11/01/99-11/01/19 Vent’anni senza Faber

Vent’anni fa, a soli 59 anni, moriva Fabrizio De André, che non è stato fin da subito il mio cantante preferito, avendolo in qualche modo scoperto tardi, ma quello che in seguito recuperando in intensità, è di sicuro stato il più formativo per il mio pensiero libero e quello che a distanza di tempo continuo ad apprezzare in un crescendo emotivo.

Era l’estate dei miei diciotto anni, non ancora compiuti, essendo nata in dicembre. I miei all’inizio dell’autunno precedente avevano comprato una casa, la casa in Valtellina di cui ogni tanto parlo che è ancora nostra e lì immutata, la stavamo ristrutturando, villeggiando ancora in quella grande dei nonni, nel paese accanto. Ho un ricordo preciso: sono in auto con i miei e vedo tre ragazzi e una ragazza alla fontana sotto casa mia, si spruzzano l’acqua e hanno l’aria di divertirsi un sacco. Li guardo con quell’invidia bruciante di chi scalpita per uscire dalla famiglia, ignara che l’estate successiva, quando avremmo trascorso per la prima volta le vacanze in quella casa, i quattro sarebbero diventati, con altri, i miei amici, importanti, vitali, come solo le amicizie dei vent’anni sanno essere. Uno di loro, Andrea (si trattava di quattro turisti milanesi, due fratelli, e una coppia fratello sorella) aveva la cassetta del concerto di De André con la PFM, e la ascoltavamo a sfinimento alternandola ai Depeche Mode e a poco altro, in auto, fino a tardi, in scorribande che spesso erano limitate a pochi chilometri di una stagione ribelle resa eccezionale dall’amore struggente per il più grande di quel quartetto originario, che avevo visto alla fontana l’anno prima.

Dimmi come ti senti amico amico fragile, eravamo tutti fragili, in cerca di un’identità e alcuni di un lavoro, Faber è stato il mio confine con l’età adulta e gli inciampi frequenti del periodo. Ridevamo tantissimo, ogni cosa era estrema.

A distanza di oltre trent’anni di quel gruppo non è rimasto nulla. E dire che all’epoca ci si frequentava sia in Valtellina che a Milano, sebbene fossimo ai poli opposti della città. E la cosa andò avanti per diversi anni, poi ognuno prese la sua strada. La ragazza, mia coetanea, la intravvedo talvolta quando torna in Valle con marito e figli, due chiacchiere se capita, niente di importante. Con suo fratello Andrea, quello della cassetta, ci siamo fatti un’ottima compagnia nel 2003 – ricordo l’anno esatto perché era la celebre estate del gran caldo e ho una foto, che mi fece lui, dove sono in canottiera (in canottiera in Valtellina giro assai poco, insomma fu proprio torrido anche lì) e con un programma (credo Photoshop, ma era già qualcosa di avveniristico che non tutti padroneggiavano) Andrea cancellò la spallina del reggiseno che spuntava e fece la battuta “ti ho tolto il reggiseno senza che te ne accorgessi”. Dicevo siamo tornati a frequentarci, perché lui si era appena separato, per chi ha letto il mio Frollini a colazione ispirò il personaggio di Gianni, non durò a lungo, ma non credo sia stato un preludio a una storia che non è mai partita. Gli altri due fratelli li ho persi nel tempo nonostante be’ nonostante…

La vita rende possibili cose che all’inizio sembrano quanto meno improbabili.

Poi c’è il De André solido dei viaggi in auto con l’Orso, del “me la rimetti?” e “la riascoltiamo?” in un podio sempre uguale con Simon and Garfunkel e Battiato, nessuno riesce a spodestarli. C’è Ama e ridi se amor risponde piangi forte se non ti sente che mi commuove pensando a chi l’amore non ce l’ha e non so perché mi viene sempre in mente una strada in Toscana, quando probabilmente avevamo comprato il CD da poco. E’ stato bello scoprire di avere gli stessi gusti io e mio marito, anche se lui ha un passato metal.

Infine c’è il De André recente del romanzo con il quale ho deciso di partecipare al DeA Planeta e che, al di là del concorsone, con un percorso davvero ispirato e felice si è scritto da sé, ricalcando i testi delle canzoni. Sono sincera, non ricordavo l’anno esatto in cui Faber ha salutato questo mondo, è stato proprio controllando il dettaglio di una scena, che ho realizzato che mancavano pochi mesi (si era a settembre) al ventennale della scomparsa. Gli anniversari possono essere appetibili in editoria, ho pensato, ma ho anche ricordato che il medesimo ragionamento per la tragedia di Chernobyl, avevo fortemente voluto che Le affinità affettive uscisse per il trentennale del disastro nucleare, non aveva portato a granché. Così, credo che la cosa davvero bella non sia poter proporre un romanzo che cavalchi l’onda mediatica della commozione collettiva, ammesso che l’editoria se lo fili, bensì aver reso omaggio a un cantautore non solo immenso, ma così importante nella mia storia personale. L’ho fatto come lo so fare, scrivendo, così come ho scritto questo post. Poca roba, ma autentica. Alla pane e salame coi contadini.

Però grazie, grazie Faber, per quei pomeriggi e quelle sere talvolta al sapor di disperazione, eppure così belli e spensierati. Mia sorella quando tornammo a Milano corse a comprare la medesima cassetta, aveva la custodia arancione, era impensabile non ascoltarla più. Grazie, per i chilometri di note e le parole cantate lungo le strade assolate delle vacanze, con la sabbia sui tappetini e le valigie nel bagagliaio. Grazie, per la poesia triste, per la giustizia, per aver parlato degli ultimi, grazie, in definitiva, per avermi dato così tanto.

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Vacanze di Natale, come sono andate?

