lo fa decollare…”, come è successo al prototipo di tale meccanismo marketing, “La profezia di Celestino” di Redfield, grande successo editoriale che ha avviato un genere di nicchia, quello del religious-onirico-fantamorale, quando era stato scartato alla grande dal mondo editoriale anglosassone (che, per vostra conoscenza, CERCA GLI SCRITTORI, non cerca di non vederli come da noi, perchè costano ed è costoso promuoverli, a differenza di Dan Brown e Ken Follett…).
    3. Chi fa pagare l’editing lo fa perchè sta vendendo un libro non al mercato ma all’entourage dello scrittore, senza altre ambizioni. Inoltre, occorre sfatare un’estrema illusione: che il testo sia dello scrittore. Il testo è del lettore e, se quest’ultimo non esiste o non è significativo, gli scrittori non sapranno mai se sanno scrivere oppure NO. L’editore è il primo lettore. Ma anche l’ultimo scrittore. Anche se il produttore del testo è il secondo lettore, che non è per sua natura anche un pò scrittore.
    Il problema di ciò che è giusto o meno pagare da parte dello scrittore è un problema enorme di tipo logico economico imprenditoriale morale.
    Logico: in pura logica, visto che i diritti vengono acquisiti dall’editore (la figura italiana dell’editore, cioè literary agency + publisher), il perfezionamento del testo (drammaturgico e linguistico), sta dentro l’investimento imprenditoriale. Non penso che lo scrittore lo debba pagare;
    Economico: il livello dei diritti d’autore che le cosiddette case editrici pagano all’autore (quando pagano!) si aggira intorno al 5% del prezzo di un’opera che esce, arrotondiamo per eccesso, a 20 €. di copertina, cioè 1 € a copia per l’autore. La revisione editoriale di un romanzo -100000 parole- non può che prendere 10 giorni di lavoro di un professionista elevato, che può convincere lo scrittore a cambiare il nome del protagonista, a spostare una scena, ad aggiungere un capitolo, a correggere tutto il lessico e poi la grammatica e la sintassi, salvando lo stile. Vogliamo pagare la revisione editoriale come un idraulico? E allora sono 4000 euro minimo. Se l’autore dovesse pagare, quando mai potrebbe rientrare di tale spesa? Dopo 5000 copie, che non farà mai?
    Imprenditoriale: E l’editore, quando rientrerebbe della spesa nella revisione testuale dell’opera? MAI. Quindi non deve farla, e non può nemmeno farla pagare.
    Morale: Il perfezionamento editoriale e quello scrittoreo sono due fasi. Ciascuno dei due soggetti è responsabile del suo. Ma lo scrittore NON DEVE permettersi di non fare il professionista o, quanto meno, la persona seria, e scaricare il suo dovere di perfezionamento sull’editore, come se gli fosse dovuto PER LA GRANDE FATICA (fatti suoi!) e la GENIALITA’ dell’opera (stupidaggini, lo dice il lettore e solo il lettore come un’opera è (ovvio, se lo si raggiunge…!) (continua)

  3. Ecco… capisco poco o nulla di editoria, ma mi pare che tu abbia fatto una scelta di cui sei consapevole e soddisfatta. Ma avvisami quando esce il tuo secondo libro.. passavo per sapere come va ed anche mandarti un abbraccio.

  4. anch’io del mondo dell’editoria non capisco molto (e te l’avevo già scritto) ma continuo a seguirti e aspetto l’uscita… sono contenta che sia andata bene la serata a casa vostra… non avevo dubbi!
    un bacio… piano piano… devo fare attenzione al naso ;P

  5. Ciao,
    premetto che tra ibuc obuc e riferimenti tempestosi, mi ci è voluto un po’ per orientarmi… Trovo però che non ci sia nulla di male nell’aver, in un certo senso, pagato l’editing.
    Intanto hai fatto un’esperienza editoriale e pubblicato il tuo libro.
    Certo, ci sono vari modi di pubblicare (ma anche di non riuscire a pubblicare), ma se hai imparato qualcosa dall’editing del tuo libro, bene.
    Soprattutto sei andata vanti, non l’hai tenuto nel cassetto, hai fatto esperienza con questo editore, ora sai valutare altre proposte.
    Nessuno pubblica senza editing, nemmeno l’autore più bravo al mondo, se esistesse.
    Nessuno sfugge a refusi, ripetizioni, passaggi poso chiari: ci vuole sempre un lettore esterno, non coinvolto personalmente nel testo, che possa leggerlo e giudicarlo a freddo, e correggerlo.
    L’autore, preso dalla narrazione, dall’empatia per un personaggio, non può vedere tutte le pecche del suo testo: sarebbe come dire, per una mamma, trovare subito e con facilità i difetti del suo figliolo…

    • (continua, anche da mio post precedente oltreché in risposta a Laura Tentolini)

