Letture e cose di aprile

Aprile è stato un mese faticoso: ho lavorato più del solito, fermandomi in ufficio ben oltre il mio orario e dedicando molto tempo ed energie al progetto Nina Strick, la lettura avrebbe quindi potuto risentirne – la sera ero spesso sfatta e priva della concentrazione necessaria – tuttavia ho trovato la soluzione (in realtà forzata) di leggere durante la pausa pranzo alla scrivania, questo perché ho abdicato alla mensa e mi porto qualcosa da casa che non impiego molto a mangiare.

Ecco come è andata.

  1. La famiglia Karnowski Israel Joshua Singer
  2. Margherita e punto  Simonetta Gallucci
  3. Piperita  Francesco Mila
  4. Bottigliette  Sophie Van Llewyn
  5. La canzone di Achille Madeline Miller

La famiglia Karnowksi a tratti è un bel mattonazzo, soprattutto all’inizio, ma sono felice di averlo letto. Il racconto di tre generazioni, una per parte, ci avvicina a una famiglia ebrea complessa con un corollario di personaggi variegato ed emblematico in una società in evoluzione, spesso sconfitta. Ho apprezzato molto la capacità di portare il lettore nelle motivazioni concrete dell’ascesa di Hitler, in una Germania cieca, troppo ammaccata dalla I Guerra Mondiale. Con alcune difficoltà rimane un grande classico che non conoscevo e ringrazio quindi chi me l’ha consigliato. L’autore è di sicuro penalizzato dalla fama del più celebre fratello, premio Nobel per la letteratura. Una bella rogna la sua: imbarcarsi in una narrazione così importante e restare nell’ombra, a lungo dimenticato.

Margherita e punto, pubblicato dallo stesso editore del mio La ragazza che ascoltava De André, motivo per cui l’ho scaricato in offerta a 99 cent, viene definito romanzo, ma è più breve dei miei racconti che pubblico con Delos. Questo per me è un grosso problema, non di merito: molto meglio un racconto di Alice Munro piuttosto che 10 romanzi di Anna Premoli, però “chiama le cose col loro nome”, è un racconto e non lo si può spacciare per romanzo, anche nel prezzo. Sulla trama mah non mi ha entusiasmata, ci ho passato un’ora mentre aspettavo non so più cosa (forse che il marito finisse di fare gli esercizi ginnici prima di pranzo).

Da qui poi parte il casino, ho cominciato il romanzo piazzato al quinto posto che ho interrotto due volte (da tanto mi stava annoiando) per leggere il terzo e il quarto. Mai nella vita avevo fatto qualcosa del genere. La canzone di Achille, osannato, adorato, pluritradotto, è una palla che pretende di raccontare parte dell’Odissea incentrandola sull’amore omosessuale tra Achille e Patroclo. Non so cosa dire, veramente non andava avanti, e poi pensavo “no, no e ancora no, i miti greci lasciateli in pace”.  Nel mentre volevo leggere Piperita, in un momento in cui non andavo in libreria, ho avuto la fortuna di incappare nell’e book a 4.99, super fortunata direi, visto che il formato digitale di certi editori costa un patrimonio, il prezzo pieno sarebbe 9.99. Non mi ha soddisfatta granché: bellino, però mi aspettavo tanto di più. Soprattutto considerando l’editore di super classe e pure l’agente (sì, io guardo anche quello), un’agenzia piccola, nuova, che si è fatta strada, prima valutava gratuitamente i manoscritti (evento rarissimo) ora no, ora fa scouting da sé e cerca testi capaci di sorprendere. Invece io ho trovato una storia che sa di tante storie già lette, una scrittura non così profonda, né originale e un paio di svarioni tremendi. Ragazzina con evidenti disturbi alimentari e padre medico che no, non se ne accorge per anni! Quando lei sviene, lui che fa? La porta in ospedale. Bene, ma dove? Al reparto pediatrico, dove un’infermiera gli suggerisce di andare al Pronto Soccorso. Ma scherziamo? Come se quando mia mamma si è fratturata il polso fossimo andate in ortopedia, insomma lo sanno tutti che si va al Pronto Soccorso, dove, viene assegnato un codice a seconda della gravità. Lì no, lì aspettano come dei cretini. Che le attese sono lunghe lo so bene, ma insomma c’è sto cavolo di colore che determina la priorità. Sconcerto proprio. Piperita sarebbe l’amichetta immaginaria, idea simpatica, ma decisamente meno presente di quanto la trama mi avesse fatto supporre, su tutto questa famiglia con una madre che si fa i fatti suoi, va, viene, torna e si incavola per la figlia bulimica, dopo essersene fregata per anni, intessendo relazioni extra coniugali con gli amici di famiglia nella casa al lago (super cliché).

