Ancora su Raul Montanari e il bullismo

Il weekend non è mai il momento migliore per pubblicare nel blog qualcosa a cui si tiene: le visite precipitano (vorrà forse dire che i blog si leggono sul posto di lavoro?), in aggiunta le splendide giornate attuali invitano a uscire, noi oggi siamo stati in gita in Monferrato per il nostro consueto giro carni-vino di cui vi ho già parlato in altre occasioni. I blog dal telefono li guardo pochino, nonostante il blocco che mi sono fatta mettere dalla Tim, appaiono sempre schermate allarmanti, senza che io clicchi nulla, è successo anche oggi. Però avevo linkato il post a Raul Montanari che mi ha risposto con parole di apprezzamento. Grazie a te per la cosa bellissima che hai scritto: coinvolgente, personale, trascinante. Niente di anodino, si sente proprio la voce e, dietro la voce, la persona. Il fatto che uno dei massimo insegnanti di scrittura creativa definisca trascinante un mio testo, confesso di aver impiegato parecchio a scriverlo, mi rende fiera, anche se naturalmente so bene che questo non significhi che io poi sappia fare altrettanto con un romanzo, ma essere una buona blogger di un blog letterario rimane un grande risultato. Tuttavia non sono qui per lodarmi, ma per proporre il video lassù a completamento del post di ieri. Entrambi rimarranno in cima al blog fino al giorno 25, quando arriverà la consueta puntata di #Amo il greco, per dar loro la giusta visibilità. Vi invito quindi a voler partecipare alla discussione sui temi proposti ne La vita finora, a leggere il post prima di questo, se ancora non l’avete fatto e a prendervi giusto 3 minuti per il video. La questione in gioco è troppo importante e parlarne è un minuscolo passo avanti nell’affrontare il dramma, ma si sa che qualsiasi viaggio comincia con un primo passo. Grazie!

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Un aperitivo con Raul Montanari

Quando ricevo l’invito all’incontro con Raul Montanari sono nel delirio idraulico polveroso e lo vedo come un faro verso cui tendermi con gioia. Il giorno arriva e il mio prepararmi a intervistarlo si limita a leggiucchiare in rete qualcosa sul suo romanzo, di cui ovviamente parleremo, e ad andare dal parrucchiere. Tanto per completare il quadro nella mia settimana caotica in cui cerco di riallinearmi con il quotidiano a casa e in ufficio, Milano è nell’euforia del Salone del Mobile, avvolta da un’estate in anticipo, niente primavera, ci buttiamo direttamente oltre i 25° e la gente gira in pantaloncini.

Sbaglio fermata del metro, nonostante sappia benissimo dove si trovi lo Spazio Vigoni dell’Agenzia Beretta Mazzotta, visto che ci sono andata diverse volte, vi approdo trafelata, l’autore sta raccontando La vita finora Edito Baldini + Castoldi, la storia di un giovane professore che si trova a insegnare in una piccola valle montana. L’incontro con i ragazzi è uno scontro: dovrà vedersela con una violenza difficile da catalogare – nessuna paura per le conseguenze e un modo brutale di abitare la rete – ma anche con gli adulti, il tema del bullismo è centrale, e io mi metto lì sulla sedia: occhiali, quaderno per gli appunti e orecchie super attivate.

Quasi subito mi rendo conto di non poter star dietro al grande potere comunicativo di Raul Montanari, scrivo qualcosa e cerco di memorizzare il resto e quando si apre il momento delle domande, azzardo la questione che mi agita la testa, da contestatrice del sistema editoriale quale sono, cioè se con questo romanzo si senta in un filone Montagna, in una sorta di moda assieme a Cognetti e Montanari, che potrebbe mandarmi a quel paese in un battito di ciglia, risponde pacato che se esiste una moda allora l’ha fatta nascere lui, negli anni 90 con le sue prime storie.

