Scrivere

Nel YA in scrittura a un certo punto ho scritto una cosa tipo (ho l’abitudine di riscrivere sopra senza conservare le precedenti stesure quindi la frase precisa è ormai persa):

Dopo Natale Patrizia invitò addirittura Tina per un caffè, Tina non l’avrebbe mai detto ma trascorse un bel pomeriggio a parlare con la cognata.

Ndr Tina e Patrizia sono sposate con due fratelli e Tina mostra sempre insofferenza nei confronti della cognata, mentre Patrizia è un personaggio marginale di cui in realtà si sa poco in termini di emozioni, ma il lettore dovrebbe percepire in lei un certo snobismo.

Cosa non funziona nelle due righe lassù? Tutto. Alla faccia dello “show don’t tell”, dico che Patriza invita Tina, si capisce, anche dal pregresso, che siamo di fronte a qualcosa di insolito ma è chiara la voglia dell’autore di tirare dritto. In effetti in quel momento mi premeva andare avanti con la narrazione e passare all’evento successivo. Oggettivamente di autori pubblicati che scrivono in quel  modo ce ne sono anche eh, ma da parte mia un grosso chissene.

Ieri è giunto il momento di riscrivere la frase, per il semplice motivo che avevo voglia di farlo e questa è l’unica spinta che attualmente mi motivi a mettermi alla tastiera. E una riga si è trasformata in 7000 battute di cui sono enormemente soddisfatta perchè portano un reale contributo evolutivo ai personaggi.

Innanzitutto c’è la telefonata, risponde la suocera di entrambe, Donna Carmela che vive col figlio e quindi con Tina, e si dilunga. Poi c’è il pomeriggio, Tina è arrivata a Milano da pochi mesi e ho raccontato una zona a me molto: cara Sant’Ambrogio, cercando di vederla con gli occhi di Tina che ancora non era stata da quelle parti. E poi c’è il caffè insieme in una bella pasticceria di via De Amicis (e mi è venuta voglia di tornarci perchè è peracchio che non ci vado), un posto elegante.

La pasticceria era un ampio locale retrò con due sale e presentava già in vetrina una sfilza di torte piene di riccioli di cioccolato e sontuose creazioni di panna, tanto che Tina, timorosa fino a un istante prima di trovarsi a trascorrere un pomeriggio terribile, si rincuorò un poco.

E soprattutto la conversazione tra loro. Ecco la parte finale.

Patrizia continuò:

“Milano è come una bella donna, che si scopre solo per amore. Non è una puttana, se la ami, lei ti ricambierà, se la disprezzi, fatti tuoi, lei ti mostrerà il suo lato peggiore e il peggio, Tina cara, non è come pensano al sud, la nebbia, che pure quella ormai è un ricordo. Il peggio è il padre di famiglia che a un certo punto perde il lavoro e non ce la fa più, perde pure la casa, la moglie e dorme alla stazione Centrale. Il peggio è lo spaccio di Rogoredo, che adesso è Rogoredo e una volta era il Parco Lambro, non è cambiato niente. Io sono una milanese doc, mia nonna abitava in una casa di ringhiera, in una via che parte da piazza Firenze, uno degli incroci più trafficati di Milano, ci passeranno sei o sette tram diversi, un intrico di binari e fili elettrici, bellissimo. Prendilo un tram un giorno, uno di quelli vecchi, ce ne sono ancora sai? Con le panchette e i lampioncini appesi a forma di campana, l’1, il 19 o il 10, e fatti un giro, così, guardi un po’ fuori dal finestrino e un po’ dentro gli animi dei passeggeri. Vedrai la sudamericana con le borse della spesa più grandi di lei, i ragazzetti con il cappuccio della felpa tirata sulla testa anche quando fa caldo, il milanese fighetto col cellulare che pare una protesi.”

Ma cha diamine, mi ha chiesto di uscire per parlarmi dei tram?