La seconda interruzione di Achille invece mi ha sì, regalato una lettura stratosferica. Ieri, ieri pomeriggio che ero libera e mi sono detto “e adesso, mica vorrò trascorrere tipo quattro ore con Achille o meglio Patroclo che mi ammorba col suo amore per il prode guerriero?” Naaaa, così ho iniziato e terminato quel gran capolavoro che è Bottigliette, comprato settimana scorsa quando finalmente sono tornata in libreria. Sbang, colpo di fulmine, e dire che sì, mi era sembrato interessante, ma si era trattato di una seconda scelta rispetto a un paio di titoli che non avevo trovato in negozio. Romania anni ’70, la dittatura, la paura, la repressione di tutto, ogni gesto condizionato dal regime comunista, anche cose banalissime, le privazioni estese a ogni aspetto dell’esistenza. E la magia di questa zia incredibile (adoro le ziette sagaci), unica spalla a una nipote allo sbando, che vive un amore costretto esso stesso a piegarsi sotto l’autorità di Ceausescu, che io sono abbastanza vecchia da ricordare benissimo. 220 pagine, scritte un po’ larghine, in un pomeriggio di estasi pura. La lettura vera che porta via, anche se in questo caso porta in un mondo terribile, a tratti il romanzo è molto crudo ma mai in maniera inutile, e sgocciola pietà. Il marito della protagonista adora lo strudel e io avrei voluto entrare nel romanzo e portagliene una fetta, l’avevo appena fatto. C’è la storia vera di un paese massacrato dal potere imposto con la forza, la voglia di addentare un toblerone e la violenza, i pestaggi se solo si sospetta che si cospira contro il comunismo. Tutto viene raccontato così bene, alternando in maniera sublime capitoli in prima e in terza persona, senza fronzoli o giochetti di autocompiacimento. E’ un libro che fa una cosa semplice: racconta due storie, quella della Romania e quella di una donna che cresce, s’innamora e cade sotto i colpi dell’Amato Leader, la cui foto è appesa nella classe dove Alina insegna ed è il monito a ogni azione. Le conversazioni coperte dai rubinetti lasciati aperti, l’acqua che scorre per non farsi sentire mentre si progetta la fuga. Sussurrarsi “lo faremo, lo faremo, lo faremo” per non soccombere, per vivere. Lo consiglio tanto, tanto, tantissimo.

E così domani è il 30, il piano vaccinale di Regione Lombardia prevedeva l’apertura alle prenotazioni per la mia fascia d’età. Invece niet. Rimandate, non si sa a quando. E la sanità oggi mi ha regalato altri allegri momenti di delirio per prenotare l’oculista, mentre pare novembre e il mio tentativo di un caffè e brioche all’aperto a City Life, dove non andavo da oltre sei mesi, si è trasformato in una roba bagnata, infreddolita e necessariamente rapida.

Meglio il divano con un buon libro, ho assoluto bisogno di letture non trascinate ma coinvolgenti e avvolgenti, proprio come una calda coperta.

35 anni fa la tragedia nucleare di Chernobyl

 Chi ha più di quarant’anni ricorda la tragedia di Chernobyl, mentre i più giovani forse si sono appassionati alla serie televisiva, che ha raccontato l’inefficienza del sistema e mostrato una serie di errori terribili, spesso consapevoli, nel processo di decontaminazione.

Oggi sappiamo quanto la narrazione sia stata stravolta da omissioni e menzogne e come i ritardi e una gestione pessima della catastrofe abbiano causato danni maggiori. L’interesse dell’Unione Sovietica fu incentrato a evitare la diffusione del panico, piuttosto che ad affrontare l’emergenza sanitaria e ambientale. Insabbiamento è la parola chiave.

Io frequentavo le scuole superiori e ho perfettamente in testa un’immagine: sono in metropolitana con i compagni e non si parla d’altro, c’è l’allarme per il latte e le verdure, soprattutto di un certo tipo a foglia larga; è un evento le cui conseguenze non furono immediatamente quantificabili, ma si capì subito che sarebbero state immense.

La studentessa quale ero non poteva immaginare che molti anni dopo la prepotenza dell’evento avrebbe avuto un peso importante nella sua vita: ne avrebbe scritto addirittura un libro, giunto al primo posto nella classifica di Amazon e consigliato dalla rivista Panorama.

Se vi interessa lo trovate cliccando qui.

Le ripercussioni perdurano: la radioattività in quell’area è ancora altissima, e in seguito all’esplosione i casi di tumore, in particolare alla tiroide, subirono un’impennata persino qui in Italia. Oggi, in un raggio di trenta km, non abita più nessuno, o quasi, c’è infatti chi è ancora addetto alla sorveglianza del reattore, ogni settimana lavora tre giorni per poi trascorrere gli altri quattro all’aria aperta per decontaminarsi; possiamo immaginare a quante radiazioni sia sottoposto.