Fortuna vuole, o meglio disposizione della direzione, che il part time dicembre-gennaio aderisca all’incirca con le vacanze natalizie scolastiche, fermo restando che il 27 dicembre io debba sempre essere presente in azienda, quindi mi sono fatta un bel periodo che ha coinciso in parte con le ferie dell’Orso.

Di Natale e S. Silvestro vi ho brevemente detto. Per il resto, clima piuttosto instabile, giornate primaverili si sono alternate a un freddo brutto e umido. Siamo andati diverse volte da mia suocera,  che sta a circa 8 km da noi, ci ha cucinato qualche piatto greco assai gradito. Molti amici erano altrove, idem mia sorella (varie mete, mare, monti, città straniere, paesi lontani) per cui siamo stati parecchio a casa e da noi non è venuto nessuno, a parte mia mamma una scappata che poi lei quando viene fa sta scena: non si toglie il piumino e rimane all’ingresso, io insisto che si spogli e si sieda, lei niente “vado via subito” poi figuriamoci, parla di 3000 argomenti e probabilmente schiatta di caldo. Questo per dire che in pratica nessuno ha visto i nostri addobbi. Questa cosa una volta mi faceva soffrire, quando accadeva, adesso non più.

In generale mi godo la casa e le cose con l’Orso che poi è stata un po’ l’essenza del periodo; vedo di continuo coppie che non comunicano, stanno insieme per inerzia, ma è uno stare insieme senza vera unione, oppure riducono al minimo i contatti, ognuno sprofondato in un mondo dove l’altro non entra, quindi mi reputo fortunata nella nostro piccolo nucleo. Siamo stati moltissimo sul divano: abituata per anni a lavorare full time, e a gestire la casa, ora chiaramente è una bazzecola, e mi rimane un sacco di tempo. Il 30 abbiamo pranzato fuori, in uno dei nostri ristoranti preferiti, e fatto poi scorta di dvd. Il primo gennaio non abbiamo messo la sveglia e quando ci siamo alzati, alle 11, c’era un brunch ad aspettarci ed è stato perfetto inaugurare l’anno così, con tante prelibatezze dal forno e eggs and bacon sfrigolanti, poi abbiamo visto in tv il Concerto di Capodanno da Vienna.  Da Natale a Capodanno fondamentalmente casa, amici via whatsApp, partite di Mister Mind, lettura e tantissimi film, che vado a elencare: “Grand Hotel Budapest” (in tv, spettacolare, non l’avevamo mai visto, ce lo siamo proprio goduti!), ben 4 episodi di Star Wars nuovissimi per me, la trilogia iniziale l’ho regalata io a Emanuele per il compleanno, così ora “la forza” “il lato oscuro” e “gli jedi” hanno un senso anche per me, per me che tanto per chiarire quanto incompetente fossi fino a dieci giorni fa, quando una mia compagna di classe andò a vedere “Il ritorno dello Jedi” negli anni ’80, pensai a un film sui mostri pelosi di montagna, confondendolo chiaramente con lo yeti. A Capodanno abbiamo visto la deliziosa parodia “Invito a cena con delitto” che vi stra consiglio di recuperare, è una pellicola grottesca con un gran cast e alla Feltrinelli costa meno di 7 euro, l’abbiamo davvero adorato. Il 24 ci eravamo intrattenuti con “Il ponte delle spie” altro gran bel film.

Abbiamo fatto anche gli esami del sangue annuali di routine e la sera prima mentre mi scolavo il porto ho pensato che magari l’indomani mi avrebbero detto “ma signora, qui scorre troppo porto nelle sue vene!” Li ho ritirati stamane e sono segnalate solo un paio di robette da nulla. Benissimo. Altro da dire, oh sì, giovedì sera siamo stati fuori a cena con un’amica per il tardivo scambio regali. Siamo tornati nel ristorante del 30, eravamo un po’ in anticipo e siamo stati alla Mondadori lì vicino, dove ho riconosciuto l’attore Claudio Santamaria, vi dico, un figo da urlo! Mi sono avvicinata e abbiamo scambiato quattro parole, si è rivelato pure molto simpatico. Ho però evitato il selfie.

Ieri invece gita a Cremona, dove non eravamo mai stati. Splendida cittadina dove abbiamo visitato con calma Duomo, Battistero, Torre campanaria (502 gradini inframmezzati da salette museo, Emanuele fino in cima, io oltre la metà quando la scala stava diventando più stretta mi sono fermata) e museo del violino. L’abbiamo lasciata all’ora blu che ha reso ancora più affascinante la piazza con le luci di Natale. Questa escursione ha reso molto “vacanza” l’intero periodo ormai alla fine. Mi sono imbambolata davanti alle pasticcerie coi torroni, scegliendone poi una dove prendere un ultimo caffè, con marron glacé. Una cosa che ho notato con grande piacere è stata la cortesia di tutti i cremonesi, il bigliettaio della Torre poi era davvero di una simpatia unica.

Ormai è sabato, ora di pranzo – che devo ancora preparare in realtà – domani, lo so, volerà e lunedì l’Orso torna in ufficio. Sarà un po’ malinconico, perché di questo tempo ho soprattutto adorato stare con lui senza stress, decidendo di momento in momento cosa fare o anche non fare, assecondando ritmi e desideri estemporanei.

Quindi per rispondere alla domanda nel titolo, le vacanze sono andate di sicuro benissimo, l’ansia del 24 l’ho debellata alla grande e guardo con affetto questo 2019 iniziato senza problemi.

