Due storie meravigliose (di carpe e riflessioni)

Dopo il paccozzo “Quebert” che per la cronaca ho terminato a fatica scoprendo l’assassino assai prima del finale, desideravo qualcosa di completamente diverso. Volevo emozionarmi, volevo una scrittura secca che arrivasse al punto senza prendere strade lunghe perdendosi in sentieri inutili giusto per produrre pagine, volevo riappacificarmi con la narrativa, volevo in una sola parola qualità.

Per contrastare meglio quel polpettone ho scelto dal tavolo dei “non letti” due romanzi con non tantissime pagine, laddove breve non significa affatto corto in senso negativo (quelli sono i romanzetti furbi, scritti in corpo 24 con ampi spazi bianchi e salti di pagina, ne abbiamo già parlato), bensì dono della sintesi, come un unico colpo sparato al bersaglio, senza estenuanti prese di mira. E ho avuto pace con due romanzi incredibilmente diversissimi tra loro, eppure con molti elementi in comune. 

Come prima cose entrambi parlano di carpe, sì il pesce. Strano vero? Già, lo dico anch’io. Più in uno, ma anche nell’altro, le carpe sono co-protagonisti importanti, badate, non sono manuali di pesca! Entrambi parlano di famiglia, sebbene uno si apre con una nascita e l’altro con la morte. Sono fondamentalmente storie di donne, di guerra e sopravvivenza, e, soprattutto d’amore. Trame intense eppure scorrevoli, parole che si tatuano sulla pelle, voglia di sprofondare tra le pagine, amore e sollievo: c’è ancora chi sa scrivere, Dio sia lodato! 

Il primo “C’era una volta una famiglia” di Lizzie Doron (della quale già parlai nel mio vecchio blog) ediz. Giuntina Traduzione Shulim Vogelmann 136 pagine narra i 7 giorni di shivà che seguono la morte della madre della voce narrante, negli anni ’90 in Israele, una donna già morta nella seconda guerra mondiale che nel paese di qua crescerà la figlia da sola. Ritroviamo i temi cari a questa straordianaria scrittrice così poco nota al grande pubblico: la sopravvivenza all’orrore del ricordo dei campi di sterminio e le tradizioni ebraiche.

“Il giovane impiegato di banca le chiese l’indirizzo. Auschwitz, baracca numero due, davanti ai forni. Gli disse… Certe volte sto a Cracovia, altre a Plaszow, oppure a Buchenwald, ma alla fine, signor impiegato, sono sempre ad Auschwitz.”

Il giorno della memoria si avvicina, regalatevi e regalate una copia di un qualsisi romanzo di Lizzie Doron e sappiatemi dire. Questo libro mi è stato regalato da mia mamma per il mio compleanno.

Il secondo invece mi è arrivato inaspettato dalla mia amica Barbara e si tratta de “La metafisica dei tubi” di Amelie Nothomb ediz. Guanda Traduzione Patrizia Galeone 121 pagine. Ebbene della Nothomb avevo già letto “Acido solforico” un romanzo ben scritto ma troppo crudo per i miei gusti. Barbara mi ha assicurato che questo mi sarebbe piaciuto e non si è sbagliata. E’ la storia di una bimbetta figlia di un console belga di stanza in Giappone – in pratica la Nothomb stessa – che ha un atteggiamento curioso verso il prossimo e la società, vive i primi due anni da vegetale per poi risvegliarsi di colpo trasformandosi in un piccolo terremoto urlante fino al fortunato incontro con la nonna che la delizierà con una barretta di cioccolata belga, placando le sue grida. Una bambina irresistibile di tre anni di cui, ne sono certa, vi innamorerete. Questo romanzo ha una carta in più (non intendo che sia più bello del precedente), ha saputo esprimere a meraviglia un concetto che mi ronzava in testa circa l’accoglienza di Natallia e che non riuscivo a focalizzare del tutto.