Si è trattato dell’esplosione nucleare più tremenda di sempre, un disastro ecologico senza paragoni, un dramma umano enorme, avvenuto nella vecchia Unione Sovietica che ebbe interessi a evitare che la nube tossica giungesse fino a Kiev, una città maestosa, simbolo della cristianità. che non poteva venire distrutta. Si arrivò a impiegare corpi speciali dell’Armata Rossa affinché sparassero alla nube allontanandola. Ma da qualche parte il vento doveva pur dirigersi, e così, nonostante Chernobyl si trovi in Ucraina, la zona più colpita è stata la Bielorussia, il cui confine dalla Centrale dista soltanto otto chilometri. Pare che tre quarti degli scarti radioattivi siano appunto finiti in Bielorussia e questo ha reso più complicato lo stanziamento dei fondi umanitari, al punto che la Bielorussia ha avuto, come si dice in questi casi, oltre al danno la beffa, di non vedersi riconoscere gli aiuti dell’Unione europea, andati infatti alla ben meno colpita Ucraina, dove però alcuni reattori sono ancora attivi.

I paesi occidentali si sono tanto preoccupati per l’Ucraina, che con disperazione ha giocato la carta Chernobyl per anni, facendo leva sulla minaccia costituita dalla vecchia centrale, in parte ancora attiva. Mentre il cesio impiega 250 anni per disperdersi del tutto, in Bielorussia non ci sono abbastanza soldi per curarsi, perché al confronto il paese ha ottenuto ben pochi aiuti e, con la rottura diplomatica dopo l’elezione di Lukashenko, la UE ha sospeso quasi tutti i programmi di sostegno.

Le pensioni riconosciute ai sopravvissuti non bastano neppure a comprare i farmaci e i  risarcimenti promessi sono rimasti sulla carta.

E i bambini bielorussi continuano a morire.

La mia esperienza personale quindi, mia e di mio marito, si è focalizzata sull’ospitalità che abbiamo dato più volte a bambini provenienti da quell’area, arrivati in Italia per un soggiorno terapeutico: è infatti stimato che un periodo di disintossicazione di un mese anche una sola volta nella vita abbatta del 40% il rischio di contrarre malattie da parte dei bambini che continuano a nutrirsi dei prodotti agricoli della terra bielorussa, ancora contaminata. L’idea che Natallia e Olga possano avere una prospettiva di vita più salubre, grazie al nostro contributo, è qualcosa che mi fa un gran bene al cuore. Soprattutto con Natallia, che abbiamo accolto due volte, l’esperienza è stata straordinaria e il tempo speso con lei è iscrivibile nei nostri giorni più felici, e questo è andato molto oltre il discorso sanitario.

Prypjat è la cittadina ucraina simbolo della devastazione dopo l’esplosione del 26 aprile 1986 di Chernobyl. Non ci sono mai stata ma mi sono trovata catapultata emotivamente grazie a Natallia, Olga e alle squadre dei loro coetanei, con i quali ho condiviso esattamente 81 giorni della mia vita qui in Italia. Ho infine caricato un’infinità di frammenti del mio cuore sul volo di ritorno in patria di Natallia, che si traducono in un costante contatto con lei via whatsapp e instagram e il progetto rivedersi.

Prypjat è un luogo dove un tempo c’erano le giostre di un luna park e dove la natura sta prendendo il sopravvento tra i ruderi e i libri ridotti a macerie. Elementi giocosi di svago, di piacevoli momenti passati magari in famiglia sugli autoscontri, oppure sul divano di casa a leggere. Cose normali per chiunque, cose che non sono più.

Prypjat era una moderna città di 49 mila abitanti al momento dell’esplosione e della successiva evacuazione, che doveva essere solo temporanea. Era stata costruita proprio per alloggiare i lavoratori della Centrale e la qualità della vita lì era più favorevole rispetto al resto del paese, quasi lussuosa.

Fino a quel maledetto 26 aprile di 35 anni fa.

Blessing in disguise

Non amo particolarmente esprimermi in inglese, anzi, quando ci casco mi vergogno un po’, ma oggi ho imparato questa nuova espressione e mi piace proprio tanto!

La traduzione più diffusa di blessing in disguise è benedizione sotto mentite spoglie, quelle situazioni per cui qualcosa che inizialmente avevamo visto come una disgrazia, si rivela poi tutto il contrario, portatrice di qualcosa di buono.

