Questo agosto

A un certo punto è stato evidente che mia mamma non sarebbe andata in Valle, così si è aggiunto un nuovo tassello ai cambiamenti drastici che il covid ha portato con sè. Tutte cose da elaborare.

Io e l’Orso siamo riusciti a organizzarci abbastanza bene, nel complesso della situazione, con partenza per il lago Trasimeno – sì, si torna nei luoghi di Anna e Cesare, anzi proprio nella casa ereditata da Anna per chi ha letto Figlia dei fiordi, – il giorno 25 dopo pranzo o al più tardi alle 16 e ritorno a Milano il 30 con un late check out in hotel in modo da sfruttare i pochi giorni che abbiamo. Emanuele infatti è già in ferie da lunedì 24, io entro in part time il 26. Ho iniziato a contare i giorni, a sperare che non insorgano intoppi e a pregare per un meteo favorevole.

Le giornata hanno cominciato ad accorciarsi e a sgocciolare verso la fine dell’estate, è arrivato il picco di caldo, un paio di nubifragi, poi di nuovo temperature accettabili, nei social un botto di gente al mare e noi qui a inventarci l’estate in città, talvolta con entusiasmo propositivo (prendersi finalmente quel film che volevamo tanto vedere, fare scorta di gelati) altre con la luce un po’ spenta della rassegnazione. Ho spuntato le visite mediche in calendario, sono venuti a sostituire le veneziane in balcone, ho trascorso del tempo con mia mamma che finalmente ha varcato i confini del quartiere e non per motivi medici.

Fondamentalmente ho continuato a sentirmi avvolta nell’irrealtà e a incazzarmi pesante con i negazionisti faciloni. Nel mentre andavo avanti a promuovere il mio ultimo romanzo su Instagram e per fortuna a scrivere per il fotografo, attività che mi dà davvero grande soddisfazione. Per quanto riguarda Instagram dopo la fase iniziale di ritrosia e qualla successiva di innamoramento folle, ora – e spero di assestarmi qui – lo uso con il giusto distacco. Mi è capitato (di ritorno dall’ospedale di cui parlo sotto) di essere in Duomo, dopo mesi e mesi, almeno sei, ebbene avevo ancora il cellulare spento, per un attimo ho pensato “Che cielo meraviglioso, una foto per Instagram col simbolo cittadino #MILANO e cose così? ” Poi non ho neppure riacceso il telefono fino a casa e mi sono sentita molto contenta di me stessa.

Venerdì 7, ho dedicato il mio tempo e donato il mio corpo alla scienza con lo studio sui gemelli. La ricerca verte a trovare un marcatore nel sangue per la sclerosi valvolare aortica, come avviene ad esempio con il PSA per il tumore alla prostata. I gemelli sono uno straordinario modello di studio per capire quel è il peso della componente ereditaria e di quella acquisita nel manifestarsi della malattia. La struttura si trova dalla parte opposta della città, ancora in Milano ma per pochi metri, e questo è stato l’unico elemento negativo, per il resto sono stata stra felice di partecipare nonché di avere preziosi referti e personale medico di altissimo livello a mia disposizione gratuitamente.  (Anche se ho speso un patrimonio di taxi). A casa già avevo dovuto compilare un questionario parecchio corposo.

Quella sera siamo partiti per la Valle; ero priva di entusiasmo, in più mi avevano tolto un botto di sangue e avevo mangiato solo 2 albicocche (causa prelievo), per cui appena sono rincasata ha iniziato a girarmi tutta la stanza; al ritorno ho scelto di fare taxi + metro per risparmiare un po’, ma il caldo e il pezzo a piedi mi avevano probabilmente messa ko. In cuor mio speravo di recuperare e di mettere insieme un bel weekend e così è stato.  Abbiamo cenato lungo la strada, in un normalissimo Old Wild West, che comunque a noi piace, che si trova però in un posto incantevole sul lago, un po’ nascosto per cui rimane un angolo fresco e davvero gradevole mai affollato, infatti ho fatto milioni di volte quel percorso ma finché un paio di anni fa alcuni amici non ci hanno portato lì non avevo idea dell’esistenza di quello sbocco prima di Lecco.

