Quell’inverno da brivido a Dueville

In questo recente post vi ho parlato del racconto che propongo oggi. Il cuore del testo è un compito per casa del primo corso di scrittura creativa, frequentato nel 1999. C’era una donna vestita di nero e dei dolci, non ricordo bene, forse Manzoni, bisognava costruirci intorno qualcosa, con precise tecniche. Felicissima per il risultato ho poi allungato il tutto ottenendo ciò che leggerete oggi. Il racconto è giunto secondo a un concorso e pubblicato in un’antologia ormai introvabile. Nonostante risenta di diversi errori dovuti all’inesperienza, non ho ritenuto corretto modificarlo per il blog. In seguito Cecilia è diventata Corinna, protagonista di un romanzo giallo. Archiviata definitivamente l’idea di pubblicarlo, molti i rifiuti (all”epoca gli editori rispondevano) ho quindi smembrato la storia che ora vive in diverse opere. Corinna e Nicolino sono presenti in Cene tempestose, il mio romanzo più sfortunato (che di sicurò avrà una seconda chance più avanti!). Nina invece è presente solo qui.  

Ero una ragazzina di dodici anni, magra, magra, con la testa piena di ricci e fantasia, quando con la mia famiglia mi trasferii a Dueville. A mio padre era stato affidato l’unico studio medico condotto del piccolo paese. Mia madre lo assisteva come segretaria. Insieme formavano una coppia molto affiatata nel lavoro e nel privato. Mio padre dedicava ai pazienti un tempo che a me sembrava esageratamente lungo, riservandomi solo briciole e rimproveri. Era autoritario, rigido, poco incline al dialogo, mia madre, al contrario era sottomessa, indecisa e totalmente incapace di imporre le proprie idee. Io ero spesso sola, socializzavo poco con i nuovi compagni di scuola.

Non era difficile vedermi vagare per le stradine di Dueville, spingendomi fino ai confini del fitto bosco, con un libro tra le mani, mente mi lasciavo coinvolgere da storie misteriose di fantasmi. Le nebbie autunnali mi avvolgevano mentre camminavo fantasticando su improbabili tombe scoperchiate, su tetre avventure dove io non ero l’eroina impaurita in attesa di un principe che la salvasse, bensì una strega o un eroe impavido e nerovestito. Il giorno in cui arrivai fino all’ultima casa, al limite della brughiera, avevo appena terminato di leggere “Il buio oltre la siepe” e la catapecchia che si frappose fra me e il nulla alle spalle mi apparve del tutto simile all’abitazione di Boo Radley.

Ogni giorno mi avvicinavo sempre più a quella dimora diroccata a sinistra. Percepivo soprattutto la mancanza di una presenza maschile: persiane cadenti, intonaco a pezzi, erbaccia incolta. Eppure ero sicura che all’interno avrei trovato tende linde, pizzi e un calore confortante. Non sapevo a chi chiedere informazioni sulla casa misteriosa e sui suoi abitanti. Vedevo una fioca luce oltre le imposte socchiuse: qualcuno doveva esserci! Ma non giungevano suoni domestici, voci, rumori. Era tutto silenzio, un silenzio inquietante e innaturale! Mi rivolsi timorosa al compagno di classe più indisciplinato, il classico terrorista che terrorizzava quotidianamente i più deboli.

“Vuoi sapere della pazza?”, rispose lasciandomi inebetita.

Continuai le incursioni fino alla casa, avvicinandomi sempre più. Ogni giorno mi dicevo che sarebbe stata l’ultima volta, ma vi ritornavo ancora il giorno seguente, subito dopo le lezioni. Percorrevo il lungo sentiero e, dopo il ponticello, la scorgevo. Arrivai addirittura a sporgermi oltre il davanzale, a guardare dentro la finestra.

E vidi una donna molto grassa, di età indefinibile, con la testa abbassata su un piattino sbeccato colmo di dolci. Una luce debole di candele intorno a lei, crocifissi e santini ovunque. Corsi velocemente fino a casa e mi chiusi in un mutismo insolito per molti giorni. Passarono così le settimane. Mi inventai una storia orribile a tinte cupe, in un collegio femminile, dove la direttrice era una vecchia megera immortale che uccideva le studentesse. Aggiungevo naturalmente dettagli sempre più macabri mentre vagavo per il paese semideserto, stretta nel mio cappottino rosa, patetico tentativo di mia madre di darmi un aspetto femminile.

Poi un giorno, con mio grande spavento, vidi la pazza uscire, in un pomeriggio umido di novembre, dallo studio di mio padre. Quella sera stessa, a cena, mi permisi di chiedere di lei. Mi aspettavo una reazione violenta, uno scappellotto, una punizione.

