Sono qua

Non pensavo che non sapere quando sta benedetta cinquina del concorsono sarebbe stata pubblicata (il bando parlava di un vago “entro marzo” nè avere notizie certe circa il fatto che i finalisti sarebbero stati avvisati prima, in privato, oppure no, mi avrebbe destabilizzata così tanto, e dire che sono abituata a lungaggini e attese.

La mia vita ovviamente non si è fermata. Qualche immancabile  rogna lavorativa, uno spettacolo teatrale, diverse letture entusiasmanti, la scoperta di  un nuovo ristorante assai piacevole, quel giro nella China Town milanese che ci eravamo ripromessi di fare, la prima biciclettata per l’Orso. Di tutto questo non ho scritto nulla, perchè una parte di me era in una specie di bolla, al punto che – un po’ come quando alla maturità si diceva “con 36 ma fuori!” (col piffero 36 a ragionarci non sotto l’influenza dello stress da esame) – ora fuori dal concorso, ma ditemelo. Ero in buona compagni, l’ansia viaggiava veloce sui social e chi dice che no, non si è fatto prendere dalla cosa, non dice la verità.

E finalmente una mezz’ora fa la cinquina è uscita, io non ci sono e neppure i miei amici che hanno partecipato. Alcuni pseudonimi mi fanno immaginare che sotto ci siano dei big, ma magari mi sbaglio.

Non è andata. Ci ho creduto e sperato, e voi siete stati spettacolari col vostro tifo. Grazie!

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Waiting for Brian

Che settimanaccia, amici! Vabbe’, qualcosa di positivo c’è pure stato, ma sudato e per il resto non ho neppure voglia di fare la classica cronaca nel blog che di solito mi aiuta a riordinare i pensieri. É weekend, domani si va al Book Pride che con l’assenza di Tempo di libri, diventa la più importante fiera libresca milanese e cavalcando l’onda dell’incapacità di Tempo di libri di collocarsi, si rinnova in una nuova sede più spaziosa, mantiene l’entrata gratuita e promette faville.

Ieri mi è arrivato l’editing da goWare, sono stata affiancata a una editor con la quale non avevo mai collaborato che si è complimentata dicendo che è stato un vero piacere revisionare il mio testo, dove tutto funziona. Le note sono poche, ci sto lavorando ora, e mi sono interrotta, oltre che per pranzare 😀 perchè illuminata da una riflessione perfetta per il blog.

I tempi biblici dell’editoria offrono un inaspettato vantaggio: ho cominciato a scrivere Non è possibile quasi 3 anni fa e non lo guardo da più di un anno circa, in pratica, come già evidenziato nel post precedente, l’ho a tratti dimenticato, così ora lo sto letteralmente ritrovando ed è come incontrare dei vecchi e cari amici che per svariate vicissitudini non si vedono da un po’. Mi sorprendo a sorridere e a pensare “però, bella sta cosa che ho scritto, mi sta proprio emozionando!” con rinnovato entusiasmo per la storia; un vero balsamo speciale in un periodo di stallo, oltretutto punteggiato da continue scoperte di proposte cialtronesche per spillare soldi agli autori, da parte di laqualunque, prive di reali sbocchi editoriali, di concorsi e contratti assurdi che mi fanno scappare come se fossi inseguita da una banda di hooligans.

Per poco non ti viene un colpo! Brian? Quella specie di robot? Dio mio, è del tutto impossibile distinguerlo da un ragazzino in carne e ossa. 

Brian, coming soon, non potrete non amarlo

Non è possibile

Lunedì 11 marzo (e sto inverno è davvero volato in un soffio), domani per chi mi sta leggendo oggi che è domenica – Buona domenica! – goWare metterà in lavorazione il mio romanzo Non è possibile, il meno rosa, anzi non è rosa per niente, è un mainstream e ci sono un sacco di uomini che non sono lì a corteggiare l’unica vera protagonista femminile che vi giuro mi sono dovuta concentrare per ricordarmi come si chiamasse da tanto tempo è passato da quando l’ho scritto. Corinna? No, è quella del rosa, Carlotta? No, è quella del DeA Planeta. Breve momento di panico… Marta, la cara vecchia Marta che a furia di stare rinchiusa nel pc ha 156878 rughe in più e qualche ciocca di capelli grigi.

