Piffiamo insieme # 3 Conclusioni + frivolezze

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ll racconto del mio shopping aveva destato un certo interesse, ma poi non avevo più pubblicato il risultato finale degli abbinamenti blu/fucsia. Eccomi qua dunque, nell’androne del palazzo. Tenete presente che i colori sono un po’ falsati.

E adesso passiamo alla cose libresche.

Nell’ultima parte il romanzo di Pif acquista un leggero vigore nella trama, diciamo che migliora un pochetto, ma volendogli dare un voto complessivo, non raggiunge neppure la sufficienza. La cristianizzazione di Arturo, con l’obiettivo di riconquistare Flora, ottiene l’effetto contrario ma lo porta a una vita nuova decisamente migliore, tuttavia questo processo avviene senza che ci sia alcuno spessore e le pagine sono buttate lì nel peggiore dei modi. Capirete che, giusto in questo periodo in cui io mi sto massacrando su mood, stile e pipistrelli, una lettura di questo tipo mi abbia solo fatto pensare alla solita tetra faccenda per cui se sei già un nome puoi scrivere senza alcun criterio. Questo genere di sensazione però non è più, e sono sincera, in grado di abbattermi.

In realtà oggi avrei dovuto ricevere una risposta che non è arrivata; rimango incredula per questo ripetersi senza sosta di continue promesse disattese. Ma anche qui, come per il concetto delle righe sopra, non ci rimango neanche più male, prendo semplicemnte atto della cosa, mentre sto tracciando strade scrittorie diverse e del tutto nuove di cui vi parlerò presto.

Piffiamo insieme 2 # Proseguimento di lettura + Qualche altra cosa

La vita prende il sopravvento e mercoledì mi limito a leggere poche pagine in metropolitana e soltanto all’andata, al ritorno sono talmente carica di acquisti che estrerre il kindle dallo zainetto risulta impossibile. La sera poi, manco lo accendo.

Giovedì un po’ di tempo per dedicarmici ce l’ho, ma purtroppo vengono confermate le impressioni iniziali.

Alla fine del capitolo 4 c’è un colpo di scena, un colpetto via, e io lo intuisco due pagine prima. Inizio seriamente a irritarmi. Cerco di analizzare cosa non funzioni e non funziona nulla. La scrittura semplicemente non c’è. Anni e anni a studiare il famigerato Show don’t tell e qui Pif sembra averlo declinato in Always tell. I personaggi non arrivano, non sono caratterizzati, la storia è idiota, gli scenari banali. Il tocco umoristico di Pif qui è completamente perso, ci sono frasi che suppongo lui abbia volutamente scritto per far scattare la risata o almeno un sorriso, ma non rendono, è quello strizzare l’occhio al lettore e dirgli “ehi, guarda come sono divertente.” Peccato che non lo sia.

Mi immagino a scrivere io un romanzo del genere e a spedirlo in giro agli editori, scommetto che collezionerei silenzi e rifiuti da battere il mio personale record.

In ogni caso leggo fino al capitolo 12 compreso, oltrepassando la metà. La storia tra Arturo e Flora prosegue e i punti cardine: la fede di lei in Dio e la fede di lui nei dolci non sono in grado di creare un’architrave su cui costruire il romanzo. Il che potrebbe essere causato da due fattori: i due elementi non sono sufficientemente forti, oppure teoricamente potrebbero anche esserlo, ma l’autore non è capace di portare il lettore nella narrazione. Oggettivamente sarei più per questa seconda opzione: ci sono romanzi basati sul niente che con una scrittura magistrale sono diventati epici. Uno su tutti Moby Dick: già dall’incipit se ne percepisce la potenza.

Quella stessa sera, ieri, siamo a cena da mia sorella: Nanni compie 13 anni! In teoria un’ora e mezza prima avrei l’aperitivo da Chico Mendes e le due cose sarebbero compatibili a livello logistico, ma decido di non andarci. Mi rendo conto che far vincere il divano non è quasi mai una buona idea, ma stanno succedendo un po’ di cose, e altre stanno per accadere e io devo capitalizzare energia.

La festa per Nanni, ci sono anche le due nonne, è molto simpatica e i nipoti sono stra allegri e adorabili. Il momento top? A X Factor un concorrente canta Don’t stop me now dei Queen io e Cecilia ci agitiamo sul divano cantando e ballando.

