Quando gli azzurri di Pablito vinsero il Mundial

Nell’estate del 1982 i miei genitori decisero di prolungare la chiusura di “Cose di casa” di ulteriori due settimane, rinunciando alle ferie, per rinnovare il negozio, che aveva bisogno di una rinfrescata in senso molto ampio. Così io e Laura trascorremmo un intero mese al mare con la zia, che si accollò la nostra sorveglianza di bimbette in preadolescenza sparata e con ormoni in vortice ovunque. L’appartamentino affittato era piuttosto vetusto, per contenere i costi avevano puntato infatti a qualcosa di essenziale, come amava definirlo zia Carla, con slanci di entusiasmo poco condivisi dai miei cugini, che avevano passato la prima parte dell’estate con lei, lamentandosi per lo specchio sopra il lavandino privo di mensola, per le sedie e le posate spaiate, per il sole a picco in un ritaglio di giardino dove, no, manco una tettoia a ripararli dalla canicola.

Temevamo si prospettasse un agosto ricco di noia, mentre perlomeno a Marta e Riccardo era toccata l’euforia dei caroselli di automobili per la vittoria azzurra ai Mondiali di calcio, con coppe di spumante offerte agli autisti dei bus che percorrevano un vialone in festa, privo di selfie e twittate, solo una polaroid per immortalare l’evento. Una Marta con l’apparecchio ai denti, camicetta in pizzo sangallo bianca, gonnellina a balze rosse e un foulard verde stretto al collo, a simulare una bandiera vivente, e un Riccardo con pallone sottobraccio e la maglietta di Pablito sorridono abbronzati in un vecchio scatto appeso sopra il portaombrelli. Da sempre mi dà il benvenuto quando vado dagli zii e mi ricorda il passaggio del testimone di quella vacanza.

L’appartamento al piano di sopra era stato affittato per quindici giorni da una coppia di bergamaschi poco più giovani della zia, con due figlie nostre coetanee, pure loro gemelle, Sara e Mara. Con loro avremmo spartito sospiri su Dolly e Ragazza in, sguardi ai turisti tedeschi ancora incarogniti per la sconfitta in finale e poco inclini a socializzare con quattro ragazzine magre con la ridarella e giochi tutto sommato ancora ben ancorati agli ultimi sprazzi di infanzia.

Nel giro di mezza giornata diventammo inseparabili e le nostre telefonate a casa erano infarcite di “SaraMara-MaraSara” tutto unito, come una cantilena. I genitori di Sara a Mara, patiti di ballo liscio, approfittarono forse un po’ troppo della proposta di zia Carla di sorvegliarci tutte e quattro se, qualche volta, avessero voluto andare a “fare quattro salti in balera”. Quattro salti che divennero otto, sedici, trentadue, cinquemila: in pratica ogni sera, dopo cena, Sara e Mara si trasferivano da noi, al piano di sotto. Fino a quando la tortura delle zanzare non ci costringeva alla ritirata, stavamo in quelle poche piastrelle, ché a chiamarle giardino davvero ci voleva un coraggio che mi mancava, salvo rare scorribande in sala giochi, o un gelato in fondo alla via.

Alle undici immancabile il grido della zia tentava di dirigerci verso le brande: due letti a castello di ferro smaltato rosso con immancabili macchie di ruggine, la dotazione della casa che rendeva l’appartamento un appetibile “sei posti letto”. Io e Mara sotto, Sara e Laura sopra, a parlare fitto un po’ con una, un po’ con l’altra, un po’ mi sporgevo in orizzontale, un po’ mi allungavo verso il letto superiore, mentre la testa di Sara si affacciava oltre la sponda, fino a quando, esausta, la zia irrompeva, intimando il silenzio e maledicendo la sua offerta che stava trasformando la vacanza in un’agonia. Per lei, certo, mica per noi.

Verso le due, difficilmente prima, i genitori rincasavano un po’ brilli di Gin fizz, con i passi della polka saltata nella gambe, le note del tango nelle orecchie, e recuperavano a fatica le figliole: a quell’ora eravamo crollate in sonni scomposti, immancabilmente interrotti.

Sa il diavolo come capitò, Sara, dopo una dozzina di giorni, fu notata da Hans, un olandese lungo lungo, patito di racchettoni.

Cosa succede tra Sara e Hans? E come continua la vacanza? Ma soprattutto cosa diavolo c’entrano l’estate degli anni 80 e due coppie di gemelle ridacchiose con Natallia, collegafigo e tutto il resto? Perché questa storia si colloca a pag. 88 de Le affinità affettive, sapete?

Eh, tocca aspettare ancora un pochetto e poi comprare il libro 😀

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12 thoughts on “Quando gli azzurri di Pablito vinsero il Mundial

    • Io adoro questo racconto, secondo me è evocativo da matti, l’ho voluto infilare nel romanzo a tutti i costi anche se il romanzo stava in piedi pure senza. Grazie.

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