Marta, Lorenzo, William e Mirko. E poi Andrea e Tiziana. E i bimbi: Marta 2 detta Martina e … ALTRO VUOTO SIDERALE Chicco? Che sarebbe Federico, figli di Lorenzo e Tiziana. E su tutti Brian. Il vero personaggio principale intorno al quale ruota tutta la storia su più piani narrativi. Brian è un pupazzo.

Chiaramente con un tempismo involontario perfetto l’editing e tutto il processo (copertina, ecc) cominciano giusto quando rientro al lavoro. Comunque ringrazio pubblicamente la squadra di goWare capitanata da Mirella, per avermi ripresa senza indugi, dopo aver rescisso il contratto con Le Mezzelane proprio per la pubblicazione di questo libro, che, tra le varie discordie, non sapevano quando sarebbe uscito se fossi rimasta con loro.

Alla fine di tutta sta genesi epocale fatta di trattative e disillusioni sono molto contenta, anche se in effetti potevo starmene fin da subito in goWare e far uscire il romanzo almeno un anno prima. Ma le cose accadono quando devono accadere quindi mettiamoci ai blocchi di partenza e via, senza guardare indietro.

Dignità

E’ proprio del giorno in cui ho partecipato con grande interesse all’aperitivo alla Bottega Chico Mendes la notizia dello smantellamento della baraccopoli di Rosarno, tuttavia l’euforia è immotivata quando non viene offerta alcuna alternativa a un migliaio di braccianti (con permesso di soggiorno regolare o senza) e li si disloca lontano dai campi, impedendo loro di lavorare. Che non è lavoro, è sfruttamento, siamo tutti d’accordo, ma anche qui non si propone un’alternativa. Nell’immediatezza piccole baraccopoli spontanee stanno quindi già sorgendo poco distante, mentre il degrado inimmaginabile, peggiore di molti slum africani in cui vivono si unisce alle condizioni di lavoro atrettanto disumane, risultato non solo del caporalato, ma anche di una filiera che coinvolge i vari settori della distribuzione, che permette di acquistare la arance a 8/10 cent al kg.

Chico Mendes si sta impegnando con un sosegno alle imprese locali che assumeranno regolarmente gli immigrati ed è nato così il progetto Spartacus che coinvolgerà 20 braccianti, che dopo un intervista per conoscere il livello scolastico raggiunto, saranno abbinati alle aziende selezionate, con un primo periodo di formaziona lavorativa e culturale finalizzata all’assunzione. Il progetto pilota sarà ampliabile e nel terzo anno di vita si prevede che 200 persone saranno in questo modo sottratte allo sfruttamento.

Chico Mendes ha inoltre provveduto a traferire 40 mila euro, la metà dei fondi raccolti, alle organizzazioni di Riace per ridurre il loro debito con gli esercenti. Attualmente le botteghe di Riace sono ancora tutte chiuse, in seguito all’arresto del sindaco, che ha avviato e portato avanti una realtà di integrazione possibile ed efficace, modello riproposto da altri paesi nel circondario. Riace ha la concreta possibilità, nel momento in cui verranno riaperte le botteghe (quella del cioccolato potrebbe far concorrenza al celebre cioccolato di Modica, e per il frantoio Chico Mendes ha già individuato professionisti disponibili e in grado di farlo ripartire alla grande) di diventare un marchio (in parte lo è già ma chiaramente la vicenda giudiziaria di Domenico Lucano ha bloccato tutto) esportabile in tutto il mondo. Il supporto di Chico Mendes, la cooperativa che da anni si occupa appunto di commercio solidale assicurando un compenso equo e una filiera etica diventa quindi prezioso proprio perchè sono campioni indiscussi nel fare proprio questo.

