Di quando ho avuto il covid asintomatico

Inizia tutto venerdì 12 febbraio, quando la twin posta nello stato di whatsApp la locandina dello screening covid su base volontaria organizzato dall’ospedale Sacco al quale lei ha aderito. Le chiedo qualche informazione e il sabato verifico che il portale per iscriversi è di facile accesso, gratuito e veloce, e si può andare addirittura il giorno dopo, domenica. Prenoto per me e l’Orso, in una sede delle Case Popolari – partner del progetto – abbastanza vicina a casa nostra per il primo pomeriggio. E’ S. Valentino, ma che altro abbiamo da fare? Nulla, perché è tutto chiuso di nuovo.

Quando siamo lì la faccenda risulta subito più lunga e complessa del previsto. Fila al freddo, un’operatrice odiosa che non capisce il mio n. di telefono (su dieci cifre, ben cinque sono 3, ma non è così complicato) e sclera, zero possibilità di bere un caffè. Finalmente accediamo allo screening, tampone rapido e sierologico pungi dito, poi un ragazzo con un tablet fa una serie di domande sullo stato di salute, e i mesi trascorsi, per esempio se ci siamo sottoposti a un tampone, se abbiamo fatto il vaccino antinfluenzale, cose di questo tipo. Per l’Orso identica procedura, con una ragazza, cinque minuti dopo di me. Sull’informativa leggo il nome di Massimo Galli, che dirige la ricerca, così nonostante la lungaggine penso di aver fatto bene a iscrivermi.

Il percorso si conclude con il ragazzo di prima che mi legge i risultati nel tablet, e mi chiede la conferma della mail per inviarmeli.

Igg positive, Igm negative

Il che significa che ho fatto il covid. Trattandosi di uno screening non mi rilasciano l’esito numerico (quanti anticorpi ho per intenderci) ma mi dicono che la carica immunitaria è piuttosto marcata. Chiedo spiegazione, se siano certi che io non l’abbia in quel momento. Non hanno alcun dubbio, Igg è il marcatore pregresso, Igm quello in corso, ho contratto il covid, quando e come non si sa, ma l’ho superato. Se avessero dei dubbi nel protocollo è previsto il tampone molecolare, ma non me lo fanno, perché davvero non è necessario. Mi tranquillizzo, più o meno.

La ragazza legge a Emanuele il suo referto: ha entrambi i valori negativi, non l’ho contagiato.

Torniamo a casa un po’ sottosopra. Io, che l’ho menata a tutti con le precauzioni, l’ho preso! Sono anche sollevata, in fondo l’ho scampata alla grande. Ne parlo con le persone a me più vicine, cerco di capire quando potrebbe essere successo, ripenso a certe giornata in cui non ero in forma, ma sono sicura di non aver trascurato eventuali sintomi. Del resto, anche in era pre pandemia, quante volta ci capita di non essere al top? Quando ho avuto mal di testa ho sempre provato la febbre e non l’ho mai avuta; la temperatura viene misurata entrando in azienda, insomma è un rebus di impossibile soluzione. Ripenso anche a tutte le volte in cui ho visto mia madre all’aperto, gli auguri di Natale senza abbracci al cancello, felice di essere stata così ligia, potrei averla incontrata quando ero asintomatica ma contagiosa.

Lunedì sono in smart working, avviso i colleghi e la direzione di quanto mi è accaduto e non ottengo alcuna risposta. Scrivo alla mia dottoressa ma fino a mercoledì all’ora di pranzo non ho un riscontro, cosa che mi fa infuriare. Quando finalmente mi contatta mi dice che devo assolutamente fare il tampone molecolare previsto dalle linee guida del governo, che non distinguono tra Igg e Igm, sierologico positivo = iscrizione all’Ats, tappata in casa e tampone molecolare. Bene, io intanto il lunedì in pausa pranzo ero uscita, non credo di aver commesso un’imprudenza e, soprattutto, lei non mi ha contattata subito per dirmi come comportarmi.

Andare a fare il tampone mi agita, ne ho già fatto uno a ottobre, ma privatamente pagandolo per scrupolo quando c’erano stati tanti casi sul lavoro, così è diverso, i centri sono quasi tutti drive in e io non guido. Riesce a prenotarmelo alla clinica S. Ambrogio, per la mattina seguente, intanto arriviamo a giovedì, e si percepisce una certa ansia. Sarà sicuramente negativo ma… intanto faccio una grossa spesa on line.

Giovedì a metà mattina prendo un permesso e un taxi (ho il parcheggio dei taxi sotto casa e li uso abitualmente) e vado. Tutto fila super liscio, è un distaccamento della clinica, c’è una semplice porticina sul retro, chiedo se sia il posto giusto e l’infermiera fuori mi dice di sì, sono in largo anticipo, avevo temuto di trovare coda, ma sono l’unica, mi fanno entrare subito, sono gentilissimi e in un attimo concludo. Chiamo un taxi e rincaso.

Il pomeriggio successivo ricevo una mail col risultato negativo, come già sapevamo.

Fine della storia.

Nel balordone del momento, ho scelto di non raccontarlo nel blog. Per quanto credo che questa sia una piccola famiglia, rimane comunque un posto pubblico dove tutti possono farsi i fatti miei e l’utilità delle condivisione può essere minata da chiunque. Sono trascorsi tre mesi e mezzo, il panorama è cambiato e ho dovuto ripercorrere quei giorni di febbraio all’anamnesi al Centro Vaccinale, dove mi hanno detto che no, il sierologico non viene tenuto in considerazione per decidere magari di somministrare una sola dose. In fondo io non ho mai avuto un tampone positivo.