Capita, è successo a ognuno di noi e la sua parabola è di sicuro una fantastica risorsa narrativa: per colpa di un tassista lobotomizzato la nostra protagonista perde il treno: mannaggia, per quello successivo tocca aspettare ben tre ore, e lei cosa fa? Decide di cenare, oltretutto la rabbia le ha aperto lo stomaco modello voragine. E naturalmente il cameriere si rivela un figo pazzesco, scocca l’amore eterno, o magari anche solo una bella ehm ehm scopata (dipende dalla sfumatura di rosa che vogliamo dare alla storia).

Benefici inaspettati nati da un’apparente disgrazia, anche se insomma a guardare con pragmatismo la realtà, è più frequente che le rogne siano rogne e basta, non fiorellini camuffati e arcobaleni.

Accadde nell’autunno del 2019, in un periodo per me complicato ma comunque pre pandemico, sembrano passati secoli, quando inviai un manoscritto alla solita CBM e proprio non funzionò, al punto che non le fu possibile neppure farmi la scheda. Ne parlammo un po’ di persona, per la cronaca era La ragazza che ascoltava De André, ora sto riassumendo ma fu una faccenda piuttosto spinosa. Io ero a pezzi, mi scattò il melodramma, poi Chiara nel tempo era diventata un’amica e mischiare i conflitti professionali coi sentimenti è un casino, quindi non le diedi più nulla, anche se lei era disponibile a valutare altro per sopperire.

Questo fino a metà gennaio 2021 quando ho pensato di sottoporle Nina Strick recuperando in qualche modo la scheda che non avevo avuto oltre un anno prima, quindi un servizio gratuito che lei fu ben felice di darmi.

E oggi ho firmato con l’agenzia un contratto di scout. Il percorso del romanzo per l’infanzia era cominciato qui nel blog con un bando per cercare un illustratore a gennaio 2017 e la versione attuale è davvero molto diversa dall’originale, di cui è rimasto l’intreccio, ma è cambiato l’illustratore (disegni completamente differenti), Nina era adulta e ora è bambina, è sparito Investigatto, la trama si è rimpolpata di molte scene e addirittura un elemento molto particolare, suggerito da mio marito e affinato in un brain storming tra me, l’illustratore, Chiara e la sua consulente per l’infanzia, nonché libraia e autrice, Laura Orsolini. Sono state superate le 100 mila battute, il secondo episodio è quasi completo e sono pronti altri due soggetti per un’eventuale serie.

Queste ultime battute si erano concretizzate il 26 marzo quando Laura Orsolini ha mostrato il suo apprezzamento in maniera molto netta, e da lì tutto si è fatto assai serrato tra confronti e riscritture, al punto che ieri sera Roberto mi ha mandato l’ultimissima versione impaginata e pidieffata a mezzanotte e 40! Stamattina l’ho inviata all’agenzia prima di andare in ufficio, dove mi sto fermando sempre oltre le 19, per non perdere questa giornata inoltrandola in serata.  E insomma siamo ai blocchi di partenza, il fischio d’inizio ha segnato una tappa che potrebbe anche portare a un nulla di fatto ma speriamo di no.

Perché il blessing in disguise del caso era una Sandra disperata che piangeva abbracciata all’Orso marito singhiozzando “non so più scrivere” e si è poi rivelato un romanzo comunque pubblicato e una grande opportunità per Nina, che mai avrei inviato a Chiara, sinceramente, se non avessi potuto beneficiare di una sorta di credito pregresso.

E probabilmente anche con un duro lavoro La ragazza che ascoltava De André non era pronto per tentare la strada dei big, perché il tema “single dotata di scarsa autostima con famiglia disfunzionale” è molto sfruttato, e ci vuole davvero un guizzo, un colpo di fortuna, per farsi notare. Tipo un editor pazzo per Faber, o mah chissà cosa.

Invece ora Nina Strick verrà proposto a una lista di editori molto validi, tre addirittura sono dei top, da non illudersi troppo, anzi da non pensarci proprio, tuttavia farsi leggere e candidare da professionisti un po’ l’ego lo accarezza: sappiamo quanto sia difficile anche solo essere presi in considerazione.

Devo aggiungere che gli ultimi giorni di attesa, da fine marzo a venerdì 16 la sera, quando finalmente è arrivata almeno a voce la notizia che Laura Orsolini aveva approvato gli interventi fatti seguendo le sue indicazioni, sono stati faticosi; uniti alla pressione in ufficio e alla stanchezza globale di cui tutti siamo vittime mi avevano avvilita proprio tanto. Temevo di non essere riuscita a soddisfarla, anche perché la sua richiesta era davvero precisa, ero entrata nel mood frustrazione, seeee figurati, completamente demoralizzata.

