La montagna incartata – Omaggio a Thomas Mann

Grazie all’impagabile Biblioteca Scarparo per me fonte di idee preziose e spesso risolutive in caso di stallo nella scrittura.

Qui sulla destra c’è il banner dell’antologia, basta un click per accedere al nuovo sito creato dalla sempre efficiente Silvia Algerino dove troverete praticamente di tutto sui nostri racconti  per il terremoto (autori, contatti, come aiutarci ecc.)

E ora se avete voglia di un mio racconto dopo tanto tempo, lo trovate continuando la lettura.

L’insegna recitava Chez Juliette e nient’altro che lasciasse presagire dal nome l’incanto di una bottega di articoli da regalo, dove era possibile farsi impacchettare anche oggetti comprati altrove. Juliette Leblanc l’amavano tutti e quindi, come si usa dire, nessuno in particolare, infatti era sola da sempre Un donnino con i capelli neri che le scappavano da tutte le parti, occhi che guizzavano veloci all’interno del negozio, fino fuori la porta nella stradina di fronte, e mani capaci, appunto di incartare qualsiasi cosa, Juliette non temeva nulla, neppure le forme più strampalate e stava lì da anni a rallegrare il piccolo villaggio nel golfo di Morbihan dove pioveva due volte a settimana, una durava quattro giorni e l’altra tre.

Era tutto un po’ grigio e beige di un’indefinita sfumatura che nei rari giorni di sole puntava dritto al pervinca: il cielo, le case, addolcite da assi marroni dei tipici edifici a graticcio forse più normanne che bretoni, ma presenti in larga misura anche a Tregemeur, dove dai balconi sventolavano fiere bandiere a ricordare che si era in Bretagna, non in Francia.

Pierre Mesnil aveva un rivale in affari, tale Dominique LeGrande che, nel tempo, si era trasformato in un reale nemico da combattere, più per il carattere burbero di Mesnil che amava l’attacco sopra ogni cosa, che per una reale concorrenza. Trattavano tutti e due rubinetti di buona fattura, ma c’era posto per entrambi, che il rubinetto pare proprio immortale. Capitò che LeGrande vinse la gara d’appalto per la sostituzione degli oggetti di rubinetteria della locale scuola, e Mesnil decise di fargliela pagare. Accumulò nella rimessa un’enorme quantità di detriti e materiale di compostaggio, una montagna piuttosto orripilante piazzata su una paletta di legno di quelle usate per i trasporti; con non poco spargimento di terriccio la condusse quindi Chez Juliette per farsela impacchettare. Non conosceva la donna, se non di fama, ma mai aveva messo piede là dentro. Il risultato fu un’enorme pera sbilenca ricoperta da due rotoli giuntati di carta metallizzata con figure astratte nei toni del bronzo, un fiocco in cima e una sudata epocale da parte di Juliette che, va detto, mai perse il sorriso mentre avvoltolava la cosa, come la chiamava tra sé e rispondeva alle domande insistenti dell’uomo, circoscritte a invitarla a cena.

Non accettò e lui tornò, senza nulla da farsi impacchettare, ma nell’ordine con:

  • il resoconto verbale della telefonata che Monsieur LeGrande gli aveva fatto, indignato
  • una scatola di praline di pregio
  • un ulteriore invito a cena, vergato su un cartoncino color malva dall’aria retrò
  • un invito per un caffè, che un caffè nulla è di impegnativo
  • un mazzo di rose che passava a mala pena dalla porta

Ottenne, sempre nell’ordine:

  • un sorriso di circostanza che lui scambiò per reale interesse
  • un grazie sentito e una mano svelta che afferrava la scatola
  • un no deciso unito ai complimenti per la scelta del cartoncino
  • un no forse un po’ meno deciso
  • un “oh che splendore” e “mi regga il vaso, mentre sistemo i rami”

Non si scoraggiò, mentre là fuori, nella monotonia delle giornate autunnali bretoni, quando i turisti sono sempre di meno, giusto qualche coppia in cerca di romanticismo nel fine settimana, si scommetteva sull’esito dell’assedio. I “sì, capitolerà” apparvero subito in vantaggio e presero ben presto il largo, fosse anche soltanto perché la nubiltà di Juliette ormai preoccupava un po’ tutti.