Ma se la valle del romanzo amplifica l’elemento “insegnante forestiero” in realtà il bullismo è purtroppo trasversale e la città non ne è esente. Ora non voglio raccontarvi il libro, innanzitutto perché non l’ho ancora letto, anzi, facciamo così:

qualcuno è interessato a una lettura collettiva come abbiamo fatto per Cognetti e Ciabatti? Rispondete nei commenti che ci si organizza.

e poi perché non è questo il vero senso dell’incontro, no, neppure bere una certa quantità di prosecco dopo, chiacchierando con tutti e sentandomi molto libera e finalmente in possesso della mia natura più interessante e autentica (sono in mezzo alle storie, con CBM di cui è chiaro sono un po’ innamorata, dopo essere stata travolta negli ultimi mesi da cose di cui avrei fatto volentieri a meno!), il senso è ciò che mi ha lasciato: una serie di spunti su cui ragionare. E infatti ci penso un sacco, ci penso mentre rincaso in una luce bellissima, passeggiando in centro e poi in metropolitana, ci ripenso sul divano quando mando whatsApp vocali entusiasti agli amici, mentre ricordo a me stessa che devo fare delle cose come svuotare la lavastoviglie, rendermi conto che domani (cioè oggi) toccherà sedersi di nuovo all’altra scrivania, quella delle rogne fiscali. E come prima cosa vorrei abbracciare Nanni, che l’ultima volta quando sono andata a prenderlo a scuola lui era malmostoso e io, con il mio nervosismo dei giorni storti, non ho saputo sfoderare nessuna arma per dare il via a una comunicazione affettuosa e ora me lo immagino vittima di qualche Rudy-bullo, il mio Nanni magrolino e fragile e allora – mentre ritengo che Emanuele sia al circolo fotografico invece si spara un’altra giornata doppia al lavoro (non torno per cena, vado direttamente al circolo, mangio in mensa, oh fantastico, io ho l’aperitivo da Chiara così non dovrò cucinare! Rincasando dopo le 23) m’invento di mandare una mail a Raul Montanari per ringraziarlo e stamane alzandomi ho trovato nel cell già una mail di risposta. E tocco le stelle dell’umanità che è grande quando è umile e della cultura che è più bella se priva di spocchia.

E torniamo agli spunti, li deposito qui, per tutti, per le mie tre lettrici insegnanti (Tenar, Barbara Liguria e Speranzah) ma potrebbero essercene altre, per i genitori di ragazzini in crescita, per chi semplicemente non si arrende a questo mondo dove tutti parlano di perdita di valori e non si sa bene come recuperarli, ma vuole fare qualcosa. Eccoli:

Dobbiamo veicolare il messaggio che leggere è figo, perché lo è: fornisce un’arma in più per conoscere l’animo di chi ci è accanto, perché nei libri c’è una verità umana imperdibile e il narratore ha il grande privilegio di intercettarne le sfumature.

Per la prima volta il confronto generazionale si pone su un piano in cui i figli sanno più cose dei genitori, non era mai successo. E questa materia che padroneggiano è la tecnologia, i social, di cui gli adulti non possono disinteressarsi. E’ finita quindi l’epoca in cui il sapere genitoriale veniva trasmesso ai figli: questo è altamente destabilizzante.

Abbiamo affermato più volte che la realtà virtuale non era reale, e ora ci rendiamo conto che ahimè lo è, gli amici su Face Book non sono veri amici, dicevamo, ma ciò che viene messo in rete procura conseguenze assolutamente reali. Il video shock che rovina una ragazzina è virtuale, sì, certo perché gira per la rete ma è realissimo nel danno che fa alla malcapitata.

Non vorrei, e concludo, commenti botta e risposta tra me e voi, ma un confronto circolare, perché sono temi che mi stanno a cuore, poi ne riparleremo con la voce forte di un romanzo che ha davvero qualcosa di concreto da proporci, per avvicinarci alla realtà del fallimento dell’umanesimo, della scelta del male come stile di vita. Argomenti roventi quali lo svilimento della professione dell’insegnante, l’educazione che possiamo dare ai nostri ragazzi per farli crescere “sani” ma con un’attrezzatura sufficiente per affrontare i pericoli. Torneremo a parlare di emarginazione, di adolescenti, di quel senso di appartenenza così importante quando smetti di essere bambino, quando cominci a capire di essere unico e l’unicità, si sa, è un casino, perché può isolare “sono diverso dagli altri” e avvicinare a chi magari non ti valorizza ma sembra accettarti e non ti fa sentire uno sfigato e da lì sei in trappola. L’idea che io fossi una ragazzina sfigatissima mi ha accompagnato troppo a lungo per non volermi fare carico ora di questi contenuti, e se ne sono uscita indenne, voglio dire senza non so disturbi alimentari, eccessive paranoie, disagi invalidanti è anche grazia alla narrativa. Per cui grazie ad autori come Raul Montanari che squarciano il velo in un tempo in cui tutto è amplificato dai social. Quando io ero adolescente al massimo qualcuno ti portava via il diario in classe e urlava in giro “Sandra ama XXX!” frugando nelle pagine, che già ti metteva all’angolo ma insomma non era proprio come un video in rete.

