# T. Ciabatti – Una lettura fluida e coinvolgente

Venerdì per una serie di circostanze succede che esco un’ora prima dall’ufficio mi fiondo a casa, mangio pane a marmellata (di fragole, buonissima fatta da un’amica di mia sorella) sul lavandino, bevo un caffè, butto la borsa sul secretaire all’ingresso e vado al parco con La più amata.

Quell’ora in più per me diventa per lei: Teresa Ciabatti. Seconda parte: s’intitola come l’intero romanzo e parla di quella bambina odiosa che cresce adorata dal padre, senza un confronto vero col gruppo dei pari, iscritta alle medie a Porto Ercole in una scuola di poveracci, drogati, ragazzette puttanelle ignari di avere in classe la più amata. Perché fuori da Orbetello lo stra potere paterno, capace di farle avere la prima parte al saggio di danza e rispetto ovunque, non vale più. Un mondo nuovo dove Teresa fatica a fare amicizia, dove nessuno le crede quando lei parla della sua mega piscina, fino al giorno in cui lei in quella piscina ce li porta i suoi amichetti scalmanati e si consuma una piccola tragedia. L’epilogo di questa seconda parte si ricollega con l’evento bomba narrato nel prologo, di questo episodio – ma quanto bello è avere ste chicche di prima mano da passarvi? – il gemello di Teresa dirà “oh, che figata inserire l’evento XXX che bella cosa ti sei inventata!” E a lei tocca rispondere “no, guarda non mi sono inventata nulla, ci è successo sul serio!” Perché Gianni ha rimosso tutto, tutto della sua infanzia.

Mi domando, ma Teresa Ciabatti bambina/ ragazzina mi è simpatica o antipatica? Mi sta enormemente sulle scatole. E lei stessa sa di essere stata tremenda, con la sua spocchia, la sua boria di bimbetta che si fa strada ovunque “figlia di.”

Il romanzo scorre molto bene, ha una sorta, almeno per me, di effetto calamita.

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20 thoughts on “# T. Ciabatti – Una lettura fluida e coinvolgente

  1. A pelle direi che sta antipatica, ma in effetti il grande valore di una scrittrice è saper rendere entrambi i lati del carattere del suo protagonista. E se tu ne sei rimasta incollata nonostante la spocchia, vuol dire che ha fatto centro.

    • Colpita e affondata, cara Nadia, la più amata si definisce lei, ma è detestata da molti, per cui non deve essere stato facile tutto questo, soprattutto si detestava lei stessa. E a chi si chiede “perché scrivere questa storia?” era necessaria per lei, per affrancarsi da tanto dolore, per capire chi era suo padre, dubito ci sia riuscita, e perché lei è così, può essere un libro brutto, ma criticare il suo essersi tanto esposta da provocare il linciaggio mediatico che davvero c’è stato, lo trovo brutto e fuori luogo. E’ come dire “sto male” e la gente invece di tenderti la mano ti rovescia addosso fango.

      • Credo esista un certo preconcetto verso l’autobiografia, sia anche romanzata. E credo anche esista questa idea ottusa che si debba assolutamente essere sempre abili mentitori sulla famiglia. Se la critica non la premia saranno i lettori invece a darle gli onori, almeno speriamo, visto che dopo tanta esposizione il rischio le comprometta l’immagine è grande.

      • Io sono una che si è posta questa domanda: d’accordo, affrancarsi dal dolore, ma certi dolori non dovrebbero trovare sfogo in qualcosa di più intimistico e meno plateale? Intemdiamoci, la scelta dell’autrice è stata molto coraggiosa; sputtanarsi dinnanzi al mondo intero, dire a tutti: io sono

        “anaffettiva, discontinua, egoista, diffidente, ossessionata dal passato. Litio ed Efexor prima, Prozac e Rivotril poi, colpa tua, solo colpa tua”

        e fare discendere tutta questa deflagrazione nella propria vita da un padre che è

        “autoritario, gelido, assente, maledetta figura paterna, padre dispotico, minaccioso, vendicativo, dannata figura paterna.”

        Raccontare di essere diventata in un certo modo per colpa di un maledetto e dannato padre, beh, è coraggioso ma anche sbagliato.
        A me sembra che l’abbia mossa un sentimento di ritorsione, di vendetta morale, più che l’amore ritrovato verso se stessa.