“Una donna di tale grazie, non può stare sola.” Era il minimo che si sentiva dire, quando la si adocchiava sull’uscio della sua bottega, sempre sorridente, anche se – e capitava spesso – una scrosciante pioggia di traverso le bagnava la vetrina fino a farla sembrare una cascata. Juliette lo sapeva, oh se lo sapeva, era a conoscenza del fatto che tutti in qualche modo incuranti del suo intimo pensiero, facessero il tifo per… per chiunque, o quasi. E i modi ruvidi di Pierre Mesnil erano resi accettabili da un sorriso, due occhi, una corporatura assai piacevoli, e lei, Juliette, non era forse un’esteta? Una fautrice del bello con i suoi nastri, fiocchi e tutte quelle decorazioni, piuttosto inutili agli occhi dei più, che vendeva sperando di abbellire l’esistenza dei compaesani?

E fu caffè. Verso Carnac, in un posticino che conosceva lui, e quando furono all’interno di un bistrot che aveva in sé qualcosa di viennese, pur essendo molto francese e troppo poco bretone per i gusti di lei, la precaria armonia che a fatica avevano cucito in auto, fu rovinata in un attimo dall’apparizione di Dominique LeGrande che sbucava da un separé. Il rivale non aveva alcuna intenzione di perdere tempo con quel cafone di Mesnil, a basta ne aveva avuto del suo regalo puerile, lo salutò con un cenno del capo e la bocca quasi chiusa e si rintanò in solitudine a gustarsi torta e tazze di the. Ma tanto bastò invece a Mesnil per adombrarsi e sfoderare un nervosismo che raggiunse il climax con la rottura di un calice di vino. Pieno. Dritto sulla camicetta di seta di Juliette.

Juliette, dal canto suo, rimpianse subito il confortevole calduccio del suo tinello, considerò le foglie da rastrellare in giardino, si consolò al pensiero degli scodinzolii di Musette al suo rientro e ritenne chiusa l’esperienza di uscire con Mesnil. Per sempre.

Gli occhi del paese puntati sull’auto sportiva di Mesnil parcheggiata davanti alla casetta di lei, lo videro scendere, aprirle la portiera e sperarono in una mossa audace da parte della donna, il classico invito a entrare, a prolungare la compagnia. Non avvenne. Juliette lo salutò con una stretta di mano e fu dentro casa, subito dopo aver preso in braccio Musette. Si bastavano, lei e la sua bassottina tedesca nana a pelo lungo, l’unica concessione che faceva alla Germania, per tutto il resto bandita dalla sua esistenza, wurstel compresi.

Quello con Mesnil fu l’ultimo tentativo da parte di Juliette Leblanc di imbastire una relazione amorosa, il villaggio si quietò, lei continuò a impacchettare di tutto con maestria , ma la montagna di detriti rimase a lungo la cosa più assurda che le capitò. Fino a quando, molto tempo dopo, Dominique LeGrande, con un inaspettato moto di vendetta tardiva – che aderiva alla tradizione che la si voglia servita fredda – arrivò con un numero infinito di portacandele in ceramica a forma di zampe di gallina “per un’assonanza col suo cervello” precisò l’uomo, da impacchettare uno a uno.

“Sono settecentonovantadue” precisò ancora LeGrande. Certo, forse erano meno complicati della montagna, ma le portarono via molto più tempo, molta più carta da regalo e ancor più pazienza. Per non dire che le ci vollero settecentonovantadue coccarde per chiudere ogni pacchetto; no, non ne aveva così tante. Le toccò ordinarle e far tornare LeGrande, il quale si recò più che volentieri al negozio due giorni più tardi. Aveva con sé una confezione piuttosto ingombrante di cibo per cani pregiato: materie prime di altissima qualità, privo di conservanti artificiali, sofisticata varietà per cambiare spesso gusto e soddisfare le esigenze di una dieta sana, equilibrata e appetitosa. Per Musette.

“Oh, oh,” Fece Juliette ritrattando dentro di sé la decisione circa quel “no” secco agli uomini.