Don’t stop me now (‘cause I’m having a good time)
Don’t stop me now (yes, I’m havin’ a good time)
I don’t want to stop at all!!!!!!!!!!!!

Oggi, venerdì (ma vi ho detto che avevo preso 3 giorni di ferie? Ferie che si sono rivelate assai provvidenziali) la giornata si sta già stratificando su una serie di cose cruciali.

Al prossimo Piffiamo vi svelerò qualcosa in più.

Giornate con tante cose + Piffiamo insieme # 1 Inizio della lettura

Ci sono un sacco di cose, alcune rimarranno soltanto accennate in questo post, mentre ad altre verrà dato maggiore spazio più avanti.

Sabato sera è cominciata la stagione teatrale al S. Babila, dove abbiamo l’abbonamento in prima fila e ci siamo ben gustati Due figlie e tre valigie la classica commedia degli equivoci, molto simpatica. Domenica di relax, so che i giorni a venire saranno – e sono stati – impegnativi e me la prendo comoda, l’Orso lavora da casa, il pc aziendale è una sciagura vera. Lunedì trasferimento dell’ufficio, meno traumatico del previsto, fino a quando scopro, ieri pomeriggio dopo essermi sistemata alla nuova postazione, che la parte di archivio rimasta di là (abbiamo davvero molti documenti ancora cartecei) ce la dobbiamo smazzare senza aiuto di manovalanza (mediamente danno un paio di persone in supporto) e, contrariamente a quanto ci era stato detto cioè di fare pure con calma, no, tocca sbrigarsi. Sempre lunedì, dopo il lavoro, di nuovo sotto una pioggia battente e un freddo che mi gela la mano che tiene l’ombrello, approdo allo Spazio Vigoni per l’incontro riservato alle blogger fortunelle per il lancio di Lettere d’amore per uomini imperfetti vi linko la precedente presentazione pubblica perchè racconta bene il libro.

Martedì comincia con il fantastico post di Elena che ringrazio di cuore. Rimango in ufficio fino alle 19.30, due ore di straordinario, per un totale di 10 trascorse con i numeri e le cose fiscali. Se non fosse per i colleghi, che poveraccci, combattono duramente con un nuovo programma informatico assurdo che, oltretutto ha subito un reale colpo di grazia col trasloco del giorno prima, starei anche bene. Ragiono su quanto un ambiente più caldo, luminoso, spazioso, in mezzo agli altri e non in una dependance divisa da un tunnel ghiacciato d’inverno e bollente in estate, da attraversare per qualsiasi cosa, oltretutto con una pesante porta che si apre col badge, possa fare la differenza. Lavoro da oltre 31 anni e questo è in assoluto il migliore ufficio dove sia mai stata, il precedente, durato 13 mesi il peggiore e l’ho davvero detestato.

Io e l’Orso rincasiamo per le 20, la mattina avevo scongelato zuppa valtellinese (un mix di legumi secchi che vanno fatti cuocere per 85 ore) e arrosto di lonza cucinati nel part time, per cui la cena va solo scaldata. Dopo aver visto Guess my age accendo il Kindle e con tempismo perfetto inizio la lettura condivisa.

Sono un po’ stanca, e, lo confesso, le prime pagine di Pif non riescono a convincermi. Il motivo è che non mi prende la storia e ahimè neppure lo stile che trovo piuttosto piatto. Leggo prologo, capitoli 1 e 2, l’e-reader mi avvisa che ho completato la lettura del 10% del romanzo – che non è lunghissimo – e io sono quasi infastidita per la lungaggine della faccenda “pasticceria, cannoli, ricotta per riempire i dolci” per la quale il protagonista ha un’ossessione patologica che, raccontata in questo modo, non mi strappa simpatia, ma solo “sì, ma fatti curare, eh!”

Prima delle 23 vado a dormire, sperando di non essermi fatta odiare dagli amici con questa scelta che, al momento, è deludente.

In mezzo a queste giornate ricevo diversi inviti per BookCity ormai imminente, e uno da parte di Chico Mendes a un aperitivo, proprio nel locale dove ho festeggiato i 50 anni, per diventare ambasciatrice della sua filosofia, in particolare per il Garabombo.

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Non so cosa riuscirò a fare, anche se tutto è estremamente bello e interessante, intanto metto uno dei Banner che mi hanno mandato.