Non so cos’altro aggiungere, ma se avete domande o considerazioni sono qua.

Mezza vaccinata!

E così ieri io e l’Orso marito abbiamo ricevuto la prima dose di vaccino Pfizer, prima dose già vi fa capire che no, non ci è andata bene col Johnson monodose. Nei giorni scorsi mi ero illusa parecchio in tal senso, perché ho sentito diverse coetanee a cui era stato fatto proprio il Johnson, ma ieri era terminato. Quando il medico ce l’ha detto, l’emozione da groppone che avevo cominciato a provare all’arrivo al Centro – i cartelli, l’organizzazione perfetta, l’idea che stavamo salendo scale importanti, l’accettazione rapidissima (solo due persone in attesa prima noi), i corridoi, il personale gentilissimo – ha lasciato il posto alla frustrazione. Perché Pfizer significava una cosa: il richiamo nel periodo di ferie.IMG-20210602-WA0000

Posizionati in due box attigui, ho sentito Emanuele chiedere se fosse possibile spostarlo, ma niente da fare: è un programma automatico. E infatti sarà l’8 luglio.

Fuori una giornata di festa, l’estate a pochi passi, un bel giro a City Life, mentre facevamo le valutazioni del caso su come gestire le vacanze. La soluzione che abbiamo preferito è stata quella di scegliere una meta sufficientemente vicina da consentirci di tornare a Milano il 7 in serata, l’8 mattina abbiamo il vaccino e ripartire. Già con questo sentore mi ero fatta fare un paio di preventivi a Cesenatico, proprio sul Porto Canale di Leonardo, in due strutture piccole, come piacciono a noi. Arrivati a casa ho scritto a entrambe ma no, le camere non erano più disponibili. Mi ha preso un po’ di sconforto, ma non volevo proprio che prevalesse. Pensa che ti ripensa alla fine, per farla breve, abbiamo prenotato stamattina in Versilia, a Marina di Pietrasanta dove eravamo stati nel 2007 prima di sposarci e nel 2008 con una coppia di amici (terribile scelta, l’amicizia è naufragata e la settimana in parte rovinata dal loro comportamento). Il posto però l’avevamo apprezzato tantissimo e sono felice di tornarci.

Alla conferma della prenotazione stasera quel groppone si è ripresentato. Davvero il mare sarà il mio orizzonte dal 26 giugno al 12 luglio? Mancano soltanto 23 giorni! Non riesco a crederci.

Certo avrei preferito partire con la copertura vaccinale completa, che avremmo avuto se non avessero posticipato il richiamo Pfizer da 21 a 35 giorni, non solo per evitare lo sbattimento dell’anda e rianda, ma anche per una maggior sicurezza rispetto al virus; tuttavia stasera le parole del Generale e della mia Regione, pare che stiano organizzano il sistema informatico in modo da poter modificare le date della famigerata seconda dose on demand, grazie, fate sempre tutto DOPO) le ho ascoltate con un orecchio solo, non voglio più rimuginare su questa sfiga, né dare peso a chi prende decisioni differenti, privilegiando la villeggiatura. Va bene così.

Una settimana fa ero alle prese con gli scarichi intasati, adesso ripasso mentalmente cosa mettere in valigia e oggi sono andata in libreria a fare scorta di letture da ombrellone, segno oltretutto che il vaccino non mi ha procurato alcun effetto collaterale, a parte il dolore al braccio che non calcolo proprio se non quando devo tirare giù qualcosa da uno scaffale (i libri appunto) o portare un sacchetto (di libri appunto) e tocca ricordarsi di usare il destro.

Il corona virus, come lo chiamavamo all’inizio, ci ha dato una serie di lezioni importanti, per esempio che tutto può cambiare in un attimo, che la vita continua sempre, che anche quando le cose sembrano immobili vanno comunque in qualche direzione, che la Romagna e la Versilia possono essere inarrivabili quando i confini sono quelli del quartiere e si esce solo per la spesa, che non avere la febbre è straordinariamente bello, che anche se ci si protegge magari ci si contagia, com’è capitato a me, che il covid me lo sono fatto e non me ne sono manco accorta. E questo è il vero chiul, non poter andare in ferie per un mese di fila, anche se, in effetti, non riesco a non invidiarli.

Ma di quando ho scoperto di aver contratto e superato il covid da asintomatica ve lo racconto prossimamente. La foto lassù è stata scattata durante i 15 minuti di attesa post somministrazione.

Letture e cose di maggio

A maggio ho letto davvero degli ottimi libri, e meno male, visto che tutto il resto è stato un’oscillazione continua tra rare giornate molto positive che pensavo fossero la svolta e ripetuti disastri che mi ributtavano indietro. Sono un po’ di fretta con questo post, non riesco a dilungarmi nei dettagli per ogni romanzo. ma non voglio rimandare ulteriormente la sua pubblicazione. Le trame le trovate comunque googlando, se volete approfondire chiedetemi pure nei commenti. Scusatemi. 

  1. Capannone n. 8 Deb Olin Unferth 
  2. Carta straccia  Jakob Arjouni
  3. La stagione più crudele  Chiara Deiana
  4. La mia vita di zucchina  Gilles Paris 
  5. Il vizio della solitudine  Raul Montanari 

“Capannone n. 8” è un romanzo davvero insolito che mi è piaciuto tanto, tanto. Ha un avvio col botto: una ragazzina si mette in viaggio per andare dal padre che non ha mai conosciuto, e tutto va miseramente a rotoli in una girandola di avvenimenti e personaggi unici, su cui trionfa l’allevamento intensivo di galline ovaiole. Ho trovato solo il finale un po’ raffazzonato, quasi inutile, mi sarei fermata prima, ma tutto è davvero originale senza essere pretestuoso, e a tratti geniale.