Il ritorno dei Trotter

Jonathan Coe è da sempre uno dei miei autori vivi preferiti. La pubblicazione di un suo nuovo romanzo è una festa e ho apprezzato molto anche quelli che la critica ha giudicato meno riusciti. La mia devozione si incarna alla perfezione nei suoi primi romanzi: La banda dei brocchi e il seguito Circolo chiuso che rimangono ben saldi in cima alle mie letture memorabili, romanzi per me anche molto formativi, al punto che, è storia nota, ho insistito per il viaggio di nozze in Scandinavia per poter visitare Skagen nel nord della Danimarca, dove ha luogo una parte fondamentale ne La banda dei brocchi, ripresa poi nel secondo capitolo della saga dei Trotter. Quel tratto di costa dove si incontrano i due mari l’ho anche scelto anni dopo per ambientare l’incontro tra Anna ed Erik nel mio Figlia dei fiordi. Immaginate con quale gioia potente ho appreso ai primi di novembre che dopo svariati anni (diciamo pure decenni) i Trotter sarebbero tornati! Jonathan Coe ha infatti scelto di affidare la narrazione della Gran Bretagna dal 2010 al 2018 a Benjamin Trotter, che, tra l’altro, tra i vari membri della famiglia e i suoi amici storici del liceo elitario di Birmingham che diedero il via alle vicende, è sempre stato il mio preferito.

Ho pensato di rimandare la lettura alle vacanze di Natale e ho quindi concluso l’anno con Middle England di Jonathan Coe ediz. Feltrinelli traduzione Mariagiulia Castagnone. Ritrovare Benjamin dopo tanto tempo è stato catartico e meraviglioso, l’ho conosciuto ragazzo, l’ho visto crescere, diventare adulto e ora dopo questa lunga pausa è un uomo maturo. La differenza di età tra me e lui è la stessa che c’è tra me e Jonathan Coe. Ho amato questo romanzo come si ama un inaspettato ritorno a casa, il viaggio perfetto dell’eroe che ha perso la strada e riguardando la sua vita prova a dirsi che non è finita, che non è vero che il meglio se l’è lasciato ormai lasciato alle spalle.

Jonathan Coe è uno scrittore capace, intelligente, dotato di humor che non dimentica mai il suo sguardo attento sul sociale e in questo caso ci parla di un Regno Unito sconvolto dalla Brexit, argomento a me molto caro, poiché da 30 anni lavoro in dogana e i confini della UE sono il mio pane quotidiano. Ho avuto la conferma che l’uscita dalla UE non è stato il fulcro della questione, ma piuttosto non voler lasciare che altri stranieri arrivassero in Inghilterra. La credenza espressa nel romanzo che la Turchia sarà il prossimo paese ad entrare nell’Unione con l’implicazione di migliaia di musulmani pronti a riversarsi nel Regno Unito fa da traino a scontri personali durissimi, forse un po’ romanzati, ma assolutamente verosimili in un paese che ha votato senza una vera cognizione della faccenda. L’entrata nella UE della Turchia non solo non è imminente, ma seriamente improbabile, e il sottofondo razzista che la cosa comporta è triste e pericoloso. Mio marito è nato a Istanbul e ahimè qualche idiozia a riguardo mi è toccata sentirla 😦

Saper creare mondi è alla base di qualsiasi scrittore, riuscire a non farli dimenticare, a mantenerli vivi al punto da potersi permettere di riproporre i protagonisti dopo qualcosa come 17 anni è grandioso. In Middle England incontriamo ovviamente nuovi personaggi, in un continuo balletto rituale tra l’attuale e il passato, con incastri e ricordi magistralmente diretti da Coe. Un buon romanzo, e questo di sicuro lo è, sa proporre diversi piani di lettura: i genitori che invecchiano, l’affermazione personale che si scontra con la scarsa meritocrazia in diversi campi, la precarietà economica, la disillusione di sogni coltivati troppo a lungo che si rivelano boomerang. In più Benjamin, ormai in pensione, tira finalmente fuori dal cassetto quel romanzo che ha impiegato 20 anni a scrivere. Come andrà a finire? Direi che questa domanda già invoglia la lettura, in aggiunta abbiamo uno spaccato del mondo editoriale con le sue bassezze che fa davvero sorridere, è, in realtà, un riso amaro, ma chi ci è in qualche modo dentro, ne conosce gli spigoli con cui si è scontrato più volte.

Sopra a una narrazione perfetta l’amore, questa volta tondo senza angoli acuti, tra Benjamin e la sorella maggiore Lois. Un rapporto di complicità e tenerezza che costituisce una base solida su cui dipanare gli eventi dove ritroviamo anche Doug, Philip, Sophie. Di Lois ho parlato nel mio racconto Carlotta incluso nell’antologia Buck e il terremoto.

Questo romanzo è quindi imperdibile per chi come me ha amato i precedenti, ma può offrire una opportunità che vengano tardivamente scoperti ora anche da chi li ha trascurati all’epoca, per un salto negli anni 70 (e 80). A cui proposito vi lascio questa frase estremamente evocativa per chi è stato bambino in quegli anni:

“Tante cose che ci sembravano normali negli anni settanta oggi sarebbero considerate maltrattamenti.”

E ancora ho trovato così lucidamente vera questa affermazione sul periodo che il mondo sta attraversando, dalla crisi economica, dalla quale si stenta a venire fuori, all’ondata di razzismo nella quale inciampiamo ogni giorno:

“(…) il mondo è pieno di gente arrabbiata. (…) alla gente piace arrabbiarsi e la maggior parte delle volte qualsiasi scusa è buona. (…) molte persone non hanno molto dalla vita. Emotivamente, dico.(…) E non si può vivere senza emozioni, vero? Anche la rabbia è meglio di niente. Comunque ti dà una scossa.”

Jonathan Coe è spesso spietato, per poi sorprenderci con pagine di grande compassione per il genere umano e un’insita speranza globale, per un futuro migliore ancora possibile.

2019, io ci credo!

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Ci siamo, mancano quattro ore e saluteremo questo 2018 attraversato con fatica, o con l’animo leggero, comunque vissuto e qualcosa di buono con sé l’ha portato.