Nel frattempo c’è stato anche il Pisa Book Festival e avrei voluto parlarvene per tempo, mi fustigherei, davvero. GoWare ha festeggiato alla grandissima i 10 anni di attività, è stata fondata nel 2009, con 900 titoli in catalogo, di cui 100 novità uscite nel 2019, con uno stand. Ebbene sì, per la prima volta un editore digitale partecipa a una fiera di editoria tradizionale, stampando le copie dei propri libri.

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Su quel banco, tra le opere di narrativa, c’era anche il mio ultimo romanzo; avendo davvero tante pubblicazioni e uno spazio ridotto, in goWare hanno pensato di portare i libri a rotazione, proponendo ogni giorno testi diversi. La squadra di goWare mi manca da morire, è vero, sono ancora una loro autrice, ma sapere che non c’è un futuro continua a rattristarmi, ancora di più ora, quando vedo come sono stati capaci di ingranare una nuova marcia e andare avanti, nonostante la scomparsa di Tiziana.

Concludo questo post con la promessa di tornare presto e un abbraccio.

# Le otto montagne – conclusione

Ci siamo dunque, grazie a chi mi ha avvisato di aver terminato il romanzo, dovremmo esserci tutti, per cui possiamo parlarne liberamente. C’è anche chi mi ha scritto in privato per dirmi di averlo letto, spinto dai miei post e questo mi ha fatto molto piacere.

Due evidenze saltano subito agli occhi: il romanzo è stato apprezzato da tutti e tutti hanno sottolineato la potenza narrativa linguistica che ha catturato oltre la trama. E’ un segnale importante per chi scrive, cioè quello di trovare la propria cifra stilistica, e, aggiungo, che sia fine, non una roba buttata lì per farsi riconoscere: se vado in giro sporca di sicuro mi faccio riconoscere, ma non è certo un segnale positivo.

Pietro e Bruno sono ormai adulti, la vita li ha forgiati e ha assegnato a ognuno un percorso differente che li porta a perdersi, ritrovarsi e mai dimenticarsi. E naturalmente c’è ancora la montagna di Grana, l’alpeggio più su, le mucche e un sodalizio importante tra loro che dà profondità e umanità alla storia. Ci sono scelte difficili che portano Bruno alla rovina, perché lui vive in cima alla montagna, non ha mica i problemi di noi comuni mortali. Questa forse è la chiave di lettura per capire Bruno, la sua esistenza e forse l’intero romanzo. Perché la concretezza che lo contraddistingue, lui che alla fine è diventato un po’ muratore un po’ casaro, si scontra con un’incapacità di portare davvero a termine i progetti. Fino a un finale tragico.

Tra Pietro e Bruno, questo è un libro che parla di amicizia, Bruno è una sorta di pugno nello stomaco, Pietro una carezza, uniti da un legame che non ha bisogno di cure e premure, spesso con la madre di Pietro a fare da tramite, a portare notizie, nei lunghi periodi in cui i due uomini non si vedono. Le otto montagne rimane un romanzo struggente con le vette a farla da padrone e noi a guardarle col naso in su, pensando quanto sarebbe bello sapersi arrampicare e felici di averlo fatto almeno attraverso le pagine di questo splendido libro.

A voi ora la parola, io ringrazio ancora Marina per averlo proposto, e voi tutti che avete arricchito la lettura con i vostri interventi.

# Le otto montagne – proseguimento di lettura

Nei giorni seguenti mi do una regolata: cerco di non leggere quando sono stanca giusto per andare avanti, voglio assaporare il libro e non divorarlo con ingordigia. Adesso è un po’ difficile parlarne senza rivelare troppo.

Come supponevo Pietro e Bruno, i protagonisti crescono, Cognetti fa un salto temporale piuttosto lungo narrando per sommi capi ciò che sta in mezzo, l’espediente mi pare funzioni. Quasi tutto ciò che viene scritto è in relazione di Grana, il paesino a quota 1300 metri sul Monte Rosa dove abita Bruno e da dove partono le escursioni. Si parla di roccia, cordate, arrampicate e mal di montagna. Cognetti scolpisce un romanzo che incontra il gusto anche di chi, come me, non esce dai sentieri ben battuti e mai si sognerebbe di dedicarsi all’alpinismo. I sentimenti sono forti, tutto è permeato da malinconia: lo scorrere della vita e il nostro essere tanto minuscoli di fronte alla magnificenza delle vette. C’è anche il Nepal, casualmente incontro un’amica che non vedevo da molti anni che sta per partire proprio per il Nepal, farà trekking sull’Anapurna, cerco informazioni in rete e tutto mi sembra incredibilmente affascinante. Le prime impressioni vengono confermate andando avanti nella lettura. In libreria sfoglio il cartaceo, per verificare fisicamente a che punto sono, questo aspetto tattile e visivo manca un po’ col digitale, non si vedono le pagine ammonticchiate che crescono a sinistra e diminuiscono a destra, così mi rendo conto di aver letto come un treno, per un semplicissimo motivo: il libro mi sta piacendo molto.

