About omologazione

Premetto che citerò alcuni post senza linkarli, mi scuso con gli interessati e con i lettori, sono stanca morta, ho la testa piena di numeri e robe fiscali e temo che questo pezzo mi sfugga di mano per cui vorrei andare subito al sodo (in più ho impiegato due giorni a scriverlo, consultandomi con un paio di persone di cui mi fido).

Commentatissimo è stato il post di Marina sul self publishing, ho letto tutto con attenzione ma la considerazione più interessante credo sia stata fatta da Marco (ciao Marco!) nel bel post di Chiara Solerio sull’autenticità, egli ha detto: il self publishing è uno strumento, non una categoria. E qui mi fermo. Credo che essere lettori saggi significhi anche saper scegliere cosa leggere. Quest’anno per la prima volta ho segnato i libri letti e ne farò un post a inizio 2018, facendo scorrere i titoli sul calendario mi rendo conto di aver goduto proprio di gran bei libri, solo narrativa ma di vari generi, in buona parte di autori vivi, molti romanzi usciti quest’anno. Perché la qualità esiste ovunque, perché se affini le antenne di cantonate ne prenderai sempre meno. Io non sparo a zero su nessuno, equivarrebbe a farlo su me stessa: si pubblicano solo boiate = anch’io sono tra questi, troppo comodo dire “si pubblicano solo boiate, ad eccezione del sottoscritto”, oppure rimandare all’infinito la pubblicazione della proprio opera.

Tuttavia non nego di trovare una certa omologazione. Da qui il titolo del post. Se dico omologazione non so perché, ma la prima cosa che mi viene in mente è la legge sul casco, quando insomma divenne obbligatorio indossarlo in motorino. Molti un casco l’avevano già, ma se non era omologato, toccava comprarne uno nuovo. Tutto un magna-magna. Leggi per far soldi, si disse. Ora, io sono delle generazione zero norme di sicurezza, noi andavamo in bici in quattro, giuro: nonno alla guida, un nipote sulla canna, uno dietro sul portapacchino, uno davanti su un seggiolino di cartone che aveva costruito il nonno, e su una strada sterrata piena di sassi e buche. Però sulla nostra auto nessun bambino è mai salito senza che fosse messo sul seggiolin e allacciato alla cintura. Mai! Insomma, un conto è l’omologazione in questo campo, un’altra faccenda in editoria.

Se omologarsi significa uniformarsi a regole, benissimo laddove vige e vince il buon senso, ma ahimè fuori da certi ambiti significa solo appiattirsi, perché, pare ovvio, se tocca livellarsi sarà sempre verso il basso. Il motivo? Semplice, laddove c’è una comunità che si rende omogenea non può farlo puntando in alto, perché chi è meno capace rimarrebbe escluso.

Questo è ciò che sta avvenendo in editoria. Con l’aggiunta di una forma di prudente pigrizia nel non proporre novità, convinti che qualcosa che abbia funzionato in passato, possa risultare ancora vincente. E’ illusorio, perché nulla, non mi stanco di ripeterlo, è replicabile. Il self ha l’indubbio vantaggio di eliminare questi paletti, non ci sono modelli preconfezionati, si può essere autentici e originali.

Quando il mio agente mi chiese di ridurre il ruolo di collegafigo ne Le affinità affettive, eliminare Donna Flora e togliere le parti di denuncia sociale al sistema adozione in Italia, per proporre l’opera a un noto editore, rifiutai. Qualcuno disse che ero pazza. Io fui semplicemente me stessa. Continuo a essere convinta che Le affinità affettive sia un gran romanzo, ma ho dovuto lottare e vi garantisco soffrire molto per portare avanti la mia decisione. Chi mi leggeva all’epoca sa quanto ne uscii a pezzi. Con il self nessuno avrebbe potuto impormi nulla. Che poi io la spuntai comunque è storia nota, ma ci sono dei prezzi da pagare. E io l’ho pagato.

La mia impressione è quella appunto di un’omologazione che offra una sorta di cuscinetto protettivo. Si cavalcano onde di successo sperando di raggiungerlo. Tu chiamala se vuoi, scorciatoia.