Il cotechino è pronto, le lenticchie mi sono riuscite un po’ salate, il sugo va bene e i ravioli al branzino sono del negozio di pasta fresca: una garanzia. Abbiamo trovato un panettone di circa 3 etti, farcito con le castagne, perfetto per noi nel gusto e nella misura. Torrone e bollicine. Niente antipasti, sì, lo so piacciono a tutti, ma riempiono e mi tocca boccheggiare fin da subito. Da tre anni ormai non usciamo più, siamo casalinghi, cena, film, brindisi di mezzanotte, abbracci, auguri, speranze. Io e l’Orso.

Soprattutto speranze, speranze belle, fiduciose. Non “eh, speriamo” rassegnato, ma piuttosto “sì, sì speriamo, dai che sto giro andrà alla grande.”

Io ci credo, ci credo in questo 2019, credo alla mia parola “scegliere”, credo alla pace che mi avvolge questa sera, intima eppure enorme, pace con tutti. Credo agli amici trovati grazie al blog, che mi sostengono e non si stancano di ricordarsi di me. Grazie! Credo a chi ho scelto di vivere e alla mia famiglia che non l’ho scelta, è sgangherata ma non la cambierei con altre, no, no, no.

Credo che questo 2019 sarà senza guai, senza casini, rogne e idraulici.

Abbiamo avuto l’imprevisto natalizio con un brutto mal di denti per la suocera. Emanuele l’ha portata al Pronto Soccorso il 28, ma io avevo scovato la struttura giusta, vicina e con un padiglione odontoiatrico dedicato, e se la sono cavata in fretta.

E allora vi auguro di stare lontani dagli ospedali e vicino a chi amate, ogni giorno di questo 2019 in arrivo tra i botti e le bottiglie come sempre. Siamo poco originali nel rinnovare gli auguri al 31 dicembre, ma la novità è che quest’anno io ci credo davvero.

Grazie per questi 365 giorni di blogging meraviglioso in vostra compagnia! A prestissimo, vi parlerò di un libro bellissimo, l’ultima lettura del 2018 che mi ha emozionata tantissimo e per molti motivi.  (Un sacco di superlativi in questa frase, oggi gli editor li lasciamo fuori).

Le mie letture del 2018

Come lo scorso anno sono felice di pubblicare per intero la lista dei libri letti in quest’anno che sta per concludersi. Mi attesto intorno ai 50 libri, tutti di narrativa ma di genere spesso diverso. Di seguito trovate la legenda, mentre i titoli in grassetto sono quelli che mi hanno davvero entusiasmata, rapita, portata lontana dai guai quotidiani e dal divano (o dalla panchina del parco, del lettino in spiaggia, dalla scrivania perché spesso leggo anche in pausa pranzo in ufficio), alcuni tra loro hanno avuto un post dedicato, tutti – e scusatemi se non linko ma è davvero un attimo copiarli in Google e trovarli (così come non ho citato editore e traduttore) – meritano una lettura ma chiaramente questi sono i miei gusti. Vi aspetto alla fine dell’elenco per qualche ultima considerazione.

Legenda: B = libro scritto da una blog amica, E = letteratura ebraica, S = autore o romanzo a mio avviso sopravvalutato (scusami Nadia, c’è anche la tua scrittrice preferita).

  1. Come se fossimo già madri   Silvia Algerino   B
  2. Il mistero dell’angelo perduto   Paolo Jorio Rossella Vodret
  3. Mia nonna saluta e chiede scusa   Fredrick Backman   S
  4. Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte   Gianluca Morozzi
  5. Il curioso mondo di Calpurnia   Jacqueline Kelly
  6. La ragazza con la bicicletta rossa   Monica Hesse
  7. Il mare dove non si tocca   Fabio Genovesi  
  8. La sposa bianca di Ousmane   Mariama Ba
  9. La lunga vallata   John Steinbeck
  10. Oh Dio mio   Anat Gov   E
  11. Buonanotte a chi non c’è   Angela White
  12. Il buio dentro  Antonio Lanzetta
  13. Splendi più che puoi   Sara Rattaro   S
  14. Dente per dente   Francesco Muzzopappa
  15. Grandangolo   Simone Somekh   E
  16. Quella dolce follia   Patricia Highsmith
  17. Essere Nanni Moretti   Giuseppe Culicchia
  18. Bugie   T.M. Logan
  19. Se Dio fosse una donna   Leon de Winter   E
  20. Vittoria   Barbara Fiorio
  21. La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin   Enrico Ianniello
  22. D’argine al male   Gaia Conventi   B
  23. Breviario del giovane rivoluzionario   Bruno Osimo
  24. La casa dei cuori sospesi   Clara Caroli
  25. L’inferno è vuoto   Giuliano Pesce
  26. Quando mi sei accanto   Olivia Crosio
  27. Svegliare i leoni   Ayelet Gundar-Goshen   E
  28. Misfatto in crosta   Gaia Conventi
  29. Un metro quadrato di Texas   Jack Ritchie
  30. La vita delle donne e delle ragazze   Alice Munro
  31. La tristezza ha il sonno leggero   Lorenzo Marone   S
  32. Heidi   Francesco Muzzopappa
  33. La banda del formaggio   Paolo Nori
  34. The Help   Kathryn Stockett  
  35. Penelope Poirot e l’ora blu   Becky Sharp
  36. L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome   Alice Basso
  37. Fatherland   Robert Harris
  38. Wondy   Francesca Del Rosso
  39. Il grande giorno   Jack Ritchie
  40. Se il freddo fa rumore   Sara Magnoli
  41. Non si uccide per amore   Rosa Teruzzi
  42. La treccia   Laetitia Colombani   S
  43. La stanza chiusa   Deborah Brizzi
  44. Sonno bianco   Stefano Corbetta
  45. Come una piuma   Rosalia Pucci   B
  46. Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey   Mary Ann Shaffer Annie Barrow
  47. Come un Dio immortale   Maria Teresa Steri
  48. Cherryman dà la caccia a Mister White   Jacob Arjouni
  49. Pasticcio padano   Gaia Conventi
  50. Middle England   Jonathan Coe