Chiedo a chi si è unito alla lettura di palesarsi nei commenti, e li invito a comunicarmi via mail a sandraellery.sf@gmail.com quando avranno terminato il libro, basta una parola: finito, non vi rubo molto tempo, chi ha il mio numero di cell potrà anche mandarmi un messaggio se vuole. Questo affinché io pubblichi il post conclusivo, che chiuderà l’esperienza collettiva, quando tutti avranno finito. Mi sembra più omogeneo, non importa se questo dovesse avvenire anche tra due mesi. Nessuno ci corre dietro e io non intendo scappare lontano. Grazie!

# Le otto montagne – Impatto

Domenica dopo pranzo abbandono il libro che sto leggendo, che per fortuna è diviso in racconti lunghi per cui non mi tocca troncarlo brutalmente, scarico Le otto montagne, e riluttante inizio a leggerlo.

Mi sta sulle scatole non aver finito il romanzo in lettura, ma prendo molto a cuore il blog per cui non ho alternative e questo è motivo del malumore che unito alla aspettative altissime “è un premio Strega” fa si che Cognetti abbia un compito difficilino, è una sorta di sfida tra me e lui. Devo proprio leggerti? Cerca almeno di non farmi rimpiangere il tempo speso con te!

Dopo poche pagina sono dentro la storia, apprezzo la scrittura secca, senza fronzoli o divagazioni. La trama mi era nota ed riassumibile in poche parole: l’amicizia tra un ragazzino di città e un coetaneo che vive in un paesino sul Monte Rosa. Punto, sullo sfondo, ma si capisce subito che sarà la vera protagonista c’è lei, la montagna. Molti passaggi descrittivi di torrenti, pietre, piante e cose così mi incantano, ritrovo i monti che conosco, nonostante io non sia una vera montanara perché in realtà ho sempre vissuto più di fondovalle. C’è la mia generazione, i protagonisti sono nati pochi anni dopo di me, c’è la Milano degli anni ’70, che conosco e Cognetti descrive con una precisione fatta di poche parole messe lì in maniera chirurgica in modo da consegnarla al lettore come una cartolina ritrovata in fondo a un cassetto. E poi c’è il padre, il padre mi ammazza, una figura paterna che diventa emblema di rapporti complicati, amore gestito a fatica, sentimenti trattati male, silenzi, vicinanza e lontananza.

Così quel primo giorno, nonostante il pomeriggio trascorso fuori e la serata passata davanti alla tv (c’è Masterchef) arrivo a leggere il 32%, che il Kindle fa sta roba di dirti la percentuale. Non è un romanzo lungo, ma lo divoro letteralmente. E lunedì ci penso, non vedo l’ora che sia sera per riprenderlo e annegare. E non è desiderio di sapere come va a vanti, non m’interessa tanto, si parlerà ancora di montagna, i ragazzini presumo cresceranno, ma è voglia potente di ritrovare quelle emozioni che Cognetti mi pare bravissimo a restituirmi.

Martedì mi porto il Kindle in ufficio per poter leggere in pausa pranzo. Ci sono delle parti che emotivamente mi stanno coinvolgendo moltissimo, il rimorso delle cose che non sono state è lo stesso mio e la lettura diventa sofferenza, ma anche sollievo per l’universalità di un sentimento che non è solo mio.