Se ne poteva perlomeno parlare.

 

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11 thoughts on “La montagna incartata – Omaggio a Thomas Mann

    • Tu mi stai dicendo – correggimi se sbaglio – che ci sono i presupposti per allungarlo, ingrossarlo, inspessirlo per farlo diventare un romanzo?
      Lo penso anch’io, ma non ora.
      Volevo, al di là del bello mi piace, anche un giudizio da voi, da te, sulla forma, perché mi pare un po’ diversa dal mio solito stile, è quel progetto scrittorio a cui sto lavorando (vedi mio recente post sui Nobel). Comunque grazie, so che volevi leggerlo e l’ho scritto per te. Giuro. (Cioè anche per me per !)

      • Si.
        Ok.
        Ci sono alcune parti che vanno bene così, altre che temo siano troppo stringate. Mi piace da matti l’ironia dei due elenchi. E si sente che ti stai divertendo 😉
        Grazie, è proprio bello da leggere!
        Non so se possa servire, ma penso che “tra i due litiganti il terzo gode”. Chi potrebbe essere il terzo?

  1. Anche a me è piaciuto tantissimo. Le descrizioni di lei e della cittadina sono fantastiche. L’ironia delle due liste mi hanno fatta sorridere e l’ho trovato un modo alternativo e carino di sintetizzare una serie di eventi. Sarebbe bello avere una versione più lunga del racconto. A ogni modo, io faccio il tifo per Mesnil. Sallo! 😛

    • Ho visitato il golfo di Morbihan ed è molto ispirante, sì Mesnil alla fine lo possiamo riabilitare, tengo tutto in caldo per quando avrò la testa più sgombra. Grazie, davvero.

  2. Sembra un film!
    Vabbè che con la Bretagna con me sfondi una porta aperta!!! Per il resto l’ho trovato delizioso, sì, è diverso dal tuo tipo di scrittura, non saprei dirti come, qui mi sembra che sia tutto come in un negozio di antichità, cose bellissime che però puoi toccare e che quando le prendi in mano ti raccontano una storia.
    Non so se mi sono spiegata….
    E – anche se non c’entra niente la storia – mi ha fatto venire in mente il film “Dream Team”, se non l’hai visto te lo consiglio assolutissimamente! Smack

  3. A me impressiona davvero il modo in cui uno spunto nella tua testa si trasformi subito in una bella idea. Da Michele sei veloce a creare una trama, inventarti una storia del nulla, è una super dote, Sandra, invidiabile.
    Poi riesci pure ad allungare a destra, a sinistra, sopra e sotto e non sbagli mai. 🙂
    Complimenti, questo racconto è frizzante, solo stilisticamente eliminerei i pallini per segnare l’elenco.
    Pronto per diventare un divertente romanzo. 🙂

    • I pallini, parto dalla nota negativa, sono più un’esigenza di wordpress che altro,
      Grazie davvero, per tutte queste parole, non è egotismo ma davvero non so neppure io cosa mi capita, con Michele (e un po’ anche Helgaldo quando dà qualche spunto + raramente). Bacione

      • Helgaldo gli spunti li dà di suo; è farina del suo sacco perché lui è più bravo di me. Io invece, che nella mia massima espressione sono un nano sulle spalle di giganti, uso un titolo già fatto; parto, cioè, dal lavoro di gente che sapeva cosa stava facendo e che ha speso molte ore per mettere insieme quelle tre/quattro/cinque parole capaci, da sole, di evocare un mondo.
        Prendo una di queste parole e la cambio con un’altra, con la quale abbia un’assonanza oppure una rima. Non faccio altro che riapplicare i dettami di Rodari e del suo binomio fantastico: sovrappongo un titolo, che contiene un’idea, a una parola che abbia un’area semantica diversa. Il risultato è la possibilità di esplorare nuove storie.
        Ma il merito di creare questa scintilla è di chi ha creato il titolo, di Rodari che ha creato il metodo, e tuo che ci metti il talento.

  4. @ Michele, non ti sminuire! Rodari è un mio mito assoluto. Sul mio talento soprassiederei soprattutto in questo momento di gran confusione in testa, però mi diverto meno male.

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