Helen e Giulia

Per il racconto di oggi ho pensato a qualcosa in tema con la settimana: la legge sulle unioni civili e i diritti di tutti. Buona lettura. I miei racconti torneranno sul blog il 10 febbraio. Per i libri pubblicati invece – caso mai foste in astinenza 😀 – sono tutti qua sopra, nella banda nera.

Io e Helen eravamo coinquiline da qualche mese, quando capii di amarla. Era capitata nell’appartamento e nella mia vita grazie a un annuncio che avevo affisso alla bacheca universitaria. Arrivava dal Belgio e fino a quel momento aveva vissuto da sola in un monolocale davvero minuscolo e pieno di magagne che il proprietario si ostinava a non riparare. Il mio appartamento disponeva di due camere da letto che garantivano una certa privacy, una cucina più che abitabile e un simpatico soppalco che avevo arredato con allegria rendendolo il luogo adatto per incontrare gli amici. Me ne ero innamorata all’istante per poi rendermi conto che l’affitto mi metteva davvero all’angolo e costringeva a sacrifici enormi per non pesare ancora di più di quanto già non facessi sui miei genitori.

Non mi ero mai veramente posta il problema di essere lesbica, ma le poche esperienze con i ragazzi erano state deludenti al punto di farmi ritenere di essere una frigida ragazza disinteressata al sesso. Stavo bene con le donne, ma a quell’età era del tutto normale avere amiche con le quali condividere la quotidianità. Con Helen mi trovai subito a mio agio, si rideva, si cucinava, c’era spazio per riflessioni sul mondo, per sognare il classico futuro migliore. Studiavamo chiuse ognuna nella propria stanza, e poi all’improvviso la vedevo sbucare nella fessura della porta socchiusa, dopo aver sentito i passettini di usignolo arrivare da me e propormi una pausa e una tazza di the. Ci incitavamo nello studio e gioivamo per i voti agli esami, se erano alti, e lo erano spesso. Helen, in qualche modo, aveva messo in moto la mia passione per la biologia, quindi mi applicavo molto di più, ottenendo risultati che sorprendevano me per prima e ripagavano i miei genitori per lo sforzo economico non indifferente che sostenevano.

Il pic-nic di inizio primavera pare fosse una consuetudine per lei e insistette per organizzarlo con cestini di tutto punto, barattoli pieni di pasta fredda e frutta a pezzetti, oltre a lunghe e gustose baguette. La giornata era tiepida e tutti avevamo voglia di trascorrerla all’aperto, io rimasi in agitazione perché Helen non aveva sentito ragioni: aveva invitato i miei genitori! Non mi ero ancora dichiarata: capivo che il sentimento che ci univa esulava da una stretta amicizia, i gesti affettuosi venivano interrotti troppo bruscamente ogni qualvolta il confine stava per essere infranto e sapevo che non avrei resistito ancora per molto.

La giornata fu un successo ma io non riuscii a godermela temendo che mutasse in un fiasco, cosa che non avvenne se non nella mia testa, dove si stava girando un film completamente diverso che vedevo solo io. In realtà i miei genitori erano rilassati e felici per la giornata nel parco, dopo essersi fatti diverse centinaia di chilometri per trascorrerla con noi. Ripartirono con un gran sorriso dopo aver depositato un sacco di provviste nel frigorifero e aver dato un affettuoso abbraccio a Helen.

Alcuni resti del pranzo fuori scatenarono la tempesta emotiva che sobbolliva dentro di me. Furono un pretesto, ma aprirono la diga della mia tensione. Continuavo a chiedermi se mia madre, di solito tanto arguta, si fosse accorta di quanto tenessi a Helen in una maniera che, di sicuro, al paese sarebbe stata giudicata quantomeno stravagante per non dire oscena. Desideravo Helen e mi sembrava che ogni mio gesto urlasse per la repressione di un sentimento ormai dominante. Esplosi poco dopo essere rincasate.

“Helen, sai bene quanto mi infastidiscono i sacchetti della spazzatura lasciati in cucina!”

“Occhei Giulia, arrivo subito, scusami, mi sento un po’ appesantita da tutto quel ben di Dio che ci siamo scofanate.”

“Se procrastinare fosse un’arte, tu saresti Michelangelo!” Gridai.

“Giulia, ti ho detto che sto arrivando.”

Andammo avanti per un quarto d’ora buono; per disgrazia mentre infilava il sacco dell’umido nel contenitore sul balcone si spaccò, bucce e croste si sparsero ovunque e io inveii di nuovo. Helen tentò fino all’ultimo di minimizzare, che era la cosa più saggia da fare, mentre io non conoscevo ragione. Alla fine scoppiò in un pianto che non aveva nulla di liberatorio e mi lasciò lì tremante di rabbia, in mezzo alla cucina.

Stavo male, mi buttai sul pavimento gelido costringendomi a stendere gambe e braccia allargandole il più possibile in modo da simulare la forma di una stella. Distesi anche il palmo delle mani, e stetti lì, come in attesa, in un esercizio di meditazione.

