Le nostre paure

Credo che le nostre paure più grandi siano tutte legate alla perdita, da quella estrema: la morte dei nostri cari, alla perdita del lavoro, della stabilità economica, della persona amata per una separazione.

Quel 15 novembre era il mio terzo giorno di ferie programmate, una festa pre natalizia, il compleanno di Nanni il giorno prima, la vita fatta a stelle filanti, che poi si ribalta e ti manda a misurare il marciapiede. Il lunedì successivo ci sarebbe stato lo sciopero in azienda (si era in ballo coi licenziamenti); io, come sapete, non sono dipendente, e c’era stato quindi uno scambio fitto di messaggi per capire se potessi scioperare in solidarietà, una roba ansiogena per cui volevo essere solidale, mio marito sarebbe rimasto fuori dalla ditta, ma forse non potevo farlo. Alla fine si era capito che avrei dovuto mettermi in ferie, ma le ferie vanno chieste in anticipo, in 31 anni di lavoro io sono stata a casa senza preavviso solo tipo 3 volte: quando la sera precedente era morto improvvisamente mio nonno, idem mio suocero e quando avevo trascorso la notte in attesa di notizie di mia mamma che era al Pronto soccorso con mia sorella dalla sera prima, quella mattina io e mio padre andammo a riprenderle. C’è chi se ne frega, e sta a casa così, per cavolate immonde, poi torna, “mette fuori” un giorno di ferie retroattivo e amen. Di solito personaggi di questo tipo non sono ben visti dalla direzione e neppure dai colleghi. Quel venerdì non potevo chiedere ferie per il lunedì, perchè ero già in ferie! E così il lunedì alla fine avrei lavorato e salendo le scale qualcuno mi avrebbe urlato dietro “vigliacca!” Col rappresentante sindacale che spiegava la mia particolare situazione. Io in lacrime. L’Orso e amici trentennali ai cancelli con le bandiere della CGL, CISL e UIL.

Ma quel venerdì, il giorno della scrittura pipistrello, dovevo decidere che diavolo fare, cosa potevo fare con la protesta dei lavoratori. Lo stomaco come sempre è stato il primo a rimetterci il sabato mattina. Io tra le braccia di Emanuele piangevo “non so più scrivere.” Era la mia paura. Non certo tremenda come perdere lui, il mio faro, il mio cielo che stasera è dagli amici a giocare a poker, mentre io mi sollazzerò con un sabato sera rilassatissimo: divano, lettura e cena con thè e brioche. Non certo come ricevere una lettera di licenziamento, e neppure come perdere la salute, eppure è stato brutto. Mia madre purtroppo non ha mai capito la mia scrittura, se ne interessa marginalmente e se lo fa purtroppo è quasi esclusivamente per criticare, ha mostrato grande ostilità verso Frollini a colazione, e apprezzato abbastanza due miei romanzi Ragione e pentimeno e Cene tempestose, poi, non avendo ricevuto alcun feedback da Le affinità affettive, che capirete quanto per me fosse Il romanzo della vita, ho smesso di regalarglieli. Sapendo che non ero stata bene ha dato la colpa alla scrittura, quando, in piccola parte era stata anche lei la causa, perchè avevamo discusso sull’annosa questione “dove fare Natale”. Così al mio “non so più scrivere” ho aggiunto “ma forse è meglio se non scrivo, forse ha ragione mia madre, scrivere mi agita!”

Il bene non è mai messo i discussione, ma se il terreno di gioco è pestifero va evitato, altrimenti è uno stillicidio. Ho delle difficoltà oggettive a gestire i conflitti familiari. Con mia mamma facciamo altro, parliamo d’altro, ma non è stato facile mettere questi paletti.

Posso dirlo? Stavo di merda.

Non era: “non scrivo più perchè l’editoria è una fogna”, bensì “non scrivo più perchè non sono più capace e forse mi fa pure male!”

Non so nemmeno io come ho fatto a uscirne, ne sono uscita pensando che non ne sarei uscita. Non mi sono data un tempo, ho smesso totalmente di raccontare a mia madre qualsiasi cosa scrittoria, per esempio i felici progressi di collaborazione col fotografo, che lei aveva disapprovato, ho smesso di informarla sulle bizze del mio stomaco. E’ pieno il mondo di gente che soffre di gastrite e riversa ogni emozione nell’apparato digerente. Ho deciso che non dovevo scrivere per forza se non ne sentivo l’urgenza creativa, ma ho goduto ogni singola parola che ho messo insieme per gli articoli per il fotografo che, per fortuna, in quel periodo me ne ha commissionati parecchi ed è sempre entusiasta dei miei pezzi. Ho aspettato che succedesse qualcosa, consapevole che poteva non succedere nulla. Ho scaricato molti e-book a 99 cent sul mio kinlde, “se non scrivo ho un sacco di tempo in più per leggere.”

Poi quando ho iniziato non dico a stare meglio, ma come ho raccontato, a dimenticarmi dell’accaduto perchè:

A La trattativa per i licenziamenti si è chiusa, e con tutto il dispiacere per i malcapitati comunque tutti volontari nell’accettare la proposta dell’azienda, bisognava buttarsela alle spalle.

B Erano subentrati altri problemi più importanti.

C Era Natale.

Ho cambiato completamente prospettiva.

Non so più scrivere?

Be’, vediamo se è proprio così.

Per saperlo dovevo scrivere qualcosa di completamente nuovo.

