Cambiare rotta e scacciare i pipistrelli

Da tempo capivo che questa ricerca dell’editore big mi stava facendo male. Nelle ultime settimane la difficoltà di fare il grande salto mi ha mangiata viva, ha oltrepassato la soglia di un normale obiettivo per cui si lavora sodo per raggiungerlo e ha occupato troppe risorse nel mio quotidiano. Energie emotive, non solo di azioni. Era necessario interrompere questo loop, ma i pensieri non sempre si lasciano governare dalla razionalità, “va be’ dai, non fa niente” non si traduceva con un reale convincimento.

Era un ordigno da disinnescare, altrimenti mi avrebbe uccisa.

Ci ha pensato la vita a farmi cambiare rotta: di colpo il tempo da dedicare ai miei progetti – l’ho accennato nel post del 28 novembre – si è ridotto di parecchio, ma soprattutto sono venute meno concentrazione e testa sgombra. In realtà la testa sgombra non l’abbiamo mai, però insomma sufficientemente libera per mettere insieme qualcosa di sensato e quel minimo di serenità per non lasciare che le attese ci irritino oltremisura, quando si è già sotto sopra per altro. Se navighi in un mare in tempesta nella tua vita privata, la soglia di sopportazione del mondo editoriale si abbassa drasticamente.

Non voglio più che sta cosa mi logori, non posso nè voglio dare il mio tempo a gente che non lo rispetta, mi ripetevo. Su cosa devo focalizzarmi per prendere un’altra direzione? Qualcuno, ed è stato importante per me, mi ha detto “noi ti aspettiamo, non capiamo perchè incontri tutti questi ostacoli. Ma aspettiamo proprio te!” Non ha alcuna importanza se gli ostacoli ci sembrano incomprensibili e ingiusti, erano lì e continuavo a sbatterci il naso, per quanto tempo avrei potuto andare avanti a sanguinare?

Intanto pensavo che la sola idea di riscrivere La ragazza che ascoltava De Andrè mi dava il voltastomaco, si sarebbe trattato di un compito immane che non avrei potuto portare avanti rubando mezz’ore qua e là. E perchè diavolo poi? Ho davvero adorato scrivere questa storia, e l’ho fatto senza pensare alla pubblicazione, non ritengo sia perfetta, ma neppure da demolire. Scrivere significa riscrivere, revisionare, tagliare, rimpolpare, modificare, va bene, ma andare incontro a un lavoro di questa portata me l’avrebbe fatto odiare.

Ho quindi scelto di affidarmi a un editore in fasce, neonato, fondato da un’autrice con un trascorso per molti versi analogo al mio, stanca del sistema, che ha deciso di passare dall’altro lato della forza, avvalendosi di collaboratori rodati. Può far sorridere? Può, ma io dovevo scardinare un meccanismo. Certo, ho fatto le mie valutazioni con lucidità e consapevolezza e, forte delle cantonate prese in passato, nel giro di una settimana ho firmato un contratto completamente free che ho giudicato interessante. La proprietaria mi ha telefonato una domenica mattina, entusiasta per La ragazza che ascoltava De Andrè, anche per la mia voce così particolare, definita e coraggiosa. E’ una donna dinamica, c’è il nostro gruppo whatsapp di autori e tutto questo mi ha davvero rimessa in moto su binari completamente differenti. In piccolo perchè le idee di grandezza non mi appartengono più.

Non sto dicendo che ho trovato L’editore della vita, della svolta, ecc. ma semplicemente che faccio questa esperienza e vedo come va, sapendo che non sfonderò, ma metterò in circolo il mio romanzo, affiancata da una squadra che ho giudicato seria e motivata. So anche molto bene che si tratta di un Piano B, ma credo sia più intelligente avere un piano di riserva piuttosto che disperarsi per la mancata realizzazione del Piano A.

I pipistrelli sono volati via.

Non diventerò mai famosa, ma ho ritrovato me stessa. Finalmente. Ringrazio chi in queste settimane deliranti si è sciroppato tutti i miei vocali ♥♥

Salvo imprevisti il romanzo uscirà a giugno.