  2. Sto seguendo con interesse tutti i vostri spunti (vorrei leggerlo anch’io a breve, ma non s’incastra con altre attività e letture in corso). Non conosco tutto il tam tam delle critiche mosse alla Ciabatti, addirittura da chiudere il profilo Facebook. Ma cercando semplicemente il libro, mi sono ritrovata tra i risultati dei dvd dei film di Federico Moccia. Lei è la sceneggiatrice di Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te (oltre che di altri film). Quindi, uno stile cinematografico può arrivare anche da queste sue esperienze.
    Anche se la prima battuta che m’è venuta era: “Non leggono Moccia, ma leggono Moccia senza saperlo…” 😛 Però una nota c’è: al di là dello stile, che qualcuno ammette non essere eccelso, vi sta prendendo la trama, il “cosa” e non il “come”, praticamente come nei romanzi di Moccia… 😉

    • Ti do un’altra chicca, dal libro, lei è la sceneggiatrice di un film – non so quale magari proprio Moccia – di cui si vergogna a tal punto da non metterlo nel CV.
      Dunque, lei più volte ripete di essere una fallita, i primi libri, uno in particolare, sono stati giudicati molto brutti, usciti con editori Big, va detto, e dice di sé “siccome non so scrivere molto bene, ho scelto di giocarmi la carta della sincerità” (questo lo ha detto alla conferenza stampa), ora ci vuole un gran coraggio a dire ste cose, e non è egotismo, non è volersi sentir smentita. E io questo lo apprezzo tanto, poi dai se mi dessero tanti soldi per sceneggiare un libro di Moccia, oh lo farei, eh.

      • Calma. Le mie considerazioni per Fabio Volo valgono quanto per Federico Moccia: quando un libro vende tanto, e viene letto tanto, gli si deve portare rispetto, al libro e all’autore. Tre metri sopra il cielo io l’ho letto, e l’ho adorato, escluse le ultime 10 pagine. E fatalmente è il libro scritto meglio (poi sugli altri ce ne sarebbe da dire, sia quanto a stile e trama). Se Ciabatti si vergogna di esser stata sceneggiatrice di quelle, mi dispiace e – temo – fa pure un torto a sé stessa. Sul fatto che non sa scrivere bene ho i miei dubbi, ma forti dubbi: se sta tenendo incollate voi alla pagina, che non siete certo lettrici ingenue, brava lo dev’essere per forza! 😉
        (quante altre autobiografie, più tristi, ci sono in giro che non valgono il vostro tempo?)

      • Sì, Barbara, è brava, la Ciabatti, perché se un libro deve suscitare qualcosa, lei con questo ci riesce benissimo. Falsa modestia. O inconsapevole bravura. No, no, inconsapevole non può essere, altrimenti non sarebbe stata una finalista al Premio Strega.

  3. La seconda parte da risalto a lei bambina e nonostante gli episodi descritti facciano emergere una ragazzina supponente, odiosa, viziata, convinta che il suo cognome basti a ottenere tutto dalla vita, non riesco a odiarla. Mi resta incollata sulla pelle la fragilità, l’insicurezza, la disperazione di una bimbetta che crede che nulla di sé stessa vali qualcosa se non il nome che porta. Quanto può essere triste pensare questo di quello che si è? Crescere con la convinzione che senza i soldi e il potere e un cognome non si è nulla?

    Ripasso più tardi con calma. Ho tantissime cose da scrivere, ma la mia pausa è quasi terminata. Ritorno, ritorno appena posso.

    • Hai ragione, mi sta sulle scatole, come ho detto, ma non la odio, da adulta non la odio, se l’avessi avuta come compagna di classe probabilmente sì, perché ovviamente non ne avrei compreso le fragilità. Quando – spoiler – non le viene data la parte di prima ballerina al saggio, lei protesta e poi la ottiene, questo se fossi stata a scuola di danza con lei mi avrebbe stesa. E non dimentichiamo che fuori da Orbetello tutto cambia, e cos’è Orbetello nell’economia del mondo? Poca cosa.

      • Non la odio nemmeno io e in più non mi suscita antipatia. In questo la Ciabatti è stata brava a trasmettere la propria intima sofferenza.