Comunque è stato strano perché non abbiamo visto amici e neppure tirato fuori le bici (troppo caldo) ma ci siamo rilassati dopo aver portato a termine le incombenze per cui ero andata e che, anche se erano delle scemenze, mi sono resa conto mi gettavano addosso ansia (il motivo è facile: sono cose che di solito fa mia mamma, dovevo farle io e lei mi stava facendo involontariamente pressione). Passeggiate, pranzi fuori (proprio fuori-fuori, nel senso nel ristorante vicino casa ma all’aperto) e anche tanto divano, va detto. Sento di essere un po’ al limite, lo stomaco ogni tanto protesta e mancano ancora 15 giorni alla partenza, domani torno al lavoro, oggi ho un sacco di roba da stirare e in parte ancora da fare asciugare, insomma devo gestire il tempo con attenzione, altrimenti rischio di andare finalmente in vacanza talmente scoppiata da non godermi nulla.

Libri letti a luglio

Eh, sono solo due.

  1. Cambiare l’acqua ai fiori Valerie Perrin voto 8
  2. Sulle ali della primavera Antologia AA.VV voto 6

Va detto che il primo è  piuttosto lungo. Allora, volevo leggerlo da fine 2019, da molti definito “capolavoro”, “miglior romanzo dell’anno” ecc. la trama mi era parsa intrigante e in effetti lo è, ma era un libro con tutte le carte in regola per prendersi almeno 9 e invece si è fermato all’8. Why?

Per me ha due enormi problemi. Primo: almeno 100 pagine, le prime, sono trascinate, non entrano nel vivo della narrazione, creando una controproducente suspense fastidiosa. La struttura alterna frequenti flash back (un po’ abusati, l’ho fatto anche io ne La ragazza che ascoltava De André e ho ricevuto delle critiche costruttive in tal senso, ma la sensazione di singhiozzo qui è molto maggiore perché le sotto trame sono tante e si va in confusione) in cui si cita la figlia della protagonista, che nei capitoli al presente scompare. Si intuisce che debba essere successo qualcosa, ma il non arrivare mai al dunque mi ha stancata parecchio. Quando ci si arriva, il romanzo parte e fa i fuochi d’artificio. Con qualche neo, molto suscettibile del mio personalissimo giudizio, tipo che non sopporto le relazioni basate sul sesso, il personaggio dell’avvocato di grido è antipaticissimo – mentre credo che non fosse questo l’intento dell’autrice – e molti altri in effetti non riescono a piacermi fino in fondo, persino Violette. Davvero c’è un materiale fantastico sprecato, un guizzo narrativo importante soffocato da elementi che avrei ridotto al minimo. Vorrei dire di più, ma non voglio spoilerare. Vi lascio quindi una recensione (in rete ne trovate quante ne volete) entusiasta che si scosta molto dalla mia opinione (ripensando alla lettura prevale l’irritazione per le occasioni spreacate rispetto al piacere per il mistero ottimamente congegnato che per me rimane il piatto forte).

Ho apprezzato davvero molto il talento dell’autrice, non si scrive un romanzo di questa portata senza padroneggiare la tecnica e se non si ha una reale capacità di infondere emozioni nelle parole, magari un editing diverso avrebbe potuto farlo splendere ancora di più.

Forse il romanzo risente anche di troppi personaggi strampalati, volutamente rivestiti di grande umanità fino a risultare falsi. Vorrei parlarne con chi l’ha letto senza disturbare chi intende farlo. Vediamo cosa succede nei commenti.

L’antologia è una cosa così tranquilla che non lascia il segno ma è scritta bene quindi si porta a casa la sufficienza.

Giorni faticosi

La fatica si è impossessata di me. La fatica un po’ inutile, che non è solo lavorare, rincasare tardi, essere presente per mia mamma, gestire con costanza la mia attività di scrittrice (tutte cose abbastanza normali) ma diventa fatica inutile quando in ufficio ci sono una serie pesante di scaricabarile, di cose da ripetere all’infinito, di situazioni volutamente fumose, quando mia mamma non la puoi spronare a focalizzarsi sulle cose positive che ci sono, perché si ottiene solo lo scontro, quando gli apprezzamenti alle mie opere sono importanti ma senza il colpo di fortuna o l’aggancio giusto i risultati restano limitati.

