Le seconde nozze di Carla

E’ la settimana di S. Valentino, tocca proprio proporvi qualcosa di romantico! Ci rifaremo il 25 per la seconda pubblicazione del mese di febbraio, vi prometto noir. “Boink” Il rumore di un sassolino che colpì il vetro fece girare Carla, che dava le spalle alla finestra, intenta a mescolare con vigore la carne per il polpettone. Era al lavandino, di fronte all’altra finestra, quella affacciata sul retro. Voltarsi fu un gesto istintivo, ma non necessario: solo Martino, per tutti Marty, era solito annunciare il proprio arrivo lanciando ghiaia.

“Ciao bellezza!”

Tuonò il vocione di Marty.Tre paia di piedi trascinati, strano, di solito erano solo due, irruppero in cucina. Carla alzò lo sguardo sul terzo visitatore, e rimase colpita dagli occhi verdi, della stessa sfumatura del golf a collo alto, troppo pesante per la stagione; pensò che l’avesse indossato solo per far risaltare lo sguardo già bello di per sé, e lo classificò come un presuntuoso. Si pulì le mani nel grembiule per porgere la destra all’uomo che, con una certa foga, stava dicendo:

“Alberto.”

Marty e Irene si sedettero senza che Carla li avesse invitati a farlo, poi l’uomo, sbattendo la mano col palmo aperto sul tavolo di formica consunta, esclamò:

“Hai ancora quella birra dell’altra volta?”

“Dai Marty, sono solo le dieci di mattina…” Le solite discussioni tra Marty e Irene, una sorta di pro-forma, tipo “salviamo le apparenze”, il sorriso di Irene tradiva un certo compiacimento.

“Lei è nuovo qui?”

In realtà Irene aveva già accennato all’amica la venuta del forestiero, che aveva rilevato l’officina di quel siciliano Antonio o forse era Domenico, confondeva sempre i gemelli Murolo.

“Si, ero stanco della provincia!”

“Ma si sieda, la prego”

“E siediti Alberto!” Marty trascinò la sedia, era sempre rumoroso nei suoi movimenti, Alberto si sedette sull’orlo, come se volesse scappare da un momento all’altro.

“Da dove viene?” Carla si muoveva per la cucina, come un fringuello tra i rami che porta le pagliuzze per costruire il nido, avanti e indietro, e ritorno, mettendo in tavola birre e panini dolci, poi tornò al lavandino: meglio riporre l’impasto nel frigorifero, era una mattina calda. Infine appoggiò le mani al bordo del tavolo, fissando Alberto, quasi in trance.

“Vengo dal bellunese, un paesino sperduto, trote e freddo cane.”

“Oh, una volta sono stata a Trento, per un funerale – Rispose Carla, confondendo un po’ la geografia del nord est – alla fine ci hanno offerto delle crostatine coi lamponi, deliziose.”

“Sfido, lì è pieno di lamponi. Lamponi, mirtilli, trote e freddo boia!!”

“L’hai già detto Alberto che faceva freddo!” Disse Marty, pulendosi la schiuma della birra dai baffi, passandosi il polso sul viso.

“Un freddo che ti costringeva a indossare i mutandoni di lana tutto l’anno”.

“Anche d’estate?”

“Be’, magari non a luglio.” Adesso la conversazione sembrava focalizzarsi tra i due uomini. Irene chiese a Carla di mostrarle quella cotonina a fiori che aveva preso per foderare i cuscini. Carla uscì dalla stanza e quando vi fece ritorno aveva un rotolo di tessuto in mano, lo srotolò nella parte di tavolo non occupata da cibo e bevande e Irene ne ammirò la qualità e il disegno.

“Piacerebbe anche a me rifoderare i cuscini, magari anche il divano, be’ le cose in ufficio non vanno malaccio, tesoro posso prendere anche io una stoffa del genere?”

Marty allungò il braccio e fece scivolare fra le dita un lembo del cotone.

“Bella roba, brava! Si amore, fatti dare l’indirizzo che andiamo a comprarla anche noi.”

“L’ho presa da Doris, dopo la fermata del bus c’e’ una merceria che fa angolo.”

Marty non voleva mai essere secondo a nessuno, non che gliene importasse qualcosa di avere dei cuscini nuovi, per quello che li usava lui avrebbero potuto anche essere foderati con carta di giornale, ne sbatteva uno dietro la testa sulla poltrona, e dopo dieci secondi ronfava che manco le cannonate!

“Alle undici viene l’agente per quelle cere, pare che lucidino la carrozzeria fino a farla brillare come nuova fiammante. Grazie signora per l’ospitalità, è stata davvero molto gentile.”

