La back story

In questo post Helgaldo in realtà coadiuvato dal suo solito socio ha proposto un esercizio sulla back story, quel non detto nel romanzo che l’autore conosce bene e forma un vuoto narrativo che il lettore può divertirsi a riempire a piacimento. Stiamo quindi parlando di allusioni, del dietro le quinte. Sono almeno dieci giorni che andiamo avanti con sto tema a ping pong: i due blogger e noi lettori che tentiamo di star dietro alla partita. Tanto mi ha preso il tema che mi è partita a raffica una trama, e nella stessa serata ho buttato giù 20 mila battute abbondanti e una veloce scaletta della prima parte. Quando leggo in rete “metodi di scrittura” mi rendo conto di non averne, quei post scoperchiano automatismi. Io scrivo se ho una storia, poi è chiaro che subentrano tutte le tecniche di scrittura creativa, la narratologia, ma più sulla costruzione delle frasi, l’ossatura dei personaggi, che su mappe mentali, e i fiocchi di neve per me sono solo quelli che scendono nelle palle di vetro con la neve. C’è poca progettazione: mi butto e vedo come va. Continuo a non avere programmi di scrittura, uso word e mi muovo con le frecce su e giù 😀 cercando di ricordarmi il punto dove ho piazzato una certa scena. Se mi perdo, con sto non-metodo è piuttosto facile, prendo un blocco di carta e mi segno le pagine. Con me funziona, capisco che c’è quando mi prende e mi sorprende. Ho una gran voglia di scrivere questa cosa, ma oggi ho fatto la zia tutto il giorno, ed è stato proprio bello, quindi sono ferma alle 20891 battute di ieri. E’ già successa una delle cose più entusiasmanti dello scrivere: fino a un secondo prima non sapevo proprio come avrei chiuso una scena: una famiglia sta facendo la visita guidata a un castello, il marito è scocciato, e… se ne va. Non l’avevo previsto, ma l’ho scritto, perché creare personaggi veri significa dargli la carica e lasciare che si muovano, non li deve muovere l’autore mediante fili. Sono pupazzi a carica, quelli con la chiavetta da girare, non marionette!

Ecco quindi l’esercizio, che è l’incipit di un romanzo del tutto inaspettato.

Osservo il cappottino indossato dalla donna seduta sul divano. Sembra molto simile a quello che avrei voluto comprare io, anzi, è proprio lo stesso. Ho atteso i saldi e ovviamente non c’era più, a meno di dimagrire almeno dieci chili. Chissà se anche lei l’ha preso alla svendita? Le sta d’incanto e sì, la taglia XS rimasta invenduta le sarebbero di sicuro andata alla perfezione.

“Il suo espresso.” Sorrido al barista e mi volto di nuovo a guardare Miss Cappottino, così urto la tazzina e in un attimo il caffè è sul piattino.

“Oh no!” Esclamo.

“Nessun problema, stia attenta a non sporcarsi piuttosto. Ecco” così dicendo afferra una spugna “tutto a posto. Gliene preparo subito un altro.”

Lo sguardo mi scivola al mio giaccone smunto, a cui tocca fare un’altra stagione. Mannaggia i soldi! Sempre a fare conti, a rinunciare. Forse pare vintage, il giaccone intendo. Un fulmine arancione schizza fino all’espositore di patatine, mi sfiora il fianco, riesco a guardarlo bene. Non è possibile.

“Mamma, papà ha detto che posso!” Grida mentre io sorseggio il caffè, ottimo, e raccolgo le forze per guardare quei due campioni di bellezza. Non vi è nulla dei lineamenti e dei colori di sua madre nel bambino che sventola un sacchetto di Dixie; sono entrambi attraenti da morire, ma in maniera del tutto diversa. Nel dubbio se debba pagare due o un caffè, in fondo ne ho bevuto soltanto uno, prendo una moneta da due euro. Il barman mi porge subito il resto. Sorrido. Sorride.

“Brutta giornata?” Mi chiede.

Mi distraggo a seguire la contrattazione sui Dixie.

“Chicco, sono le dieci. Hai appena fatto colazione.”

“Però papà ha detto di sì.”

“Papà dice un sacco di cazzate.”

Miss Cappottino all’improvviso non è più tanto perfetta. Parolacce rivolte a un pargolo. Torno a guardare il barista e gli rispondo.

“Non so. Potrebbe evolvere in mille modi. Fondamentalmente in due. Un sì, o un no.”

Ho preferito il pernottamento senza prima colazione: al mattino mi basta un caffè e ho quindi valutato eccessiva la differenza di otto euro tra il Bed & Brekafast e il solo Bed. Ho scelto di consumarlo al bar dell’hotel per poter risalire a lavarmi i denti. Mentre imbocco le scale, estraggo la fotografia di noi quattro. Ci chiamavamo “I fantastici quattro”. Era una polaroid anni ’70, l’ho fatta ristampare quando ho notato che andava sbiadendo inghiottita dal tempo e la porto sempre con me. Lorenzo e questo Chicco qui sono identici. Al pensiero di imbattermi nel padre, ormai ho deciso che non si tratta di un caso, ma di sicuro è il figlio, le farfalle cominciano a ballare la makarena nel mio stomaco. Voglio vederlo. Non voglio vederlo. Voglio vederlo ma non voglio che lui veda me. Col giaccone vecchio.