In settimana ho messo a segno un altro risultato, oltre al contratto per L’ultima neve. Ve ne parlerò più avanti.

Allora oggi mi sono premiata.

Sabato scorso, tornati da teatro poco dopo le 22, lo spettacolo è stato bello ma piuttosto breve, abbiamo passeggiato da S. Babila al Castello, e ho visto questi stivali nella vetrina di Aldo. praevia_black_001-002-043_main_rc_nt_500x635130 euro, scontati 65! La settimana pestifera in ufficio non mi ha proprio consentito di andarci dopo il lavoro, così oggi era rimasto soltanto il n. 39. (Immagine presa dal sito).

Ma la commessa mi ha proposto questi, che alla fine erano pure migliori.

IMG-20200118-WA0025

Foto fatta da me. Il tacco è leggermente più  basso degli altri, costavano 150, scontati 75.  Sono comodissimi e tutti in pelle.

Avevo proprio voglia di un paio di stivali neri, perchè li ho marroni. Voglia, non bisogno, ma quando si affronta una paura, dobbiamo gratificarci, e lo shopping, si sa, ha ancora un grande ascendente su buona parte di noi.

9 pensieri su “Le nostre paure

  1. Anche mia mamma è sempre stata critica sulle mie scelte, sul mio lavoro, su dove ero andata a vivere e su molto altro. Da molti anni non c’è più eppure quel rapporto conflittuale mi manca molto e devo dire che su certe cose aveva ragione, ma non posso nemmeno dirglielo. Gli stivali sono molto belli e essendo in pelle sono un vero affare. A volte ci sentiamo incapaci di svolgere quello che amiamo, che ci aiuta, che ci identifica, per fortuna sono momenti, lunghi e tormentati, ma momenti

    • Certi conflitti sono generazionali, non si scappa. Io e mia mamma abbiamo comunque un ottimo rapporto, ma, c’è da dire che oggettivamente le sue previsioni/predizioni catastrofiche su alcune mie scelte proprio non le ha azzeccate e non è il tipo da chiedere scusa. Ovviamente mi mancherà un sacco quando non ci sarà più. Gli stivali sono fighissimi. Un bacione

  2. Mamma mia quanto mi riconosco! “Non so più scrivere (non ho mai saputo farlo) e forse è il caso che non mi ci metta più” è una cosa ciclica. Il marito non ha molta pazienza con queste fasi, tendenzialmente dice che chi non è mai riuscito a pubblicare niente vedendomi vorrebbe linciarmi. Ha ragione, ma sul subito non aiuta. Aiuta un po’ il sapere ormai che poi passa. Purtroppo, come dici tu, altre perdite invece restano.

    • Ok, linciateci, dunque, siamo qua.
      Una crisi così potente non credo si possa ripetere, si è stratificata sulle fatiche del 2019, delusioni tremende fino a lasciare Thesis e goWare, infine il giorno che rimarrà nella mia piccola storia come il giorno del pipistrello.

  3. Alla fine ci tiriamo su con prosecco e shopping! Cara Sandra, tu sai scrivere e lo sai. Lascia stare chi gufa, non fa bene alla nostra scrittura la negatività. Circondati delle cose belle che possiedi, l’Orso e le tue storie. Non vedo l’ora di leggere l’ultima neve, insomma, la madrina la sua creatura deve conoscerla!

  4. Gratificarsi con qualcosa di cui abbiamo “voglia” e non “bisogno” è importantissimo, soprattutto dopo un periodo negativo e stressante. È un peccato che tua mamma non apprezzi o non ti faccia sentire apprezzata riguardo alla scrittura, i genitori sono sempre i critici che temiamo di più, però sono forse i meno obiettivi. Un abbraccio

  5. Eh, la famiglia dovrebbe essere un porto sicuro, ma non c’è una patente per i buoni genitori. Solo a quelli adottivi gli fanno pelo e contropelo, degli altri non so quanti ne uscirebbero a pieni voti. Aggiungici poi l’età, che amplifica certi caratteri non positivi.
    Bisogna credere in se stessi, nonostante i gufi, nonostante le madri, nonostante l’editoria. C’è un pubblico qui che ti legge sempre e comunque, vorrà pure dir qualcosa no?!
    Sulle gratificazioni… ti manderò in privato il mio ultimo acquisto, rosso fuoco. 😉

  6. Dopo il primo periodo in cui scrivevo e lo dicevo ad amici e parenti (mia madre e mia zia, in pratica), ho smesso di parlarne. Non è un argomento interessante, se non diventi famoso e non ti si vede nelle librerie; per non parlare dei pipponi mentali che ci travagliano, e interessano solo le persone che scrivono. Certo è che se si dovesse scrivere spinti dal mondo esterno, al massimo si preparerebbero le didascalie per le foto delle vacanze…;)

  7. @ Elena, ti sarò sempre grata per lo spunto de L’ultima neve e prima o poi un prosecco o un rosso ce lo beviamo insieme
    @ Per tutte vorrei citare questa frase di un romanzo di Jonathan Coe: non credo che quando Van Gogh ha dipinto i girasoli si sia chiesto se a sua madre potessero piacere. Purtroppo dal non piacere ciò che scrivo, legittimo, a vedere il male oscuro nella scrittura ce ne passa
    @ Giulia, Barbara gratificazioni come se piovesse, che se piove ho gli stivali (Barbara attendo foto)
    @ Ah, Grazie, ecco hai smesso, bene proprio come me.

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