I will work harder

Gli animali trovavano ispirazione nella forza di Gondrano e nel suo inestinguibile grido:

“Lavorerò di più!”

(…)

“Pazzi, pazzi!” Urlò Benjamin! “Non vedete cosa c’è scritto sul fianco del furgono?” Portano Gondrano al macello!”

Lungi da me voler paragonare l’editoria al regime totalitario di cui ci racconta con grande maestria Orwell nella sua parodia “Gi animali della fattoria” (Maestria, parodia, fattoria = rima del tutto involontaria, la lascio così come mi è uscita di getto) ma lo spunto, in realtà preso dal blog della cara Elena, mi sembra efficace. Non sempre lavorare di più è la soluzione, nel caso di Gondrano lo portò a una prematura e ingiusta morte. Si sfinì per portare a termine la costruzione del mulino e quando non servì più Napoleon lo fece portare al macello.

Non sono una ragazzina di cui dicono “è intelligente ma non si impegna abbastanza, potrebbe fare di più!” e non solo per raggiunti i limiti di età per cui una roba del genere risulterebbe indecente, ma proprio perchè di me non lo si è mai detto, neppure quando avevo dodici anni e gli ormoni cominciavano a girare e a farmi perdere un po’ la trebisonda scolastica. Faccio una cosa: scrivo (ok, faccio pure le lavatrici, il ragù buonissimo, e altro ma ci siamo capiti), non smetto di studiare, conosco i miei limiti (faccio narrativa, non alta lettaratura), ho avuto qualche consenso che mi ha fatto intendere che non stavo sprecando tempo, energie e talvolta pure soldi.

Io do il massimo. Punto. Il MIO massimo, ovviamente.

Può non bastare. Al DeA non è bastato, ma oggi è già domani.

Sveglia alle 6 ma da almeno mezz’ora non dormo più: ho tre esami medici strumentali di fila, di cui uno implica un po’ di dolore fisico, e un altro di bere un litro d’acqua due ore prima, quindi alle 6.30. Non avevo preso in considerazione questo elemento, così, con l’ansia della visita sommata all’ansia del Concorsone, è logico alzarsi con lo stomaco che balla il tip tap e scolarsi tutta quell’acqua risulta un’operazione molto più faticosa rispetto a trattere poi ciò che l’acqua produrrà. All’orario previsto per il terzo esame ho già finito, esco FELICE, entro in un bar (sono anche digiuna sempre per quanto sopra) dove non sono mai stata e il proprietario è stra gentile e super simpatico, scrocco il quotidiano che tra le notizie tremende (in Brunei dal 3 aprile gay e adulteri rischieranno la lapidazione) mi ricorda la cinquina…

… ma io, nonostante ancora ne parli con gli amici via whatsApp e mail, ho già dimenticato tutto. Sì, col senno di poi, che non vale nulla altrimenti saremmo tutti milionari e felici, non avrei partecipato. Mi sarei evitata la tensione dell’ultima settimana e la beffa della cinquina, perchè questo è. Il vero anonimato sarebbe non rivelare chi si cela dietro lo pseudonimo e valutare solo i testi, peccato che nel form il nome e addirittura il codice fiscale fossero richiesti anche a chi compilava la casella “pseudonimo”, e questo vi garantisco che cambia tutta la partita.

Non finirò al macello come il povero Gondrano, intanto non finirò proprio da nessuna parte, ma semplicemente resto dove ero e come ero con un nuovo romanzo da piazzare 😀 Eccone un assaggino:

La ragazza che ascoltava De Andrè

Dopo due anni di fidanzamento Carlotta Bamberga, trentacinquenne, viene lasciata e va in crisi. Inchiodata al ricordo di una precedente avventura di una notte, in una continua ricerca di un uomo che si avvicini a quel veterinario, ora ha bisogno di conforto e lo trova nella madre Gisella. La donna, di soli cinquantacinque anni, ha un negozio vintage, Lo Sbarazzo senza imbarazzo, dove Carlotta lavora la mattina, da quando la Xantia dove è receptionist le ha dimezzato l’orario. Gisella ricorda quando il suo matrimonio fallì: Michele dopo la separazione si trasferì al sud, per tornare solo sette anni più tardi, lasciando che Gisella crescesse Carlotta da sola. Gisella non ha più voluto saperne dei Bamberga ma non ha impedito alla figlia di frequentare la sorella del padre, una dermatologa che ha da anni una felice relazione con Luz, una cuoca portoghese.