“Ci sei?” La voce arriva dall’androne dell’ammezzato, quando io sono sui gradini verso il primo piano. Mi volto e vedo una bimbetta in fondo al corridoio, sta percorrendo il bordo della passatoia rossa a piccoli passi. La voce proviene dal padre di Chicco, è palese e soprattutto è lui.

“Marta!”

Mi giro, sento di perdere il contatto con gli scalini e non vorrei fare la stessa fine del caffè. Mi aggrappo quindi al corrimano.

“Marta, sbrigati che ci aspettano. Piantala di camminare in quel modo!”

Ha dato a sua figlia il mio nome.

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15 thoughts on “La back story

  1. Ma guarda un po’ cosa mi combini… 🙂
    Eh, sì. Qui c’è una storia finita-mai finita dietro la storia che sta iniziando ora. Marta e lui.
    Quello che mi piace è che ti ho dato uno stimolo immediato per 20.000 battute che stavano già in qualche meandro della tua testa e covavano di uscire. In fondo ho posto solo una questione e qualche riflessione annessa, ma il vero miracolo è mettersi a scrivere, e tu l’hai fatto. La tua, come quella di Tenar e di Marina, sono più che immagini, diventano trame.

    Mi piace anche ciò che dici sui metodi di scrittura e i fiocchi di neve. La storia si sente mentre la si scrive e se prende direzioni proprie vuol dire che è viva ed è lei a condurci. I personaggi non sono marionette, e fanno quello che gli va. Tutto questo è sano, il resto lascia il tempo che trova. Altro che schemi e regole, conta l’istinto e la caparbietà.

    Stimolare la tua e altrui creatività mi ripaga dei post che scrivo. Questo dà al mio blog, tra una battuta e l’altra è scempiaggini vergognose, anche qualche sprazzo di valore che io stesso tendo spesso a sottovalutare. Finirò per darmi delle arie. 😀

    • “mi ripaga dei post che scrivo”, specie quando li scrivono gli altri 🙂 🙂 😛
      e adesso non farmi le faccine tristi, helgaldo, che tanto ci hanno già dichiarati soci e va bene che non ci sia un terzo, altrimenti sarebbe associazione a delinquere! 🙂

      io invece sono uno da fiocchi di neve: quindi sono squalificato e taccio XD

      • 😀
        Come un tal Matteo che si prende gli onori altrui (petaloso, l’ultimo) anch’io sfrutto l’intelligenza di Michele. Solo che io ho uno staff che lavora per me, rielabora, approfondisce, rimette in circolo.

  2. Ho letto il commento di Helgaldo e non posso non essere d’accordo con lui. Se questo esercizio proposto nel suo blog solo per gioco (anche se per me lo è fino a un certo punto, perché io mi cimento sempre con serietà e convinzione) ti è servito per “sbrogliare la matassa” di pensieri che avevi in testa, che ben vengano tutti gli stimoli raccolti in rete.
    Tu hai una storia già scritta, in pratica e il tuo incipit mette in campo un sacco di cose.
    Bello!
    Brava, continua.
    Anch’io sono una che scrive mossa dall’istinto; le regole non riescono a coinvolgermi, almeno all’inizio. Altro che fiocchi di neve e scalette: si parte con una penna in mano e non si sa quando si finirà e dove si andrà a finire.
    Buona continuazione, allora. Questa sarà un’altra tua bella storia!

  3. @ Helgaldo, Marina mi avete scritto un commento lunghissimo e articolato che mi ha lasciata senza parole. Helgaldo che si dà delle arie non e lo vedo proprio, anche se è molto più bravo di tanti che se la tirano :D, Marina sì anch’io gioco sempre con serietà, la serietà dell’impegno non del rigore brutto. Un abbraccio a voi carissimi compagni di viaggio!

  4. eeeeeeee STOP! Buona la prima! Cosa si gira adesso? 🙂
    Curiosa di sapere come prosegue.
    Si, i personaggi vivono di vita propria. A volte mi si siedono a fianco quando guido. Di sicuro sono lì quando scrivo e li senti dire “Ma ti pare che io dico na stronzata del genere?”
    Delle regole abbiamo già parlato. Fiocco di neve per me è il delfino mascotte dei Miami Dolphins (ma solo sul film Ace Ventura) e più delle back story conosco le back door. Insomma, in amore non esistono regole, dovrebbero esistere nella scrittura? 😛
    L’unica cosa che serve davvero è la bussola!

  5. Wow che incipit!
    Ottimo davvero.
    Chissà perché all’inizio pensavo che la voce narrante fosse maschile (ieri non sono stata bene e oggi il neurone non ingrana neppure se lo immergo nel caffè).
    Che bello, comunque quando funziona così e dal niente appare una storia.

    • Io non sono stata bene sta notte più verso mattina per cui niente caffè, anzi niete di niente né cibo né lavoro, ormai lo stress è alle stelle e il fisico ha detto stop. Sì, quando funziona così è di sicuro l’approccio migliore al testo. Sono a 60 mila battute, NON devo farmi fregare dalla fretta che non esiste proprio! Grazie mille, anche il tuo incipit era molto molto bello!

  6. mi piace, mi ha catturata subito dal cappottino e adesso voglio sapere come prosegue (se prosegue), altrimenti ne vorrei subito un’altra (sai le bambine capricciose che chiedono sempre caramelle????)
    smack!

      • adoro le caramelle sottobanco, grazie! 😀
        guarisci e ripigliati, quando il fisico dice stop bisogna assolutamente assecondarlo!

  7. Pingback: Scrivere un romanzo passo passo | ilibridisandra

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