Le contraddizioni femminili: Virginia e il bigliettino d’auguri

Così era successo, il primo anno insieme! Era giusto festeggiare la ricorrenza con una cena fuori, un regalo, insomma le solite cose che si fanno in questi casi e tante esclamazioni stupite: “un anno? Di già?”

Eh sì, un anno, trecentosessantacinque giorni da quando si erano ritrovati, avevano fatto pace e si erano giurati amore eterno, amen. Da lì avevano deciso di (ri)partire con la conta degli attimi e la costruzione di una storia solida a tinte felici. Virginia sorrise di fronte alla torta che le era riuscita uno spettacolo, cena al ristorante, sì, ma dolce a casa, mise in frigorifero una bottiglia di spumante per le bollicine indispensabili e si armò di carta per impacchettare la camicia che aveva preso a Emanuele. In un attimo stese su una forbice il nastro e creò un fiocco che le nacque tra le dita come un ricciolo dei sui capelli. Fatto. Mancava la parte più difficile: il biglietto. Voleva scrivere una frase ad effetto, di quelle che graffiano il cuore e restano per sempre impigliate nell’anima, anche senza che ci sia bisogno di rileggerla.

Penso sia giunto il momento di unire le nostre case dopo aver unito i nostri cuori.

Penso sia giunto il momento di unire le nostre case dopo aver unito i nostri cuori.

La penna si era mossa in completa autonomia, così Virginia cancellò quelle parole con foga, era inutile tirare una riga sopra, tanto il cartoncino andava riscritto, ma lo fece ugualmente prima di buttare il biglietto nel cestino.

Unire le case? Andare a vivere con lui? Era questo che voleva? Addio indipendenza conquistata a fatica, addio autonomia, addio al suo piccolo mondo. Riscrisse:

Ti amo. Grazie per questo anno di gioia.

Banale. E poi no, lei desiderava trascorrere ogni istante con Emanuele, erano adulti, lei soprattutto ne aveva passate tante ed era in grado di capire che erano entrambi pronti per la convivenza. Lui non calcava mai la mano, ma Virginia sentiva che in qualche modo voleva che accadesse. Gliel’aveva persino detto un po’ di sguincio, che l’avrebbe addirittura sposata in chiesa, con una cerimonia sontuosa e i fuochi d’artificio.

Pronti? Sul serio?

Tentennò, riscrisse, stracciò un’infinità di cartoncini color panna, uno spreco. Andò avanti così per metà pomeriggio, fino a quando il tramonto invernale precoce tinse di rosa il balcone e lei non aveva concluso nulla. L’ora blu, perfetta per i fotografi, un cielo spettacolare carico di promesse saluta una donna in preda a contraddittorie elucubrazioni sul futuro.

Niente biglietto, solo il regalo. Decise.

Ma va’. Tra poco lui sarebbe arrivato, lei doveva ancora cambiarsi, scegliere cosa indossare. Staccò l’abito di lana gialla dalla gruccia, che col suo incarnato d’ebano era stupendo. Si truccò con cura, sempre con la testa a quella maledetta frase che non sapeva completare. Poi non ci fu più tempo.

Il citofono, il campanello, l’abbraccio travolgente di un uomo che sa di amore e verità.

E quel desiderio che le gorgoglia in gola inespresso e non sa decidersi a rompere la diga degli indugi e lasciare semplicemente che sia.

Con questo brano partecipo al Contest Leggere non è peccato 2017

avente per tema le donne e le loro contraddizioni.

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13 thoughts on “Le contraddizioni femminili: Virginia e il bigliettino d’auguri

    • Virginia è un personaggio che non morirà mai, è fantastico per me riscoprirla ogni tanto soprattutto, cara Silvia, in questo momento in cui non sto scrivendo nulla di nulla, la mia creatività è completamente prosciugata. Ero indecisa tra qualcosa di suo o qualcosa di più personale ma alla fine le mie solite contraddizioni le conoscete tutti e avranno stancato il mondo per cui è stata Virginia. Grazie a voi per il contest.

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