Il rispetto che manca nell’editoria

Premessa: so bene che parlare in generale, il classico “di tutta un’erba un fascio” di solito non consente grandi approfondimenti e non lascia spazio ai virtuosi che tentano di uscire dalla massa, ma pazienza.

Gli imprevisti negli ultimissimi giorni hanno fatto saltare il banco in maniera molto pesante, facendo scivolare in fondo alle priorità il tempo e l’energia che posso dedicare all’editoria e quindi, in pratica, alle attese, perchè di questo si tratta. Attese anche di risposte concrete per poter poi rimettere magari mano ai testi.

Le promesse non mantenute, quel'”ti dico il giorno tot” per poi rimandare o peggio sparire fanno perdere credibilità e questo in editoria avviene sempre. Sempre. Ormai è stucchevole, è “Al lupo, al lupo!!” E’ ma chi credi di prendere in giro? Siamo a livello del cane che mangia i compiti.

In ogni campo l’abuso di un concetto ne diminuisce la potenza. Le cose importanti vanno spese con parsimonia. Non dico a tutti “Ti amo”, così come se non posso esserci, nonostante la parola data, è perchè è successo davvero qualcosa di serio, mai perchè non so gestirmi.

L’editoria non sa gestirsi. Vive di mancato rispetto, non considera la dignità degli autori.

Allora ho mandato io qualche risposta, non agli editori, quelli se ne fottono, via la Sandra, c’è la fila di autori pronti, magari pure con opere migliori. Ma purtroppo agli intermediari, quelli che dovrebbero garantire un filtro (spesso a pagamento) e un appoggio, invece stanno diventando un gradino scivoloso su una scala infinita che non porta a nulla. Ho detto che non sono interessata a lavorare con chi si pone su un pianeta tanto diverso dal mio, chiudo io la partita. Grazie, addio.

Delusa? Avvilita? Non è questo il punto, il punto è capire le situazioni. Il problema non sono i rifiuti: non sono brava abbastanza o adatta al mercato attuale? Ne prendo atto (anche se poi tocca scontrarsi con il romanzo di Pif); la questione sono le mancate risposte, i solleciti continui che cadono nel vuoto, le scuse. Mi umilio a chiedere e dall’altra parte addirittura ci si offende. Non scherziamo.

La vita cambia di continuo, anche quando sembra immobile. A noi il compito di trovare il passo giusto e andare avanti, possibilmente circondandosi di persone affini. Chi fa così non ha molto da spartire con me.

17 pensieri su “Il rispetto che manca nell’editoria

  1. A volte è anche per questo motivo che alcuni autori puntano sull’editoria in digitale e self, proprio perché non sempre riescono ad avere un rapporto con quella tradizionale, che navigando nelle sue acque incerte e perigliose, ti prende in considerazione solo se già sei un nome noto (vedi il caso di sedicenni che fanno furore con le fanfiction, o di youtuber che producono video di successo, ma di argomento talvolta casuale”).
    Rare volte, qualcuno riesce almeno a darti una risposta, ma di solito avviene con tempi troppo dilatati per permettere a persone che ci si impegnino di elaborare una buona strategia autoriale.

    A ogni modo, spero che in futuro ti capiti di avere a che fare con editori e intermediari più presenti 😉

    • Grazie, infatti il self consente di non avere queste situazioni, poi purtroppo ha anche sdoganato la facilità con cui magari si dà un libro in pasto al pubblico, ma non è questo il punto ora. Io ho ancora qualche risposta da ricevere da alcuni editori piccoli che mi interessano, esattamente 4, che mi consentirebbero l’unica cosa che conta attualmente: far arrivare le mie storie ai miei lettori, dico miei, quindi quelli acquisiti che sono affezionati. Ho messo via l’idea del salto, di cui ho parlato a sfinimento, ma sono arrivate altre cose nel bene e nel male con cui semplicemente fare i conti. Grazie, Conte.

  2. Credo che molta parte del’editoria, che è fatta di piccole medie imprese alla fine, non certo di quei grandi colossi che si contano con una mano, sia in difficoltà e abbia perso completamente il focus della propria attività. Invece che leggere e valutare seriamente manoscritti, si arrancano dietro alle piattaforme digitali e ai social, tra corsi, concorsi, presentazioni, webinar, podcast, community, tutte per scrittori e tutte a pagamento. Col rischio, concretissimo, che nessuno legga più i manoscritti (richiede tempo), nessuno li valuti più (richiede competenze) e nessuno risponda più alle mail. Sicuramente le ore/uomo a disposizione delle case editrici non sono più sufficienti a gestire le tonnellate di manoscritti ricevuti. Tanto varrebbe a questo punto mettere un invio a numero chiuso.
    Ma è proprio per scavalcare queste difficoltà che si ricorre, a pagamento, al servizio di editing e di agenzia letteraria: per avere una corsia preferenziale, una lettura e un giudizio assicurati, in tempi certi. Peccato che adesso anche gli editor e le agenzie non riescano più a star dietro alle richieste! Però, anche lì, non dovrebbero prendere incarichi che sanno di non poter portare a termine…

    • Scrivere questo post mi è servito per buttare fuori la cosa, che dentro di me marciva, adesso non è più mia e non mi fa più male e se qualcuno si sente offeso, non si sa mai chi mi legge, pazienza. Le soluzioni ci sono, come dici tu, numero chiuso di invii e/o in periodi determinati, che poi dai sinossi e 10 cartelle e come va la faccenda se sei un professionista lo capisci, e in caso sembri appetibile ti fai mandare il testo completo. Sono più seri i dipendenti che si fanno carico di una mole di lavoro che non si sono cercata, spesso sproporzionata allo stipendio, di certi imprenditori.