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PS. In tutto questo è anche venuto il momento di raccontarvi in breve il motivo di grande tribolazione a cui ho accennato più volte, che non c’entra nulla col dolore degli ultimi post di cui non parlerò, troppo intimo.

Il 23 settembre l’azienda per la quale lavora l’Orso, e dove lavoro pure io fisicamente pur non essendo dipendente (in questo post ne spiego il motivo), ha annunciato l’avvio della procedura per il licenziamento collettivo di venti impiegati. Non entrerò nei dettagli, la trattativa si è conclusa ieri, nei tempi previsti, con sette dipendenti – numero degli esuberi a cui la società era scesa nel frattempo – che hanno accettato l’incentivo all’esodo e rimarranno a casa. Due mesi e mezzo che potete immaginare, sette famiglie a cui tocca rinventarsi, in un paese in cui le politiche per il lavoro non sono mai prioritarie.

I colori di Natale

Non solo i super classici oro, rosso e verde, ma anche tanto azzurro ghiaccio e poi una profusione di colori in libertà che mettono allegria e fanno festa uscendo dagli schemi.

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La vetrina di Marchesi in Galleria, pasticceria storica con diversi negozi a Milano, attira gli sguardi di tutti, tocca aspettare un po’ per poter fare una foto senza che ci sia nessuno davanti. Che spettacolo meraviglioso queste torte e il trenino con i cioccolatini, vero? Certo poi i prezzi vanno di pari passo eh, ma per uno sfizio una confezione di qualcosa si può fare. Io adoro le gelatine di frutta e le praline. Se volete sbirciare ecco qua, cliccate.

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Questa carta da regalo coloratissima mi piace anche molto, ho impacchettato i doni per tre ragazzini, ma non la vedo male neppure per gli adulti. Cechiamo di goderci il momento, ovunque mi giro vedo amici alle prese con problemi di varia natura, eppure vorrei che chiunque potesse comunque gioire per l’atmosfera tipica dell’Avvento e delle feste. Questo post è solo una briciola, ma il suo intento è proprio questo: distrarsi un attimo, io per prima, e scaldarsi il cuore.

Vi abbraccio.

Il tempo di dicembre

pexels-photo-195030Ci siamo, perchè il tempo va avanti, incurante – e talvolta è meglio – delle nostre tribolazioni, del nostro volerlo fermare nei rari momenti perfetti, che nel giro di poco diventano ricordo.  Presto sarà bilanci e considerazioni sull’ultimo anno del secondo decennio del terzo millennio. Arriverà il 2020 che suona proprio bene: due 20 appaiati, mentre nel mio immaginario gli anni ’20 sono ancora quelli ruggenti del primo dopoguerra, quando nacquero Topolino e il Jazz e andavano di moda certi abiti corti con le frange.

Dicembre, un mese che non posso non amare, che si è aperto a lungo con il compleanno di mia nonna e da sempre inanella una serie di feste e brindisi.

Desidero poter brindare. Dolori inespressi nel blog si stratificano e non danno modo di accendere davvero le luci, ma sto procedendo come sempre, con diversi regali già comprati e la distrazione che poi arriva quando giro per le vie dello shopping e mi stupisco per come Milano sappia indossare il suo vestito migliore ogni anno. Raffinata, a tratti opulenta, sempre sfavillante. Ieri sera siamo andati a teatro, le vie del cemtro erano già addobbate, una meraviglia vera. Questa mattina abbiamo fatto l’albero e poi via via gli impegni del periodo giungeranno a compimento e speriamo davvero che il bello e il buono prevalgano.

Felice mese di dicembre, amici! 

Il rispetto che manca nell’editoria

Premessa: so bene che parlare in generale, il classico “di tutta un’erba un fascio” di solito non consente grandi approfondimenti e non lascia spazio ai virtuosi che tentano di uscire dalla massa, ma pazienza.

Gli imprevisti negli ultimissimi giorni hanno fatto saltare il banco in maniera molto pesante, facendo scivolare in fondo alle priorità il tempo e l’energia che posso dedicare all’editoria e quindi, in pratica, alle attese, perchè di questo si tratta. Attese anche di risposte concrete per poter poi rimettere magari mano ai testi.