La maggior parte delle imprese del Commercio Equo e Solidale sono gestite da donne, come nel progetto QUID di Verona che recupera tessuti di fine serie e ha creato un’opportunità di lavoro per donne con un passato di disagio economico e sociale (spesso ex detenute). O il progetto KARATHIC in Benin, che ha saputo unire la tradizione ancestrale africana per la raccolta del burro di karité con la moderna agricoltura biologica. La cooperativa locale ha dato lavoro e dignità a donne spesso analfabeta che vivono in zone rurali remote.

C’è un filo importantissimo che unisce lo schiavo di Rosarno e la donna in ogni angolo del pianeta: il rispetto necessaria per vivere. L’uguaglianza senza distinzione alcuna, che ognuno dovrebbe avere senza che nel 2019 se ne stia ancora a parlare.

Non ci sono feste, mimose e scusate anche tutti quei messaggi whatsApp piuttosto tristi, se non si fa qualcosa e non si capisce che stiamo sguazzando in un involuzione culturale pericolosa.

Io sostengo la Cooperativa Chico Mendes perchè credo nel loro modo di fare impresa, oltretutto adoro i loro prodotti. E oggi piuttosto che un rametto giallo preferirei che la gente diffondesse le mie informazioni – linkate il post se potete – che ho ascoltato all’aperitivo di mercoledì. Grazie. Questo articolo non è in alcun modo sponsorizzato.

E Grazie comunque a chi mi ha fatto gli auguri, grazie a voi donne che mi leggete, grazie per esserci nella mia vita.

Fate il vostro gioco

Lo so, sto trascurando il blog.

La mia presenza social si è trasferita nel Forum Writer’s dream, sono iscritta da anni, dove sto ottenendo una reputazione strepitosa (parole dello staff in base al punteggio di gradimento ricevuto). Chiaro, sono due situazioni completamente differenti, ma tocca riconoscere che sono un po’ incastrata nel concorsone. Sono usciti i dati ufficiali: 1169 testi in gara, 75 esclusi perchè non adatti a lettori adulti (che detta così sembra che scriviamo tutti dei porno) o già pubblicati. Bello che si siano presi l’impegno di controllare l’originalità di 1200 opere. Considerato che mi andrà bene, suppur non sappia di cosa si tratti, pure l’opzione contrattuale promessa ai 4 finalisti non vincitori, la probabilità di venire quindi pubblicata è di 1 su 300 o qualcosina in più, che non è proprio mission impossibbol.

In realtà sono in part time e sto bene. Questo giro di part time è senza (per ora) visite mediche e nipoti. Con l’impagabile prima lettura al parco della stagione ieri e molte altre belle cose. Organizzare le vacanze, tornare a mangiare in questo splendido ristorante dopo esserci stati ben 5 anni fa con CBM, e oggi nel tardo pomeriggio sono invitata a un’aperitivo alla Buona Bottega Chico Mendes – dove io e la twin abbiamo festeggiato i 50 – di cui sono diventata socia, per ascoltare i risultati della campagna Solidali con Riace (verrà illustrata la situazione del borgo calabrese e resocontata la distribuzione dei fondi raccolti), infine sarà presentato il prossimo importante progetto: liberare gli schiavi di Rosarno. Temi importantissimi di cui spesso si parla in Tv, ma avrò la possibilità di ascoltare le testimonianze di chi è sul posto a fare accoglienza e a tentare di mettere insieme un’integrazione efficace in questo paese, dove, benchè lo si neghi di continuo, il razzismo sta aumentando ed è ormai considerato etico e normale sbandierarlo come una propria caratteristica positiva. Io, amici, sto rabbrividendo sempre più, ci sono genitori che anni fa hanno adottato da paesi africani che oggi si ritrovano a dover combattere non solo con i problemi che l’adozione porta con sè, ma con un’inimmaginabile arretratezza culturale di cui non avevano tenuto conto all’epoca e hanno paura.