Quando sono incappata in un romanzo di Jakob Arjouni a soli 5 euro al Libraccio sono stata molto felice, deve esistere un abbandonatore seriale di Arjouni perché il primo lo scovai alla bancarella dell’usato e ne continuo a trovare a metà prezzo. Va detto che “Carta Straccia” è un po’ il meno riuscito, comunque assai gradevole soprattutto nella prima parte, è un po’ confuso andando avanti, è un giallo con l’ispettore turco in Germania già presente in altre opere.

Conosco di persona Chiara Deiana, è la redattrice di Chiara Beretta Mazzotta, così, sono sincera, ho rosicato parecchio per il suo esordio con Mondadori, alla fine, ho deciso di comprarlo e liberarmi dal pregiudizio, ma no, non mi ha convinta. Ci sono un paio di svarioni editoriali che fatico ad accettare in un editore big, come “gli gridò” riferendosi a una donna, la ragazzina che sta mangiando un gelato panna e fragola e nella frase successiva diventa un ghiacciolo e situazioni poco credibili. Rimane la suggestione dell’età preadolescenziale fatta di estati lunghe e piene di giri in bicicletta dai nonni, che sono un po’ patrimonio di tutti, ma la storia non è riuscita a farmi allontanare il fastidio per un’editoria che fa scelte incomprensibili.

Il film d’animazione “La mia vita di zucchina” è uscito nel 2017 e l’ho recuperato di recente in dvd, ve lo consiglio se ancora non l’avete visto. Mi ha davvero entusiasmata e commossa al punto che ho deciso di prendermi il libro, oltretutto il cartaceo su Amazon costa solo 7.92 euro ed è stupendo. Più articolato della pellicola, con più personaggi, invariata la trama, è un romanzo Young Adult molto godibile anche dagli adulti, che non scade mai nella facile retorica visto il tema: un istituto per bambini con situazioni familiari difficili, spesso estreme (genitori in carcere, abusi, addirittura il protagonista Icaro, detto Zucchina, ha ucciso la madre per sbaglio), ha guizzi di preziosa ironia soprattutto nei dialoghi ed emoziona sul serio. Ottima idea per un regalo ai ragazzini in questo periodo di Comunioni, Cresime e fine Scuola.

Con Raul Montanari ho un rapporto pregresso e all’uscita del suo ultimo romanzo che segna i 30 anni di carriera, l’autore me ne ha spedito una copia in regalo, gesto che ho davvero apprezzato tanto, come il libro stesso. Di Montanari non sorprende la scrittura perfetta, sua una delle scuole di scrittura più importanti in Italia, ma ogni riga si fa amare per le scelte lessicali, la struttura precisa, che mai fa pensare “eh, però qua poteva anche tagliare/allungare” o cose di questo tipo che capita di incontrare anche in romanzi molto, molto buoni (vedi “Capannone n. 8” in questo post e “Bottigliette” nel mese di aprile). Il romanzo è un noir che attraversa l’animo portandoci lungo i crimini degli scafisti e ci parla della solitudine cercata in un ex poliziotto la cui vita viene ribaltata in poche mosse da diversi eventi. Lo consiglio davvero tanto.

A questo punto non mi resta che augurarvi uno splendido 2 giugno. Spero possiate trovare un momento di riflessioni sulla grandezza di questa giornata, doppiamente importante per le donne che, votando per la prima volta, condussero l’Italia alla Repubblica.

Per riderci e scriverci su

Dopo il sopralluogo di giovedì, che mi aveva fatta preoccupare non poco, perché l’idraulico non era certo di poter risolvere solo con sonda e pompa e si temeva di dover spaccare, oggi invece ce l’ha fatta! La situazione stava diventando impegnativa, oltre a non poter utilizzare la doccia, il continuo affluire degli scarichi faceva sì che limitassi l’uso anche di lavabo e bidet, mentre l’odore iniziava a espandersi per la casa. Insomma tutto è bene ciò che finisce bene? Diciamo di sì, ma ricapiterà perché la colonna del condominio è malconcia e perché chi ci ha ristrutturato il bagno tre anni fa evidentemente ha mentito sulla risoluzione definitiva, ma questo idraulico ha promesso di precipitarsi.i tubi di sandra

Basterà chiamarlo e dirgli “sono la signora del 3° piano col bagno intasato!” e lui capirà l’urgenza dell’intervento. Non era facile buttarla sul ridere, ma quando si hanno amiche come Barbara diventa fattibile, mi ha creato una card stupenda a tema! Perché ci sono solo due strade: o l’ironia o la scrittura e a me piacciono entrambe.

Quando tutto è finito, abbiamo cominciato a pulire e mentre asciugava il pavimento ho buttato giù 2500 battute per un nuovo racconto che manderò a Delos. Eccone una parte.

Tubi e tuberose 

Le piante di tuberose sono originarie dell’America meridionale ed erano usato già dagli Atzechi, con il loro profumo intenso e sensuale e i seducenti  fiori bianchi hanno la particolare caratteristica di emanare la fragranza dopo il tramonto, rendendo i giardini che le ospitano luoghi perfetti per appuntamenti romantici.