Le promesse non mantenute, quel'”ti dico il giorno tot” per poi rimandare o peggio sparire fanno perdere credibilità e questo in editoria avviene sempre. Sempre. Ormai è stucchevole, è “Al lupo, al lupo!!” E’ ma chi credi di prendere in giro? Siamo a livello del cane che mangia i compiti.

In ogni campo l’abuso di un concetto ne diminuisce la potenza. Le cose importanti vanno spese con parsimonia. Non dico a tutti “Ti amo”, così come se non posso esserci, nonostante la parola data, è perchè è successo davvero qualcosa di serio, mai perchè non so gestirmi.

L’editoria non sa gestirsi. Vive di mancato rispetto, non considera la dignità degli autori.

Allora ho mandato io qualche risposta, non agli editori, quelli se ne fottono, via la Sandra, c’è la fila di autori pronti, magari pure con opere migliori. Ma purtroppo agli intermediari, quelli che dovrebbero garantire un filtro (spesso a pagamento) e un appoggio, invece stanno diventando un gradino scivoloso su una scala infinita che non porta a nulla. Ho detto che non sono interessata a lavorare con chi si pone su un pianeta tanto diverso dal mio, chiudo io la partita. Grazie, addio.

Delusa? Avvilita? Non è questo il punto, il punto è capire le situazioni. Il problema non sono i rifiuti: non sono brava abbastanza o adatta al mercato attuale? Ne prendo atto (anche se poi tocca scontrarsi con il romanzo di Pif); la questione sono le mancate risposte, i solleciti continui che cadono nel vuoto, le scuse. Mi umilio a chiedere e dall’altra parte addirittura ci si offende. Non scherziamo.

La vita cambia di continuo, anche quando sembra immobile. A noi il compito di trovare il passo giusto e andare avanti, possibilmente circondandosi di persone affini. Chi fa così non ha molto da spartire con me.

Il vecchio Luna Park delle Varesine (un tuffo al cuore per i milanesi)

C’è stato un tempo in cui mamma e zia si frequentavano da buone cognate, soprattutto per merito mio. Seppur diversissime non si detestavano, anche se, a dirla tutta zia Sandra Gisella non la detesta manco adesso.

Pochi mesi prima della separazione le due donne mi portarono al Luna Park delle Varesine, una roba malconcia che si trovava dove ora sorge uno dei quartieri più lussuosi della nuova Milano; è stato lì tra il 1973 e il 1998 e molte volte in seguito ci sono tornata con gli amici, da ragazza, ma il vero ricordo magico fu quel pomeriggio di ottobre, quando, in un giorno intorno al mio compleanno, salii il traballante scalone di metallo che conduceva alle giostre con mamma e zia.

Entrando, subito a sinistra, credo, ma potrebbe anche essere destra, c’era uno scivolo, che nella mia dimensione di bimba mi parve lunghissimo e, tornandoci realizzai quanto fosse in realtà breve quel tobogare verso il basso. La casa a forma di botte, con l’insegna “L’allegra osteria” mi ha sempre incuriosito, ma non ci ho mai messo piede ed è rimasto quindi un luogo del mistero. Sulla Nave pirata che oscillava più in là, ci sarei salita solo dieci anni più tardi, mi terrorizzava solo a guadarla dal basso, ma ricordo che Gisella mi affidò alle mani di zia Sandra e salì a farsi un giro, seduta nei posti più periferici, quelli che garantivano una maggiore inclinazione, un vero terrore! Scese di lì bianca come un grembiule di scuola ma non volle ammettere di avere lo stomaco in fondo ai piedi. La ruota panoramica non era di quelle con le postazioni che vanno a testa in giù: consentiva quindi solo un giro per osservare Milano dal cielo, si vedeva persino la guglia più alta del Duomo e, assieme allo zucchero filato, fu l’attrazione destinata a scatenarmi i gridolini di gioia più acuti. Niente ottovolante, ma doppio giro nel “Castello delle streghe” con i vagoncini che sfilavano su rotaie incontro a fantasmi e scheletri, e una lunga tappa nel labirinto di specchi, dove mi persi letteralmente prendendo numerose capocciate in cerca del varco giusto per uscire; avevo insistito per entrarci da sola e grazie alla mia già notevole altezza avevo ingannato il proprietario circa la mia età, mamma e zia complici di quello che doveva essere il mio regalo di compleanno speciale. E fu il giostraio a recuperarmi e a mettermi sul sentiero verso l’uscita, dove mamma e zia erano pronte ad accogliermi, come se fossi ricomparsa dopo un decennio trascorso chissà dove.