Cercherò di mantenere un po’ di riserbo, non sarà facile, vista la mia indole, ma non è corretto spiattellare in giro eventuali passi in avanti che non compio io in prima persona, e in passato forse – senza malizia in realtà – ho chiacchierato troppo. L’ho fatto perché qui mi sento davvero a casa, con un gruppo ristretto di amici che oggi credo siano felici con me per questo blessing in disguise.

DDL ZAN

Il Disegno di legge prevede misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale,
sull’identità di genere e sulla disabilità, estende quindi l’aggravante alla pena attualmente riservata alle aggressioni per motivi di razza, etnia e religione.

E io posso solo dire che sto da questa parte della strada, quella dove camminano gli omosessuali, le donne, i disabili che vengono bullizzati, picchiati, stuprati e uccisi per ciò che sono, perché si sta semplicemente chiedendo maggior tutela.

Tutto qua.

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Allegre ma non troppo (cit.)

Post scritto a pezzi tra giovedì pomeriggio, venerdì sera e sabato mattina. 

I giorni di Pasqua sono andati molto bene, col nostro asporto preferito e le sorprese organizzate dall’orso per tenermi su. Va detto che le restrizioni per me sono state una vera manna, poiché, come ripeto ogni anno, mio padre è mancato proprio il giorno di Pasqua e da allora oltre a essere triste è pure parecchio complicato. Perché nonostante il detto Pasqua con chi vuoi, io mi ostino a considerarla una festa di famiglia e a cercare di accontentare i due rami, operazione impossibile, che mi getta sempre nella frustrazione.

Il meteo è sensibilmente peggiorato e ho quindi sospeso i miei giretti nei parchi sotto casa, questo credo abbia avuto effetti negativi sul mio umore. Vero che avrei potuto coprirmi, ma quando sono uscita anche solo per il panettiere vicinissimo, sono stata colpita da raffiche di vento parecchio fastidiose.

Nel frattempo mia mamma ha ricevuto la seconda dose di vaccino Pfizer con tanto di spilletta “sono vaccinata!” e la twin la prima di Astra Zeneca, beneficiando di un accordo che infila gli informatori del farmaco e chi vende strumentazione medica (lei) nelle liste privilegiate. Il giorno dopo è collassata ma, con quello che si sente, l’ha sfangata. Noi facciamo il tifo affinché sia vero che apriranno agli over 50 il 30 aprile, e la sospensione di Astra per la mia fascia di età (che comunque rifiuterei). Intanto almeno questo portale prevede prenotazioni e non adesioni alla io speriamo che me la cavo e mi chiamino senza spedirmi a 100 km. 

Nel mentre ho continuato a cucinare, c’è un altro strudel nel forno proprio adesso (giovedì), a perdere tempo su Instagram, dove però si incontrano anche situazioni che possono insegnare qualcosa, come la perdita di @Fraintesa che ha dato il via a una raccolta fondi a cui ho partecipato per l’Airc e in un paio di giorni si sono superati i 100 mila euro.

Il sottofondo era una fastidiosa preoccupazione per il rientro al lavoro (venerdì). Ho riletto il post dello scorso maggio, quando dopo quasi due mesi di ingiustificata cassa integrazione mi apprestavo a tornare ed ero in panico, in effetti sì, fu molto dura, lo stesso giorno dell’intervento di mia madre poi, ma ora beh posso anche dire di essere egregiamente sopravvissuta, seppure con una sonora caragnata due ore dopo aver messo piede in azienda.

Ieri alla fine alla scrivania ho preso tutto sul ridere, sì, ho anche sbraitato per diverse cose secondo me fatte davvero coi piedi, per non dire altro, ma è questione di un attimo, poi mi occupo col solito impegno delle mie mansioni senza pensarci più. Oltretutto del programma informatico nuovo, che tanto mi agitava, non ci sono notizie. Ho inviato una mail a chi di competenza, zero risposte, tipo “Salve, io dovrei iniziare a registrare, uso il programma XXX, cioè quello in attuale. Ciaone.” Scritta molto meglio 🙂 ma il succo era quello. 

L’apoteosi è stata l’installazione delle pareti di plexiglass tra le postazioni. Quale hanno rotto durante il montaggio? Ecco, che poi ero bloccata nel lavoro e alla fine, vedendo che si erano spostati dal collega, ho chiesto “posso tornare al mio posto?” Ah, sì, con una noncuranza, tanto ci è scivolata e si è sbeccata. Capita eh, ma almeno dimmi che posso rimettermi al lavoro! Ed erano pure molto simpatici, dei veri filosofi della vita. 

Perché, perché dannarsi tanto l’anima, come faccio sempre io? 

La pandemia ha legittimato la trascuratezza. I pessimi esempi ai vertici delle istituzioni non aiutano. 