      Giusto in assoluto, cioè NO SELF-PUBLISHING, che è un’escamotage per evitare la responsabilità editoriale, la quale, però, può essere sostenuta a tuttotondo solo dai 4 gruppi dominanti che non la vogliono e non la assumono riguardo ai MADRELINGUISTI ITALIANI. Occorre però considerare che l’opera richiede il mercato come l’ossigeno e che, se non ce l’ha, muore d’asfissia anche se è perfezionatissima. Ecco dove si apre la questione politica e il diverso ruolo che l’autore deve avere sul mercato italiano: per far vivere l’opera l’autore deve scendere in piazza (sul mercato), insieme alle forze sane, che sono pochissime e difficilissime da identificarsi. Ed ecco ancora quindi dove IBUC o OBUC, cioè un editore, fa la differenza! E IBUC ha la strategia di fare vivere i suoi scrittori di scrittura, perchè diventino dei maestri della lingua e aiutino la lingua come risorsa di popolo a funzionare sempre meglio per fare funzionare sempre meglio il nostro Popolo Nazione e Stato. Per questo ha una strategia DI MEDIO TERMINE (2015/16) verso il mercato italiano, tentando prima i mercati esteri e poi o il mercato italiano oppure il supporto Istituzionale (appunto 2015/2106).
      L’interesse dell’autore ad avere un editing gratuito è irrilevante. “Va be’, – lui dice, – ho risparmiato dei soldi”: argomento molto fastidioso per un editore vero come IBUC… Se l’autore è consapevole che deve scendere in campo INSIEME, FACENDO SQUADRA con un editore eroico e sano di mente, il problema non è se paga o no l’editing, ma se ciò serve per andare sul mercato! Se rafforza la COMPAGINE, ribelle e sacrosanta!, oppure se la indebolisce… Se il suo è egoismo vanitoso o se è schieramento consapevole, da companero de revolucion… Per questo IBUC non fa pagare l’editing come nessun’altra cosa: se l’autore sale sulla barca da guerra di IBUC non ha padri e madri, amichetti e amichette, ma solo una divisa da guerra e la ferma volontà di aver un mercato. Costi quel che costi. Dalle 100-200 copie adesso, al progetto di vivere di professione scrittura per fare vivere la lingua risorsa di popolo. E con la disponibilità a cercare ogni mercato possibile, ogni lettore che possa esserci: zii nipoti amici colleghi conoscenti conosciuti in treno chiunque ovunque, SONO TUTTI LETTORI, TUTTO OSSIGENO PER L’OPERA e per l’operazione editoriale (coincidenza). E, se sono dell’autore, è giusto che sia lui a guadagnare: se deve essere cucina e ristorante, anche se c’è di mezzo il servizio dell’editore, deve assumersi i pro e i contro, l’onore e l’onere delle responsabilità. Altrimenti che cosa ci sarebbe di diverso dal fare la “bella penna”, a gambe accavallate, anzichè il guerrigliero? E come si fa? Prima di tutto, si definisce con IBUC quante copie si potranno vendere: quanti amici parenti colleghi conoscenti estimatori ci sono. IBUC (come tutte le altre case editrici CONSAPEVOLI E SINCERE) aggiungerà le sue poche decine oggi 2013 e 2014, e si vedrà cosa esce: se esce 200, saranno la gran parte dell’entourage dell’autore, e allora l’autore potrà dire: “l’affare è più mio”, e comprerà le 150 copie dal versante publisher dell’editore al 30% di sconto e farà l’affare lui, come fosse una libreria, con solo una breve esposizione, che però lo ripaga in modo sonante e immediato (se ha fatto i conti giusti); oppure potrà dire “non voglio impegnarmi, ma siamo sulla stessa barca e mi impegno a questo risultato, visto che sono in gran parte miei ‘vicini’ i clienti” e allora attenderà sei mesi per il 10% di diritti d’autore.

      Questo oggi, perchè oggi è così.

      Come IBUC, sono sempre più orientato, vista la tendenza degli scrittori a fare orecchio da mercante, a chiedere loro di responsabilizzarsi su questo primo elementare passo di mercato con l’acquisto di copie, più che con un piano commerciale sottoscritto: dal piano sottoscritto, comunque, (non si scherza con la guerra!) non discende poi nessuna azione per quanto detto ma non avvenuto (anche questo è un dato della guerra, nessun fuoco amico!), ma anche poi nessuna fiducia futura… Capisco, è dura… Ma… “a la guerre comme a la guerre!”. E, credetemi, ci stiamo DIFENDENDO!

      Mi piacerebbe che, se non sono stato chiaro rispetto alla differenza tra pagamento e non pagamento nel caso di IBUC, qualcuno me lo dicesse…

  6. Per me è tutto molto chiaro e condivisibile. Per gli altri non lo so, perchè tra i miei blog-lettori ci sono ben pochi scrittori, quindi non sono tanto dentro il discorso. Baci

  7. Mi spiace fare avvertire ai blog che mi sollecitano su temi caldissimi (per IBUC, per gli scrittori, per tutti non ultimo il popolo italiano…) le spine di questioni incandescenti come quelle sopra… Ma tant’è.
    A la guerre comme a la guerre.
    Un abbraccio comunque a tutti quelli che vogliono bene a Sandra. Ho l’impressione che se lo meriti 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...