“Carlotta, ti sei spaventata?” Mi chiesero. Ma io non avevo avuto affatto paura, mi ero divertita a guardare il mondo dai vetri, protetta e felice di girare là dentro, dove sarei rimasta volentieri ancora a lungo. E poi le palline da ping pong da gettare nelle ampolle dei pesci rossi, e gli anelli da tirare attorno al collo dei cigni di plastica, in entrambe le situazioni dimostrai una mira pessima, ma zia Sandra fu formidabile, agganciò un numero interessante di cigni al punto di vincere un enorme cane di peluche di una razza immaginaria con orecchie sproporzionate, che mi mise tra le braccia, quasi soffocandomi. Sta ancora lì, spelacchiato e ciccione, pure le orecchie non si sono accorciate nonostante gli assalti impietosi del tempo, a memoria di un giorno perfetto.

E poi fu il momento della frittellona unta. Gisella, non ancora vittima del biologico, del sano, dell’ecologico, del naturale, dell’integrale e compagnia cantante, si affrettò a battere zia sul tempo nell’estrazione del portafoglio e subito dopo eravamo lì a leccare zucchero e a dire quanto mai fosse buona quella roba lì, che ci scrocchiava in bocca, che oggi a solo sentirla nominare mia madre corre dall’angiologo. Il Luna park delle Varesine è nato quasi per caso su un terrapieno abbandonato delle ferrovie, grazie a un progetto mai decollato che ha reso il terreno libero con i giostrai lesti che lo occuparono con i loro baracconi, e non furono mai fatti sgomberare. E ancora più veloce fu Gisella nel buttare alle ortiche il rapporto con sua cognata e i Bamberga tutti quando il suo matrimonio finì. Eppure ho la certezza che quel giorno insieme a zia se la spassò da matti e se chiudo gli occhi ancora le rivedo strette strette sulla stessa automobilina degli autoscontri, io schiacciata nel mezzo, in barba a ogni regola di buon senso, andare addosso con foga a chiunque capitasse loro a tiro, infilare un altro gettone nella fessura mentre la palla stroboscopica vorticava sopra le loro teste, con la messa in piega perfetta.

Così, se oggi Le Varesine, come il parco dei divertimenti veniva chiamato affettuosamente dai milanesi, appare anacronistico oltre che defunto, è lo stesso anche per l’amicizia, perché fu tale, tra Gisella e Sandra. E questo mi pare davvero molto triste.

La Mostra dei Poster

Carolina e Giorgio sono andati a convivere da poco, la loro quotidianità ha preso la forma dell’entusiasmo, la casa odora di nuovo e i piccoli incidenti domestici vengono sempre affrontati con allegria, così come l’economia talvolta traballante.

“Quando pensi che avremo i soldi per quel meraviglioso aspirapolvere senza filo?”

Chiede Carolina.

Giorgio non le risponde, pensa che forse per Natale 2021, ma è un po’ troppo in là nel tempo e non vuole deluderla, troverà di sicuro qualcosa che costi meno da metterle sotto l’albero assieme ai suoi biscotti preferiti a forma di renna.

“Anche sto mese niente fine settimana fuori.” Esclama Giorgio guardando il calendario su cellulare: non se ne fa un cruccio, Milano è spettacolare e c’è una nuova pizzeria da provare, prenoterà per il sabato successivo.

La domenica sera li avvolge nella tipica malinconia da fine del weekend. Carolina esce dalla doccia, si strofina i capelli con l’asciugamano e sorride alla vista dell’aperitivo che Giorgio ha improvvisato in quell’unica stanza che unisce sala e cucina, afferra una patatina dalla ciotola e lancia uno sguardo al prosecco: ne aveva proprio una gran voglia, Giorgio sa sempre interpretare i suoi pensieri. Torna in bagno e quando riappare si accomoda sul divano accanto a lui, le bollicine saltano sul palato. Dà un bacio a Giorgio su una tempia.