  3. C’è un tema che riguarda la serietà, e tu l’hai toccato, e uno che riguarda la professionalità (di questi agenti, pseudo editor, spesso millantatori). Quest’ultima non si improvvisa. E nemmeno si spaccia. Chi si rifugia dietro il troppo lavoro, i problemi tecnici, o quant’altro ha difficoltà a comprendere cosa significhi. È utile in questi casi casi mollare l’osso prima che ci spacchi i denti. Ci tornerò su, intanto sai che ti sono affine e molto molto vicina

    • Chi mi mi incrocia sul lavoro, es, alla pausa caffè, spesso mi vede che rido, con un gruppetto di amiche divertite, ma appena varco la soglia dell’ufficio sono di una serietà e professionalità universalmente riconosciute, la serietà come sottolinei tu, è indole, la professionalità significa competenze e quelle si acquisiscono con lo studio e/o l’esperienza, mi occupo di una cosa molto ristretta, ma la consco nel profondo e a me ci si rivolge con fiducia. Se dico oggi è oggi, se dico che qualcosa ahimè non è prioritario nella mia scaletta, cerco comunque di non farlo scivolare in un fine-pena-mai.
      So che mi sei vicina, cara, ti sto sfinendo di vocali 😀 Grazie.

  4. Come hai ben sintetizzato nel titolo in questo mondo attuale manca il rispetto. O si prendono più impegni delle reali possibilità o in sostanza ci si applica solo a ciò che realmente rende. Sta di fatto che il mondo editoriale non si distacca per nulla da questo atteggiamento. Però, come già è accaduto in passato, dimostri di avere carattere mettendo i tuoi paletti e non si può che ammirarti per questo,

    • Il mondo editoriale incarna il peggio di questo atteggiamento diffuso. Sono andata avanti con tutta la determinazione possibile nonostante questo modo di lavorare, contrastando con la mia serietà, ma non è servito, ora tocca solo prenderne atto. GrazIe per l’ammirazione.

  5. Il rispetto, già! La sensazione sgradevole è spesso quella di sentirsi piccoli e subordinati a persone da cui dipende qualcosa di importante, che per loro, invece, non lo è affatto. Le attese, le pendenze sono tutte a carico tuo, chi sta dall’altra parte pensa di potersi prendere tutta la libertà di rimandare, trovare scuse, ignorare. L’editoria è un mondo davvero per pochi e, ormai, sempre meno buoni. 🙁

    • Già, Marina, si dice sempre pochi ma buoni e in questo caso manco quello.
      Ho appena letto di un mio conoscente autore molto valido, non del nostro giro, che pubblicava con un editore piccolo davvero virtuoso ed è passato al self, ha dichiarato di essersi sempre sentito trattato da figliastro, che comunque si pretendeva che lui girasse per promuoversi come una trottola e, questo lo dico io non so come siano andate effettivamente le cose, di solito coi piccoli editori le spese sostenute per le trasferte sono tutte a carico dell’autore, per cui… questo editore che da fuori io ho sempre ammirato all’atto pratico non era così appetibile.
      Dal canto mio mi sto chiedendo se qualcuno dei miei contatti arriverà qua a leggere questa critica e magari si sentirà offeso ma io sono passata dall’altro lato, questa cosa davvero non può occupare così tanto spazio nel mio cervello. E’ un veleno che ho deciso di estirpare.

  6. Lo scarso rispetto per gli autori c’è, è diffuso. Che poi sembra che vogliamo vederci srotolare tappeti e offrire anticipi da favola, quando magari ci basterebbe quel minimo di serietà, e l’educazione che fa rispondere a una proposta, in un tempo in cui la risposte si mandano anche in automatico. Non credo che esista un motivo valido per non avere rispetto per le persone. Se dobbiamo comportarci come selvaggi, andiamo in giro con un osso tra i capelli e con la clava in mano, senza fingere di essere colti ed evoluti. Queste cose, queste persone, bisogna lasciarle indietro. Non hanno bisogno di noi, non abbiamo bisogno di loro.

    • Il tuo finale me lo devo tatuare, “non abbiamo bisogno di loro” a cosa mi servirebbe del resto qualcuno che non solo non mi porta ai risultati, ma mi getta addosso un modo di rapportarsi che non mi appartiene? A niente.

  7. Che ci sia scarso rispetto per gli autori mi sembra assodato ormai, non vengono presi sul serio o, forse, si è troppo concentrati sul puntare su prodotti più “facili” che vendono a prescindere. Se poi gli intermediari non fanno quello per cui dovrebbero spendersi e sono pagati allora fai bene a chiudere i ponti con loro. Le perdite di tempo non sono mai piacevoli, già è difficile così.

    • Guarda, cara, sono già oltre. Sono felice di aver buttato fuori questo post, poi ho trasformato la rabbia in energia per guardarmi intorno e presto ci saranno delle novità qui nel blog.

  8. L’editoria mi ricorda tanto quelli che dovrebbero fare i lavori a casa nostra. Abbiamo preso permessi dal lavoro per stare a casa ad aspettarli e non si sono presentati né ci hanno avvertito, più volte. Che rabbia, e che frustrazione!

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