Quando, capita, mi viene detto che il nostro albo de La formica è già visto, per giustificare un rifiuto, mi viene da ridere, e anche un po’ il nervoso. Sfido, è Esopo rivisitato! Un conto è partire da qualcosa di universale, un caposaldo, un altro, a mio avviso, attingere con finta sapienza da best seller moderni. Non ho l’anima della selfista, ci ho provato e non è andata bene, ma vorrei averla, per evitare di omologarmi, di appiattirmi, di subire critiche insulse da parte di chi poi prende un po’ qua, un po’ là per impastare qualcosa che ha l’indubbio retrogusto di una gomma abrasiva che cancella le differenze, quelle autentiche, che davvero rendono una storia unica.

Facciamo un paio di esempi, tipo confrontare queste due copertine.

    

Povero Thomas Hardy, di cui io ho amato infinitamente romanzo e sceneggiato Il sindaco di Casterbridge, ridotto per motivi di marketing a qualcosa di molto simile alle sfumature. E’ imbarazzante. No, non è self publishing.

Prendiamo anche qualche brano a casaccio, per vedere cosa pubblicano i big nel genere commedia, che è poi il campo nel quale mi muovo maggiormente.

– L’unghia del suddetto alluce era lì a ricordarmi da quanto tempo il mio corpo non si mostrasse allo sguardo di un pene sapiens. Ero la merda fatta donna. Lo schifo. Il degrado. L’abbandono. Lo spettro di me stessa (e questa frase è un luogo comune, alè!) Rizzoli, tanto per dire.

– Indosso un piumino da quattro soldi (luogo comune), … tra poco ho appuntamento con il mio agente, che vuole convincermi costi quel che costi (luogo comune) a partecipare a una trasmissione televisiva. Newton Compton.

– Si alzò per cercare un quaderno, come se all’improvviso fosse questione di vita o di morte (luogo comune, bastaaaa!) Ne trovò uno con le prime pagine piene di scarabocchi e numeri di telefono e lo strappò con tutta la forza – davvero poca – che aveva nelle braccia. Mondadori

Se non avessi inviato le mie opere ad Al.Be, magari avrei qualcosa da dire anche su questa copertina:

e questa trama, elaborata da me in base all’estratto.

X, un’orfanella che vive a Londra con gli zii, i suoi genitori sono infatti morti in un incidente, parte per la Scozia dove trascorrerà una vacanza insieme alla nonna. La bimba ancora non sa di fare parte di una dinastia di maghi che da tempo proteggono i boschi della Scozia e le fantastiche creature che lo popolano dalle forze del male dell’Innominabile.

Vi ricordano qualcosa? Lo chiedo a voi, ditemelo se vi va nei commenti.

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28 thoughts on “About omologazione

  1. E che dire dei titoli?
    Il capostipite è la Ragazza del Treno. Prova a cercare cosa è uscito nell’ultimo anno sfornato da Mondadori, Giunti, Newton e tutti gli altri? Ho fatto una rapida ricerca su Amazon, ecco la fantasia:
    La ragazza del mare, La ragazza nell’ombra, La ragazza italiana, La ragazza sbagliata, La ragazza con la Leika, La Ragazza dei lupi, La ragazza nel parco, La ragazza in fuga…
    Ma ciliegia delle ciliegie è La ragazza del passato, Garzanti.
    Vai a cercare la copertina della ragazza del treno, la prima, perché quella attuale ha la foto del film, e guarda la copertina de La ragazza del passato. Il gioco dovrebbe essere trova le differenze. Ma io aggiungo trova un motivo per non vergognarsi.
    Mi immagino il comitato di redazione: che titolo diamo a questo libro?
    Parola base: la ragazza…

    • Ecco quale era! In libreria ho visto la copertina di un libro praticamente identica a La ragazza del treno, ma poi girando in internet per preparare il post non sono più riuscita a scovarla, e tu mi spieghi il fatto della copertina modificata dopo il film. (Sei sempre attento!) Potevo fare La ragazza dei fiordi, che scema!

  2. Secondo me, se i luoghi comuni vengono da un narratore in prima persona, sono meno gravi – quando penso tra me e me, mi capita di usare delle frasi fatte.
    Certo, meglio non metterne due a breve distanza o tutto il passaggio sembrerà farlocco…

    Riguardo alle somiglianze, più che di omologazione parlerei di terreni già battuti: forse qualcuno spera che si possa ripetere il successo di una storia riproponendola quasi uguale, ma farebbe meglio a ragionare sul fatto che le fotocopie sono sempre un po’ più sgranate dell’originale – per non parlare di quando l’originale è già la fotocopia di qualcosa XD
    Una storia non può essere riciclata, ma può essere reinterpretata, il che richiede una certa visione e anche del gusto.