Non so se sono riuscita a mettere insieme il post che volevo, nelle mie intenzioni c’era il desiderio di portare almeno un po’ Raul Montanari qui con noi,  ma se leggerete La vita finora di sicuro qualcosa in più vi rimarrà della sua aurea, io mi sento già un po’ meno allo sbando nel gestire i nipoti che ormai bussano alle porte della pubertà, grazie all’incontro di ieri sera.

Sono qui

Abbiamo finito. Non proprio finito-finito, perché mancano alcuni dettagli. Oddio, il box doccia non è proprio un dettaglio, ma per la configurazione del bagno, la doccia è chiusa dai muri su tre lati, quindi ora abbiamo una tenda provvisoria che l’idraulico ci ha regalato persino abbinata alle piastrelle, e in pratica manca solo il vetro/porta davanti. Tra venerdì e sabato, quando peraltro l’idraulico è venuto la mattina per ultimare i lavori, ci siamo ammazzati a pulire e ieri ce la siamo presa relativamente comoda, completando gli acquisti dei piccoli accessori. Fisicamente sono un catorcio, confido che prima o poi tornerò in forma, sulla tempistica non me la sento di esprimermi. Mentalmente spero di non cadere a capofitto in questa sindrome, ogni volta che entro in bagno mi incanto e controllo che non ci sia, non ci sia boh, che i batteri non si vedono e con le gocce d’acqua posso conviverci, direi. E ora basta parlare di tubi e wc torneremo a parlare di libri molto presto. Facciamo pure subito.

Vi anticipo una questione a cui ho pensato a lungo tra Tempo di libri e il Book Pride ma poi ho avuto difficoltà a mettere insieme un post ricco di contenuti in tal senso. Lo scrivo ora, un po’ come viene, rielaborato mentre passavo i pavimenti più volte. Le fiere propongono solo il cartaceo, nulla, è vero, vieta ai lettori di connettersi all’istante con il proprio smart phone e scaricare in loco il relativo e book con pochi click, sì, ma non lo vedo tanto immediato come gesto. Intanto tocca verificare se il digitale esista, nel 2018 ci sono ancora editori che non lo prevedono. D’altro canto gli editori digitali non espongono ai vari saloni, uhm, considerato che cartaceo è spesso proposto con il Print on demand, potrebbero stampare (magari da un tipografo non da Amazon, risparmiando sulla quantità) almeno alcuni titoli, avere uno stand per farsi conoscere. Cosa che ho visto fare solo da Amazon Publishing a Tempo di libri, seppure con un banco un po’ scalcagnato, i libri però li REGALAVA e me ne hanno dato appunto una copia NOT FOR SALE qualitativamente ottima, come storia e fattura (un po’ troppo rosa per me, ma il mio gusto personale non è il cuore della faccenda). Altra cosa, nelle classifiche di vendita, peraltro poco attendibili perché i dati vengono presi da un numero ristretto di librerie coinvolte e perché i grossi editori all’uscita dei propri libri li acquistano in blocco per consentire loro una rapida scalata, le vendite su Amazon, ovvio il principale canale di acquisto in rete, non vengono MAI prese in considerazione.

Il discorso che faccio è questo, ho sempre più l’impressione che l’editoria sia spaccata in due: digitale Vs cartaceo, librerie fisiche Vs. librerie on line, due mondi che si fanno la guerra e non sembrano destinati a incontrarsi, tutto sommato per la scarsa volontà degli addetti ai lavori. Mentre noi lettori (e autori) invece la vediamo come un’unica entità dove si può fruire del prodotto libro ognuno come gli va (cit. Dalla).