E’ stata una settimana oggettivamente difficile sempre nei limiti di faccende non gravi ma che disturbano, forse di più ora perché abbiamo la pandemia sulle spalle, la soglia di sopportazione bassa e l’incertezza di quel che sarà. Io continuo a dirlo, il mondo com’era ce lo possiamo scordare. Continua a essere tutto diverso, tutto, dai dettagli quotidiani, agli aspetti cruciali della vita.

Ieri, a incasinare ulteriormente, un nubifragio su Milano. Sono arrivata in ufficio fradicia nonostante scarpe chiuse, ombrello e giubbottino leggero impermeabile. C’era la fila al phon asciugamani del bagno per sistemarsi alla meno peggio. Siamo tornati a casa alle 20, ho improvvisato un aperitivo, mezza svenuta sul divano, che è anche riuscito bene e avviato la lavatrice quella grossa settimanale che dura un’era geologica.

Oggi il sole splende in un cielo di un perfetto azzurro e mi impegno a tirare fuori quell’energia di cui ho tanto parlato nel post precedente.  A mia mamma è tornato il buon umore, mentre io e l’Orso stasera abbiamo una cena di compleanno: una cara amica è arrivata ai 50, ha dovuto annullare la festona, così saremo solo noi tre, ma sarà comunque anche bello rivedersi dopo tanto tempo.

Mi capita di andare sul balcone, annuso questa estate, con le sere già un pelino più corte, e penso che non tornerà, non ci verrà restituita, non è un oggetto rotto che si può sostituire, è così e basta. Sono sincera, mi viene un po’ di magone, si piazza nello stomaco, guardo il calendario incredula di essere al 25 luglio, e vado avanti.

PS. Nel frattempo abbiamo definito, non con pochi sbattimenti, la pratica per il rimborso del danno in cucina, la procedura che conoscevamo non esiste più, ora è più complicata (te pareva!)

Le risorse post pandemiche di un’estate in città

Sia messo agli atti che non sto trascurando il blog in favore di Instagram, ma è altrettanto vero che IG, che mi ha fatta impazzire all’inizio, ora mi piace tantissimo. Ho trovato la mia dimensione, il nipote mi ha spiegato ciò che tecnicamente non sapevo, ho smesso di seguire alcuni profili che conosco di persona e so bene quanta finzione ci sia dietro (gli incantatori di serpenti sono sempre molto frequenti e possono sedurre anche me) e tutto sommato mi tiene anche compagnia in questa estate cittadina.

Dio sia lodato: il caldo torrido non è ancora arrivato, quei fenomeni dal nome terrificante, Caronte, Nerone che hanno caratterizzato le estati degli anni scorsi, a ondate di calura insopportabile talmente ravvicinate che non si avvertiva mai una tregua, a metà luglio ancora no! Grazie, grazie meteo. Questo vuol dire tantissimo, dà sul serio una concreta possibilità di farcela, perchè siamo tutti bolliti dai mesi precedenti, e chi non può (ancora) partire se si mette pure a fare 40° rischia di andare completamente in tilt.

Avevo preso tre giorni a caso di ferie, l’idea era che il 15 era il compleanno di mia mamma e almeno sarei andata a farle gli auguri con calma, poi ho attaccato giovedì e venerdì; purtroppo l’Orso non si è unito, e io ho scavato alla grande il mio barile personale di risorse, grattando ogni angolo del fondo e ho trovato un sacco di luce.

Ho capito l’essenziale: la vita è profondamente dentro di noi, se abbiamo sempre bisogno di circondarci di altro, forse c’è un problema. Desideriamo uscire? Giusto, siamo stati tanto isolati, chiusi, straniati ma l’intima esistenza può concretizzarsi davvero con poco. Lo so, sembrano discorsi triti da guru orientaleggianti, insegnamenti fastidiosi, lezionicine che anche no, grazie, però è così. L’aperitivo non è più nella via fighetta, troppo assembrata, ma in un bar a 1 km da casa. Ci si svaga, ma si sta anche tanto in casa e si aspetta con pazienza il 26 agosto, quando, salvo imprevisti, partiremo. Saranno solo 5 giorni, va così per il lavoro, per la convalescenza di mia mamma, ma tutto alla fine è riconducibile al covid, se non ci fosse stato, mia mamma sarebbe stata operata a marzo e noi saremmo andati in vacanza al solito le prime due settimane di luglio.