Come osavo interferire con il suo lavoro tanto serio, io che ero solo una ragazzina sciocca?

“È una tua paziente la ‘pazza’?

Si limitò a rispondere: “non è pazza.”

Questo mi fece ben sperare in ulteriori dettagli e continuai:

“Come si chiama?”

“Ora mangia!”

Mi gelò con lo sguardo, io ammutolii, ma progettai di fare ritorno l’indomani alla casa.

Furono spedizioni inconcludenti. Speravo che la donna uscisse, mi vedesse, mi parlasse. Ma questo non avvenne mai.

Tra i miei compiti domestici c’era la spesa. Incombenza che rimandavo quasi sempre fin quasi alla chiusura dell’unico spaccio di Dueville. Era ormai inverno, il contrasto tra il freddo pungente e il negozio caldo mi fece arrossire le gote e lacrimare gli occhi. Rimasi immobile vicino all’enorme bilancia che serviva a pesare i grandi sacchi di frumento, lasciai che servissero le clienti giunte dopo di me, mentre mi disperavo alla ricerca della lista degli acquisti, che avevo perso. Impossibile per me ricordare cosa ci fosse scritto. La mia mente era occupata ad immaginare nuove avventure, finché una voce si insinuò tra gli altri suoni:

“La tomba del figlio della pazza è la più in ordine, ha sempre fiori freschi. Lo so bene io, mio marito in quella accanto, che il Signore l’abbia in Gloria.

Uscii di corsa e di corsa percorsi il sentiero in salita fino al cimitero. L’aria intorno a me era schiumosa di brina e di paura. Spinsi il cancello arrugginito, che cigolò piano. Conoscevo il nome della vedova incontrata allo spaccio e non fu difficile trovare quanto andavo cercando nonostante fosse già il crepuscolo.

La luce perpetua brillava sulla lapide, illuminando l’iscrizione a caratteri corsivi in ottone brunito:

         NICOLINO ZAMPI

         11.02.1950                    22.05.1955

“Cinque anni, vent’anni fa” calcolai mentalmente, poi una strana sensazione mi fece allontanare di fretta. Ero solo una dodicenne che si fingeva spavalda, ma in quel momento rabbrividii, stringendomi la sciarpa intorno al viso.

La “pazza” era forse un’assassina? Il dubbio si insinuò nella mia mente.

“Quindici anni di carcere già scontati e ora era fuori …”

Solo aprendo la porta di casa mi resi conto del mio forte ritardo. I miei genitori erano già a tavola, la minestra nei piatti. Questa volta il castigo era inevitabile.

“Bene Nina, per non aver fatto la spesa, resterai chiusa in casa una settimana”.

Cercai supplichevole gli occhi di mia madre, ma ancora una volta mi delusero.

“E per il tuo ritardo vernicerai lo steccato!”

Cominciai a piangere: ero così lenta, imbranata, incapaci nei lavori manuali! Ci avrei impiegato un secolo!

“Del resto – continuò lei – se ami Tom Sawyer … sai già di che si tratta!”

Deglutii lacrime salate e dolci letture.

Quando voleva davvero punirmi, ferirmi, umiliarmi attingeva castighi esemplari dai miei romanzi preferiti, come questo di Twain, dove al protagonista era toccata la medesima sorte per una marachella!

La settimana di reclusione fu ancora più pesante e insopportabile del previsto. Ero talmente impegnata, da non riuscire neppure a far volare la fantasia oltre la ripetizione del gesto di intingere il pannello nel barattolo di vernice.

Alla fine del settimo giorno nevicò. Mi doleva il braccio ma avevo finalmente finito. Lasciai impronte nella coltre bianca mentre mi dirigevo nella casa misteriosa.

Il periodo di isolamento mi aveva dato una forza nuova. Sarei entrata e, con una scusa qualsiasi, avrei parlato a quella donna. Ma, avvicinandomi, scorsi qualcosa di nuovo sulla porta scrostata: un cartello rosso con la scritta “VENDESI”.

Bussai energicamente fino a farmi male le nocche, già rosse per il gran freddo: niente. Tornai sui miei passi ancora una volta, mentre cominciava a nevicare di nuovo. Raggiunsi il camposanto.

Appoggiata al muro posteriore di una cappella, una misera corona di gladioli già appassiti attirò il mio sguardo; il nastro violetto recava i nomi dei miei genitori. Subito dopo vidi il cumulo di terra smossa poco lontano, lessi il nome sulla croce provvisoria: CECILIA ZAMPI.

La data di morte era quella di due giorni prima.

Mi chinai bagnandomi i calzettoni e le ginocchia, poi mi ritrovai , senza sapere come a correre sconvolta, le mie gambe magre e veloci che calpestavano la neve, bianchi fiocchi sui miei riccioli scuri. Mi scontrai con un uomo che giungeva dalla direzione opposta, mio padre.