Ci aspetta un altro weekend in casa, ma lunedì saremo arancioni. Di che colore sei? E quando ti vaccini? Sono le domande del momento, variano di regione in regione, e talvolta ho notato accrescono i contrasti, l’Italia rimarrà sempre il paese di campanili, dell’escamotage, 

Arancione significa un po’ di cose utili: parrucchiere ed estetista, dove spero di andare a fine mese (se non si torna rossi) e giri entro i confini cittadini senza limiti né autocertificazioni, se non il buon senso. Non mi avventurerei comunque nel weekend nelle vie più centrali (che poi il centro di Milano ormai non è più solo Duomo/Castello, con diverse realtà come Gae Aulenti, City Life altrettanto battute e davvero splendide), ma visto che sia io che l’orso abbiamo un botto di giorni di ferie, e pure qualcuno sporadico di cassa integrazione, beh, magari ci scappa un’uscita felice infrasettimanale. Vediamo, al momento mi creo un itinerario in testa e sogno un po’.

Immagino una cosa che prima non era neppure da programmare, si faceva e basta. Ma poterla ipotizzare in un tempo vicino mi sembra già un motivo di allegria. 

Benvenuto aprile

Il parco sotto casa offre panorami di pura meraviglia dove i fiori fanno a gara col foliage autunnale nel definirsi i migliori.

E’ struggente bellezza, in questo giovedì Santo che normalmente avrebbe visto la cena del circolo fotografico, o almeno una colomba condivisa, che invece propone solo un pesce d’aprile perenne, che mi fa ricordare che due anni fa si era in Alsazia, e mi sembra passato almeno un decennio. Guardo le foto di Strasburgo e Colmar su Instagram e ci sono gli stessi alberi che posso incontrare nel mio breve raggio d’azione in quartiere. Tanta fiducia per questo aprile, ma anche tanto timore che non cambi nulla e sia un nuovo giro di illusioni. Il dolore e la fatica stratificati non consentono grandi guizzi.

Intanto però mi godo questo incanto e queste temperature più che posso. Spero riusciate a farlo anche voi. Questo albero vince su tutti, in realtà sono due, uno accanto all’altro, starei ore a guardarli lì, dove posso dimenticarmi il resto. P_20210331_152946

Letture e cose di marzo

A marzo ho letto in maniera davvero disordinata: è stato il mese della presa di coscienza che molto c’è ancora da percorrere per uscire dal tunnel, che i cieli azzurri spesso sono solo dalla finestra, e il tempo di vivere con te è proprio solo con te stesso e il marito sul divano. E m’inchino al Cupido che ci ha fatti incontrare, che senza di lui sarebbe stato un casino ancora peggiore.

Era iniziato col botto, ecco l’elenco e occhio al primo titolo.

  1. Io e Mr Wilder  Jonathan Coe
  2. Finchè il caffè è caldo Toshikazu Kawaguchi
  3. Il canto del meltemi Federico Ambrosino racconto lungo
  4. Q.D.G. Il mistero della cassa sommersa Monica Marmentini

Amo tutto Coe, anche i romanzi giudicati dalla critica e dagli altri lettori meno riusciti, aspetto ogni nuova uscita con trepidazione e questo mi è piaciuto tantissimo. C’è dietro uno studio attento e una lunga ricerca per parlarci del grande regista sul finire della carriera e della sua buffa relazione con una ragazzetta greca che gli fa da traduttrice durante le riprese di un film in Grecia. Nell’invenzione è tutto estremamente curato e credibile. E’ insolito, delizioso e realmente una lettura che convince. Ho adorato i momento trascorsi con questo libro, sono stati squarci importanti sul tedio che andava a ricoprire il resto.

Non avrei mai letto il super celebrato libro Jap se non l’avessi scovato dalla twin, che ha un diploma superiore in giapponese e legge solo libri giapponesi (però odia il sushi). Ho capito dalle prime pagine che no, non faceva per me e difficilmente avrebbe recuperato. Ho quindi deciso di leggerne 10 pagine al giorno, che è un’idiozia, non è lungo, 177 pagine, e sono così andata avanti tra la noia e l’incredulità circa il successo di una storia insulsa e mal scritta, fino a pag 122 e lì, beh lì mi sono arresa. E l’ho abbandonato. 

Gli ultimi due li ho letti perché scritti da due autrici che seguo su Ig e i libri sono editi da due editori coi quali pubblico anch’io. Solo che col primo proprio non ci siamo: trama inesistente, poteva essere – come spero siano i miei racconti con Delos tipo L’ultima neve per intenderci – uno spensierato passatempo per qualche ora, invece a parte qualche suggestione greca (neanche poi tanto), è no. Il romanzo Young adult di Monica Marmentini invece mi è piaciuto, lo promuovo a pieni voti (qui i voti non li metto più, ma sono ben presenti nel mio file) anche se soffre di qualche ingenuità è una buona storia, che si fa leggere, senza diventare memorabile, ha il suo perché.