    • Ma caro Conte, chi pensando tra sé e sé e pure via chiacchierando non ne usa a raffica? Scrivere bene significa anche saper fare scelte lessicali originali. E poi sì, certo, si spera di emulare il successo con questi cloni che stanno invadendo le librerie.

      • Sulle frasi fatte: una ogni tanto ci sta, parlando fra sé e sé, può essere persino verosimile. Dalle due in su, ravvicinate, è di certo fastidioso e rende il personaggio una macchietta, anche se è un personaggio che parla o pensa in prima persona. Se poi l’ambientazione è quella di una cultura aliena a quella di chi scrive (fantascienza o fantasy, per esempio, ma anche un lontano passato) certe frasi che per noi sono cliché possono addirittura stonare… tipo “uno a uno e palla al centro”, richiede che ci sia il concetto di un gioco adatto con la palla nell’ambientazione, come minimo.

        Ci vuole molta, molta attenzione, quando si scrive 😉

  3. Cosa mi dice quella trama? HARRY POTTER!! Cosa ne pensera la Rowling? Glielo chiediamo via Twitter? E che dire di quella copertina? L’hanno chiesta l’autorizzazione alla Producers Sales Organization per copiare FALCOR spaccicato dal film La storia infinita??!
    Non ho parole… E poi si lamentano di Esopo…

  4. Un applauso Sandra! L’omologazione è un male dei nostri tempi, o forse c’è sempre stata ma con la condivisione delle informazioni è più evidente, soprattutto nel mondo dei libri. Le copertine tutte uguali, i titoli tutti simili, le trame interscambiabili… non se ne può più. Non è così solo nell’editoria, anche nel self, dove si pensa di ottenere più vendite con un prodotto che somigli a uno di successo, addirittura si imita se stessi, se con uno in precedenza è andata bene. In questi giorni ho letto di un autore che per pubblicare con un big ha dovuto non solo tagliare ma in pratica riscrivere tutto daccapo, sacrificando il senso della storia. Come dici tu, tutto questo ha un prezzo. Io spero che tu resterai fedele a te stessa, in fondo i segni che hai fatto bene ad agire secondo coscienza ci sono stati, no? Però lo so che è deprimente tutto questo.

    • Grazie per l’applauso me lo prendo e me lo godo tutto. Le tue parole sono molto care perché tu sei una selfista giusta: proponi prodotti, sì dai facciamo come chi considera il libro un prodotto, di qualità ma non ti pieghi alle leggi editoriali per cui i big sono inarrivabili e i medi/piccoli a volte inaffidabili. Per cui scegli la tua via, con dignità, autenticità e competenze che i lettori sempre ti riconoscono. Più che deprimermi mi viene una rabbia, una rabbia! Bacione

      • Grazie, Sandra, apprezzo molto le tue parole, soprattutto perché vengono da una persona consapevole di come funzionano le cose. Un abbraccio grande e buona settimana 🙂

    • Quando ho scelto di rischiare, anche in altri campi nella mia vita, alla fine ho ottenuto molto di più, rispetto a quando ho continuato a pattinare senza staccare la mano dal bordo della pista. Spero in un’inversione di tendenza, ma la vedo dura.

  5. Cara Sandra, post acuto. L’editoria italiana è lo specchio della nostra società. La cura per le parole è l’unico modo per combattere questa dilagante e triste omologazione. Scrivere è anche una forma di resistenza.

  6. Sull’omologazione del mezzo di trasporto ricordo che nelle mie estati trentine si saliva tutti quanti sul cassone dell’Ape Car, si rideva come matti e nessun si è mai fatto male perché ci raccomandavano di tenerci con prudenza ai bordi e così facevamo. Ho sperimentato anche in cinque sulla Cinquecento in salita, con due mamme-pesi massimi sul retro, da Guinness dei primati.
    Le due copertine che hai proposto mi hanno messo una gran tristezza, secondo me Thomas Hardy si starà rivoltando nella tomba.

    • Quanti ricordi di spericolate giri ormai non più proponibili!
      La copertina di T. Hardy simil sfumature è davvero un colpo al cuore, e con questo l’editoria ha toccato il fondo, difficile fare di peggio.