“Puniscimi ancora, picchiami, non mi importa nulla, lei è morta!”

Gridai ma lui mi abbracciò ed era la prima volta che compiva quel gesto, trascinandomi via.

A casa il fuoco crepitava nel camino e una cioccolata calda mi aspettava. La “pazza” era una giovane graziosa, cresciuta in una famiglia bigotta che l’aveva allontanata a causa di una storia d’amore peccaminosa. Quando Pietro, subito dopo la fine della guerra, si era fermato a Dueville per aggiustare il vecchio mulino ad acqua, fortemente danneggiato dai bombardamenti, l’idillio era scoppiato tra lui e Cecilia Zampi.

Per la giovane donna si era trattato di un grande amore, ma per il forestiero solo di un’avventura destinata a durare giusto il tempo del restauro; infatti, non appena la ruota aveva ripreso a girare, Pietro era ripartito. Le malelingue non avevano esitato ad informare Cecilia che Pietro aveva moglie e tre figli più in là, oltre il fiume.

Un quarto bambino era in arrivo e per Cecilia sarebbe stato una gioia grande, mentre per il resto della famiglia solo un disonore.

Ci sono persone la cui esistenza sembra segnata da un doloroso destino, Cecilia aveva appena finito di asciugarsi le lacrime per la dipartita di Pietro, quando i ben più amare stava per versarne Nicolino, suo figlio, il bastardo per tutti gli altri, cresceva sano e vispo. Egli amava soprattutto una cosa: gli animali. Tante volte gli era stato detto di non avvicinarsi troppo ai cavalli da dietro. Quella volta Nilolino disobbedì: lo zoccolo di Fulmine lo colpì i piena fronte.

Qualcuno, cretino e crudele, aveva fatto notare che forse il ferro di cavallo non porta così fortuna. L’agonia del bambino durò tre giorni, durante i quali Cecilia pregò ininterrottamente vegliandolo.

Quando la bara bianca coperta di roselline venne posata nella terra fresca, Cecilia, invecchiata di colpo di vent’anni, era ormai convinta di non aver pregato abbastanza.

Per anni aveva tentato di supplire a quelle mancate preghiere aggrappandosi a immaginette e santini, per riavvicinarsi al figlio perduto e chiedendogli perdono.

“Non era pazza, era malata” continuò mio padre.

“Quando vene da me, con una forma di diabete che la stava consumando, non potei fare ormai nulla per curarla. Le promisi però che Nicolino avrebbe sempre avuto fiori freschi. Pensi di potertene occupare tu, Nina?”

La voce non mi uscì, risposi con un piccolo cenno del capo.

“Capii che era alla fine, quella poveraccia, non potevo permetterti di continuare a disturbarla con le tue indagini!”

Così mio padre sapeva dove andavo ogni pomeriggio. Sono passati altri ventisette anni da quel giorno.

Sono in pochi a Dueville a ricordare la tragedia di Nicolino e io stessa ho lasciato il paese da molto tempo, pur continuando a mantenere la mia promessa.

Ho ancora in bocca il sapore di quell’amara cioccolata, che segnò bruscamente la fine della mia infanzia.

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11 thoughts on “Quell’inverno da brivido a Dueville

  1. Uao.
    Come mai proprio Dueville? con tutte le volte che ci sono passata in auto, rischiando di perdermi! Uscita Dueville, autostrada A31 Piovene Rocchette. Da lì, anche il navigatore vedeva nebbia.
    Le uniche cose che vedo io:
    – “dimora diroccata a sinistra.” o è “dimora diroccata E sinistra.”?
    – “il classico terrorista che terrorizzava quotidianamente i più deboli.” ripetizione di terror-

    • Dueville perchè mi suonava bene, ed è assonante con Deauville dove invece ho trascorso una vacanza fiquissima. Sicuramente E sinistra, quello è un refuso, mentre terrorista che terrorizzava è una brutta ripetizione che ho riletto ma non ho voluto correggere proprio perché in origine c’era e mi pareva poco bello rimaneggiarlo. Baci

    • Grazie! Sì meglio. Praticamente una brutta infezione alle vie urinarie è stata scambiata per influenza. Da lì febbre altissima protratta e PS. Ora convalescenza. Un bacione

  2. ps. autostrada A31 Valdastico…ultima uscita è Piovene Rocchette…li esiste da anni un edificio, chiamato il Castello degli Spiriti…(cerca su google) non sai quanti racconti mi sono immaginata li dentro 😉 =D

  3. finalmente una mezz’oretta per leggere un po’ di arretrati! molto bello questo racconto, all’inizio avevo letto direttamente “Deauville” (ma vah?)…..grande Sandra!

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