In questi tre giorni ho recuparato tutte le visite mediche saltate per il virus, tra farle e prenotarle, soprattutto una che credevo del tutto perduta: un programma in un centro di eccellenza cardiologico dove io e la twin siamo state selezionate, in quanto gemelle, per un’indagine sulle malattie cardiovascolari che prevede una serie di esami importanti a costo zero. Dovevamo andare i primi di aprile, lo studio si sarebbe concluso a maggio e gli avevo messo una pietra sopra, invece, sorpresa: ieri ci hanno chiamate! Ho scoperto che la sabbietta nei reni non c’è più e visto che si ripresenta in inverno e in estate se ne va senza farmaci, credo che a sto punto il problema risieda nel fatto che col freddo bevo meno.  Sono andata all’Occitane, a salutare i nipoti che domani partono e non ho fatto altro se non riposarmi, pulire casa, e cercare di sgombrare la mente dai brutti pensieri, anche qui, anche a Milano, nel mio recinto, anche oggi che sono appunto in ferie e mi sono comunque alzata alle 7 per… ehm consentire all’Orso di cambiare le lenzuola, come da tradizione, prima dell’ufficio (è il lavoro di casa che più detesto!). Ah, dimenticavo, forse non sono in ferie. Ma come, Sandra? Dove hai lasciato quella porzione di cervello che hai sbandierato essere solido tre righe sopra, l’hai menata per tutto il post che sei in ferie. Eh, ma a dirla tutta non lo so, ho preso ferie, ma la direzione a piacimento le trasforma in cassa integrazione, che poi forse l’INPS ti bonifica il giorno 10 del mese dopo-dopo (la cassa di maggio, al 10 luglio non era ancora arrivata oh oh oh oh, al collega è arrivata il 14, io non ho più controllato). Un altro effetto della pandemia.

La pandemia ha reso tutto precario, e per una come me, abituata a certezze granitiche, organizzazione e rigore, è un salto nel vuoto.

In questi giorni, in cui non provo alcuna invidia per le tante foto di gente in spiaggia che vedo nei social, ho semplicemente imparato a volare, appesa al filo della gente intorno a me, i miei cari, ancora qui nonostante la tragedia che ha sconvolto il mondo. Andremo lontanissimo, anche stando sul divano.

Questa estate da mozzarella

E’ inutile, io in città non mi abbronzo, anche ammesso di avere uno spazio dove stendermi. Il balcone al sole caccia piuttosto caldo, i panni stesi si asciugano in un attimo. Quando leggevo al parco mi veniva un vago segno dell’orologio. Ma con accortezza al mare posso farmi una tintarella inimmaginabile per un fototipo due. Ho una serie di vestitini che indosso prevalentemente dopo le vacanze, quando sono abbronzata e, trovando il modello giusto per la mia figura, sto proprio bene. Mi guardo le gambette bianche, mentre cammino sull’asfalto, ma sì, dai manco li tiro giù certi abiti, li metterei forse una volta, presa da un’entusiasmo che verrebbe meno alla prima occhiata di sguincio in una vetrina, e poi sono solo da portare in lavanderia. Ne ho preso uno nuovo blu, si lava in casa, metto quello e buona notte, bermuda per le gite, pantaloni e gonnellona (ne ho una sola) freschi per il resto, sistemata anche la spinosa questione peli, in caso di ritardi con la ceretta, non si vedranno. E il trucco? Il rossetto non lo uso più da un pezzo, da quel che è successo, che sotto la mascherina ciao. Fard? Terra? Ombretto? Rimmel? Quelle allegre cosucce che si squagliano nella canicola? Ovvio, dopo il mare riuscivo a evitare, ma quest’anno? Maaah, io lascerei perdere, nature, come i capelli, che prendere l’appuntamento per la piega mi viene male, prima era senza, ed era il bello della diretta: ho voglia, ho tempo, non piove, vado a teatro, taaac parrucchiere. Essenzialità. Un po’ bianchiccia, ma autentica. Non abbiamo forse vissuto in tuta per mesi? Col phon defunto e altre simpatiche cose?