Eccoci 😀 Allora, lo splendido Fatherland è una rilettura, l’avevo infatti letto la prima volta almeno vent’anni fa, mi era stato prestato e trovandolo in vendita a 2 euro mi è venuta voglia di rileggerlo. L’autore di cui ho letto più libri quest’anno è Gaia Conventi, un’amica, secondo me brava, ma che non è riuscita ad aggiudicarsi il titolo il grassetto che simboleggia il top gold super ecc. La letteratura ebraica continua a piacermi moltissimo, solo “Oh mio Dio” non merita il grassetto ma rimane una lettura piacevolissima, sono tutti editi Giuntina, ad eccezione di “Se Dio fosse una donna” pubblicato da Marcos y Marcos che, ancora una volta trova ampio spazio tra le mie letture preferite. Di “Se Dio fosse una donna” mi spiace di non averne parlato diffusamente, ma ripercorrendo questo 2018 in libri ricordo di averlo letto in un periodo complicato, la scorsa primavera, e questo è il motivo per la mancanza, vi invito a recuperarlo, perché è una chicca, con picchi di umanità e umorismo (be’ io lo humor ebraico lo trovo davvero esilarante) notevoli. Poi ci sono due Muzzopappa, ma solo uno mi ha folgorata, “Dente per dente” dei suoi 4 romanzi pubblicati (e da me letti) è decisamente sotto tono. Al 25^ 26^ 27^ posto abbiamo un periodo felice con ben tre libri in sequenza, era l’inizio dell’estate e anche qui mi spiace di non aver scritto qualcosa in più su tre romanzi davvero notevoli, in particolare Olivia Crosio è edita DeA Planeta nonché nella squadra di CBM, motivo per cui ho dedicato particolare attenzione a questa uscita. Ancora “The Help” stra famoso, io l’ho letto solo ora, e be’ grande romanzo, davvero. Conferme: “Calpurnia”, meritevole del podio lo scorso anno con il primo episodio di questa mini serie (se avete una ragazzina in famiglia, prendeteglieli, io li ho adorati), e Fabio Genovesi che non sbaglia una sillaba e emoziona sempre tantissimo. In ventunesima posizione un romanzo che mi è stato regalato a Natale 2017 ed è stata una felicissima scoperta, bello ricevere doni tanto azzeccati! Per questi tre vince la delicatezza di una prosa efficace, frutto, lo si capisce, di un duro lavoro di ricerca lessicale unito a un dono naturale chiamato fantasia.

Penelope Poirot, e Jack Ritchie (quello di “E’ ricca la sposo l’ammazzo” per intenderci) e Alice Basso mi sono piaciuti tutti molto (due conferme e una scoperta quindi) ma non al punto di assegnare il fatidico grassetto (su questa cosa ho speso parecchi minuti in meditazione); lo merita invece l’esordiente Giuliano Pesce (un altro Marcos y Marcos, editore che evidentemente ha intuito, posizione 25) una storia molto particolare con un incipit straordinario (il papa si butta dalla finestra).

Sto scrivendo un post di 38034930 battute ma non voglio tralasciare nulla. La S che lo scorso anno non avevo assegnato riguarda nomi molto noti, perché un conto è quando non ti piace un libro che non ha una fama così alta, un altro è ringraziare il cielo di aver preso i romanzi in biblioteca o in super sconto di scrittori super osannati. Backman salutato come un romanziere eccezionale, un genio dell’umorismo a me be’ ha fatto cagare, scusate. Una storia lunga e confusa, a tratti (pochi) tenera, lo riconosco, ma fondamentalmente senza alcun senso. Di Lorenzo Marone e Sara Rattaro forse non ho scelto il romanzo giusto (non sono i loro più famosi) ma ho faticato a terminarli, di quest’ultima mi è poi andato di traverso tutto grazie a un’unica parola: una scena al luna park (che l’autrice definisce “i baracconi” e già lì vabbe’) comprano lo zucchero a velo! Lo zucchero a velo? Nessuno, né agente, né editor le ha fatto notare che lo zucchero a velo è quello che si mette sul pandoro e alle fiere vendono lo zucchero filato?

Vorrei, e concludo, spendere qualche parola in più per Silvia Algerino, Maria Teresa Steri e Rosalia Pucci. Conosco di persona solo la prima, ma tutte e tre hanno la mia stima più profonda, sono donne in gamba, serie e preparate, e i loro testi hanno molti elementi positivi, credo – e spero potrete accettare l’onestà del mio giudizio unita al fatto che io non sono nessuno – che avrebbero bisogno di essere affiancate da un addetto del settore più competente.

Bene, mi auguro di non averi tediati e a proposito di auguri, di sicuro ci rileggiamo per quelli ufficiali per il 2019!

PS. Ho dovuto modificare il post perché avevo dimenticato 2 titoli. Rispettivamente attuali posizioni 44 e 49.

2019 Desideri e progetti

Per oggi, giorno di S. Stefano era previsto e così è stato, il pranzo da mia suocera, dove c’era anche una sua cara amica, solita unirsi a noi abbastanza regolarmente, quindi posso dire di conoscerla bene anche io. Tutto a posto. Domani lavoro e dal 28 entro in part time, e sarà proprio il part time a traghettarmi quindi nel nuovo anno e ad accompagnarmi fino al termine delle feste e oltre visto che rientrerò il 10!