Parole e polvere

Piove, un giorno di bel tempo e poi una luna sequenza di nuvole e acqua, non aiuta l’umore e neppure l’asciugatura del muro, è il 4° giorno di cantiere e se avete rifatto il bagno avendone uno solo sapete bene di cosa sto parlando. In realtà per un problema agli scarichi, rivelatosi poi strutturale nel condominio, stiamo ristrutturando mezzo bagno, il pavimento non verrà toccato, ma è la metà più impegnativa, oltre al discorso idraulico, sostituiamo wc, bidet, togliamo vasca e mettiamo doccia. I disagi sono in due direzioni, ovviamente l’uso del bagno e il teletrasporto della polvere. Domani dovrebbero finire, salvo qualche dettaglio. Per dire ora sono in sala, seduta sul divano ricoperto da un telo, mentre il muratore a due metri da me prepara la malta.

E’ pure il 15° giorno dalla caduta di mia mamma, e la concomitanza degli eventi ha il suo peso. Se vado da lei a farmi una doccia, mi porto tutto: accappatoio, asciugamani, normalmente avrei usato i suoi, ma lei non riesce e stendere, fa le lavatrici e vado a stendere io, posso aggiungerle biancheria? Eh, no, se non fosse ingessata altroché, le avrei pure portato qualcosa di mio da lavare, che qui sono bloccata e chissà quando smaltiremo l’arretrato.

Eppure la faccenda mi ha insegnato diverse cose. A vivere accampata, abbiamo preservato la camera da letto: gli operai non ci hanno mai messo piede, porta chiusa e quando entriamo noi mettiamo ciabatte che usiamo solo lì. A gestire la mia ansia. E mi ha fornito qualche conferma: nella vita non si sa mai, ci innamorammo di questa casa, la seconda vista e l’acquisto fu piuttosto veloce, il bagno, ristrutturato dai precedenti proprietari, era magnifico, e noi con un mobile che incontra di più il nostro gusto lo rendemmo ancora migliore, MAI avrei pensato di demolirne metà. In seconda analisi la testa può essere ancora all’incirca efficiente su vari fronti importanti insieme, in ufficio (ieri e martedì) è capitato di ricevere un whatsApp con foto di rubinetti e fare veloci valutazioni mentre stavo occupandomi delle solite beghe fiscali. Intanto qualche neurone gira sulle parole nella scrittura e sui personaggi, perché sono giorni caldi. E’ ovvio, nessuno vive una situazione alla volta, ho un certo ricordo di estenuanti telefonate del notaio per il rogito mentre nasceva Nanni (un parto particolarmente complicato), però con il passare degli anni inizi a perdere colpi qua e là.

Un approccio sbagliato è sempre quello di dirsi: quando sarà, quando avrò. In questo caso: quando saranno finiti i lavori (e la pulizia) saremo a posto e spensierati, ma chi me lo assicura? Quando mia mamma avrà tolto il gesso veleggeremo tranquille verso i giorni insieme che ci aspettano in Valtellina. Probabilmente sì, ma chi lo sa. In generale: quando sarò sposata, quando andrò in pensione… non ci sono garanzie, solo il qui ora, chiaramente unito a una sana progettualità costruttiva. La vita è adesso (Baglioni cit.) e viverla pensando sempre al dopo è il male.

Occhio bendato, bagno e mamma mi hanno fatto perdere una certa quantità di inviti libreschi, con rammarico ma senza poi dannarmici troppo (in verità un sonoro vaffanculo nei giorni pirateschi per un invito rifiutato l’ho lanciato!) e molto tempo sta consumandosi intorno a queste cose, tuttavia non voglio vederlo unicamente come un tempo negativo, quasi sprecato. Domenica ci siamo goduti un pranzo spettacolare al ristorante ebraico, aiutare mia madre ha un valore, la sfighe idrauliche, i danni, gli elettrodomestici rotti ecc sono il nostro karma, ormai è chiaro per cui prendiamone atto. Gli amici che chiedono, si interessano sono davvero il lato apprezzabile di questo calendario un po’ sadico che il 2018 mi ha regalato.

Il sole in questo momento sta gettando lame di uno strano color paglierino dalla tenda (probabilmente è la polvere a rendere la luce così) e panta rei, nel bene e nel male.