Vivo momenti di concreto lusso prendendomi il tempo senza fretta di girare tra le corsie della biblioteca, per scegliere uno o più libri. Però la vita è anche fatta di scelte, soprattuto di scelte e di cose andate di traverso che dobbiamo trasformare in risorsa (liberamente ma non troppo tratto da Einstein): volevo un figlio, meglio due, ho lottato ma non ce l’ho fatta, qualcuno ha detto che non ho fatto abbastanza, ora quel tempo che avrei dedicato a un bambino che oggi potrebbe già andare alle medie, quindi sarebbe un ragazzino con la testa nel telefonino, lo dedico ad altro, e in quell’altro ci infilo solo cose belle, molti – è così – quell’altro lo utilizzano per essere arrabbiati col mondo e spaccare l’anima al prossimo. E’ una questione di scelte, ho una voragine dentro di me: posso riempirla di rancore e rabbia o di prati e storie. La vita è un tavolo verde: fate il vostro gioco, ma non giudicate il mio, il grande mazziere il Jolly non me l’ha dato.

28 Febbraio

Tra una manciata di ore febbraio finirà e questo significa un bel po’ di cose. Banalmente inizia marzo, un mese che in genere piace a tutti e prende il posto dei primi due che, almeno per me, di solito hanno una connotazione di piatta noia e freddo. L’anno nuovo non è più così nuovo e ha mostrato il suo volto, sì, quei fuochi d’artificio promessi dagli oroscopi in realtà non li ho ancora visti, ma caspita, manco l’influenza (solo la rogna orecchie), un’automobile nuova stupenda (ritirata sabato), un pc pure nuovo che il vecchio ormai era un macigno, e tante, tantissime uscite mangerecce, due spettacoli teatrali, due gite (Cremona e Albissola), un pranzo e una cena con amici a casa nostra (era parecchio che non invitavamo nessuno), due (tutto doppio) serie Tv super gradevoli e innumerevoli ore trascorse in pace.

In ultima analisi il Premio DeA Planeta chiude il portone rimasto aperto oltre 5 mesi, chi è dentro è dentro a sperare, chi è fuori cercherà altrove la sua occasione. Noi autori ci dividiamo in tre gruppi – credo. Chi fin da subito ha pensato di partecipare e l’ha fatto, chi fin da subito invece no, per svariati motivi: non aveva un testo pronto, non crede nei concorsi, preferisce il self e chi alla fine è rimasto fuori perchè il tempo gli ha remato contro e semplicemente non ce l’ha fatta e non se l’è sentita di competere con un’opera ancora da perfezionare.

Ci sono diverse considerazioni da fare: ho inviato il mio romanzo ai primi di novembre e ho letto in rete uno scempio di idiozie al punto che qualcuno ha addirittura preso in giro su FB Stefano Izzo, editor della narrativa italiana di DeA Planeta, ritenendolo un partecipante, senza rendersi conto che stava sbeffeggiano il boss.

Il concorso ha spaccato il sistema: per la cifra – che lo ricordo è un anticipo sulle royalty, non un assegno così tanto per dirti bravo – di 150 mila euro che non possono non far gola e creare movimento intorno all’editore (quanti compreranno il romanzo vincitore solo perchè appunto ha saputo sbaragliare la concorrenza? Quanti hanno già comprato almeno un romanzo edito DeA Planeta per capirne le preferenze, e regolarsi col proprio manoscritto?), e perchè ha messo in circolo talmente tante elucubrazioni da scoperchiare quel mondo sommerso che ahimè è già venuto a galla col self e spero mi scusino i selfisti meritevoli, fatto di gente che davvero non ha nessuna cognizione. Chi “mando subito la mia raccolta di racconti”, i racconti non sono ammessi, ma leggerlo sto bando, no? Toni aggressivi, polemiche perchè avrebbero dovuto far partecipare anche i libri editi 😦 e cosa fa DeA Planeta, dà 150 mila euro a un libro già pubblicato dalla concorrenza? E qui mi fermo.