“Giorgio, adesso facciamo una lista delle priorità. Cosa ne dici di quei muri spogli? Non è ora di comprare qualcosa?”

“I quadri non sono proprio in cima all’elenco. Monet tra l’altro è un po’ fuori budget.”

“Che scemo sei!”

In effetti Giorgio non ha torto, Carolina ha una nota passione per gli impressionisti e ha più volte sottolineato come ogni altro quadro non riesca mai a piacerle, per cui appendere qualcosa alle pareti è un’impresa.

“Si potrebbe pensare a delle foto, no?”

“Foto? Sì, magari, però non fatte da noi, eh.” Così dicendo Giorgio fa scorrere la galleria dello smart phone, non ha mai avuto una macchina fotografica se non da ragazzino quando lanciarono sul mercato delle scatolette usa e getta. Nell’epoca in cui tutti fotografano la qualità è al ribasso, l’idea di essere circondato dai suoi scatti fuori fuoco e spesso sbilenchi non lo esalta per niente. Ama quell’appartamento, non avrebbe alcun senso rovinarlo così.

“Possiamo cercare delle foto di qualche professionista. Una mia collega mi ha parlato di un negozio in corso Buenos Aires, un posto enorme, con oltre 1500 poster, manifesti d’arte, grafiche d’autore.”

“Ma va? Come si chiama?”

“La Mostra del Poster se non sbaglio.”

“Aspetta lo cerco.” Giorgio smanetta sul cellulare “Trovato, ah in galleria Buenos Aires, interessante, c’è un sacco di roba. Ci facciamo un giro sabato prossimo e poi pizza, cosa ne dici?”

“Fan-tas-ti-co!”

“Tocca brindare, versami ancora un goccio di vino!”

Due settimane più tardi.

“Sono nervosa, Maddalena e Raffaele sono due criticoni, avranno di sicuro qualcosa da ridire sulla casa, o sulla mia cucina, o su entrambe.”

“Dai, tesoro, stai tranquilla, la tua parmigiana è spettacolare e la casa, be’ a parte che deve piacere a noi, ma cos’ha che non va? Comunque sono due care persone, un po’ milanesi imbruttiti, lo riconosco, ma brave.”

Il campanello interrompe le paranoie di Carolina. In un attimo lo sguardo di Raffaele percorre ogni angolo dell’appartamento, mentre sua moglie consegna una torta fatta con le sue mani, perché lei è una gran cuoca.

“Ehi, ma queste?” Chiede Raffaele che si sofferma a osservare la parete dietro il divano, con due stampe di foto di Milano.

“Ti piacciono?”

Dai fornelli Carolina allunga le orecchie, curiosa.

“Ma sono bellissime. Non so chi le abbia fatte, ma è stato capace di catturare l’atmosfera dark di Milano. Non saprei quale scegliere, lo skyline è davvero molto suggestivo, ma anche questa delle tre torri di City Life mi piace parecchio. Dove le hai prese?

“Alla Mostra dei Poster, lui si chiama Paolo Marchesi, un fotografo pazzesco, ha sto mood un po’… mah, crepuscolare direi. Cattura il buio e lo restituisce dopo averlo elaborato in queste immagini.”

“Mostra dei Poster, hai detto? Me lo segno subito, sai in studio ho quella vecchia crosta dipinta da mio suocero, convincerò Maddalena a sostituirla, oggettivamente è davvero orribile.”

I due amici ridono, dandosi dei piccoli pugni, retaggio di lotte di quando erano ragazzini.

“A tavolaaaa!” Carolina batte le mani e invita gli ospiti a prendere posto.

“Parmigiana?” Raffaele guarda con affetto la grossa porzione che Carolina gli ha appena servito. “Il mio piatto preferito!”

Un boccone ed esclama:

“Ma è squisita!”

Carolina finalmente si rilassa, Giorgio le batte una mano sulla coscia sotto la tovaglia e da lì in poi la serata è in discesa.

A volte con le persone si può sbagliare nei giudizi, mai a fare acquisti alla Mostra dei Poster. 