Alberto si alzò e, a malincuore, gli amici lo seguirono. Una nuvola di polvere e ghiaia si sollevò dal cortile, grazie alla sgommata di Marty. Carla salì in camera, si guardò nel grande specchio del mobile toilette: vide una donna stanca, ma ancora piacente. Spalancò la finestra, come se la scia dell’auto che si allontanava potesse inondare la stanza di qualcosa che ormai aveva dimenticato. Si ritrovò a pensare ad Alberto per tutto il giorno. Dimenticò l’impasto per il polpettone e si cucinò una semplice insalata mista, sbocconcellando pezzi di pane intinti nel condimento. Poi, quando riaprì il frigorifero per riporvi una mezza mela, che non era riuscita a mangiare del tutto, vide la terrina col ripieno dandosi della sciocca.

Salì nella stanza grande, chiamava così la camera matrimoniale da quando il marito non aveva fatto ritorno dal fronte: non era più sposata, era una vedova di guerra ora, quindi non aveva bisogno di una camera matrimoniale. Aprì il guardaroba e inizio a far scorrere le grucce con la mano; la fede nuziale, sbatteva contro il ferro del gancio sbeng sbeng a ogni passaggio. Scrutava gli abiti “buoni” come se si apprestasse a sceglierne uno per un appuntamento importante: non aveva nulla di decente. Solo vestiti vecchi e smunti e qualche gonne: lanetta, e stoffine insignificanti da abbinare a golfini altrettanto tristi. Al massimo un giro di perle per darsi un tono. Scese da basso, infilò una frusta giacca di velluto, sostituì le pantofole con comodi mocassini e uscì. Passi frettolosi verso la fermata dell’autobus: il bus per il centro sarebbe arrivato a breve.

Arrivò che i negozi erano ancora chiusi. Meditò se fosse il caso di bere un caffè alla tavola calda per ingannare l’attesa, ma si vergognava a entrare da sola in un locale pubblico. Girovagò un po’ lungo il viale, guardando l’ora ogni due minuti. Le lancette sembravano incollate, ma finalmente furono le quattro. Sapeva che Doris, dove si serviva abitualmente, l’avrebbe scrutata in maniera interrogativa se le avesse chiesto qualcosa di elegante, per cui si diresse nel negozio più frivolo, che le aveva sempre suscitato una sorta di avversione. Non la conoscevano, per cui nessuna domanda seguì la sua richiesta circa qualcosa di elegante ma semplice che si accordasse con un paio di scarpe in vernice nera, dal sobrio tacco a rocchetto. Non poteva permettersi anche calzature nuove. Inevitabilmente la scelta cadde su un vestito nero di lana pettinata con la manichina corta. Sembrava fare al caso suo e le stava bene.

“Con questo figurino può permettersi di tutto…” la lusingò la proprietaria, allungandole l’abito oltre la tenda arricciata.

“Ho dei dubbi sulla manica corta.” In realtà i dubbi erano sul prezzo, che non aveva chiesto, ma era riuscita a scorgere sul cartellino, mentre era esposto sul bancone, accanto a un vestito bordeaux che le piaceva di più, ma il cui prezzo era davvero inavvicinabile. Ripassò mentalmente il proprio guardaroba scarso e si convinse.

Uscì col pacco di carta velina sul braccio, passi svelti, ora aveva fretta di rincasare, come se allontanarsi dal centro potesse allontanare il senso di colpa per aver speso una buona parte della pensione che la morte del marito le aveva garantito. Attraversò la strada, scorgendo, con la coda dell’occhio, la corriera che sferragliava, tirando dritto oltre la fermata: l’aveva persa per un soffio! Poi sentì un’automobile strombazzare, vide un braccio vestito di verde sporgersi dal finestrino.

“Serve un passaggio?” Allora pensò che quella spesa forse non era stata tanto azzardata.

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11 thoughts on “Le seconde nozze di Carla

  1. @ Francesca, Bridigala grazie per le vostre parole. Sono proprio contenta per gli apprezzamenti, e per i prossimi farò un mix di generi, capiterà un po’ di tutto, via.

  2. “si cucinò una semplice insalata mista” Ma come si cucina un’insalata? 😀
    …era proprio innamorata sta Carla!!
    Eh, gli occhi verdi sono una dannazione quasi più degli occhi blu!
    (io no, per San Valentino non scrivo romanticherie…primo perchè bisogna volersi bene tutto l’arco dell’anno, non solo quando lo comanda il commercio, secondo perchè ho troppi amici single che non si rendono conto quanto, a volte, i più fortunati sono loro!! 😛 )

    • Penso, cara Barbara, che nessuna condizione garantisca la felicità. E sono stata single a lungo assai. Si sta bene in due se il rapporto funziona, altrimenti è un inferno, ne convengo.

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