Scherzando mi sono lasciata andare a “sarò in cinquina” ma adesso torno seria e faccio un ragionamento concreto. Gira voce che sceglieranno 5 romanzi appartenenti a 5 generi diversi, è storia nota che non stiano cercando il nuovo Gadda bensì qualcosa di vendibile e pare anche ovvio. Ho scritto un femminile nel quale credo molto, ha i suoi limiti, è una storia un po’ intima, che propone tre figure di donne e una famiglia molto conflittuale. Punto di forza credo sia l’evoluzione della protagonista e il sottofondo di De André, posto che non rappresenti un ostacolo all’internazionalità richiesta. Quanto famoso è De Andrè all’estero? Non ne ho davvero idea. Potrei dire che “merito di vincere” 😀 ma è un’affermazione non tanto presuntuosa (cioè, un po’ sì lo è chiaramente) quanto senza fondamenta, per dirlo dovrei aver letto tutte le opere in gara, anche ammesso che la mia valga 10 come voto, ne basterebbero 5 da 10 e lode per essere esclusa. Potrebbero allinearsi i pianeti, considerata qualla storia di Giove e del Maiale, potrebbe essere che il fato giudichi sufficienti i miei 9 anni di gavetta e un certo numero di sfighe. Potrebbe essere proprio come quando ero single, lo sono stata per un lungo periodo inframmezzato da relazioni senza troppo sugo: mi guardavo in giro incredula mentre il tempo passava (sensazione del tutto simile a quella che provo oggi nel campo editoriale), ma se mi avessero rassicurata dicendomi “devi avere pazienza, perchè quando avrai già 36 anni, incontrerai l’Orso, ti innamorerai di lui e pensa un po’, sarai ricambiata senza patimenti di sorta, dando il via a una storia meravigliosa, solida e duratura, che ti ripagherà con gli interessi per questi anni di vuoto”, avrei vissuto la vigilia ben diversamente.

Mica me l’hanno detto, magari adesso è uguale, vinco, sbanco e mi dimentico dei diritti d’autore non pagati, dei conteggi farlocchi, di quella volta che mi hanno citata in tribunale tra i creditori di una rivista fallita per un mio racconto pubblicato e mai retribuito (50 euro), mi dimentico che l’agenzia che mi rappresenta era tra le più prestigiose e aveva tra i suoi autori gente del calibro di Maurizio De Giovanni e poco dopo il mio arrivo è successo quello che non posso raccontare, mi dimentico l’entusiamo di CBM (no, in realtà non lo voglio dimenticare) per i miei testi e il suo sgomento per il mio stallo perenne, mi dimentico le azioni legali… vinco e il DeA Planeta sarà come l’Orso: avrà un potere restitutivo di immenso valore.

Le rogne editoriali e i post lagna finiranno nell’oblio, nello stesso posto dove giaciono ora certi sabato sera a casa, a rimuginare. Chi se li ricorda più? Devo sforzarmi per visualizzarmi triste e sola, o mentre uscivo con qualcuno che si rivelerà una totale delusione, perchè in effetti quel periodo è stato anche ricco di viaggi, di amicizie, di un sacco di cose, proprio come questo periodo di straniamento scrittorio è in realtà pieno di mondi che ho saputo creare con i miei romanzi pubblicati da goWare, che sono stati al primo posto nella classifica di Amazon (addirittura davanti a Ken Follett) perchè non è che ora sia tutto brutto, come non lo era allora. Nessuno potrà mai portarmi via Collegafigo, Virginia, Anna e Cesare i miei personaggi più amati e riusciti.

Non vincerò, ma è stato bellissimo partecipare, crederci fino in fondo, confrontarsi con gli amici autori; il concorsone mi ha fatto compagnia per tutto l’inverno, ma domani è marzo, il mese della primavera, delle gemme sugli alberi e delle vacanze da prenotare (cosa che in effetti stiamo proprio facendo), arriveranno i nomi dei finalisti, riaprirò il file del romanzo, fermo da novembre, lo rileggerò apportando probabilmente qualche modifica e cercherò per lui altre strade, grata comunque a DeA Planeta per avermi fatto sognare gratuitamente e per avermi messa nelle condizioni giuste per provarci e dare il massimo.

Abbiamo ancora bisogno di Love Story?