Trovate le foto di Paolo Marchesi, fotografo professionista, cliccando sul suo nome. Io ho cominciato una fantastica collaborazione con lui, un po’ da ghost (non proprio ghost visto che ve lo dico) un po’ a carte scoperte con diversi progetti per il futuro e ringrazio pubblicamente Barbara Businaro, che mi ha passato il contatto, presto potrò farlo di persona e le devo quantomeno un pranzo. La cosa straordinaria è che tutti e tre: Barbara, Paolo e la sottoscritta siamo nati l’11 dicembre (di anni differenti).   

Piffiamo insieme # 3 Conclusioni + frivolezze

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ll racconto del mio shopping aveva destato un certo interesse, ma poi non avevo più pubblicato il risultato finale degli abbinamenti blu/fucsia. Eccomi qua dunque, nell’androne del palazzo. Tenete presente che i colori sono un po’ falsati.

E adesso passiamo alla cose libresche.

Nell’ultima parte il romanzo di Pif acquista un leggero vigore nella trama, diciamo che migliora un pochetto, ma volendogli dare un voto complessivo, non raggiunge neppure la sufficienza. La cristianizzazione di Arturo, con l’obiettivo di riconquistare Flora, ottiene l’effetto contrario ma lo porta a una vita nuova decisamente migliore, tuttavia questo processo avviene senza che ci sia alcuno spessore e le pagine sono buttate lì nel peggiore dei modi. Capirete che, giusto in questo periodo in cui io mi sto massacrando su mood, stile e pipistrelli, una lettura di questo tipo mi abbia solo fatto pensare alla solita tetra faccenda per cui se sei già un nome puoi scrivere senza alcun criterio. Questo genere di sensazione però non è più, e sono sincera, in grado di abbattermi.

In realtà oggi avrei dovuto ricevere una risposta che non è arrivata; rimango incredula per questo ripetersi senza sosta di continue promesse disattese. Ma anche qui, come per il concetto delle righe sopra, non ci rimango neanche più male, prendo semplicemnte atto della cosa, mentre sto tracciando strade scrittorie diverse e del tutto nuove di cui vi parlerò presto.

Scrivere come se fossi un pipistrello

In questi giorni davvero faticosi su diversi fronti, non ho neppure avuto una lettura di conforto, perché ero ancora alle prese con Pif e questo ha confermato, non che ce ne fosse bisogno, quanto i libri, i buoni libri, possano essere salvifici.

Priva del salvagente e posso solo dire mea culpa che ho preso una cantonata e addirittura ve l’ho propinata, tornerò con un post a parte a raccontarvi le ultime impressioni su Che Dio perdona a tutti terminato un paio di giorni fa.

Tra le varie cose la valutazione professionale del mio La ragazza che ascoltava De André a cui tengo molto non è andata bene. Da una parte c’è una trama che funziona, bella, ricca, interessante, con diverse idee e situazioni assolutamente indovinate, dall’altra pare che io l’abbia scritto mentre ero posseduta, in una stanza buia, appesa a testa in giù.

Una situazione talmente tragica per cui non è neppure fattibile una scheda con le osservazioni. Naturalmente sono stata rassicurata “è tutto rimediabile”.

In pratica ho perso completamente il mio mood.

Considerato che il romanzo è stato scritto tra agosto e novembre 2018 la prima cosa che mi preme verificare è se il fenomeno sia irreversibile, ho quindi chiesto un’opinione veloce su 10 cartelle del YA, giusto per capire se quella stesura da pipistrello sia solo frutto di un momentaccio contingente ormai superato.

La botta è stata molto potente, in me c’è ancora parecchia incredulità, per più di un motivo, non ultimo che ero in parola per inviare il testo a una celebre agente che finalmente mi aveva dato il via libera, e in quelle condizioni non posso certo mandarglielo.

Passata la botta però, con le energie indirizzate verso altro (non ho neppure riaperto il file de La ragazza che ascoltava De André) ho ripensato al divertimento vero che ho provato scrivendo questa storia, al fatto che fosse davvero piaciuto alle mie due Beta lettrici, e soprattutto mi sono chiesta se valga davvero la pena di inseguire un’editoria tanto ostile.