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13 pensieri su “I will work harder

  1. Ma quindi ci hai dato un assaggio del mega femminile che ti hanno rigettato? Wow! Un grande in bocca al lupo amica mia! Bellissima la citazione sempre istruttiva di Orwell, ma in questo caso inadeguata. Tu non finirai al macello, non cadrai più in certi tranelli e a suon di Prosecco uscirai dal malumore di oggi per tornare lunedì la macchina da guerra che conosco.
    Con buona pace del DeA che ha dimostrato di essere esattamente come gli altri. Chi vuol sembrare innovativo e poi è esattamente come gli altri, di solito paga un doppio scotto. Alla copia, tutti preferiscono sempre l’originale. Baci

    • Sì, Elena, l’assaggio è l’incipit della brevissima sinossi (2000 battute) che ho scritto per il piano B.
      E sì di nuovo, infatti l’ho scritto, non finirò certo come Gondrano e il prosecco mi avrà sempre tra i suoi fan. Il malumore è già passato te lo garantisco, mi è bastato il concreto delirio mattutino per rendermi ben conto di quanto ci siano cose di lunga più importanti. Bacissimi a te.

  2. Come dice Elena, temo anch’io che il DeA Planeta (concorso, al maschile) abbia fatto un tremendo autogol. Se si sente troppo la puzza di inganno con la scelta dei finalisti, il prossimo anno il concorso andrà deserto, nessuno si prenderà più la briga di investirci tempo ed emozioni. Non solo: un premio così aumenta anche i lettori, che acquistano libri già pubblicati dalla casa editrice per studiarne catalogo e tendenze (se sono scrittori interessati a partecipare) o che acquistano i libri vincitori per curiosità. Ma ora il rischio adesso che i lettori li mandino, soprattutto se le opere finaliste non si riveleranno all’altezza della scelta. Tipo quella là con la Leica…

    • Me mi han già persa, e perdere una lettrice da 50 libri l’anno con un blog, be’ qualcosa vuol dire, perchè non smuoverò grandi numeri ma quanti mi scrivono poi per dirmi “ah ho letto il libro XXX che hai suggerito ecc.”? Qualcuno lo fa. Al Book Pride da Giuntina abbiamo speso 65 euro (poi scontati a 55), le copertine finiscono nel mio stato di whatsApp, gli amici chiedono, e arriva l’indotto. Chiaro non sono la Ferragni dei libri eh, ma il vincitore se lo leggerò sarà eventualmente quando arriverà in biblioteca, senza velleità stroncatorie ma come un libro da tirare su tra i tanti che mi passano dalla mani, vedremo anche la trama, ho i miei gusti e non spreco tempo a leggerne uno che ha vinto se sento che non mi garba, anche se è gratis.

  3. Ora tocca trovare un editore a cui piaccia De André e poi fargli arrivare un bel file con tutti i suoi brani migliori e tentare di corromperlo! Ovviamente schetzo, ma mai dire mai…

  4. Grandissimo Orwell, come sai l’avevo portato all’esame orale d’inglese e, tra i miei maiali e cavalli, mi ero trovata a meraviglia. “La fattoria degli animali” è una favola crudele, ma vera, che invita ad aprire gli occhi, anzi a spalancarli. Non avevo partecipato al DeA, ma da quello che scrivi se ne è andato anche quel pizzico di rimpianto, e il mio stato di rilassamento continua alla grande e mi sta facendo un gran bene. Ma i nomi della cinquina sono tutti sotto pseudonimo?

  5. Ricordo molto bene il tuo esame e avevo molto apprezzato la tua scelta. No, 3 pseudonimi, una candidata allo Strega di qualche anno fa e una giornalista piuttosto nota nella cultura milanese.

  6. @ Elena, sembrerà strano ma di prosecco neppure una goccia, non l’avevo in casa e l’Orso è stato parecchio ma proprio parecchio al lavoro per cui niente condivisione alcolica.

  7. Ciao Barbara, rispondo qui anche al tuo commento sotto. Mah sì, sono le solite italiche situazioni.
    E non si è stati in grado di cogliere che il ventesimo anniversario della morte di De Andrè a gennaio poteva essere un aggancio interessante, ma ormai ce lo siamo giocato, non solo per il concorso ma anche chi aveva in mano la sinossi da ottobre e non ha saputo valorizzare il potenziale della ricorrenza e cercare casa al testo. Si riparte.

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