Barbara buttò l’innaffiatoio in un angolo e osservò felice la fioritura delle tuberose: erano davvero splendide. Ridacchiò tra sé ripensando alla bustina di semi che parlava di “Profumo seducente e carnale, preludio di notti infuocate, in una sola parola: afrodisiaco.” Mah, aveva forti dubbi in merito, dubbi che riguardavano tutto ciò che aveva a che fare anche solo alla lontana con sesso- amore-e- ciò che gira intorno. Le sue siepi non incorniciavano un angolo per appartarsi in incontri fugaci, magari clandestini, inebriandosi, no, erano solo una barriera gentile e non sempre efficace per lasciare fuori gli indesiderati, ovvero i famigerati vicini, i maledetti Carminati.

Il bip del cellulare irruppe nei suoi pensieri. Era la twin, ovvero sua gemella Sandra, quella pragmatica, che infatti in quel momento le stava suggerendo via messaggio vocale di far costruire un bel muro e fine delle trasmissioni. Mattoni, muratori, casino. Barbara soppesò la proposta incamminandosi verso l’alta siepe di Cupressosyparis leylandii – che nome! –  un vero muro vegetale molto folto e adatto a delimitare i confini, come le avevano consigliato al vivaio. La crescita veloce garantiva risultati rapidi anti- ficcanaso. Una ristrutturazione edile prevedeva, oltre alla spesa, operai e rogne di cui già non ne poteva più, vista la sfiga epocale con i tubi e l’avvicendarsi di idraulici a ritmo regolare in casa sua.

Never say never: I tubi di Sandra battono Beautiful e pure Sentieri nell’infinità di puntate e colpi di scena

Il primo giorno di part time è dedicato alla casa. Questo giro di lavoro è stato molto faticoso per la pessima gestione del nuovo programma informatico, di cui non mi sembra interessante parlare. Ieri in particolare una giornata tremenda ma stamattina il suono della sveglia alle 8.30 invece che alle 7 mi ricorda che ora sta a me non pensarci più fino al 10 giugno. Silenzio tutti i contatti dei colleghi su whatsApp, penso che tra una settimana saremo vaccinati e attacco a pulire di fino, col sorriso dentro di chi ha davanti a sé una spianata di orizzonti: quando ho finito potrei andare in libreria, per esempio. Domenica sera siamo stati a cena dalla twin, sulla loro meravigliosa terrazza che occupa mezzo tetto dell’edificio, un tramonto spettacolare dall’8° piano e un sacco di risate coi nipoti, l’odore della griglia che faceva estate. Non va tanto male.

Terminati i mestieri, mi lavo i capelli nel lavabo e mentre la maschera agisce sulla chioma un po’ stressata, ne spalmo pure una sul viso, tutti i miei amati prodottini Occitane. Questa è purificante al melograno, rende la pelle rossa, macchia l’asciugamano, ma il risultato finale è ottimo. Trallala, sciacquo abbondantemente la faccia e sento un forte gorgoglio, proprio brutto e so già cosa significa: è la sigla che anticipa una nuova puntata de

I tubi di Sandra

Sbuffo. Succederà qualche casino. Ancora con la maschera n. 1 in testa ripongo lo shampoo nel box doccia e vedo la tragedia: il piatto pieno d’acqua sporca schifosa. Svito lo scarico, come ho imparato a fare e come faccio regolarmente per liberarlo dai capelli e residui di saponi ma non è neppure troppo sporco. L’acqua non va giù. Cerco di mandarla via col getto della doccia, anche per pulire ma invano. Sono furente con chi mi ha rifatto il bagno proprio per ovviare a questo guaio e aveva garantito che no, non sarebbe mai mai mai più accaduto che gli scarichi dei lavabi finissero nella doccia perché è stato messo un tubo a Y per separarli. Never say never. Chiamo l’altro idraulico, l’ultimo di una lunga sequela, ve l’ho presentato

in questo post di settembre.

La segretaria mi garantisce che mi farà chiamare a breve.

Sciacquo la maschera sulla testa, nessun nuovo gorgoglio. Passo l’aspirapolvere per togliere i capelli che di solito spargo in giro, lavo il pavimento, un po’ d’acqua è uscita dalla doccia, chiamo l’Orso, mangio mezza focaccia ripiena di mozzarella e melanzane, e mi metto al pc. In meno di un’ora l’idraulico mi telefona: la sua diagnosi è che si sarà intasato (ci arrivo pure io eh), passerà in giornata ma non sa darmi un’orario, mi avviserà prima, e comunque no, ovviamente non se ne parla di fare il lavoro oggi. Torno in bagno, i due centimetri d’acqua stanno ancora lì. 

Ho una specie di voglia di piangere. 

“La giostra dei sogni” è qui

E’ per me un vero onore che un mio racconto lungo sia il N. 100 nella collana Passioni romantiche di Delos.

Esce oggi e, come sempre, propongo una storia rosa non troppo sdolcinata, con un’eroina non convenzionale, che esce dai canoni del romance, mentre le vicende partono da qualcosa che va storto, perché le cose che vanno dritte non mi appartengono.

La giostra dei sogni clicca per tutti gli store e la trama

Oltre alla vecchia ruota panoramica, tocca rimettere in moto anche il cuore ammaccato, è capitato a tutti. Al costo di due caffè, un pensiero dominante: ma quanto era bella la vita quando bastavano lo zucchero filato e il labirinto di specchi per essere felici?

Vacanze e vaccini

Il dilemma del momento pare sia che la seconda dose di vaccino cada nel periodo di ferie, motivo per cui molti hanno semplicemente deciso di rimandare. Parlo delle modalità di prenotazione nella mia regione, la Lombardia, la più colpita dal virus, che ha visto oltretutto un cambio di assessore alla sanità durante la pandemia. Non è una gara a chi fa peggio, ma se così fosse qui l’hanno vinta.