Luglio doveva essere il mese della colla millechiodi, giugno mi ha fatta a pezzi e desideravo riattaccarmi per bene. Ho deciso che avrei provveduto almeno in parte a ciò che avevo lasciato indietro per il covid, tipo qualche visita medica e rinnovo della casa. Avevo ancora un contatto pre pandemico per il rifacimento della veneziana, su quel balcone dove no, non mi stenderò a prendere il sole. Mi sono fatta la mia bella scaletta e con l’Orso ho messo a punto una sorta di calendario che lasciasse spazio a riconquiste felici, come la prima cena con amici. In molti momenti ho pensato che volevo solo dormire, anche se poi ho puntato la sveglia un’ora prima, per avere le ore fresche, e infilarci di tutto.

Siamo stati in valle a riaprire casa con almeno due mesi di ritardo, è stata una giornata piacevole, con un po’ di magone perché non so proprio se mia madre se la sentirà di andarci quest’anno; ci sono ancora diversi strascichi dall’intervento e momenti in cui ha bisogno di me.

Ieri però l’estate ha saputo restituirmi il sapore più autentico della sua magia: braccia e décolleté rossissimi, dopo la splendida gita con i nipoti sul lago d’Orta. Una giornata perfetta e bellissima che si scolpisce a forza nei momenti impagabili di questo maledetto ventiventi. Idea dell’Orso, in ferie ieri e oggi, organizzazione mia, entusiastica gioia collettiva. IMG-20200708-WA0013

Guest post!

Carlotta indossa le maniche lunghe anche in estate. Chi non si è mai trovato a disagio davanti allo specchio scagli la prima pietra.Oggi sono ospite di Barbara Webnauta, che ringrazio per l’idea tutta sua, per le competenze informatiche e la generosità ormai comprovata.

Parliamo un po’ del mio ultimo romanzo, con l’obiettivo di raccontarvi perché potrebbe piacervi anche se non siete fan di De André. Barbara mi ha proposto una chiave di lettura diversa, che mi ha subito intrigata. Tra le tante ragioni per scegliere questo romanzo, anche quella nella nuova Canva lassù. Non occorre avere un’autostima pessima come la mia per ritrovarsi nelle sensazioni di Carlotta Bamberga, basta avere (avuto) un rapporto difficile con lo specchio: chili di troppo, misura scarsa di reggiseno, gambe storte, naso gobbuto e via di sto passo. Ce n’è per tutti, e sono sempre motivi molto, molto stupidi, ma tristemente drammatici, per non amarsi e vivere male.

Cose da cui scappare, insomma. Carlotta ci dice la sua in merito.

Libri letti a giugno

Giugno, col suo carico di fatica, ha condizionato molto le letture. Non tanto per la quantità, più che altro ho l’impressione di essermi trascinata romanzi che avrebbero meritato un’attenzione maggiore da parte mia. Eccoli qua:

  1. L’annusatrice di libri Desi Icardi voto 7 ½
  2. Eva e le sue sorelle Tieta Madia voto 7 ½
  3. Fabbre Jonathan Bazzi voto 8
  4. L’antiquario del Garegnano Paola Varalli voto 8 ½

Il primo ha avuto un buon successo, l’ho sempre scansato ritenendolo un libro furbetto, ma poi Fazi ha messo l’e-book gratis durante la pandemia, a quel punto, perché no? Mi sono ricreduta, niente di esagerato, ma una buona storia originale, questa bimbetta che legge i lirbi con l’olfatto, seppur un po’ claudicante in diversi punti.

Il secondo tratta il tema a me molto caro dell’infertilità, non appena è uscito è girato molto sui social, così al mio primo giro in libreria l’ho preso. Che dire? Non ho trovato tutta quell’emozione osannata da molte lettrici, la protagonista mi è rimasta parecchio antipatica, e solo nelle ultime parti riesce a restituirmi la giusta suggestione rispetto alla genitorialità sofferta. A distanza di qualche settimana posso dire che non mi è rimasto attaccato nulla.