Poi, senza dire niente a nessuno, un pomeriggio, qualche giorno dopo, Tina un tram lo prese sul serio, andò proprio in piazza Firenze con l’autobus n. 69 che già conosceva e dopo essersi imbambolata e confusa con tutti quei numeri e percorsi, si decise a salire sul 19 quando vide che aveva proprio le panchette di legno e i lampioncini come aveva detto Patrizia. Si sedette in fondo, con la borsa sulle cosce e i brividi di freddo a ogni apertura di porta. Arrivò fino al capolinea, le era piaciuto il nome e in base a quello aveva scelto la direzione: Piazza Pompeo Castelli. Quando era scesa il tram si era rivelato più interessante della piazza, che di bello aveva solo il nome, risalì quindi sul mezzo successivo e tornò indietro. Voleva dirlo a Patrizia, ringraziarla perché quell’oretta trascorsa lungo le rotaie le era sembrata così autentica e rivelatrice del vero cuore della città, in una parola era stata speciale, tuttavia ancora una volta la timidezza che la contraddistingueva ebbe la meglio e quella telefonata a Patrizia non la fece mai. Sentendosi debitrice, dopo una settimana, le mandò un whatsApp con la figura del tram, l’emoticon sorridente e due cuoricini rosa. Patrizia capì e le rispose col pollice in su, e quando, il giorno seguente, Tina andò alla bottega a portarle la pastiera, la cognata le strinse il braccio e in qualche modo tra loro cambiò tutto.

La scrittura, tra le tante cose, è un continuo equilibrio tra dire e non dire, o piuttosto mostrare e non mostrare. La frase originale era talmente didascalica da risultare persino inutile: la sorpresa di Tina nel ricevere l’invito non si sa bene cosa produca, lo sviluppo è tronco e quasi quasi sarebbe stato meglio non parlare affatto del caffè tra loro. Il rischio opposto invece era quello di cadere nel classico spiegone, ma credo di essermi salvata da tale insidia.

Scrivere in definitiva, mentre mi rendo conto di festeggiare, si fa per dire, i dieci anni di gavetta (il mio primo romanzo uscì nel giugno 2010 ma proprio in questi giorni partecipavvo al concorso Giallo Milanese indetto dalla casa editrice che avrebbe poi pubblicato Frollini a colazione e io ne conoscevo la proprietaria grazie appunto alla competizione) continua a essere bellissimo e difficile. Emotivamente è dura continuare a farlo nel contesto di incertezza in cui mi trovo ora, tuttavia arrivano ancora momenti di euforia, come quello di ieri, quando per un paio d’ore mi sono completamente estraniata da qualsiasi cosa, per poi tornare sulla terrra con delle pagine che probabilmente dieci anni fa non sarei stata in grado di creare.

Metto, come faccio spesso in questi casi, le mani avanti dicendo “al di là dei risultati delle pagine di ieri”, vi dico di averle scritte senza sapere dove mi avrebbero condotta, Patrizia ha stupito anche me – ho già detto che i personaggi non sono marionette i cui fili vengono mossi dall’autore, ma piuttosto pupazzi a molla a cui l’autore gira la chiavetta – e ho agito di pancia, lasciandomi ispirare dai miei amati tram. Ci tenevo a raccontarvi queste cose e a farvi leggere un estratto, non per dare una lezione di scrittura, figuriamoci, ma per fermare l’istante, in un periodo per niente facile, non solo per le ragioni editoriali di cui vi ho parlato, ma anche, e di questo più strettamente privato sono a conoscenza in pochi, purtroppo per altro.  C’è sempre per me qualcosa di salvifico nella scrittura, qualcosa di intimo e profondo nelle sue suggestioni, ieri mi sono venuti in mente certi pomeriggi di freddo con l’Orso in Sant’Ambrogio, alcuni risalgono ai primissimi anni di matrimonio.

IMG-20191005-WA0001Per la prima volta dopo oltre cinque anni sto scrivendo un romanzo senza avere la minima idea di quale sarà la sua destinazione, per cinque anni infatti ho avuto un committente o, in alcuni momenti, un’alternativa perchè volevo sperimentare altre strade, ad esempio con Delos Digital. La ragazza che ascoltava De Andrè  è in cammino, sarà un percorso lunghissimo e, nella migliore delle ipotesi, sarà un testo apripista per cui dopo potrei sfoderare il rosa e questo YA, ma capite che è tutto davvero molto aleatorio. Intanto la carissima, Silvia Algerino, che ringrazio, mi ha regalato la copertina. Io la trovo stupenda.

Così in qualche modo vado avanti. E’ appena uscito un libro in cui si parla dei 50 anni, come di una golden age, un’età in cui tutto può essere ancora suscettibile di cambiamenti, mentre mediamente si rischia di non essere più apprezzate. Questo “sentire” mi è ahimè noto, ma voglio ancora credere che la fuori ci sià quell’opportunità che fino a oggi mi è sfuggita, per una serie di cause, pianeti disallineati, e mio scarso discernimento (talvolta). Voglio crederlo perchè i miei romanzi nel cassetto sono i migliori che io abbia scritto, nonostante avessi ritenuto a lungo che Le affinità affettive fosse insuperabile.