Attualmente chi prenota il vaccino nel portale sa anche quando avverrà il richiamo, con le due alternative, Pfizer o Astra Zeneca. Quindi è tutto un calcolare. Quando abbiamo prenotato noi non era così, e soprattutto il richiamo Pfizer è stato spostato qualche giorno dopo la nostra prenotazione. Morale avendo la prima dose il 2 giugno, la seconda supponevo fosse il 23 giugno, cioè 21 giorni dopo, ora però è a 35 giorni di distanza, quindi nel pieno del nostro periodo di vacanza. Nessun problema invece in caso di Astra Zeneca, che rimane a 78 giorni, quindi parecchio in là. Personalmente non sono neppure d’accordo col posticipo, non è così’ sicuro che con un intervallo maggiore tra le due dosi sia altrettanto efficace, e se vaccinarsi per me è prioritario, danno un po’ fastidio i discorsi tipo “organizzate le ferie in base al vaccino” soprattutto dopo aver sproloquiato a lungo circa la possibilità di vaccinarsi nelle località turistiche, cosa a cui non ho mai creduto.

Alle parole che ho sentito stamattina di Draghi circa l’abolizione della mascherina tra due mesi, Crisanti (che stimo) ha risposto che no, se il soggetto A è vaccinato, ma il soggetto B non lo è, A deve continuare a indossarla. Ora, perché dovrei tutelare B, che non ha voluto vaccinarsi per spaparanzarsi sull’amaca, mentre io mi sono sacrificata? Porto la mascherina in ufficio almeno 10 ore al giorno, spesso di più, con gli occhiali ho un solco dietro l’orecchio e spesso mi parte un mal di testa potente. In più, non so se capiti solo a me, ma la FFP2 mi fa scivolare gli occhiali sul naso, con le lenti progressive significa perdere il punto di fuoco e non vederci bene. Avendo a che fare con numeri spesso molto piccoli vi garantisco che è una tortura. Eppure non mollo, nonostante il plexiglass tra le scrivanie e alcuni colleghi che no, non la mettono. Posso essere satura?

Vero è che incastrare esigenze lavorative, si fa un gran parlare di agosto, ma non tutti lavorano in aziende che chiudono, e vaccini non è per tutti facile. Non lo è per noi, io mi occupo di adempimenti fiscali, scadono il giorno 25 di ogni mese, e sono quindi libera nei giorni immediatamente successivi. Prendiamo luglio, il 25 è domenica, il termine viene posticipato a lunedì, quindi in caso potrei partire il martedì, non nel weekend. Ma slittare in avanti per mio marito potrebbe significare sottrarre un paio di giorni nella settimana del rientro alla collega che va in ferie quando torna lui, o lasciare l’ufficio sguarnito lunedì e martedì, o non fare due settimane intere. Poi è chiaro c’è chi se ne frega e può farlo per vari motivi che non sto a elencare: tre o addirittura quattro settimane filate e ciaone.

Nello specifico noi avevamo in mente partenza domenica 27 giugno, ritorno domenica 11 luglio. Vediamo insieme le opzioni: aspettare il 2 giugno quando sapremo qual è la data per l’appuntamento per il richiamo (fermo restando che se mi dicono 7 luglio, chiederei di anticipare al 23 giugno come da protocollo precedente, tuttavia, nonostante Figliuolo abbia dichiarato di andare all’Hub e farsi programmare il vaccino con le vacanze, dubito sia fattibile e comunque si è già smentito), e da lì prenotare più vicino in caso di debba tornare il 6 luglio (vacanza più corta = meglio non perdere troppo tempo in viaggio), o più lontano se si rientra l’11 luglio. Alternativa prenotare fin da subito vicino ed eventualmente fare avanti e indietro, e amen per i costi extra di benzina/autostrada e il tempo sottratto alla villeggiatura.

Un altro elemento che non viene minimamente preso in considerazione quando si dice di programmare le vacanze in base ai vaccini è che la mia fascia di età ha spesso a che fare con genitori anziani, anche autosufficienti, che necessitano però un minimo di vigilanza. Tipo lo scorso anno mia mamma fu operata in giugno, per me fu logico alternarsi con la twin per non lasciarla mai sola nel post intervento.

L’Unione Europea, se ho ben capito, si riunirà/deciderà il 2 luglio in merito al Green pass  per valicare in confini e fare le vacanze all’estero. Un po’ tardino, no? In più ogni paese avrà comunque la facoltà di inserire maggiori restrizioni ai turisti. No grazie! Vivo nel paese più bello del mondo (per quanto adori Francia, Grecia, Portogallo e molto altro) e non ho assolutamente voglia di ulteriori rogne di tamponi, documenti, e menate varie. Restiamo in Italia.

In definitiva, per me e l’Orso il vaccino viene prima di tutto e ci adegueremo, certo preferiremmo avere la copertura immunitaria completa prima di partire, ma probabilmente non sarà così grazie alle nuove disposizioni. Abbiamo prenotato la prima data disponibile allo scattare delle mezzanotte, non come molti che hanno scelto in base al centro e all’orario, rimandando di giorni per farlo vicino a casa (non che le alternative fossero poi così lontane eh). Del resto l’abbiamo visto in questo anno e mezzo: anteporre l’interesse del singolo è andato a discapito della collettività, ma è sempre avvenuto nei secoli e neppure un disastro come questo è stato sufficiente per fare cambiare rotta alla maggior parte di noi.

Mi spiace, e soprattutto io non mi assimilo a questi. Sì, mi sento migliore, anche se non serve a nulla e rischio di passare per presuntuosa, ma questi sono i fatti.