Il 2019 è a un passo, lo sappiamo dai, così come ai Santi ci rendiamo conto che in un attimo mangeremo il panettone, così ora siano consapevoli che i fuochi di Capodanno sono praticamente qui, la Befana sta scaldando i motori della scopa e chi fa ferie lunghe s’illude che il 7 sia lontano ma…

In realtà siamo appena entrati nell’inverno, tuttavia dopo il solstizio le giornate si allungano, il mio metro di paragone è l’oscurità quando esco dall’ufficio alle 17.30 e so che presto sarà ancora chiaro alla timbratura del cartellino.

Sono momenti di mezzo, bipolari e contraddittori, con la voglia di fermare il tempo o di allungare il passo verso la normalità, perché i ritmi vacanzieri possono essere stressanti: i figli a casa, tanto per dirne una che… non so cosa significhi 😀

Sono ore in cui oggettivamente e finalmente posso rilassarmi, anche se domani al lavoro un giorno tranquillo non lo sarà affatto, la scadenza fiscale di cui mi occupo, del 25 di ogni mese, col Natale è posticipata al 27.

Sono giorni in cui una come me si ritrova spesso a rimuginare e siccome guardare indietro può essere letale, rivolgo lo sguardo al futuro e ci ragiono un po’ insieme a voi.

Desideri e progetti sono due cose ben diverse, lo impari col tempo, quando riunirli nell’unica parola sogno non sempre ha portato a grandi risultati. Me lo disse un insegnante, correggendomi un tema “Faè, cerca di avere progetti, piuttosto che sogni!” poi con tono odioso aggiunse che il mio componimento era stato un buco nell’acqua. Presi la sufficienza, lui era tipo da darne un paio in tutta la classe, di colpo con la sua venuta i miei temi erano passati dall’8 al 6. Era un vero stronzo, ma su sta cosa dei progetti posso anche dire che aveva ragione, solo che lo dico ora, con una maturità che non è quella del diploma, bensì quella della vita. Sto facendo un preambolo chilometrico, perché tanto i blog non vengono aggiornati e chi vuole invece leggerli, ha più tempo da dedicare alla lettura del mio 😀

Desideri e progetti 2019

Personali: raggiunta la mezza età, desidero poco, niente. Mi piace la donna che saluto la sera e la mattina davanti allo specchio del bagno, tuttavia devo lavorare (progetto) ancora un po’ sull’ansia, nell’ultimo anno ho fatto grandi passi avanti, ma c’è ancora margine di miglioramento. Lo stesso vale sull’autostima, soprattutto se mi confronto con la twin. Mi sento sempre quella nata per seconda e che per seconda arriva (se arriva) e arranca, ma lei non deve essere il mio traguardo.

Familiari: c’è un momento nella vita in cui le famiglie sono quelle che sono, non è ipotizzabile pensare a nuove nascite per meri motivi anagrafici, ma il desiderio fortissimo è che non ci siano dei lutti. Il progetto invece è quello di andare più d’accordo con tutti, evitare le liti. Attualmente siamo in armonia, ma sono condizioni precarie, perché i nostri caratteri (mi riferisco soprattutto a mia mamma e mia sorella) talvolta si scontrano, magari anche per delle cretinate che hanno conseguenze a mio avviso sproporzionate (faccio cose per me normalissime, che agli occhi di mia madre sono errori madornali e si scatena l’inferno!), oppure si riaccende l’eterno conflitto con la twin perché lei è una specie di wonder woman robot e io no (chi è della mia generazione ricorderà che alla maturità venivano estratte 4 materie e all’orale se ne portavano 2, una scelta dallo studente e una dalla commissione esterna, ebbene lei non contenta delle 4 materie, ne portò una in più che non era uscita, quando tutti faticavamo a studiarne 2, ovviamente ottenne 60/60, tanto per dirne una). Deve semplicemente prevalere il bene, che non è mai messo in discussione, rispetto all’idiosincrasia.

Lavorativi: sfangato il discorso contratto, dopo travagli di varia natura piuttosto pesanti, l’assetto attuale è davvero perfetto. Il mio desiderio è che tutto rimanga immutato, e il mio progetto quindi è fare tutto il possibile per far sì che ciò avvenga. Non è in mio potere gestire eventuali dimissioni, ma posso continuare a comportarmi come sto facendo, cosa che vedo viene ampiamente apprezzata sia dal punto di vista professionale che umano. Le rogne sono insite al lavoro stesso, chi lo nega? Ma vado in ufficio 12 giorni al mese, e le arrabbiature non devono varcare la soglia della camera da letto (progetto).

Scrittori: ahia! Un progetto di sicura realizzazione (e vi do quindi una notizia in anteprima) sarà l’uscita del mio romanzo Non è possibile (quello per il quale ho deciso di rescindere il contratto con Le Mezzelane) con goWare. Si tratta di un ritorno all’editore che ha pubblicato i miei tre romanzi migliori, questo è fattibile perché non me ne ero andata sbattendo la porta, tutt’altro, ci si era lasciati in maniera del tutto amichevole: io in cerca di una casa editrice tradizionale dopo 4 anni di digitale, goWare perfettamente comprensivo della mia scelta. I desideri invece sono molti: essere in cinquina al DeA Planeta, trovare un editore top per Nina Strick e il romanzo rosa. Nei miei progetti non c’è più la ricerca di un editore di media portata, perché le ultime vicende mi hanno turbata molto, sono incappata nei tipici problemi che spesso gli editori piccoli portano con sé. Motivo per cui la mia agenzia non propone i testi alla piccola e media editoria. Questioni che se non vengono affrontare e risolte in fretta, meglio se all’origine, possono condurre a rogne serie; per esempio ci si può veder costretti a fare intervenire un legale. Ci sono già passata. E allora il mio progetto è quello di affidarmi completamente alla mia agenzia, essere più squadra, cosa che tutto sommato fatico a fare perché sono un’individualista (a scuola ero quella che alla ricerca di gruppo alzava sempre la mano chiedendo se si potesse fare anche da soli!). Non dubitare che in Thesis possano fare il meglio per me, mi hanno voluta con loro, avrebbero potuto non rinnovare il contratto innumerevoli volte, invece siamo ancora qui. In concreto ho anche il progetto di conoscere di persona chi mi segue, organizzando un incontro. Avevo visto alcuni di loro, ormai due anni fa, alla convention fiorentina, ma l’agente nuova non era ancora in organico. A quanto vedo ho parlato solo di desideri e progetti editoriali, non di scrittura vera e propria, perché attualmente non ne ho. Sono pronta a rimettermi alla tastiera in qualunque momento dovessi venire trafitta da un colpo di fulmine narrativo, ma sono eventi imponderabili. In aggiunta, se Nina Strick dovesse essere acquistato per farne una  serie e non come romanzo autoconclusivo (ha le caratteristiche per poter essere entrambi), comincerei a scrivere il secondo episodio, di cui ho già buttato giù una trama.