  4. @ Marina, sì, la considerazione che Teresa abbia esagerato mettendo tutto in piazza sorge spontanea, ma io sto dalla sua parte anche in questo, senza volermici paragonare sia chiaro, quanto mi sono sputtanata con Le affinità? Vero, ho cambiato il nome della protagonista, e il marito non è certo uguale all’Orso, ma la figura di Claudia quanto mi aderisce, quanto di mio molto privato c’è! Io capisco il bisogno di fare pace scrivendo.
    @ Barbara, ok 😀 le autobiografie tristi sono altre giustissimo, hanno in copertina la foto del calciatore, delle soubrette di turno che mediamente vanta drammoni pressoché inesistenti, calcando la mano su cose in realtà molto comuni e per niente drammatiche.

    • No Sandra, la tua storia ancorché autobiografica, è un inno all’amore, non può che suscitare ammirazione; qui, le intenzioni saranno le stesse (fare pace scrivendo) ma la tematica è imparagonabile: è come se tu per raccontare le tue sofferenze legate alla maternità mancata abbia preso di mira tua marito raccontando di lui le cose più personali (per carità, perdona anche l’esempio balordo, ma era per farti capire cosa intendo parlando del libro della Ciabatti)

  5. Le mie diverse suggestioni sono legate alle cose belle che ho letto e che mi fanno propendere per una totale sincerità da parte dell’autrice.

    La sua fortunata condizione non le dà la felicità. Spesso le persone ricche, quelle che hanno tutto, nascondono una tristezza che annulla ogni privilegio. È un monito anche per chi desidera avere belle case, viaggiare, potere disporre di tutto e di tutti salvo desiderare di essere come l'”amica povera”. È bello questo passaggio, quando porta i compagni di classe nella sua villa e dice loro che la casa ha undici bagni:

    “Immagino quello che provano ora nei miei confronti: ammirazione, amore. Odio. E io che non voglio essere odiata, ma solo amata –amatemi, poveri! –”

    Se li è conquistati giocandosi la carta “sono ricca e ve lo dimostro”, ma anche questo la porta a sentirsi ancora più sola quando capisce che le intenzioni degli amici “poveri” sono altre.

    È emblematico anche il passaggio in cui ammette:

    “In questo modo, mai in tragedia, si risolvono tutti gli eventi della mia infanzia e della prima adolescenza. Come protetta da un mantello che rende invisibili, non ci sono conseguenze per me, sempre salva.”
    E quando racconta che ancora una volta viene scelta lei nel balletto per issare il sole nel cielo, alla fine conclude dicendo:

    “Rassegnati, mia piccola compagna di danza, il mondo è questo, gente che possiede cose, che possiede te.”
    E con quel “che possiede te” dice molto ma molto di più.

  6. Buongiorno 🙂
    Ritorno per qualche altra riflessione partendo dalla citazione evidenziata da Marina:

    “Rassegnati, mia piccola compagna di danza, il mondo è questo, gente che possiede cose, che possiede te.”

    Eppure, nonostante il possesso di cose, e persone, resta l’insoddisfazione, il senso di inferiorità, l’inadeguatezza. Il desidero di essere amata, accettata non si realizza mai veramente. La solitudine interiore che mi racconta resta una voragine incolmabile. A dispetto delle accuse rivolte al padre, a colpirmi davvero è il rapporto con la madre. Una madre cercata, idealizzata, colpevolizzata, sostituita nella fantasia, rimpianta, amata in qualche modo.
    “Mi distendo per terra, i piedi sul muro, a guardarla dal basso, e mi sembra di vedere mia madre, proprio lei col vestito verde, e sopra di lei tutti i vestiti che pendono come tante mamme, tutte le mamme di cui ho sentito parlare e che non ho visto, perché mai ho visto mamma con indosso uno di questi abiti.”
    “Quanto vorrei averti conosciuto allora, mamma, prima di noi, quando tutto era pieno di speranza.”
    E ancora:
    “Dove sei, mamma giovane e bellissima?”

    La seconda parte mi lascia con una sensazione di vuoto e con la ricerca di una risposta: c’è rimedio a tutta questa infelicità?”

    • Oggi, la madre è morta, Teresa Ciabatti ha vinto molti dei suoi vuoti, temeva così tanto la morte della madre che ora, avendola affrontata, può dire di esserne fuori o forse anche che non potrà capitarle nulla di peggio che non appunto perderla.
      Scusa la risposta tardiva, ma non mi ero resa conto di questo nuovo commento, da tanti – che bello! – sono stati!

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