E voi come siete messi con l’organizzazione dell’estate?

Due cose belle

Mentre maggio incalza, con un meteo ballerino, l’ultimo post nel blog risale a fine aprile. Ho affidato a Instagram qualche pensiero e alcune foto, lì la comunicazione è decisamente più veloce. Stasera però ho due cose belle da dirvi:

Il 25 maggio uscirà un mio nuovo racconto lungo per la Collana Passioni Romantiche di Delos Digital. Inizio già a lasciarvi il soggetto:

La giostra dei sogni

Nicoletta è una trentenne single come tante. Campionessa mondiale di opportunità mancate, si barcamena nel suo solaio, dove cuce articoli di piccola pelletteria.

Un giorno per evitare il traffico si ritrova nello spazio del vecchio luna park. Ma cosa succede? Accanto ai baracconi in rovina la ruota panoramica brilla come nuova. Un sognatore ha deciso di ristrutturarla.

La seconda cosa, direi assai più importante, è che da oggi in tutta Italia la campagna vaccinale ha coinvolto i cinquantenni. Così a mezzanotte io e l’Orso eravamo davanti al pc, tessere sanitarie in mano, pronti-prontissimi e in 14 minuti ci siamo prenotati!

Abbiamo appuntamento il 2 giugno, un festivo oltretutto, nel primo pomeriggio, in Fiera, che sta a mah due km da casa. Non mi sembra vero. In quel momento sapremo quale vaccino ci faranno e avremo la data per la seconda dose (se non sarà il monodose!). Mancano solo tre settimane! Provo la stessa euforia che mi avvolse quando chiamarono mia madre, perché ora per me non esiste altro se non uscire dal terrore, e se la vita non si è mai davvero fermata, durante il vero e unico lock down di marzo 2020 ho scritto come una pazza e firmato contratti, tanto per dirne una, questa che stiamo vivendo è una sciagura paragonabile a poco altro. Un dramma collettivo che ha ucciso tantissimo e ha condizionato tutto.

Non è voglia di tornare alla vita di prima, è urgenza di abbattere il virus per avere un’orizzonte senza il rischio che una disattenzione mi spedisca in ospedale o peggio ci faccia finire i miei cari. Perché quando una persona si contagia, ormai non li conto più i conoscenti/amici/colleghi/parenti (quelli pochi per la verità) che l’hanno preso, anche se sembra una forma lieve, basta un attimo perché si trasformi in qualcosa di molto serio, magari letale. Le sirene delle ambulanze stanno suonando un po’ meno ultimamente, e se sono state la colonna sonora per tutti noi, io abito a 100 metri da una sede della Croce Bianca, quindi, oltre a quelle in transito nel quartiere, per un anno mi sono sentita anche quelle in partenza. E nel mio cortile se ne sono fermate un sacco. Emotivamente questo dettaglio per me è stato molto duro.

Oggi chiedevo ai cinquantenni del mio giro “ti sei prenotato?” come se non esistessero altri argomenti, come una vecchietta che racconta i suoi acciacchi a chiunque le capiti a tiro.

Così ora conto i minuti che mi separano dall’iniezione, mentre i pensieri tornano a fare le capriole.

Letture e cose di aprile

Aprile è stato un mese faticoso: ho lavorato più del solito, fermandomi in ufficio ben oltre il mio orario e dedicando molto tempo ed energie al progetto Nina Strick, la lettura avrebbe quindi potuto risentirne – la sera ero spesso sfatta e priva della concentrazione necessaria – tuttavia ho trovato la soluzione (in realtà forzata) di leggere durante la pausa pranzo alla scrivania, questo perché ho abdicato alla mensa e mi porto qualcosa da casa che non impiego molto a mangiare.

Ecco come è andata.

  1. La famiglia Karnowski Israel Joshua Singer
  2. Margherita e punto  Simonetta Gallucci
  3. Piperita  Francesco Mila
  4. Bottigliette  Sophie Van Llewyn
  5. La canzone di Achille Madeline Miller

La famiglia Karnowksi a tratti è un bel mattonazzo, soprattutto all’inizio, ma sono felice di averlo letto. Il racconto di tre generazioni, una per parte, ci avvicina a una famiglia ebrea complessa con un corollario di personaggi variegato ed emblematico in una società in evoluzione, spesso sconfitta. Ho apprezzato molto la capacità di portare il lettore nelle motivazioni concrete dell’ascesa di Hitler, in una Germania cieca, troppo ammaccata dalla I Guerra Mondiale. Con alcune difficoltà rimane un grande classico che non conoscevo e ringrazio quindi chi me l’ha consigliato. L’autore è di sicuro penalizzato dalla fama del più celebre fratello, premio Nobel per la letteratura. Una bella rogna la sua: imbarcarsi in una narrazione così importante e restare nell’ombra, a lungo dimenticato.

Margherita e punto, pubblicato dallo stesso editore del mio La ragazza che ascoltava De André, motivo per cui l’ho scaricato in offerta a 99 cent, viene definito romanzo, ma è più breve dei miei racconti che pubblico con Delos. Questo per me è un grosso problema, non di merito: molto meglio un racconto di Alice Munro piuttosto che 10 romanzi di Anna Premoli, però “chiama le cose col loro nome”, è un racconto e non lo si può spacciare per romanzo, anche nel prezzo. Sulla trama mah non mi ha entusiasmata, ci ho passato un’ora mentre aspettavo non so più cosa (forse che il marito finisse di fare gli esercizi ginnici prima di pranzo).