Quando non si può

Esiste una legge non scritta, che è più di una consuetudine, l’autrice genovese Barbara Fiorio, che io apprezzo, la definisce così “vige un dictat preciso: non si dice niente”, dove per non dire nulla si intende il divieto di spifferare di libri in scrittura, percorsi editoriali e cose del genere di cui io, al contrario, parlo sempre molto volentieri, perché amo la condivisione e perché fa bene al mio cuore. Magari poi, è già successo, tocca fare marcia indietro, ma trattative in corso, confronti con gli addetti ai lavori, nuove idee e tutta la fatica che ci gira intorno a parte che sono argomenti tipici del blog, ma credo possano essere utili a chi mi legge.

In ogni caso non si può.

E io in questo  periodo sto lavorando tanto, ma tanto, talmente tanto che ieri mi faceva male l’occhio, non so perché, e ho ripreso a mettere la pomata antibiotica e a soffrire, ma non ho mollato il pc, quando un po’ di riposo al buio immagino avrebbe giovato. (La pomata comunque sta funzionando). Perché lunedì inizia la de-mo-li-zio-ne di mezzo bagno, immagino ci sarà rumore ahahah, magari non riuscirò a concentrarmi, martedì e mercoledì lavoro e rimane a casa l’Orso, giovedì e venerdì sarò in ferie (impossibile far coincidere i lavori con il mio part time, ci siamo arresi) forse la ristrutturazione sarà terminata ma ci sarà da pulire quella polvere insidiosa di cui tutti mi stanno parlando come una terribile iettatura.

A me nella spegnitudine vedi post precedente, scrivere ha aiutato un sacco, soprattutto farlo con un programma preciso, seguita dall’agente, perché non potevo barare, prendere la creatività e portarla a spasso come se fosse a una scampagnata (che, tutto sommato è bellissimo, eh) ma piuttosto indirizzarla su un percorso pieno di paletti e questo è molto più difficile e tocca metterci davvero la testa, in questo modo il cervello è costretto ad accendersi, per forza. E se si accende allora lo fa per ogni ambito vitale, anche quando ci si stacca dal pc e si torna alla quotidianità, basta, ci si è riaccesi.

E allora avrei voluto scrivere un post diverso, comunicarvi l’entusiasmo e magari pure l’illusione (così, poi faccio un bel post lagna, siamo tutti contenti e possiamo parlare di corsi e ricorsi storici). Le attese, l’up-grade, le decisioni sofferte, la semina, l’adesso o mai più fanno parte del momento di cui ho già detto troppo, al punto che mi aspetto un cazziatone una ramanzina, ma spero di sbagliarmi.

Cosa potrei dire in mia difesa? Che ancora una volta le storie mi hanno salvato la vita, perché a volte mi viene il groppone brutto per mia mamma che cerca di farcela da sola e di non disturbare, e conta i giorni che la separano dal 4 maggio, anche se sa che poi le toccherà la fisioterapia ma spera tanto di poter tornare a manovrare la bicicletta senza problemi. Che la mia autenticità è fondamentale, voi siete i miei blog amici, spesso anche lettori dei miei libri, non persone qualunque, mi siete stati accanto in momenti tremendi, alcuni di voi c’erano già anni fa quando il nostro progetto più grande si sgretolò e ci sono ancora oggi, e siete sempre pronti a gioire con me quando le cose girano giuste! Una Sandra che cambia atteggiamento e si trincera dietro al silenzio non è strana? Oltretutto che argomenti potrei trattare in un blog che si chiama Ilibridisandra? Dei tubi, dei malanni, talvolta di viaggi? Sì, certo ci sono pure i libri che leggo, per fortuna, ma un cambio di rotta così credo vi allontanerebbe.

Insomma, poi continuiamo via whatsApp, perché io qua non vi ho detto nulla, questo post infatti si autoeliminerà entro pochi secondi! 😀  Affrettatevi.