Quando scopre che entro un paio d’anni il padre diplomatico sarà trasferito in un altro paese, la bimba si dispera all’idea di lasciare l’adorata governante e pensa: 

“Di fronte alla scoperta di questa futura spoliazione, esistono solo due comportamenti possibili: o si decide di non legarsi agli esseri e alle cose, allo scopo di rendere meno dolorosa l’amputazione oppure, al contrario, si decide di amare ancora di più gli esseri e le cose, di mettercela tutta  – ‘siccome non passeremo molto tempo insieme, ti darò in un anno l’amore che avrei potuto darti in tutta una vita’.” 

Sì, lo so ora mi chiederete come io riesca a leggere così tanto… sapete anni fa un prete durante la predica disse che sostituire la frase “non ho tempo” (di andare a messa, ma il concetto è estendibile a ogni campo) con la più onesta “preferisco fare altro” ridimensiona le nostre priorità in maniera più onesta. Credo che sia così, per me la lettura è un’esigenza da appagare sempre, un bisogno non solo un desiderio. Amo i libri, le librerie, le biblioteche, i blog libreschi ben fatti e provo un senso di disgusto profondo vedendo cos’è diventata l’editoria e osservando gli aspiranti scrittori incapaci che affollano la discarica del self publishing vantando qualità di cui sono del tutto privi. 

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6 thoughts on “Due storie meravigliose (di carpe e riflessioni)

  1. non sono sicuramente titolo “miei” ma sai che adoro i libri e mi piace leggere i tuoi post sui libri!
    si leggere è un bisogno anche per me… ho già letti 4 libri in questo mese… e non siamo nemmeno a metà…. niente di così impegnativo come i tuoi…. ma avevo voglia di quello!
    e poi devo smaltire i non letti… spero di fare un’incursione a breve in libreria però! 😛
    si… lo dico anch’io… non ho tempo è solo una scusa… e le scuse non sono la risposta a niente! bisogna essere onesti con gli altri e soprattutto con se stessi… molta gente invece non lo è!
    Ringrazio il cielo di non far parte di quella categoria! ma di quella volere è potere 🙂
    notte amica

  2. Lizzie Doron mi incuriosisce molto anche perché sono particolarmente sensibile ai temi trattati, per mie personali vicissitudini.
    Di Amelie Nothomb ho già letto qualcosa….non molto in verità: da riscoprire!

  3. Io amo visceralmente la Nothomb da anni. La amo, punto.
    I suoi sono i dialoghi migliori che abbia mai letto in un libro contemporaneo, e vorrei assolutamente consigliarti anche “Mercurio” e “l’igiene dell’assassino”.
    Ma cosa dico: tutti, tutti, te li consiglio tutti!!! 😀
    Ok, ora la smetto.
    Però vado a scegliermi un libro della Doron, ora che ho quasi finito l’ultimo dell’Allende (sarei curiosa di sapere la tua opinione anche su questo! ;P)
    Baciozzo

  4. La Doron è nella wish-list da quando la segnalasti nel blog. Credo proprio che sarà uno dei miei prossimi acquisti. Pensi si possa far leggere a ragazzi di 13/14 anni?
    Bacio.

    • Sì, ma non sono certa che lo apprezzeranno come sarebbe il caso. Io tredicenne l’avrei amata già molto ma, senza presunzione, io con le letture ero molto avanti.
      Comunque in questo ci sono molti bambini nella storia, per cui ti confermo di sì.

      • In verità la terza in cui lavoro è molto anomala. Non sono molto motivati nello studio, ma buona parte di loro legge molto, le ragazze soprattutto. Una – già in prima – mi disse: “sa… leggo anche tre romanzi alla volta e, se mi catturano, non riesco a smettere”. Comunque il tema dell’Olocausto riesce a catturare sempre l’attenzione di qualunque classe, forse perché si tratta di un evento talmente assurdo e inconcepibile che scatta la volontà di capire… Grazie per i tuoi preziosissimi consigli.

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