Da qui poi parte il casino, ho cominciato il romanzo piazzato al quinto posto che ho interrotto due volte (da tanto mi stava annoiando) per leggere il terzo e il quarto. Mai nella vita avevo fatto qualcosa del genere. La canzone di Achille, osannato, adorato, pluritradotto, è una palla che pretende di raccontare parte dell’Odissea incentrandola sull’amore omosessuale tra Achille e Patroclo. Non so cosa dire, veramente non andava avanti, e poi pensavo “no, no e ancora no, i miti greci lasciateli in pace”.  Nel mentre volevo leggere Piperita, in un momento in cui non andavo in libreria, ho avuto la fortuna di incappare nell’e book a 4.99, super fortunata direi, visto che il formato digitale di certi editori costa un patrimonio, il prezzo pieno sarebbe 9.99. Non mi ha soddisfatta granché: bellino, però mi aspettavo tanto di più. Soprattutto considerando l’editore di super classe e pure l’agente (sì, io guardo anche quello), un’agenzia piccola, nuova, che si è fatta strada, prima valutava gratuitamente i manoscritti (evento rarissimo) ora no, ora fa scouting da sé e cerca testi capaci di sorprendere. Invece io ho trovato una storia che sa di tante storie già lette, una scrittura non così profonda, né originale e un paio di svarioni tremendi. Ragazzina con evidenti disturbi alimentari e padre medico che no, non se ne accorge per anni! Quando lei sviene, lui che fa? La porta in ospedale. Bene, ma dove? Al reparto pediatrico, dove un’infermiera gli suggerisce di andare al Pronto Soccorso. Ma scherziamo? Come se quando mia mamma si è fratturata il polso fossimo andate in ortopedia, insomma lo sanno tutti che si va al Pronto Soccorso, dove, viene assegnato un codice a seconda della gravità. Lì no, lì aspettano come dei cretini. Che le attese sono lunghe lo so bene, ma insomma c’è sto cavolo di colore che determina la priorità. Sconcerto proprio. Piperita sarebbe l’amichetta immaginaria, idea simpatica, ma decisamente meno presente di quanto la trama mi avesse fatto supporre, su tutto questa famiglia con una madre che si fa i fatti suoi, va, viene, torna e si incavola per la figlia bulimica, dopo essersene fregata per anni, intessendo relazioni extra coniugali con gli amici di famiglia nella casa al lago (super cliché).

La seconda interruzione di Achille invece mi ha sì, regalato una lettura stratosferica. Ieri, ieri pomeriggio che ero libera e mi sono detto “e adesso, mica vorrò trascorrere tipo quattro ore con Achille o meglio Patroclo che mi ammorba col suo amore per il prode guerriero?” Naaaa, così ho iniziato e terminato quel gran capolavoro che è Bottigliette, comprato settimana scorsa quando finalmente sono tornata in libreria. Sbang, colpo di fulmine, e dire che sì, mi era sembrato interessante, ma si era trattato di una seconda scelta rispetto a un paio di titoli che non avevo trovato in negozio. Romania anni ’70, la dittatura, la paura, la repressione di tutto, ogni gesto condizionato dal regime comunista, anche cose banalissime, le privazioni estese a ogni aspetto dell’esistenza. E la magia di questa zia incredibile (adoro le ziette sagaci), unica spalla a una nipote allo sbando, che vive un amore costretto esso stesso a piegarsi sotto l’autorità di Ceausescu, che io sono abbastanza vecchia da ricordare benissimo. 220 pagine, scritte un po’ larghine, in un pomeriggio di estasi pura. La lettura vera che porta via, anche se in questo caso porta in un mondo terribile, a tratti il romanzo è molto crudo ma mai in maniera inutile, e sgocciola pietà. Il marito della protagonista adora lo strudel e io avrei voluto entrare nel romanzo e portagliene una fetta, l’avevo appena fatto. C’è la storia vera di un paese massacrato dal potere imposto con la forza, la voglia di addentare un toblerone e la violenza, i pestaggi se solo si sospetta che si cospira contro il comunismo. Tutto viene raccontato così bene, alternando in maniera sublime capitoli in prima e in terza persona, senza fronzoli o giochetti di autocompiacimento. E’ un libro che fa una cosa semplice: racconta due storie, quella della Romania e quella di una donna che cresce, s’innamora e cade sotto i colpi dell’Amato Leader, la cui foto è appesa nella classe dove Alina insegna ed è il monito a ogni azione. Le conversazioni coperte dai rubinetti lasciati aperti, l’acqua che scorre per non farsi sentire mentre si progetta la fuga. Sussurrarsi “lo faremo, lo faremo, lo faremo” per non soccombere, per vivere. Lo consiglio tanto, tanto, tantissimo.

E così domani è il 30, il piano vaccinale di Regione Lombardia prevedeva l’apertura alle prenotazioni per la mia fascia d’età. Invece niet. Rimandate, non si sa a quando. E la sanità oggi mi ha regalato altri allegri momenti di delirio per prenotare l’oculista, mentre pare novembre e il mio tentativo di un caffè e brioche all’aperto a City Life, dove non andavo da oltre sei mesi, si è trasformato in una roba bagnata, infreddolita e necessariamente rapida.

Meglio il divano con un buon libro, ho assoluto bisogno di letture non trascinate ma coinvolgenti e avvolgenti, proprio come una calda coperta.

35 anni fa la tragedia nucleare di Chernobyl

 Chi ha più di quarant’anni ricorda la tragedia di Chernobyl, mentre i più giovani forse si sono appassionati alla serie televisiva, che ha raccontato l’inefficienza del sistema e mostrato una serie di errori terribili, spesso consapevoli, nel processo di decontaminazione.