In questi giorni

Sono giornate un po’ così, anche se in realtà i tre giorni di Pasqua non li abbiamo passati male, tra Centro Benessere sabato (bellissimo, consigliatissimo, da rifare!), pranzo da suocera domenica e pomeriggio da mia mamma, poi lunedì relax e ancora dalla mamma e infine un bell’aperitivo fuori in uno dei nostri locali preferiti. Ieri siamo tornate in ospedale per lastra e controllo, le hanno dato un nuovo appuntamento per il 4 maggio, se tutto andrà bene in quell’occasione le toglieranno il gesso, altrimenti no. Mia mamma è molto brava e autonoma, io vado ogni giorno da lei, magari faccio anche cose banali: buttarle la spazzatura perché il locale pattumiera ha un maniglione duro, aprirle un barattolo, e poi qualche commissione fuori. Insomma ce la caviamo, almeno per ora, che lunedì finalmente cominceranno i lavori in bagno (aiuto!) e sarà più difficile garantire la mia presenza. Un po’ di paura tuttavia è rimasta: che la caduta si ripeta, che il polso non torni del tutto a posto. Io ho qualcosa dentro per cui volevo anche parlarvene ma non riuscivo a definirlo e se Anna di Figlia dei fiordi si è chiesta perché diavolo si fosse dannata a volere etichettare tutto, come se i sentimenti e gli avvenimenti fossero barattoli di marmellata a cui appiccicare l’adesivo. “Storia d’amore intensa ma breve”, “Fregatura galattica”, “Relazione stabile”, invece di “albicocca” “more di gelso” e “lamponi”. Perché, cazzarola, perché?, in questo caso volevo dare un nome, e l’ho trovato stamane, mi sento spenta.

Io, sempre energica, io, che non posso dirmi fisicamente stanca più di tanto perché la conseguenza della faccenda occhio è stata anche un riposo forzato, certo mercoledì e giovedì scorso con due giri al PS sono stati sfiancanti, ma Dio mio in una settimana ci si riprende, però ecco sì, sono spenta. Ho preso consapevolezza di alcune dinamiche e ora sono sì, in equilibrio, come mi auguravo di poter restare nonostante gli scossoni, ma l’interruttore è sul tasto off.

Fortuna vuole che da sempre ho imparato a dare il meglio di me sotto pressione, cosa che alla lunga mi ha rovinata sul lavoro perché era un continuo caricarmi, ma almeno mi sono buttata nella scrittura con risultati apparentemente soddisfacenti (se è davvero così lo diranno poi i riscontri esterni più avanti).

Questo è quanto, so di non aver pubblicato chissà che gran post, ma non mi piaceva non farmi viva quando voi siete sempre così cari e affettuosi con me. Grazie.

In qualche modo Pasqua

Mai avrei pensato che la parola equilibrio, scelta per accompagnarmi quest’anno, potesse rivelarsi tanto azzeccata, invece… Mercoledì mi apprestavo a raccontarvi del Book Pride e di piccole altre faccende che caratterizzano l’aggiornamento del blog, quando vi parlo del mio quotidiano magari con un piglio ironico che viene sempre apprezzato. E poi c’erano i fiori finalmente, gli amici e la luce, la bella stagione che forse si era decisa ad arrivare. Vado a prendere Nanni – mi dico – chiedo a mia mamma se vuole venire con me, e in serata scriverò il post. Naturalmente non avevo fatto i conti con lui, l’imprevisto che puntualmente ci ricorda chi comanda.

Così, mia mamma ha mancato l’ultimo gradino della scala della scuola e patatrac. Vi tralascio i dettagli, nuovi giri al Pronto Soccorso, frattura del polso, gesso, braccio al collo e la sottoscritta che entra in un vortice.

Equilibrio, i primi giorni non ho proprio saputo cosa fosse: mi muovevo in altalena (in realtà in taxi) tra pena, dispiacere, frustrazione, rabbia, nervosismo, tentativi di aiutare e inciampi (questa volta metaforici) una situazione emotivamente difficile, e anche un po’ a livello pratico, nonostante grazie a Dio, è la sinistra e mia mamma è una donna molto autonoma. Non sono stata brava, ma forse sono stata molto umana, e comunque moltissimo presente, ovvio, di più non avrei potuto esserlo, a meno di farmi ingessare al posto suo!

Va così, piano piano ieri sera ho cominciato a ritrovare una traccia, a organizzarmi, a non lasciare che questa cosa mi sopraffacesse, che era poi l’obiettivo della mia parola del 2018.

Gioco d’anticipo con gli auguri, non amo Pasqua e da quest’anno ho un nuovo motivo per non farmela piacere. Ma spero che per voi sia diverso, in pace e compagnia, con le gite e le tavolate, con le uova da scartare e trovarci dentro le sorprese migliori.