Mentre pascolavo tra i siti degli editori, attività che si colloca a metà tra il normale cazzeggio in rete e un’estensione dello scrivere, poichè si tratta di verificare cosa si pubblica, ma talvolta mi imbambolo soffermandomi troppo su robette che in realtà hanno poca attinenza con ciò che faccio o tento di fare io, mi sono imbattuta in una novità che mi ha fatto esclamare un grosso “ohibò!” mentale.

Sperling & Kupfer, dopo aver ripubblicato nel 2018 (notizia che mi era del tutto sfuggita) il celeberrimo Love Story ha tra le novità il ben meno famoso Another Love ovvero il seguito che all’epoca era intitolato Oliver Story.

Per anni Erich Segal, l’autore, è stato il mio scrittore preferito. Ho letto e possiedo tutto ciò che ha pubblicato (ai tempi era edito Bompiani) e la mia dedizione nacque proprio grazie al film Love Story, la cui sceneggiatura – nata prima del romanzo – ha ormai quasi cinquant’anni (la pellicola cinematografica è del 1970). Il film fu trasmesso in prima visione Tv quando ero ragazzina. Ci fu, lo ricordo bene, un tam tam tra le compagne “sta sera c’è Love Story”, tutte incollate davanti al televisore, tutte a scrivere “Amare significa non dover mai: dire mi dispiace” sul diario, io, ovviamente andai oltre, presi il libro e in seguito comprai tutti quelli che scrisse, seguendo con attenzione le pubblicazioni e facendo passare pochissimi giorni dall’uscita in libreria all’acquisto. Sono qui con me, nella casa da sposata, vecchie edizioni davvero datate, storie stupende tra le quali nessuna tuttavia ha saputo purtroppo eguagliare il successo straordinario di Love Story, un incredibile fenomeno mondiale, cinematografico e letterario. Il film, interpretato da Ryan O’Neal e Ali MacGraw, fu candidato a ben a sette Premi Oscar, sbancò i botteghini, riempì i cinema e fece consumare un’enorme quantità di fazzoletti. La storia è a dir poco passata nel tritatutto: lui ricchissimo, lei no, si conoscono, si amano, si sposano, lei si ammala di leucemia, muore, addio. Non è un romanzo rosa, quindi, tutt’altro, ha una costruzione atipica che non promette il lieto fine e spoilera la tragedia dalle prime righe: (tocca prendere la sedia per raggiungere i miei Erich Segal in fila nel terzo ripiano della libreria Ikea in cameretta) dettaglio non da poco, che avevo rimosso.

Che cosa si può dire di una ragaza morta a venticinque anni? Che era bella. E simpatica. Che amava Mozart e Bach. E i Beatles. E me (…)

Abbiamo bisogno a cinquant’anni di distanza, con un rifacimento nella copertina che dà al volume un tocco a mio avviso fin troppo moderno e quasi sciatto, di piangere per Jennifer Cavilleri? Di sognare che un uomo come Oliver Barret IV – archetipo del Principe Azzurro – si innamori di una ragazza comune? Di credere nell’amore struggente che rompe gli argini dei benpensanti e travalica convenzioni sociali?

Forse sì, perchè le donne sono cambiate tantissimo in questo mezzo secolo, purtroppo spesso facendo propri i peggiori difetti dei maschi, ma anche quelle apparentemente più ciniche in fondo sanno che è l’amore a muovere le viti del mondo. L’amore in senso lato, che non è soltanto vita di coppia, sesso e attrazione, ma amore per i figli, per il creato, le passioni che si coltivano con abnegazione, l’intimità di un amore anziano, senza più salti tra le lenzuola, ma con la tenerezza di tenersi per mano per non inciampare troppo nei brutti scherzi della vecchiaia. Amore che sa di solitudine e si riversa in un cane o in un gatto, le lacrime su un mazzolino striminzito al cimitero, la fatica quotidiana dell’amore che sa di retorica ma spacca davvero la schiena di uomini che mantengono i figli lavorando in fabbrica, o a buttare catrame (Ma li vedete sotto la canicola, magari sessantenni?) L’amore di una figlia che imbocca il padre negli ultimi giorni nel letto in un hospice, l’amore più nobile di un padre anziano che spinge la carrozzina del figlio disabile, gli occhi annacquati di entrambi.