Ci sono ancora un paio di cose da mettere a punto prima di fare marcia indietro, per fortuna i tempi questa volta non dovrebbero essere da glaciazione.

Piffiamo insieme 2 # Proseguimento di lettura + Qualche altra cosa

La vita prende il sopravvento e mercoledì mi limito a leggere poche pagine in metropolitana e soltanto all’andata, al ritorno sono talmente carica di acquisti che estrerre il kindle dallo zainetto risulta impossibile. La sera poi, manco lo accendo.

Giovedì un po’ di tempo per dedicarmici ce l’ho, ma purtroppo vengono confermate le impressioni iniziali.

Alla fine del capitolo 4 c’è un colpo di scena, un colpetto via, e io lo intuisco due pagine prima. Inizio seriamente a irritarmi. Cerco di analizzare cosa non funzioni e non funziona nulla. La scrittura semplicemente non c’è. Anni e anni a studiare il famigerato Show don’t tell e qui Pif sembra averlo declinato in Always tell. I personaggi non arrivano, non sono caratterizzati, la storia è idiota, gli scenari banali. Il tocco umoristico di Pif qui è completamente perso, ci sono frasi che suppongo lui abbia volutamente scritto per far scattare la risata o almeno un sorriso, ma non rendono, è quello strizzare l’occhio al lettore e dirgli “ehi, guarda come sono divertente.” Peccato che non lo sia.

Mi immagino a scrivere io un romanzo del genere e a spedirlo in giro agli editori, scommetto che collezionerei silenzi e rifiuti da battere il mio personale record.

In ogni caso leggo fino al capitolo 12 compreso, oltrepassando la metà. La storia tra Arturo e Flora prosegue e i punti cardine: la fede di lei in Dio e la fede di lui nei dolci non sono in grado di creare un’architrave su cui costruire il romanzo. Il che potrebbe essere causato da due fattori: i due elementi non sono sufficientemente forti, oppure teoricamente potrebbero anche esserlo, ma l’autore non è capace di portare il lettore nella narrazione. Oggettivamente sarei più per questa seconda opzione: ci sono romanzi basati sul niente che con una scrittura magistrale sono diventati epici. Uno su tutti Moby Dick: già dall’incipit se ne percepisce la potenza.

Quella stessa sera, ieri, siamo a cena da mia sorella: Nanni compie 13 anni! In teoria un’ora e mezza prima avrei l’aperitivo da Chico Mendes e le due cose sarebbero compatibili a livello logistico, ma decido di non andarci. Mi rendo conto che far vincere il divano non è quasi mai una buona idea, ma stanno succedendo un po’ di cose, e altre stanno per accadere e io devo capitalizzare energia.

La festa per Nanni, ci sono anche le due nonne, è molto simpatica e i nipoti sono stra allegri e adorabili. Il momento top? A X Factor un concorrente canta Don’t stop me now dei Queen io e Cecilia ci agitiamo sul divano cantando e ballando.

Don’t stop me now (‘cause I’m having a good time)
Don’t stop me now (yes, I’m havin’ a good time)
I don’t want to stop at all!!!!!!!!!!!!

Oggi, venerdì (ma vi ho detto che avevo preso 3 giorni di ferie? Ferie che si sono rivelate assai provvidenziali) la giornata si sta già stratificando su una serie di cose cruciali.

Al prossimo Piffiamo vi svelerò qualcosa in più.

Giornate con tante cose + Piffiamo insieme # 1 Inizio della lettura

Ci sono un sacco di cose, alcune rimarranno soltanto accennate in questo post, mentre ad altre verrà dato maggiore spazio più avanti.