Alla luce di tutto ciò ho riflettuto anche molto sul perché e per come un romanzo possa piacere, addirittura entusiasmare alcuni lettori, e farsi letteralmente detestare da altri. I gusti, si sa, non si discutono. Su Finché il caffè è caldo potrebbe esserci un problema di cultura molto lontana da me, di non aver capito la poesia di quel tornare nel passato per il tempo di un caffè. I libri comunque meritano concentrazione, mia mamma, sempre assai critica, che pure ha dato 9 a Un cuore in Bretagna, ha schiaffato un sonoro Non classificato, a Sono una donna non sono (solo) una sarta. Ero certa che non fosse il suo genere e non glielo avrei regalato se non fosse stato per quella macchina da cucire e il tema: mia mamma è una sarta eccezionale. Ebbene mi dice: “eh, non basta disegnare due bozzetti per poter essere una sarta.” Replico che no, Corinna è stata costumista a Cinecittà per 20 anni prima di buttar giù gli schizzi. E mia mamma “eh, ma lavorava a Cinecittà perché l’aveva messa lì lo zio produttore” E io “no, la sartina piazzata dallo zio non è Corinna, bensì quella che le ruba il posto…” Allora, è chiaro che non l’ha letto con attenzione, che c’era una sorta di pregiudizio e si è trovata irritata in maniera del tutto ingiustificata perché ha visto un attacco alla sua professione, inesistente nel romanzo. Questo confronto è avvenuto mezz’ora fa, quindi scrivo di getto il mio disappunto. 

Perché ciò che poi avviene, e sui romance succede di continuo, è il giudizio di merito sui lettori. Se apprezzi certi testi devi per forza avere un cervello un po’ ridotto. A parte il fatto che ho conferme continue che la mia narrativa d’intrattenimento ha una sua profondità, ma è giusto che ciò che leggiamo diventa la pietre di paragone di ciò che siamo?

La twin è una persona dotata di un’intelligenza straordinaria, intesa proprio come fuori dall’ordinario, condita da una certa scaltrezza, e lei legge appunto un libro all’anno sotto l’ombrellone e che sia giapponese. Amava Murakami prima che diventasse arcinoto. Allora come la mettiamo?

Detto ciò, saluto il mese di marzo, c’è ancora domani, ma è impensabile che io possa finire il romanzo iniziato nel weekend, quindi slitta ad aprile, un po’ turbata.  

Lasciare aperta la porta della creatività

La via creativa è una perenne sorpresa nel momento in cui le diamo l’opportunità di trovarci, lasciando aperto anche solo uno spiraglio. Nonostante la gioia per la prima dose di vaccino ricevuta da mia madre dieci giorni fa, sta benissimo oltretutto e il 7 aprile farà la seconda, che nel disastro lombardo equivale a un vero colpo di fortuna, la fatica complessiva è rimasta la colonna sonora costante delle mie giornate. Credo sia normale. Non mi piaceva ma ho assecondato la cosa, certa che prima o poi arriveranno tempi migliori, come ci ripetiamo, che sono comunque una privilegiata e via di sto passo.

Il lavoro è stato molto complesso e purtroppo c’è in previsione il cambio del sistema operativo, l’attuale è in uso da anni e lo padroneggio proprio alla grande, è il mio punto di forza che mi consente, con la competenza nella materia fiscale di cui mi occupo, di essere veloce. Ho paura e confesso di essere già in ansia. Proprio ora, con la Brexit, la collega in smart working causa Dad, la possibilità concreta (diciamo pure la realtà) che ogni giorno manchi qualcuno per due linee di febbre o contatti rischiosi!

Ho acceso una sorta di pilota automatico: si marcia, il panorama fa schifo, ma l’importante è la meta. Decisamente un atteggiamento malsano ma al momento è una forma di protezione. Alla fine però, e torniamo alle prime righe del post, la creatività non ha avuto neppure bisogno di bussare, perché, forse inconsciamente, non avevo mai chiuso la porta del tutto. Si è manifestata addirittura in una nuova veste: mi è scattato un inaspettato amore per la cucina! Il giorno 18 sono uscita alle 16 dall’ufficio, approfittando del permesso del marito per tornare con lui e risparmiare i soliti 20 euro che continua a costarmi il tragitto lavoro-casa, ho fatto la spesa e non vedevo l’ora di mettermi ai fornelli. Quando Emanuele è rientrato (aveva una visita medico + era andato dall’ottico – che non è vicino – perché proprio quel giorno gli si erano rotti gli occhiali) mi ha trovata circondata da un esercito di pentole, uno strudel gigantesco, e diverse preparazioni da congelare.