Stiamo attraversando un periodo storico e sociale orribile, in cui sembra che soldi e apparenze abbiano la meglio nel determinare la considerazione che gli altri hanno di noi, vale quindi la pena di chiedersi se lo scandalo di un ricchissimo bostoniano innamorato di una proletaria di origine italiana alla fine degli anni ’60 non sia assimilabile a quello di un italiano che deve superare i pregiudizi per convivere con una senegalese (Virginia docet) oggi.

Sono davvero felice che Sperling & Kupfer abbia fatto questa scelta quasi coraggiosa e spero voglia mettere in catalogo tutte le opere di Erich Segal, che era nato nell’anno di mio padre e con un piglio decisamente all’avanguardia ha raccontato una delle storie d’amore più celebri, dopo Romeo e Giulietta. Compratelo e leggetelo se ancora non l’avete fatto.

Il fascino intramontabile di Trappola per topi

Sabato sera abbiamo assistito allo spettacolo teatrale Trappola per topi. Nonostante lo avessi già visto molti anni fa, più di venti, e abbia letto anche il testo che per un giallo è decisamente penalizzante e toglie mistero e quel senso di brivido tipici dei polizieschi che ti inchiodano alla poltrona, mi sono goduta ogni attimo, rinnovando il mio immenso amore per Agatha Christie.

La storia è nota e tutto sommato semplice: l’inaugurazione di Monkswell Manor, una pensione nella campagna inglese, gestita da una giovane coppia un po’ inesperta, viene letteralmente travolta da una bufera di neve, che isola l’antica dimora, e dall’omicidio commesso a Paddington, collegato ad antichi fatti di cronaca avvenuti proprio lì vicino. Un biglietto trovato accanto alla vittima mette in guardia la polizia: un secondo delitto potrebbe avere luogo proprio a Monkswell Manor, il sergente Trotter viene quindi inviato sul luogo per sorvegliare la situazione, tra i clienti infreddoliti e guardinghi. Questo non eviterà che l’omicidio si compia. Le linee telefoniche interrotte accrescono la paura e tutti sono in pericolo: chi è il criminale psicopatico? E chi la prossima vittima?

Molti i classici elementi di Agatha Christie: il legame con il passato, una filastrocca assillante, più di un personaggio non è chi dice di essere…

Un unico dettaglio rivelatore, alla fine scioglie la suspense: (spoiler) il sergente Trotter non è affatto un poliziotto, bensì l’assassino!

Avete creduto che io fossi un poliziotto, soltanto perché io vi ho detto di esserlo!”

Quanto sopra è geniale; ovviamente poi c’è tutto il contorno, molto ben costruito davvero, ma quella frase, del tutto priva di fronzoli, è la chiave dell’opera di narrativa magistrale, il cardine sul quale si appoggia e si muove l’intera vicenda. La grandezza della Christie secondo me risiede proprio in questo, laddove si inerpica in trame più artificiose e complesse perde un po’ del suo fascino. Pochi personaggi, un luogo chiuso, un passato tremendo (uno dei tre fratellini affidati dal tribunale a una famiglia di contadini morirà per i maltrattamenti subiti: è lui l’assassino, la donna morta a Paddington la madre affidataria e a Monskwell Manor si ritrovano altre due persone coinvolte nel dramma).

Presi dall’atmosfera a tratti gotica con picchi di humor (splendide le scenografie nel caso di questa rappresentazione, persino con fiocchi di neve svolazzanti e l’immagine dalla finestra di una tormenta di neve molto realistica col vento che soffia e rende l’ambiente ancora più sinistro), ma anche dall’intensità della lettura, il lettore/spettatore non si pone il problema di verificare l’identità di Trotter. Distintivi? My God, c’è un assassino nei paraggi, e Scotland Yard ha appena telefonato per dire che manderà un poliziotto per proteggere i proprietari e gli ospiti della pensione, non c’è davvero bisogno di altro!