Sabato sera è cominciata la stagione teatrale al S. Babila, dove abbiamo l’abbonamento in prima fila e ci siamo ben gustati Due figlie e tre valigie la classica commedia degli equivoci, molto simpatica. Domenica di relax, so che i giorni a venire saranno – e sono stati – impegnativi e me la prendo comoda, l’Orso lavora da casa, il pc aziendale è una sciagura vera. Lunedì trasferimento dell’ufficio, meno traumatico del previsto, fino a quando scopro, ieri pomeriggio dopo essermi sistemata alla nuova postazione, che la parte di archivio rimasta di là (abbiamo davvero molti documenti ancora cartecei) ce la dobbiamo smazzare senza aiuto di manovalanza (mediamente danno un paio di persone in supporto) e, contrariamente a quanto ci era stato detto cioè di fare pure con calma, no, tocca sbrigarsi. Sempre lunedì, dopo il lavoro, di nuovo sotto una pioggia battente e un freddo che mi gela la mano che tiene l’ombrello, approdo allo Spazio Vigoni per l’incontro riservato alle blogger fortunelle per il lancio di Lettere d’amore per uomini imperfetti vi linko la precedente presentazione pubblica perchè racconta bene il libro.

Martedì comincia con il fantastico post di Elena che ringrazio di cuore. Rimango in ufficio fino alle 19.30, due ore di straordinario, per un totale di 10 trascorse con i numeri e le cose fiscali. Se non fosse per i colleghi, che poveraccci, combattono duramente con un nuovo programma informatico assurdo che, oltretutto ha subito un reale colpo di grazia col trasloco del giorno prima, starei anche bene. Ragiono su quanto un ambiente più caldo, luminoso, spazioso, in mezzo agli altri e non in una dependance divisa da un tunnel ghiacciato d’inverno e bollente in estate, da attraversare per qualsiasi cosa, oltretutto con una pesante porta che si apre col badge, possa fare la differenza. Lavoro da oltre 31 anni e questo è in assoluto il migliore ufficio dove sia mai stata, il precedente, durato 13 mesi il peggiore e l’ho davvero detestato.

Io e l’Orso rincasiamo per le 20, la mattina avevo scongelato zuppa valtellinese (un mix di legumi secchi che vanno fatti cuocere per 85 ore) e arrosto di lonza cucinati nel part time, per cui la cena va solo scaldata. Dopo aver visto Guess my age accendo il Kindle e con tempismo perfetto inizio la lettura condivisa.

Sono un po’ stanca, e, lo confesso, le prime pagine di Pif non riescono a convincermi. Il motivo è che non mi prende la storia e ahimè neppure lo stile che trovo piuttosto piatto. Leggo prologo, capitoli 1 e 2, l’e-reader mi avvisa che ho completato la lettura del 10% del romanzo – che non è lunghissimo – e io sono quasi infastidita per la lungaggine della faccenda “pasticceria, cannoli, ricotta per riempire i dolci” per la quale il protagonista ha un’ossessione patologica che, raccontata in questo modo, non mi strappa simpatia, ma solo “sì, ma fatti curare, eh!”

Prima delle 23 vado a dormire, sperando di non essermi fatta odiare dagli amici con questa scelta che, al momento, è deludente.

In mezzo a queste giornate ricevo diversi inviti per BookCity ormai imminente, e uno da parte di Chico Mendes a un aperitivo, proprio nel locale dove ho festeggiato i 50 anni, per diventare ambasciatrice della sua filosofia, in particolare per il Garabombo.

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Non so cosa riuscirò a fare, anche se tutto è estremamente bello e interessante, intanto metto uno dei Banner che mi hanno mandato.

Nel frattempo c’è stato anche il Pisa Book Festival e avrei voluto parlarvene per tempo, mi fustigherei, davvero. GoWare ha festeggiato alla grandissima i 10 anni di attività, è stata fondata nel 2009, con 900 titoli in catalogo, di cui 100 novità uscite nel 2019, con uno stand. Ebbene sì, per la prima volta un editore digitale partecipa a una fiera di editoria tradizionale, stampando le copie dei propri libri.

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Su quel banco, tra le opere di narrativa, c’era anche il mio ultimo romanzo; avendo davvero tante pubblicazioni e uno spazio ridotto, in goWare hanno pensato di portare i libri a rotazione, proponendo ogni giorno testi diversi. La squadra di goWare mi manca da morire, è vero, sono ancora una loro autrice, ma sapere che non c’è un futuro continua a rattristarmi, ancora di più ora, quando vedo come sono stati capaci di ingranare una nuova marcia e andare avanti, nonostante la scomparsa di Tiziana.

Concludo questo post con la promessa di tornare presto e un abbraccio.