Oggi sappiamo quanto la narrazione sia stata stravolta da omissioni e menzogne e come i ritardi e una gestione pessima della catastrofe abbiano causato danni maggiori. L’interesse dell’Unione Sovietica fu incentrato a evitare la diffusione del panico, piuttosto che ad affrontare l’emergenza sanitaria e ambientale. Insabbiamento è la parola chiave.

Io frequentavo le scuole superiori e ho perfettamente in testa un’immagine: sono in metropolitana con i compagni e non si parla d’altro, c’è l’allarme per il latte e le verdure, soprattutto di un certo tipo a foglia larga; è un evento le cui conseguenze non furono immediatamente quantificabili, ma si capì subito che sarebbero state immense.

La studentessa quale ero non poteva immaginare che molti anni dopo la prepotenza dell’evento avrebbe avuto un peso importante nella sua vita: ne avrebbe scritto addirittura un libro, giunto al primo posto nella classifica di Amazon e consigliato dalla rivista Panorama.

Se vi interessa lo trovate cliccando qui.

Le ripercussioni perdurano: la radioattività in quell’area è ancora altissima, e in seguito all’esplosione i casi di tumore, in particolare alla tiroide, subirono un’impennata persino qui in Italia. Oggi, in un raggio di trenta km, non abita più nessuno, o quasi, c’è infatti chi è ancora addetto alla sorveglianza del reattore, ogni settimana lavora tre giorni per poi trascorrere gli altri quattro all’aria aperta per decontaminarsi; possiamo immaginare a quante radiazioni sia sottoposto.

Si è trattato dell’esplosione nucleare più tremenda di sempre, un disastro ecologico senza paragoni, un dramma umano enorme, avvenuto nella vecchia Unione Sovietica che ebbe interessi a evitare che la nube tossica giungesse fino a Kiev, una città maestosa, simbolo della cristianità. che non poteva venire distrutta. Si arrivò a impiegare corpi speciali dell’Armata Rossa affinché sparassero alla nube allontanandola. Ma da qualche parte il vento doveva pur dirigersi, e così, nonostante Chernobyl si trovi in Ucraina, la zona più colpita è stata la Bielorussia, il cui confine dalla Centrale dista soltanto otto chilometri. Pare che tre quarti degli scarti radioattivi siano appunto finiti in Bielorussia e questo ha reso più complicato lo stanziamento dei fondi umanitari, al punto che la Bielorussia ha avuto, come si dice in questi casi, oltre al danno la beffa, di non vedersi riconoscere gli aiuti dell’Unione europea, andati infatti alla ben meno colpita Ucraina, dove però alcuni reattori sono ancora attivi.

I paesi occidentali si sono tanto preoccupati per l’Ucraina, che con disperazione ha giocato la carta Chernobyl per anni, facendo leva sulla minaccia costituita dalla vecchia centrale, in parte ancora attiva. Mentre il cesio impiega 250 anni per disperdersi del tutto, in Bielorussia non ci sono abbastanza soldi per curarsi, perché al confronto il paese ha ottenuto ben pochi aiuti e, con la rottura diplomatica dopo l’elezione di Lukashenko, la UE ha sospeso quasi tutti i programmi di sostegno.

Le pensioni riconosciute ai sopravvissuti non bastano neppure a comprare i farmaci e i  risarcimenti promessi sono rimasti sulla carta.

E i bambini bielorussi continuano a morire.

La mia esperienza personale quindi, mia e di mio marito, si è focalizzata sull’ospitalità che abbiamo dato più volte a bambini provenienti da quell’area, arrivati in Italia per un soggiorno terapeutico: è infatti stimato che un periodo di disintossicazione di un mese anche una sola volta nella vita abbatta del 40% il rischio di contrarre malattie da parte dei bambini che continuano a nutrirsi dei prodotti agricoli della terra bielorussa, ancora contaminata. L’idea che Natallia e Olga possano avere una prospettiva di vita più salubre, grazie al nostro contributo, è qualcosa che mi fa un gran bene al cuore. Soprattutto con Natallia, che abbiamo accolto due volte, l’esperienza è stata straordinaria e il tempo speso con lei è iscrivibile nei nostri giorni più felici, e questo è andato molto oltre il discorso sanitario.

Prypjat è la cittadina ucraina simbolo della devastazione dopo l’esplosione del 26 aprile 1986 di Chernobyl. Non ci sono mai stata ma mi sono trovata catapultata emotivamente grazie a Natallia, Olga e alle squadre dei loro coetanei, con i quali ho condiviso esattamente 81 giorni della mia vita qui in Italia. Ho infine caricato un’infinità di frammenti del mio cuore sul volo di ritorno in patria di Natallia, che si traducono in un costante contatto con lei via whatsapp e instagram e il progetto rivedersi.

Prypjat è un luogo dove un tempo c’erano le giostre di un luna park e dove la natura sta prendendo il sopravvento tra i ruderi e i libri ridotti a macerie. Elementi giocosi di svago, di piacevoli momenti passati magari in famiglia sugli autoscontri, oppure sul divano di casa a leggere. Cose normali per chiunque, cose che non sono più.

Prypjat era una moderna città di 49 mila abitanti al momento dell’esplosione e della successiva evacuazione, che doveva essere solo temporanea. Era stata costruita proprio per alloggiare i lavoratori della Centrale e la qualità della vita lì era più favorevole rispetto al resto del paese, quasi lussuosa.

Fino a quel maledetto 26 aprile di 35 anni fa.