Sospiro. Due cose più tecniche. Non ci sono sottotrame, e questo è un dato di fatto, la seconda linea narrativa non esiste, la storia è una e una sola. Tutto sommato è una costruzione lineare, credo che la magia stia nella scelta lessicale, che crea uno stile che definirei struggente. Due sbavature: la madre è un’assistente sociale o qualcosa di simile e se ne sta due mesi in ferie in montagna, ora non è un libro di grandi spiegazioni, i fatti sono quelli e Cognetti non sta tanto lì a dirci il perché e percome, va bene, ma in questo caso o mi dici che è precaria o come cavolo fa a non lavorare tutto luglio e agosto? Il voto con cui uno dei ragazzini “esce” dalle medie è discreto. No, mi spiace, ma discreto non esisteva, erano (se lo siano tutt’ora non lo so): sufficiente, buono, distinto e ottimo. Lo ricordo perfettamente anche perché si sentiva proprio la mancanza di un voto intermedio, come discreto, tra sufficiente e buono. Non sono dettagli che inficiano, ma noi che siamo aspiranti scrittori ci chiediamo in questo caso, o almeno me lo chiedo io, dove sia l’editor in Einaudi. Anche l’argomento è abbastanza trito, il colpo di scena del capitolo 7 è gestito malissimo e si intuisce subito dove il racconto andrà a parare eppure questi elementi non danno fastidio, vengono perdonati perché nell’economia della storia c’è ben altro su cui puntare lo sguardo. Le otto montagne non sente il bisogno di percorrere vie articolate per arrivare lontano e dimostrare di saper fare “bella scrittura”, non conosce l’autocompiacimento ma risponde a ciò che sempre per noi aspiranti è la grande questione narrativa: il conflitto. Qui è generazionale, è uomo contro montagna.

In definitiva, l’avrete capito, l’impatto è ottimo, e non posso che ringraziare Marina per aver proposto questo titolo che, altrimenti molto probabilmente non avrei mai deciso di leggere!

Attendo le opinioni di chi si è unito a questa lettura collettiva. Grazie a tutti.

# T. Ciabatti – Proseguo e conclusioni

Questa lettura mi affama, sono lì come davanti a una tavola imbandite e ne voglio ancora.

La terza parte è dedicata a Francesca Fabani, madre di Teresa, La reietta.

Francesca (piccolo spoiler) lascia il lavoro in ospedale quando i gemelli sono piccoli, nonostante l’aiuto di sua madre che si è trasferita da loro e che al contrario delle intenzioni iniziali di fermarsi per poco, vi rimarrà per sempre. Si annulla Francesca per i figli e il Professore, è la hippy, criticata dietro le spalle sempre, perché il Professore avrebbe potuto sposare qualcuno di meglio. E’ depressa Francesca e viene costretta alla cura del sonno, un rimedio solitamente usato per tossicodipendenti e alcolizzati, o in caso di depressione molto grave. Per un anno dorme, in casa, dove è stato allestita, unico caso, una stanza ospedaliera. I suoi bambini crescono e lei non li vede; dov’è la mamma? Sta dormendo.

Francesca che invece di un auto si compra un Fiorino, Francesca che non porta il reggiseno, Francesca che per far arrabbiare il marito avaro lascia accese tutte le luci di casa e lui rincasando vede la villa avvolta in una bolla inusuale di luce e crede che la sua famiglia sia stata sterminata.

Mi domando, ma Francesca Fabani mi è simpatica o antipatica? Mi è simpatica. Mi fa pena, l’amore per la medicina buttato via, un marito così, i soldi che non sembrano consolarla di niente, dormire, portare avanti una guerra fredda col marito, ingaggiare un investigatore privato per capire chi sia il Professore, la massoneria, la P2, le ripicche, i colpi bassi. Una vita triste, con la piscina e 11 bagni, triste lo stesso.

I sopravvissuti è il titolo che Teresa Ciabatti ha scelto per la breve parte conclusiva. Ora sappiamo che il romanzo, come vi ho detto, le ha riportato l’affetto fraterno, ma ha allontanato i parenti rimasti, tutti. C’è un’evidente catarsi in questa scrittura dolorosa, non è un libro facile, tutto sommato è una storia brutta, di una famiglia allo sfascio che si fa la guerra e dopo 26 anni Teresa sta ancora lì a cercare pace e risposte. Mi ha detto di essere guarita dall’ansia, io ho trovato una donna piacevole con la quale fare una chiacchierata, una madre che si flagella ma che mi pare adeguata, una scrittrice capace, non dimentichiamo che tra sceneggiature, libri e critica letteraria la Ciabatti vive di questo, di scrittura, è una che ce l’ha fatta, insomma.