Febbre non ha bisogno di presentazioni. Candidato al Premio Strega, reale caso letterario, mi ha preso ma non del tutto e sicuramente è colpa mia. Ho ritrovato alcuni miei luoghi, luoghi che, paradossalmente proprio ora, sono diventati di tutti e iconici, come il reparto di infettivologia dell’Ospedale Sacco (vi ho mai raccontato di quella volta che ho incontrato e parlato per almeno un’ora col mitico Prof. Massimo Galli?)

Il n. 4 è proprio un bel giallo. Io e Paola ci siamo conosciute a un corso di scrittura creativa, e ora lei pubblica con i Fratelli Frilli, editore genovese di tutto rispetto. La Certosa di Garegnano, gioiello milanese la cui costruzione precede quella di Pavia, è stata la mia Parrocchia di Battesimo, Comunione e Cresima, fulcro del quartiere dove sono nata e dove ho vissuto 20 anni, strappata con violenza da uno sfratto. Ora abito a circa 3 km ma il quartiere è un altro. C’è di sicuro una componente affettiva, ma Paola è molto brava, la storia funziona, le due investigatrici per caso sono simpatiche senza volerlo essere a tutti costi ottenendo il risultato opposto (difetto che molte donne in narrativa ahimé hanno). Consigliatissimo. Va detto che mi ha fatto tanta compagnia quella giornataccia al Pronto Soccorso e ringrazio ancora il  mio intuito che me l’ha fatto infilare in borsa quella mattina: è stata la lettura perfetta.

Poi ci sarà il sole, nelle stanze in fondo agli occhi tuoi (cit.)

Un po’ per il fatto che vivo in Lombardia, un po’ per la mia situazione personale di cui ho parlato, sono molti passi indietro rispetto alla media della gente nella ripresa della normalità. Questa fame condivisa di tornare al “prima”, enfatizzato dall’arrivo dell’estate, non può non tenere conto che quel “prima” non esiste più, se si ha un briciolo di cervello.

Gli effetti della pandemia e dell’isolamento sono presenti in tutti noi, mentre rifiuto di rapportarmi con chi si ammassa in situazioni di calca per avvicinarsi a un politico, festeggiare un risultato sportivo, godersi le spiagge o urlare che il virus è un complotto.

Con cosa sto facendo i conti io? Innanzitutto, con troppi “se”. Se non ci fosse stato il covid mia mamma sarebbe stata operata a marzo, non avrei fatto la cassa integrazione, con tutte le conseguenze del caso, e al momento sarei in vacanza, non so dove (non avevamo ancora deciso), magari – mete ipotizzate – verso la Galizia, o i paesi Baschi. I giorni di adesso sono la conseguenza di quell’enorme fetta di vita assurda, tra ambulanze e assenze che non avrei vissuto e neppure immaginato se non in un incubo. Non avrei saputo cosa significhi fare la fila di 1 ora e 40 al supermercato, cercare e indossare mascherine, non avrei provato lo smart working, non avrei pianto e consolato così tanto, probabilmente neppure scritto e pubblicato alcune storie. Non mi sarei provata la temperatura 2 volte al giorno dopo un contatto ravvicinato e ripetuto con un collega con la febbre a metà marzo. Non avrei respirato il terrore. Non avrei provato la struggente mancanza dei miei cari, e l’esigenza concreta e dolorosa di volerli sapere al sicuro.

Tutto questo non può non lasciare delle cicatrici.

E’ qualcosa di visibile: i capelli sono talmente lunghi, eh no, non sono ancora riuscita ad andare dal parrucchiere, da stupire tutti, ma anche intimo, ci sono ancora momenti in cui provo all’improvviso una forte voglia di piangere, una sorta di vero pianto nascosto privo di lacrime che scaccio senza dire niente a chi mi circonda o aspetto che passi se sono sola. Non sono depressa, al di là della stanchezza fisica, credo di essere solo consapevole che non si passa indenni da uno tsunami emotivo di questa portata.

In ogni caso, ieri ho rivisto la twin dopo oltre 4 mesi, giro di shopping e chiacchiere che mi hanno scaldato il cuore sul serio. E’ vero, si litiga, anche con ferocia, ma forse aver condiviso quel sacco amniotico ci ha dato qualcosa di imprescindibile: io non posso semplicemente immaginare la mia vita senza di lei. E oggi primo pranzo fuori. Io e l’Orso siamo tornati in uno dei nostri locali preferiti, in una zona che ci piace, ed è seguito un ampio giro a tratti sudaticcio. Ho tenuto il cell in borsa e deciso di non farmi prendere dallo scatto facile per whatsapp o per istagram. Io e lui ♥♥♥ e basta, ed è stato molto bello.