Varie: ho dei progetti banalissimi, come fare una spesa più mirata e consapevole (in realtà sono già piuttosto brava) andando una volta al mese in certi negozi di detersivi e cosmetici e approfittare delle offerte di quei prodotti che sono sempre necessari e non scadono. Usare di più il Kindle. E il desiderio di poter visitare una città europea ogni primavera, progetto nato nel 2017 con Lisbona, che si è arenato già nel 2018 a causa di problemi idraulici (il rifacimento bagno) e mammeschi (la frattura del polso), recuperato poi in autunno con Porto.

Orso: ho solo un desiderio, quello di non perdere mai la voglia di risposarlo ogni mattina. Ma considerato che un matrimonio si costruisce edificando solidi mattoni ogni giorno, in questo caso desiderio e progetto si sovrappongono in un’unica realtà: la nostra!

Natale è prima

E come promesso, eccomi qui.

E’ stato un bel Natale, mia sorella è stata bravissima a organizzare e cucinare il buffet per 14 persone, unendo – il che era un po’ un azzardo forse – diverse famiglie, la sua di provenienza, quella del marito comprese due coppie di zii, una da parte di sua madre da Cuneo e una da quella del padre, da Bari. In particolare questi ultimi li avevo visti solo in occasione del matrimonio, nel 2005, e la zia entrando in casa mi ha abbracciata di slancio: mi aveva scambiata per la twin. Menù e albero spettacolari, tutto preciso e fantasioso insieme. Io prendevo gli ordini per i caffè, hanno la macchinetta Nespresso con vari gusti e si poteva scegliere, e mi sono incasinata al secondo nome.

Siamo stati bene, oltretutto era solo la seconda volta che facevamo il pranzo del 25 coi nipoti e chiaramente questo è impagabile, oggi poi erano davvero teneri. Tuttavia continuo a pensare che per me Natale è prima. Perché il 25 a tavola i fantasmi trovano sempre modo di sedersi, e mi arrabbio anche con me stessa, dovrei spostare la sedia a farli cadere! Ridere di loro e mostrare il mio lato nel sole.

Natale è verso il 10 novembre, quando apre Garabombo che mi rende felice e si dà il via alla festa. Si pensa ai regali con calma, si ammirano le luci e magari si compra già un’anteprima di cioccolatini. Natale è la tradizione di certi rituali per godersi il dicembre, messi insieme anno dopo anno con l’Orso. Natale è anche illudersi di combinare cose che poi non riuscirò a fare: scrivere un racconto a tema, tirare di nuovo fuori il materiale scrap and stamping.

Fino alla cena della vigilia, ecco, che per noi è tassativamente a due ma comunque studiata con qualche piatto diverso, poi un film, a tirare la mezzanotte per brindisi e apertura pacchetti. Quest’anno stomaco in subbuglio e un po’ di magone. Mia mamma mi ha detto che la malinconia natalizia a cinquant’anni non è ragionevole, e io questa proprio non l’ho capita. La mia emotività a Natale esplode e ha una scia lunghissima come una cometa al contrario che invece di illuminare spegne.

Mi piace la quiete di casa io e l’Orso, la nostra musica, le nostre candele, le ciotole dei dolci sempre stracolme. Sono stanchissima adesso, la vista del cibo mi nausea, il nostro panettoncino è ancora intatto e le ceste dei regali quasi vuote (ci sono giusto due cosette per due amiche che non abbiamo fatto in tempo a vedere) tristi.

Questi giorni sono stati buoni, molto in casa, e tutto ciò che avevamo in programma di portare a compimento per Natale è stato fatto direi nel migliore dei modi; però ho pagato il mio prezzo all’ansia anche sto giro.

Dal solstizio a Natale

Si spiegano davanti a me questi giorni di meraviglia. In virtù di un calendario favorevole quest’anno il 24 non lavoreremo, l’azienda è chiusa e io e l’Orso abbiamo quindi 22 23 24 25 e 26!

Mi sembra un periodo lunghissimo, con prospettive allettanti e tempo lento sospeso tra lettura e dolcetti. Prevedo grande scorpacciata di entrambi.

Ci sono ancora un paio di incombenze, pulire casa in primis, ma tutto sommato credo che potremo cavarcela alla grande e dedicarci alle cose belle del periodo. Non mi spiacerebbe azzerare la tecnologia e ridurrò al minimo social e whatsApp, fermo restando che al pranzo di Natale, visto che saremo tutti riuniti, il telefono lo spegnerò proprio. Torno di sicuro qui il 25 sera per raccontarvi com’è andata l’intera faccenda. Da lì in poi ho in mente di proporre l’elenco delle mie letture del 2018, i soliti bilanci e qualche considerazione in prospettiva dell’anno che verrà, mentre vi ricordo che la mia parola per il 2019 l’ho già dichiarata ed è “scegliere”. Direi che ho già cominciato a metterla in pratica.