  7. Ti ho letta appena hai postato, ma non sono riuscita a risponderti, lo faccio ora che a mente riposata rileggo e rigusto la tua sapiente esposizione di fatti. Perché di fatti si parla e non opinioni. Andare sul sicuro per l’editore è una garanzia di entrate, e ricordiamolo sempre l’editore benefattore non esiste, esiste solo l’imprenditore che investe su un nome nella speranza di fare soldi. L’augurio degli autori che vogliono scrivere sotto editore è di trovare il più onesto sul mercato, con la consapevolezza che avrà comunque sempre una voce in capitolo molto alta, e che quanto meno ci dovrà un po’ discutere, sottostando alle sue regole. Dovere che un selfer non ha.
    Ognuno qui al bivio deve fare i conti con le proprie capacità, ma tu hai messo sul piatto della bilancia quel che più conta: venire a patti con la propria onestà. Pubblicare a qualunque costo? Firmare qualche cosa che non ti corrisponde? Credo la coscienza di ognuno possa rispondere, perchè scrivere è un mestiere e come tutti i lavori c’è chi lo fa con etica, chi per arrivare a fine mese, chi per noia…
    Lo sai come la penso Sandra, a certi compromessi non si cede, meglio essere fieri di un percorso agli occhi di molti minore, ma in realtà assolutamente etico.

  8. Nadia, infatti, ognuno la pensi come vuole, ma questi sono fatti estremamente concreti, non opinioni di sorta, pareri, o sensazioni. Grazie quindi per avermi dato una sponda. Barbara invece becca sempre le mie mancanze informatiche 😀 (per come sono incapace mi pare già tanto essere riuscita a farmi il blog su wordpress – che è più complesso rispetto a blogspot – da sola!)

  9. Sicuramente certe riflessioni sull’editoria bisogna farle, o si continua ad affidare lo scettro del proprio destino di scrittore a qualcuno che, nella realtà, svolge tutto un altro ruolo. Giusto per realismo.

    • Realismo, ecco. Io per dire in questi giorni vedo questi ruoli interscambiabili editor/autore, gente che fa mille lavori nell’editoria, presumibilmente tutti male, perché sommando più entrate magari mangia. Dignità allo sbando e siti che vendono illusioni agli autori.

  10. Mah. Io credo che lamentarsi del self sia come lamentarsi del fatto che la pioggia cade verso il basso, e se non apri l’ombrello ti bagni. Fatti naturali. La tecnologia mette a disposizione un mezzo, qualcuno lo usa. Finito. Non spreco secondi preziosissimi a commentare discussioni che partono da premesse logiche errate. Non li sprecherei neanche a leggere libri di cacca, i secondi. Figurarsi le ore o i giorni! Perciò cerco di fare sempre quello che mi fa stare meglio, e cioè scrivere una cosa che mi piace, e condividerla. Di tanto in tanto ho la benedizione e l’onore di un lettore che mi scrive, in pubblico o in privato, che si è commosso, che ha divorato il libro, che non vede l’ora di leggere il seguito. Altre volte capitano le due stelline o meno, e pazienza. Ho la tranquillità di avere fatto del mio meglio. Sono una povera piccola selfer felice,e credo poco o punto omologata^^
    (per contro: l’originalità a tutti i costi è estenuante e ridicola qualche volta, e anche leziosa, soprattutto con le parole. Ma te l’immagini chiacchierare con uno che vuole fare l’originale a tutti i costi? Autocompiacimento, penso io, e mi rompo subito le scatole.)

    • Assolutamente mai cadere nell’errore opposto, del resto quando si dice di qualcuno “è un originale” mediamente non è un complimento. E come diceva un comico se piace, piace, se non piace Piacenza. Provo molto più orrore verso certi editori che non fanno nulla per distribuire/promuovere/vendere un libro e si sono scippati i diritti e sono cavoli a riaverli prima della scadenza del contratto, mentre in pratica il libro NON ESISTE perché introvabile, magari pure su Amazon, con il povero autore che fa scorta di copie, investendo soldi, sperando in presentazioni fai da te e vendite chissà dove, bussando le porte dei librai che lo guardano schifati. Questa è la realtà, il selfista almeno non si deve arrabbiare con nessuno, Dio, è già un miracolo. E poi scusa, le nostre antologie non sono self? 😀

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