Ci sono delle frecce nella mia faretra, anche se in effetti ora come ora mi hanno sottratto l’arco 😦

12 pensieri su “Scrivere

  1. Hai sviluppato una frase quasi sterile, in un susseguirsi di belle immagini, così le ho “viste”io, perché come sai, leggere è farsi un film in testa. Mi dispiace che tu abbia un a situazione difficile in corso, spero che possa avere un finale positivo.

  2. Scrivere è una sorta di bisogno emotivo, una creatività che genera storie, immagini, interrogativi ed emozioni. Proporre ciò che si scrive oltre alla cerchia degli amici e parenti benevoli non è facile, il mondo là fuori è competitivo e governato da clientelismo e regole economiche spesso poco chiare. La regola aurea oggi è la visibilità: chiunque abbia vuto un minuto di fama, anche negativa, diventa un potenziale venditore di se stesso( ieri sono entrata in una grande libreria di catena ed ho trovato VICINO ALLA CASSA una pila di copie di un libro di una tizia che mi dicono essere una influencer diventata “famosa” per essere stata tradita dal fidanzato in tv… ).
    Continuamo ad essere persone normali e a scrivere, confidando nella fortuna che arride agli audaci e a coloro che ci credono davvero!

  3. Inizio col dirti che la coperti di “La ragazza che ascoltava De André” è superlativa.
    Il resto, la scrittura è questo, tirare fuori una storia da una frase. Fa diventare una didascalia qualcosa di vivo e speciale. A me hai fatto venir voglia di prendere un tram, quindi direi che la missione è pienamente compiuta

  4. @ Senpre mamma, bene se tu hai visto il mio brano, lo considero un buon risultato e ti ringrazio e grazie, come grazie anche a @ Speranzah per la comprensione al mio periodo complicato
    @ Brunella chissà, se la fortuna girerà da questa parte, lamentarsi per i librdi dei vari influencer ahimè non serve a nulla, ma fanno tanta rabbia
    @ Tenar, oh, perfetto se ti ho fatto venire voglia di farti un giro sul tram! Grazie
    @ Tutte, la copertina potrebbe rimanere solo un graditissimo omaggio perchè quando e se La ragazza che ascoltava De André verrà pubblicato magari sarà un editore che non accetta suggerimenti, questo è un ambito molto variabile
    Grazie a tutti, scusate per il rispostone collettivo, ho apprezzato tanto tanto le vostre parole davvero

  5. Prendi una freccia, ne scaldi il legno e lo curvi, ci metti una corda dall’altra parte ed ecco che hai un nuovo arco, pure più leggero. 😉
    Bellissimo l’approfondimento con i tram. Quasi quasi per i tuoi romanzi dovresti farti sponsorizzare dall’ente promozione turistica di Milano! Altro che quelle che scrivono di corna senza aver mai letto un libro (e uno potrebbe pure dire: se quella avesse letto un libro, magari sarebbe stata più furba da non farsi mettere le corna, eh!)
    Per il resto… meno male che c’è la scrittura (pure la lettura)! Pensa a tutti quelli che non hanno la soddisfazione di immergersi nelle storie, per una parentesi salutare dalle beghe quotidiane! Scrivere (e leggere) è salute. A tutti gli altri invece restano solo… le corna! 😀 😀 😀

    • Molto divertente il tuo commento, so a chi ti riferisci ovviamente. In effetti Milano mi è un po’ debitrice che nei miei libri ne parlo sempre e sempre bene. Non come altre cha parlando di Parigi o Londra buttando lì una roba veloce e poi il romanzo potrebbe tranquillamente svolgersi a Prato, Ladispoli o Enna. Ormai, cara Barbara, vivo oltre i risultati, il passato recente è stato talmente una botta che mi ha estraniata da tutto il sistema, se un giorno ho voglia di scrivere, come venerdì bene, altrimenti col piffero. Un caro abbraccio

  6. Sono frecce affilate cara Sandra, leggi scoccherai al momento giusto. Intanto ci godiamo lo spoilerone e annotiamo che che sei l’unica autrice che le Volpi conoscano che alla seconda revisione invece di tagliare rimpolpa. Ma ci piaci così come sei.

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