Mai e poi mai avrei potuto immaginare una roba simile. I nuovi devasti sono appunto lo strudel con diverse farciture e le varianti del vitello tonnato.

Con simpatici ritorni alle origini il processo magico si è poi manifestato con la scrittura: ho messo a punto un nuovo racconto lungo da proporre a Delos, laddove sono sempre sicura di superare la selezione e trovarmi bene, cosa che mi mette al riparo da grattacapi. E poi qualcuno di importante si è finalmente innamorato di Nina Strick, e ho quindi ripreso in mano anche quel progetto. Cercando di non illudermi troppo, ma ben contenta di lavorarci su.

Dimenticare la paura e conservare il ridimensionamento

Domani, a un anno esatto dalle terribili immagini dei camion con le bare a Bergamo, diventate simbolo della pandemia, si celebrerà la giornata delle vittime del Covid. Un evento talmente eccezionale da richiedere una giornata per la memoria che, al momento, non può essere ancora definita ricordo. Perché non è finita.  

E oggi mia mamma ha ricevuto la sua prima dose di vaccino Pfizer. E’ andato tutto bene, lei molto grintosa, ha deciso di recarsi al centro vaccinale (a Milano ma in un altro quartiere) da sola, in taxi. Lunedì sera, all’arrivo del messaggio con il quale le comunicavano l’appuntamento, ho provato una gioia che avevo del tutto dimenticato. Una sorta di leggerezza nuova, a tratti commovente. Impossibile paragonarla ad altro.

Sabato un nuovo fatto increscioso con l’editore di Un cuore in Bretagna, mitigato da avere al mio fianco un alleato d’eccezione come Franco Forte, persona davvero rara per disponibilità, competenza e onestà intellettuale nel mondo dell’editoria, non mi ha prostrata come sarebbe successo tredici mesi fa. E’ tutto enormemente ridimensionato e credo che questo rimarrà. Non credo che ne usciremo migliori, come avevamo ipotizzato mentre si cantava dai balconi, ma sono convinta che affinché oltre cento mila vittime e tutto il dolore non siano stati vani, toccherà davvero fare tesoro – senza retorica – di quanto vissuto. 

In me sta avvenendo perché l’istinto non lo freghi, e nel weekend avrei potuto essere furibonda, invece no. Ero proprio tranquilla.

Lo stesso vale per le amicizie perdute quest’anno, rapporti che non hanno retto, credevo fossero solidi, ma mi sbagliavo. Ci ho sofferto? No, non ho capito cosa sia successo, ma non mi faccio colpe, senza alcuna presunzione, conservo ricordi belli, in alcuni casi anche molto belli, e vado avanti senza di loro. Perché la vita è questo. Perché i miei affetti veri sono tutti qui, se chi ha preferito non esserci fosse stato davvero importante, beh sarebbe rimasto. Coi silenzi, gli aperitivi su zoom o anche no, con la solidarietà. E’ tutto davvero molto semplice, persino banale. 

Una lettura della pandemia che ho sempre detestato è quella per cui le restrizioni vengono vissute come punizioni. Odio – e allontano da me – chi associa le regole sullo stare in casa, con la privazione di libertà, postando, ad esempio, foto di gente dietro le sbarre. In Italia ci sono parecchi problemi, ma è ancora un paese da baciarsi i gomiti per essere nati da questa parte del  mondo, in confronto a molti altri dove vige un regime. Davvero, non scherziamo con questi paragoni. Così come trovo fastidioso chi non arriva a capire che gli anziani andavano vaccinati per primi perché sono quelli che rischiano maggiormente la vita, e un paese civile fa questi ragionamenti in tutela del più debole. Chi dice – ne ho sentiti – che sarebbe stato meglio vaccinare chi lavora, chi ha i figli, ha una visione lontana dalla mia idea, per fortuna condivisa, di umanità.

Mia mamma oggi mi ha detto che cercherà di dimenticare quella paura che l’ha attanagliata per un anno, un terrore reale che si è concretizzato con auguri al cancello il 24 dicembre e niente più. Sola. C’è gente che ha pensato fossero precauzioni esagerate e ha festeggiato in allegria, solo che attorno al tavolo c’era un positivo, asintomatico al momento, e adesso qualcuno tra loro non c’è più e aveva 20 anni meno di mia madre. Non sono leggende metropolitane, non sono storie di carcerati, sono fatti veri, accaduti a conoscenti. 

Abbiamo attraversato un dramma epocale, essere quelli di prima è impossibile, almeno per me, e chi ha vissuto un lutto stretto lo sa. La morte si elabora e si supera, certo, sarà così anche per questo lutto collettivo, ma la psicologia ci insegna che la sponda che si raggiunge non è mai quella di partenza.