Amo il greco # 17

Oggi vi porto… no, non in Grecia, ma in Italia, a visitare un paio di luoghi che io stessa ho visto e che sono una chiara e importante testimonianza di insediamenti greci nell’antichità sul nostro territorio.

Sono stata a Paestum, antica città della Magna Grecia situata in Campania, durante il mio primo soggiorno sulla Costiera Amalfitana in una primavera avanzata incredibilmente piovosa con basse temperature: mia madre si ammalò, ma venne in giro comunque e tutti patimmo un gran freddo. Sto parlando della metà degli anni ’90, forse con uno sforzo di memoria potrei dirvi l’anno preciso. L’ottimo stato di conservazione dei  tre Templi dorici ne fanno un luogo di grande fascino; successivamente alla mia escursione sono stati fatti nuovi e importanti interventi di restauro, per cui deduco che si possa godere ancora di più di tanta magnificenza. Stiamo parlando del 500 a.c. circa, per collocare storicamente l’area. Foro, cinta muraria e museo, di cui in realtà ricordo pochino, completano la visita.

Faceva invece un gran caldo, e gli anni erano più o meno gli stessi, quando visitai La Valle dei Templi di Agrigento, era luglio ed ero in vacanza a Giardini Naxos. Mostrando le foto al ritorno tutti mi chiesero se fossi stata in Grecia, no, Magna Grecia. Lo spirito di questo post vuole essere infatti quello di andare in Grecia senza varcare i confini. Il sito archeologico è molto più vasto rispetto a quello di Paestum e presenta resti di ben 12 templi, ovviamente con uno stato conservativo differente, la polis fu fondata nel 581 a.c. Su tutti domina il Tempio della Concordia, costruito in precedenza rispetto all’insediamento, davvero imponente con il suo colonnato, una testimonianza notevole che lascia senza fiato.

Rimaniamo in Sicilia e andiamo a Taormina, splendida località piuttosto chic, dove si trova l’antico teatro greco, secondo a quello di Siracusa (che non ho visitato perché quella parte delle Sicilia  – sono stata in Sicilia 3 volte – mi manca). Nonostante abbia origini elleniche, di cui è tuttavia impossibile dare una datazione precisa, attualmente si presenta totalmente romano nel suo aspetto d’insieme. La struttura originaria era legata a un piccolo santuario, successivamente, forse sotto Augusto, venne rinnovato e ampliato. Ho un ricordo molto piacevole di questa visita, immancabile se vi trovate tra Messina e Catania. Il teatro è attualmente ancora in funzione per eventi culturali. Di sicuro oltre al valore archeologico e storico, rimane impagabile la vista che da lì si gode sull’Etna e sul mare. La prossima estate si terranno i concenti di Sting e Max Gazzè.

Narrativa domestica

Si chiama Narrativa domestica, in pratica si tratta di libri nati da pagine Facebook con molti moltissimi follower che raccontano le vicende di famiglie più o meno normali, soprattutto focalizzandosi sui figli.

Due i testi usciti quasi contemporaneamente: Tutte le prime volte di Paolo Longarini e Dis-ordinary Family di Maurizia Triggiani e Marco Bottarelli, tutto sommato non è nulla di così nuovo, due anni fa ci fu il fenomeno Matteo Bussola, con le stesse identiche modalità, mi piace però tentare di analizzare un attimo la faccenda.

Come prima cosa esprimo la mia profonda ammirazione per chi, magari pure in poco tempo, diciamo un anno, riesce aprendo un profilo pubblico Fb ad accumulare mi piace e amici raccontando cosa avviene tra le mura di casa.

C’è una sorta di autocompiacimento nel mettere in piazza la propria intimità; di fondo ci sono grandi doti comunicative, perché se ti racconto dello svezzamento di una piccola, benissimo l’universalità dell’evento che coinvolgerà ogni genitore del globo, ma tutto sommato potrebbe anche suscitare un gigantesco “chissene”. Invece no. Pare quindi che piaccia immedesimarsi in queste famiglie, e in particolar modo per la Dis-ordinary che è un nucleo familiare allargato nato dopo una separazione, si urla al mondo il coraggio di cambiare, e ci sono donne che nei commenti ai post rivendicano ruoli che un tempo erano addirittura moralmente non accettabili. La sfascia famiglie. Non è poco.