C’è quella sottile preoccupazione che l’idiozia di alcuni diventi il problema di tutti, che mia madre, che sta meglio, non esca più da quel gorgo di “non mi voglio contagiare” che la sta mettendo all’angolo, però si va avanti.

Che estate sarà?

Mentre diversi conoscenti, amici, parenti, familiari, colleghi ecc hanno già programmato le ferie e alcuni sono addirittura in partenza, guardo il calendario con occhi uggiolanti: ci sono ottime probabilità che domani sarebbe stato il giorno di iniziare le vacanze, visto che mediamente facciamo le prime due settimane di luglio. Invece no, prenotato nulla, i giorni in cui saremo a casa ancora in via di definizione e nella testa un unico obiettivo: trascorrere un’estate piacevole anche in città. Se non si schiatterà di caldo, quello è ovvio. Se non ci saranno altri guai medici, ovvio pure questo.

E’ stata dura, durissima. Il connubio, ritorno in ufficio dopo due mesi di cassa-intervento mamma è stato un massacro, con l’imprevisto di un giro al Pronto Soccorso, per mia madre appunto, martedì, dove sono rimasta 6 ore, col lavoro da recuperare in qualche modo, la preoccupazione, lo stare là fuori che ora non ti fanno entrare. Un’ora e mezza seduta su un panettone che solo per i primi 10 minuti è stato comodo “figata, un panettone libero!” Seeee. Poi varie migrazioni in cerca di meglio. Trovato ma in una cazzo di zona dove, scoperto dopo, il mio cellulare evava problemi e chi mi chiamava (mia madre, l’Orso che nel frattempo era corso dalla sua che era stata male dopo la gastroscopia) incappava nella segreteria. Ci sono stati momenti di stanchezza abominevole in cui guardavo il vuoto a tavola. Gli orari assurdi perché al lavoro c’era un botto da fare e perché non c’era la navetta aziendale e aspettavo l’Orso instancabile per rincasare. Oggi comincia il nuovo giro di part time, ma ho dato la disponibilità a rientrare in ditta lunedì e martedì in caso di problemi, un compromesso nella situazione di caos. Ma non credo mi chiameranno.

In mezzo a tutto questo, è toccato anche dipanare situazioni editoriali: una proposta contrattuale free ma da esaminare con attenzione, il nuovo gruppo whatsapp dell’editore de La ragazza che ascoltava De André con qualcosa come una settantina di messaggi in una sola mattina, silenziato ma poi tocca darci un’occhiata/ascoltata.

E alla fine ieri sera il primo aperitivo! Sulla strada di casa, nel baretto della colazione mattutina del venerdì, ho detto “proviamo!” ed è stato ottimo. Uno squarcio luminoso, un “dai, che ce l’hai fatta!”

A farci compagnia la serie TV Chernobyl finalmente in chiaro. Raggruppano le puntate, quindi sono 3 giovedì sera molto, molto intensi. Spengo il cell e passo tutto il tempo a ripetere “che ansia!!” Sento nomi di posti di cui parlava Natallia, come Gomel, in una straordinaria ricostruzione di una tragedia senza paragoni anche per la propaganda sovietica che l’ha minimizzata. E Natallia mi segue su Instagram dal mio approdo sul social e io, io non l’avevo riconosciuta. Si è palesata ieri, scrivendomi in privato (in direct, come si dice) “non mi hai riconosciuta?” No, no e ancora no. Anche se fino a sei mesi fa ci si scriveva su whatsapp e avevo quindi visto molte foto. Solo che la Puffolona è diventata Crazy Lady forever Smile, ma nell’animo è lei, affettuosissima. Da molto tempo ci cercava, usa un traduttore abbastanza efficace e la comunicazione funziona.

Sette anni fa era qua. Ha nostalgia della mia cucina, il che è parecchio inquietante.

Io penso a tutte le estati belle, compresa quella con lei, e spero che almeno un po’ possa esserlo anche questa di questo maledetto anno.