Approcciarsi alla narrativa israeliana

Qualche settimana fa, un’amica mi ha chiesto di suggerirle un libro per approcciarsi alla narrativa ebraica di cui parlo spesso e che amo davvero moltissimo. Era il momento perfetto per farlo perchè al Book Pride io e l’Orso abbiamo saccheggiato allegramente lo stand Giuntina, aiutati nella scelta dal sempre efficiente ShulimVogelmann. Tra i romanzi presi quel giorno, ne avevo giusto finito di leggere uno particolarmente adatto a una prova di iniziazione.

Si tratta de I Middlestein della bravissima Jami Attenberg traduz. Rosanella Volponi, opera apprezzata addirittura da Franzen.

Laddove la letteratura israeliana può risultare impegnativa quando tratta argomenti dolorosi come l’olocauso, dobbiamo considerare che il ricco catalogo Giuntina non si limita a questo tema. Ne I Middlestein abbiamo una famiglia borghese e viene puntata l’attenzione su un aspetto che io trovo sempre affascinante: quell’essere più o meno ortodossi e praticanti della religione ebraica, fede che si esplicita con vigore nella cucina kosher, secondo la quale non si possono abbinare ad esempio carne e latticini (il che rende impossibile per una ragazzina – esempio preso da un altro romanzo – gustarsi un normalissimo cheese burger!) e, per i più ligi alle regole neppure mischiare gli utensili di cucina dedicati a una o l’altra proteina. Elemento trainante di molti romanzi è il bar mitzvah, il momento in cui i ragazzini raggiungono l’età adulta, con una importante cerimonia in sinagoga e una sontuosa festa. I gemelli Middlestein si preparano alla fondamentale tappa prendendo lezioni di ballo, per deliziare gli ospiti al grande party che seguirà, ma non è un periodo facile per i Middlestein: la nonna paterna, da sempre obesa, continua a ingrassare, ha già subito due interventi e il terzo è dietro l’angolo se non smetterà di mangiare in maniera smodata, e soprattutto, sta rischiando davvero una morte prematura.

Sono tutti preoccupati e affrontano la cosa in maniera differente: la nuora (madre dei gemelli), decisa a salvarla mette in atto una stretegia col suo solito piglio perfezionista (Rachelle mi ha ricordato tanto la mia Tiziana di Quando non ci pensi più – in uscita. Avrei voluto leggere questo libro prima di scrivere il romanzo, per carpirne l’atteggiamento e renderla più credibile, cosa che mi è costata parecchie riscritture). Benny il figlio (marito di Rachelle) sembra fregarsene. Richard, il marito, esasperato dall’incapacita della moglie di limitarsi col cibo, la lascia. Robin, la figlia, mette da parte vecchi rancori e annaspa nei suoi generosi tentativi per aiutare la madre; concentrata sulla sua vita incasinata, le rimangono poche risorse per dedicarsi ad altro.

Ma c’è qualcuno, nell’ombra, che ama Edie per quello che è, con la sua ciccia e il suo estremo interesse per certi piatti, e quest’uomo è destinato ha uscire allo scoperto, a ribaltare la situazione, a mettere tutti di fronte a una realtà inimmaginabile.

Con grande maestria Jami Attemberg ci conduce per mano in casa Middelstein, dove il destino rotola senza che la famiglia, luogo ancora una volta deputato al conflitto, sia in grado di fermarlo, nonostante tutte le buone intenzioni.

I Middlestein è una storia dolce, che parla al cuore, che ci ricorda quanto possiamo essere stati arrabbiati con i nostri genitori durante l’adolescenza, e quanto sia difficile crescere, affermarmi sentendosi un disastro. Emily, la gemella del tutto negata per la danza, è terrorizzata all’idea della performance che dovrà sostenere al bar mitzvah ma non può sottrarsi all’autorità genitoriale. I Middlestein afferma una grande verità, quella che quando varchiamo la porta della casa dei nostri genitori, non importa quanti figli abbiamo avuto a nostra volta, se siamo persone affermate e adulte, torniamo inesorabilemente a essere figli, a soffire per quella comunicazione che sembra sempre viaggiare sfasata, per cui il confine tra le parti rimane invalicabile. Nei Middlestein c’è un nonno – Richard – che si vede privato dell’amore dei nipoti, quando lascia la moglie, messo all’angolo da tutti, eppure in qualche modo felice di ricominciare portando le sue emozioni su altro.

Sto leggendo molti libri entusiasmanti in questo periodo, ma è da tanto che non vi consiglio qualcosa, lo faccio oggi molto volentieri, con un titolo raffinato e potente, che ci regala le suggestioni di una cultura che non ci appartiene ma che rimane universale nei pilastri su cui si fondano società e famiglia.

Questa la scheda del libro nel catalogo Giuntina.

13 pensieri su “Approcciarsi alla narrativa israeliana

    • Spero quindi che la tua biblioteca sia più fornita della mia, ma se lo compri saranno soldi molto ben spesi, c’è anche l’ebook in caso tu preferisca il digitale.

  1. Ecco, non sapevo della separazione carne-latticini, sapevo che c’erano delle regola di macellazione e di preparazione dei cibi Kosher, ma non questa. C’è sempre qualcosa da imparare.
    E poi vabbè, è meglio il bacon burgher. Ma forse nemmeno quello si può, mi pare la carne di maiale sia esclusa…
    Comunque, in qualsiasi cultura e religione, le dinamiche familiari sono sempre complesse, e chissà quanti altri libri ne leggeremo (o ne scriveremo).

    • Quando i membri di una famiglia vivono la religione in maniera diversa possono crearsi problemi concreti, come in questo caso per cosa portare in tavola. La cucina israeliana comunque è buonissima e noi abbiamo il nostro ristorante kosher preferito qui a Milano, solo che è un po’ costoso, ma fa degli hamburger divini!

  2. La cultura ebraica mi pare molto rigida da seguire, o forse come tutte le culture diverse dalla nostra è solo diversa. Ammetto di non avere mai letto nulla che non avesse a che fare con l’olocausto e quindi legato il tutto a una certa tristezza di sottofondo, ma giuro che se decido di recuperare terreno inizio da questo. Il tuo entusiasmo è contagiante.

    • Credo che ci siano aspetti rigidi in ogni religione che se vissuti senza sconti siano piuttosto pesanti un po’ per tutti. Sono entusiasta, sì, per questa storia che ha diversi risvolti ed è stata una lettura piacevolissima e molto interessante culturalmente. Certe complessità familiari le ho trovate illuminanti e diverse scene con i gemelli mi hanno davvero intenerita.

  3. Nonostante qualcosa abbia letto (principalmente Amos Oz), confesso di avere un po’ di difficoltà ad avvicinarmi alla narrativa israeliana per motivi legati a tutta la situazione con la Palestina. Leggendo la tua recensione, tuttavia, mi è venuta voglia di leggere il libro di cui parli.

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