Il tempo sembrava fermo, immobile almeno quanto me, stesa nonostante il freddo iniziasse a pesarmi. Continuavo a sperare che Helen apparisse nel vano della porta e, vedendomi, capisse la mia pena, perché in fondo non ero proprio io, o meglio non ero in me, quando avviavo discussioni simili, pronte a sfociare in liti senza senso. Beata Helen, almeno lei aveva la valvola di sfogo delle lacrime, che tirava fuori come un prestigiatore dal cilindro, ogni qualvolta la situazione si faceva ingarbugliata e pesante. No, era una cattiveria pensare che Helen piangesse a comando, ecco, ora mi sentivo ancora più in colpa, e Helen non arrivava.

Il rumore che udii poco dopo era chiaramente quello di una sedia che cade. Abbastanza consueto: Helen era solita cercare l’uscita della camera da letto al buio, per non svegliarmi, con la lama di luce che si abbatteva sul vetro della porta della mia stanza. In quel momento però non ce n’era alcun bisogno visto che non ero in camera. E lei, be’ non sapevo in quale stanza fosse. La immaginai in bagno, forse ancora in lacrime.

Lo scroscio fragoroso dello sciacquone fu azionato ripetutamente, sì era in bagno.

A quel punto cominciai a sentirmi inquieta e vagamente preoccupata. Tendevo l’orecchio in uno sforzo quasi doloroso, per udire gli eventuali passi di Helen che tornava indietro.

Quando mi decisi ad alzarmi, scoprii che quella fastidiosa sensazione al polpaccio era proprio un crampo, e ora camminare risultava piuttosto complicato. Picchiai il piede più volte sulla gamba del tavolo, massaggiandolo. Poi mi trascinai un po’ goffamente verso il bagno.

Helen era riversa in ginocchio sul tappeto sgualcito: aveva chiaramente vomitato il pic- nic.

Il suo aspetto era spaventoso e ugualmente splendido. Il pallore del viso, unito a uno strano rossore forse dovuto agli sforzi degli spasmi, i capelli appiccicati e sudati sulla fronte, la matita per gli occhi colata le davano un aspetto un po’ vampiresco.

“Stai tanto male?” Le chiesi.

“Be’ ho avuto giornate migliori.”

“Ti preparo una limonata calda, aiuta sempre.”

Quando tornai con la tazza tra le mani, Helen era già a letto, con una coperta ulteriore appoggiata bene bene sullo stomaco.

“Ho pensato che te ne saresti andata.” Le dissi.

“Te lo meriteresti” mi rispose e sapevo che aveva ragione “ma non lo farei mai, sei tremenda, eppure ti amo!”

Temevo che dirlo ai miei sarebbe stato complicato, ma speravo che non implicasse troppo dolore. Mia madre mi tolse dagli impicci con una telefonata che arrivò un’ora più tardi.

“Giulia tesoro, siamo già a casa, non abbiamo trovato traffico per fortuna. Quella Helen è davvero deliziosa. Ho sempre saputo che ti piacevano le donne, ma non immaginavo avessi tanto buon gusto. Non preoccuparti per papà, glielo diremo poi, con calma. Voi pensate solo a essere felici.”

Siamo ancora insieme, ci siamo laureate entrambe col massimo dei voti. La nostra vita ha i suoi alti e bassi, semplicemente, come per tutte le coppie.

 

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17 thoughts on “Helen e Giulia

  1. non so perchè, mi aspettavo un finale truculento 😀 😀
    forse perchè con gli altri racconti mi avevi lasciata a bocca aperta!
    questo lo trovo molto fine anche se molto toccante, grande Sandra
    (non ne posso più di correre in questo periodo, ritagliarmi dieci minuti per leggere e capire quello che sto leggendo sembra diventato un lusso, ma cosa succede?)

    • Grazie per il grande! Veramente ti sento trafelata, di solito quando apro qui tu hai già commentato, oggi no. Sia chiaro che non è un rimprovero, quindi da oggi il mio blog verrà considerato “bene di lusso” come lo Champagne. wow

  2. In effetti al rumore della sedia che cade stavo pensando: “No, Sandra, eh, no! Non me la fare mica trovare impiccata adesso! Per carità!!” Questo finale mi piace, e sarebbe ora che diventasse un finale “normale” anche nella realtà. Senza drammi.

  3. giuro! anch’io pensavo che al cadere della sedia si fosse impiccata 😀
    e ho pure pensato “mai più brontolerò con mio marito per la spazzatura”!…..
    ormai conosciamo la tua “anima nera” e ci piaceeeeeeeeeeeeeeeeeee

  4. Va bene, + racconti noir. Sarà fatto. Accontentare il lettore è la mia prima missione. Ho quindi creato un effetto sorpresa al contrario con quella sedia. AH!

  5. Come sempre hai una scrittura che mi mette di buon umore, dicendo cose quotidiane, vitali, piccole. La frase “ho avuto giornate migliori” mi ricorda (è identica) Leon, un film di qualche tempo fa che amo molto, e amo molto proprio questa frase. Sono un po’ indietro di post, ultimamente pubblichi di frequente, ora faccio un salto da collegafigo.

    • Metterti di buon umore, caro Helgaldo, è un gran risultato. Sì, sto pubblicando tanto. Oggi però nulla. Domani l’immancabile tributo alla Giornata della Memoria, immancabile in questo blog. Grazie.

  6. Beh, la quotidianità che appartiene a tutti, litigi compresi! Io non ho avuto la stessa malizia e ho solo sentito il rumore della sedia che cadeva. Si vede che non sono una lettrice di gialli? 🙂

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