Teoria sull’Unabomber

Il caso del bombarolo del nord-est mi appassionò moltissimo, forse perchè ho sempre avuto amici in quelle zone, seriamente preoccupati, forse perchè all’epoca stavo seguendo un corso di criminologia e pensavo che scrivere gialli sarebbe stata la mia strada, tuttavia non avrei mai potuto immaginare di prevenirne le mosse, quando scrissi il racconto che segue:

Avevano scritto un sacco si sciocchezze.

Avevano mele interpretato le sue mosse.

Avevano detto che il suo era un chiaro segnale di avvicinamento di chi gli dava la caccia

Avevano addirittura pensato che volesse farsi catturare.

Non avevano capito nulla.

Prese la cartelletta e vi racchiuse gli ultimi ritagli di giornale, dove si parlava di lui. Poi la nascose nel vano portautensili sotto il lavandino. Gli attrezzi formavano una barriera, comunque nessuno sarebbe andato a frugare là dietro. Controllò febbrilmente l’ordigno; era quasi pronto, ma non sapeva ancora dove lo avrebbe fatto esplodere. Programmava tutto al dettaglio, ma con poco anticipo.

Dopo i supermercati, il cimitero, la spiaggia e il tribunale, avrebbe scelto magari una palestra, o una scuola; era troppo presto per dirlo.

Magari un altro palazzo di giustizia, quello di Treviso.

Piazzare la bomba nello sciacquone del tribunale non era stato facile; tutta un’altra cosa rispetto al prepararla a casa e sostituire un barattolo di nutella sullo scaffale dell’ipermercato. Era rimasto chiuso nella toilette quasi un’ora, lavorando con precisione, cercando di fare più in fretta possibile, e in silenzio.

La lotta stava diventando più impegnativa, all’inizio era stata quasi un gioco.

“È PRONTO IN TAVOLA!!!”

Udì la voce ancora squillante dell’anziana madre, oltre la porta di ferro del garage lasciata socchiusa. Mise a posto le ultime cose e si lavò fino ai gomiti. Uscendo un raggio di sole primaverile lo accecò, si fece schermo sugli occhi con la mano sana. Toccò la ferita alla tempia, con quel gesto compulsivo che lo caratterizzava.

Quando la bomba gli era esplosa tra le mani a cinque anni, aveva visto la stessa luce forte, poi solo sangue; sul viso, tra le dita ovunque.

Poteva ancora sentire il suo pianto di bambino sconvolto. Era stato solo per caso che proprio lui avesse raccolto quell’ordigno nel prato.

Sarebbe sempre stato solo il caso a scegliere le sue prossime vittime.

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Poi accadde che Unabomber mise per davvero una bomba in un palazzo di giustizia, quello di Pordenone, nel marzo del 2003. Azz. Io il racconto l’avevo scritto prima e quando fu poi pubblicato, mia madre iniziò ad agitarsi, temendo che qualcuno potesse collegarmi in qualche modo al criminale. Per fortuna non è successo. Sono estranea alla faccenda, ma ho molta fantasia!

qui: http://www.repubblica.it/online/cronaca/bombechiesa/pordenone/pordenone.html la cronaca del ritrovamento dell’ordigno.

“Teoria sull’Unabomber” fu premiato al concorso letterario Racconti Metropolitani. Al premio, indetto dall’Università popolare di Roma e da Metro, il quotidiano free press distribuito in molte città, parteciparono oltre 500 racconti e il mio assieme ad altri 69, venne inserito in un’antologia edita da Edup nel 2004. Questa è il libro che trovai in vendita alla Libreria del giallo, durante la presentazione di Jeffery Deaver.

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