Per queste feste non vi auguro niente di grandioso, no. Credo sia preferibile avere ancora, concetto già espresso parlando di regali, la capacità di farsi piccoli, come quel fiocco di neve che osservavo dalla finestra da bambina, seguendone il percorso fino a quando si scioglieva sul davanzale.

Siate minuscoli, per infilarvi nel cuore di molti, nelle loro tasche, coi biglietti del tram accartocciati e le liste della spesa dimenticate.

Siate, almeno per un giorno, i bimbetti che eravate. Sono certa che siete ancora in grado di incantarvi e lasciarvi semplicemente andare alla speranza.

Buon Natale 2018! E grazie per essere qui.  

Penso ad altro

Settimana scorsa nel giro di 24 ore mi sono arrivati due cazzotti in faccia a livello editoriale.

La comunicazione con l’editore che avrebbe pubblicato il mio “Non è possibile”  ha preso una piega che non mi piaceva per niente, al punto che ho deciso di rescindere il contratto e un editore big, al quale la mia agente aveva proposto il mio rosa, ha detto no.

Ricevere brutte notizie sotto le feste in teoria è ancora meno piacevole, in pratica però credo che la cosa riguardi unicamente altri aspetti della vita: salute, perdita della sicurezza economica (non dico lavoro, proprio perché per me la scritture è un impiego a tutto gli effetti e quindi in qualche modo quanto sopra è uno scivolone in campo lavorativo), perché in questo caso compleanno e Natale hanno compensato al punto che non mi sono crucciate neppure un po’. A una settimana di distanza, metabolizzato il doppio evento (poteva essere un colpo che rivela tutta la sua potenza a freddo) sento che qualcosa di davvero importante è accaduto, un cambio di prospettiva per cui ora dico “va bene così!” e sul serio.

In concomitanza, mentre i giorni di luci si sfilacciano in un vero tour de force mangereccio già in corso (continui pranzi e cene conviviali, almeno per me) e il mondo grida orrori di varia natura, per cui diventa difficile sentire il messaggio di speranza di un neonato in una mangiatoia, si veniva a sapere che nel 2019 Tempo di libri non avrà luogo. A quanto pare le risposte di un’editoria claudicante vertono unicamente ad annullare le cose quando non funzionano appieno.

L’editore fatica a comunicare con l’autore? Si propone di rescindere.

L’editore non vede una voce nuova nel testo? Si dice no.

L’associazione di categoria non trova idee innovative per una fiera già stanca al secondo anno? Non si fa.

Un mondo imprenditoriale che agisce per sottrazione per non accollarsi rischi, dimentica che solo muovendosi si va verso qualcosa. Ed è per questo che una realtà simile non può risultare appetibile.

Penso ad altro, e tutto sommato, è un peccato.

Il regalo per la twin e la festa insieme

La festa di oggi è stata strepitosamente bella, ricca di calore e allegria (ottimo cibo by Chico Mendes), sono stata molto, moltissimo felice. Mia madre, di solito assai tranquilla, ha addirittura proposto un brindisi per le sue figlie di cui è orgogliosa. Regali bellissimi e biglietti d’auguri con frasi così affettuose e piene di parole di stima che stento a credere di meritare.

Premesso che io e Giulia abbiamo raggiunto quota 100 prima del governo, ecco la lettera inclusa nel pacchetto, il contenuto del regalo è chiaro leggendo il testo che segue.

Questo regalo nasce per caso, ma siccome non credo al caso, penso che l’idea mi sia arrivata semplicemente perché era quella giusta per festeggiare i tuoi primi 50 anni, fermo restando che qui si ambisce ad arrivare anche ai secondi.

Tempo fa stavo controllando un’informazione in rete, per una storia che stavo scrivendo, ho così saputo che quel capolavoro assoluto che è Romeo e Giulietta di Zeffirelli è uscito nel 1968, da lì ho pensato di comporre una serie di dvd, uno per ogni decennio, che avesse un’attinenza con la tua vita. Il 1968 era davvero perfetto: ma ti ricordi quando il nonno ripeteva “Giulietta, dov’è il Romeo?” (E io pensavo si riferisse all’automobile!)

Il 1978 mi ha dato parecchi problemi, c’era una pellicola perfetta ma è del 1979 (puoi provare a indovinare quale) e non si poteva barare. Alla fine la scelta è caduta su Grease, si vede sempre volentieri, e la colonna sonora contiene anche la canzone “Look at Me, I’m Sandra Dee”.

Per il 1988 gran colpo di fortuna: è di questo anno la simpatica commedia Una donna in carriera e tu pochi mesi prima avevi giusto cominciato la tua folgorante carriera lavorativa.

Anche col 1998 sono andata sul sicuro con Mulan seppure un po’ in ritardo, considerato che la tua passione per il Giappone è nata parecchio prima.

Con il 2008 nessun dubbio: Mamma mia! Racchiude due elementi caratteristici importanti, è l’anno in cui sei diventata mamma per la seconda volta (non me ne voglia Giovanni, ma lui è nato in un anno che finisce per 6) ed è ambientato in Grecia, terra dove hai trascorso e trascorrerai molte vacanze.

E niente, col 2018 nessun film, in commercio c’è pochino e tutto sommato potremmo registrare questa festa e farlo noi? No eh, lasciamo perdere.

Quindi questo collage finisce qui, ho pensato, scarpinato e abbracciato i commessi della Feltrinelli che mi hanno aiutata nella ricerca. E’ un modo originale per ricordare questo mezzo secolo, che da questo momento in avanti passerà sotto silenzio, che se i 50 sono i nuovi 40 ecco, fermiamoci lì.

Gli auguri e il regalo sono di cuore e collettivi con Emanuele: la vita è un film, a volte purtroppo drammatico, talvolta comico, vale comunque sempre la pena di vedere come va avanti, i pop corn possono aiutare a uscirne indenni.

Felicissimo Compleanno, non potrei mai immaginare una vita senza di te!

Sandra