Non conosco i percorsi editoriali alle spalle dei due libri; Paolo Longarini non è un esordiente e attualmente è nella scuderia dell’agente Laura Ceccacci, piuttosto nota, ma di sicuro con questo romanzo ha fatto il grande salto, ha un calendario di presentazioni fitto fitto, mentre le varie opinioni in rete su entrambi i volumi e sui loro autori sono unanimi e pieni di stelle filanti: ti/vi adoro, libro bellissimo, commovente, ironico e sdilinquimenti vari. Una grande ola unita a osservare non più dal buco della serratura pancioni, abbracci e pannolini e a origliare discorsi spinosi fatti dal padre a ragazzine in crescita.

Quindi forse questa è la nuova editoria, l’onda che va cavalcata, aprire una pagine Fb, calcare la mano sulle difficoltà che però, Dio mio, si rifarebbe tutto e sperare che avvenga il miracolo: le porte degli editori big si spalancano perché si è avuta la capacità di mettere insieme una platea nutrita di futuri acquirenti, se anche solo la metà di chi segue la pagina comprerà il libro, parliamo di ventimila copie.

Il mercato impone di trovare vasti segmenti di lettori dove infilare le storie, e quale migliore occasione esiste se non il senso di appartenenza a quella che, a tutti gli effetti, è la più immensa categoria del mondo, senza distinzione di livello sociale, religione, o altro? Essere genitori. Un club con un botto di iscritti dove confrontarsi, lagnarsi, esultare stando comodamente in poltrona sbirciando la vita degli altri soci e poter dire: “anch’io, anche noi!”

Forse nel mio caso avrebbe funzionato anni fa: Sandra & Orso, mamma & papà in prestito, zii part time e similari, raccontare giorno per giorno le cadute, fino all’arrivo di Natallia, e poi di Olga, e in mezzo i nipotini, chissà! Niente macchina del tempo, adesso è tardi, no, non andremmo lontano, manca l’elemento cardine: i figli.

Perché i figli oggi sono un chiaro stato sociale che si concretizza al parchetto, fuori da scuola e alle festine di compleanno. Regolarmente si eleva il grido #sono una mamma dimmmerda, di puro egotismo quando il sotto testo dice tutt’altro. In alcuni casi un esibizionismo irritante. Gli autori di cui sopra evidentemente sono stati in grado di non cadere nel baratro del fastidio, ho letto qualcosa qua e là e li ho trovati sinceramente simpatici, sanno scrivere anche se, oggettivamente, non avendo tantissimo in comune con loro, mi sono stancata in fretta di quell’immancabile sottofondo: l’altalena amore/fatica oh, come siamo incasinati, che oggettivamente ne ho già abbastanza di sentirlo praticamente ovunque.

Ma sta proprio lì il loro gioco: saper dire bene, ciò che tutti i genitori dicono un po’ meno bene, perché privi del loro stile narrativo. Loro rendono interessanti cose assolutamente banali come dover saltare una pizzata a causa di un’influenza.

E’ un talento e lo dico senza presa in giro.

Ultimo giorno d’inverno, oggi!

Grazie a Francesca che mi ha fatto conoscere questa canzone dove c’è tanta Milano, quella bella che ho sempre voglia di raccontarvi.

E’ stato un inverno lunghissimo, ricordo un novembre piuttosto freddo, dopo un ottobre primaverile, e i primi di marzo nevicava. Insomma un po’ di ribaltamento di stagioni. Qualche fiore già si vede ma il piumino sta ancora lì da indossare la mattina e pure il piumone danese nel letto, a dirla tutta in questi giorni si gela proprio! Situazioni che possiamo solo accettare. Però insomma Ciao, Inverno! Ci si ribecca tra nove mesi, quando saremo alle prese col Natale e tutto il suo tipico trafficare! (E le luci che adoro!)

PS. Il controllo oculistico ha decretato che sono guarita. Io ho ancora prurito ma mi è stato detto che passerà piano piano e con l’aiuto del collirio prescritto. Speriamo, grazie davvero per il sostegno, ora mi butto questa cosa alle spalle, più avanti in caso farò una visita privata.