Non c’è davvero bisogno di altro se sei Agatha Christie 😀 e hai il talento per congegnare un poliziesco intorno a una cosa di questa portata: microscopica e immensa a seconda da che parte la si guardi. Così, e torniamo al punto di partenza, nonostante conoscessi la storia, sono rimasta strabiliata e molto contenta di aver proposto all’Orso di andare a vedere il capolavoro immortale entrato nel Guinness di primati per il numero elevato di repliche ininterrotte, a Londra ha infatti già festeggiato l’anniversario di diamante!

Se avete in programma un viaggio a Londra da questo sito potete acquistare i biglietti per lo spettacolo che va in scena dal 1952 (vi consiglio comunque un giretto virtuale tra le varie sezioni nella pagina del St. Martin’s Theatre perché è davvero suggestiva).

Il confine del buonsenso quando ci si sente in credito coi risultati: piccola analisi contingente

Sabato 9 febbraio ho cominciato a sentirmi esageratamente in down per le menate scrittorie. Ho elaborato un post super lagna da brivido senza pubblicarlo e sono andata dal parrucchiere. Più o meno in contemporanea mi sono confrontata con un paio di amici che mi hanno aiutata a guardare la cosa da un’altra prospettiva, in particolare sulla causa scatenante del loop, cioè la lettura di un romanzo la cui uscita mi aveva entusiasmata (perché conosco l’autore di persona, anche se non è che sia un mio amico, ed ero felice che avesse fatto il grande salto, i precedenti, pubblicati con un piccolo editore, mi erano piaciuti tanto) ma che alla resa dei conti si stava rivelando una delusione cosmica. Una storia totalmente priva di trama, che direi (e lo dice pure CBM che riceve un botto di testi che non sono romanzi bensì un insieme di fatti, le cronache del militare, gli anni freschi della gioventù al mare, memorie e pensieri di cui, oggettivamente, un bel chissene) è il problema più grosso che un libro di narrativa possa avere. Enorme punto di domanda quindi sull’agente (molto nota) e sull’editore (molto notissimo).

Che sta roba mi mandasse in tilt mi dava parecchio sui nervi! La vita ha preso, come sa e deve fare nostro malgrado nel bene e nel male,  il sopravvento. Intanto quella sera c’era  una cena a casa di amici che si è rivelata divertentissima, la domenica uggiosissima è stata da divano e robe di casa, ed è finita con la sorpresa televisiva che la seconda stagione della serie Tv The Imposter di cui vi ho parlato non sarebbe cominciata (non avevamo notizie certe in merito, semplicemente pensavamo che dopo la prima attaccasse di seguito la seconda) invece… FOREVER ahah sììì, il mio amato Henry Morgan, le prime puntate che non avevo mai visto!  Insomma, un po’ mi spiaceva per The Imposter, ma diamine, avevo appena nominato Forever in uno degli ultimi post, con tanta nostalgia ed eccolo lì, bisturi, sciarpa, cadaveri e quel sorriso per cui la domenica sera tedio malinconica che precede il lunedì sgrunt si è trasformata in un momento molto atteso! Le rogne editoriali me le ero proprio dimenticate. Andando avanti la settimana ha galoppato su un calendario pieno di impegni di svago uno più bello dell’altro, culminato ieri con una gita al mare! Nonostante certo, non sono mancate le cose decisamente “no”, la vera notizia importante è che mi sentivo, mi sento, finalmente fuori dalla lagna. Ho fatto anche un vocale alla mia agente per rassicurarla.

A distanza di 9 giorni, ho terminato quel maledetto romanzo, ma soprattutto ho continuato a puntare la lancetta del mio barometro emotivo su altro. La mia agente sta mettendo in atto nuove strategie, contatti diversi e la mia agenda è ancora ben ricca di appuntamenti sociali, mangerecci, libreschi, teatrali belli e interessanti che mi fanno svegliare col sorriso, grata soprattutto di essere qui, sana e pimpante, pronta a sgridarmi in caso debba ancora cadere in quel calderone di commiserazione insensata.

La frustrazione logica non deve mai oltrepassare il confine del buon senso.