Consiglierei questo libro? Sicuramente sì, l’ho trovato tra le altre cose molto italiano, molto “bel paese”, io, con una vita e una famiglia opposta, lontanissima, ho comunque trovato alcune mie ansia, questa non accettazione delle cose. Io ho amato questo libro e spero che vinca lo Strega. Sapete però una cosa? Teresa Ciabatti mi ha confessato che del premio non gliene importa nulla, perché a 44 anni cosa vuoi che le cambi?

Mi sembra che con questa lettura corale abbiamo raggiunto un risultato davvero considerevole: una lettura a tre, più molti a bordo campo, tantissimi commenti assai articolati e grandi spunti di riflessione, grazie a tutti per esserci stati, sono molto molto contenta dell’esperimento.

# T. Ciabatti – Una lettura fluida e coinvolgente

Venerdì per una serie di circostanze succede che esco un’ora prima dall’ufficio mi fiondo a casa, mangio pane a marmellata (di fragole, buonissima fatta da un’amica di mia sorella) sul lavandino, bevo un caffè, butto la borsa sul secretaire all’ingresso e vado al parco con La più amata.

Quell’ora in più per me diventa per lei: Teresa Ciabatti. Seconda parte: s’intitola come l’intero romanzo e parla di quella bambina odiosa che cresce adorata dal padre, senza un confronto vero col gruppo dei pari, iscritta alle medie a Porto Ercole in una scuola di poveracci, drogati, ragazzette puttanelle ignari di avere in classe la più amata. Perché fuori da Orbetello lo stra potere paterno, capace di farle avere la prima parte al saggio di danza e rispetto ovunque, non vale più. Un mondo nuovo dove Teresa fatica a fare amicizia, dove nessuno le crede quando lei parla della sua mega piscina, fino al giorno in cui lei in quella piscina ce li porta i suoi amichetti scalmanati e si consuma una piccola tragedia. L’epilogo di questa seconda parte si ricollega con l’evento bomba narrato nel prologo, di questo episodio – ma quanto bello è avere ste chicche di prima mano da passarvi? – il gemello di Teresa dirà “oh, che figata inserire l’evento XXX che bella cosa ti sei inventata!” E a lei tocca rispondere “no, guarda non mi sono inventata nulla, ci è successo sul serio!” Perché Gianni ha rimosso tutto, tutto della sua infanzia.

Mi domando, ma Teresa Ciabatti bambina/ ragazzina mi è simpatica o antipatica? Mi sta enormemente sulle scatole. E lei stessa sa di essere stata tremenda, con la sua spocchia, la sua boria di bimbetta che si fa strada ovunque “figlia di.”

Il romanzo scorre molto bene, ha una sorta, almeno per me, di effetto calamita.

# T. Ciabatti – Impatto


Un po’ di cronaca di lettura.

Mercoledì dopo cena inizio il romanzo, pagg. lette 50

Il libro si apre con un prologo dove già c’è un evento bomba.

Commento da lettrice: apperò, chiaro che induce ad andare avanti (anche se nel mio specifico caso ero al corrente di questo fatto perché ne era stato parlato alla conferenza stampa); commento da autrice: non ho mai utilizzato il prologo, sembra una procedura interessante, devo ricordarmene.

La storia scorre, la struttura narrativa è di tipo inghiottente, mi sembra molto cinematografica.

Giovedì in pausa pranzo leggo un po’, arrivo a pag. 58 nel frattempo io e Marina ci siamo sentite in privato e decidiamo di leggere fino alla fine della prima parte, cioè pag. 80.

Questa prima parte è dedicata al padre di Teresa, Lorenzo Ciabatti, Il Prescelto, primario dell’Ospedale di Orbetello, benefattore locale, ricco stra-ricco, riceve regali importanti da persone come Licio Gelli. Teresa ne traccia l’infanzia, di cui sa poco e ripercorre la storia dell’innamoramento di sua madre, medico lei stessa (giunta da Roma a Orbetello per lavorare col professor Ciabatti in sala operatoria), fino al matrimonio e alla nascita di Teresa e del gemello Gianni. Continuo a pensare che sia una storia molto cinematografica, ben scritta, coi pensieri di una Teresa bambina messi tra parentesi, intrigante e solida, molto credibile.

Ciò che mi colpisce di più è la ricchezza di questa famiglia, un benessere prepotente, una casa di vacanza all’Argentario, la prima con piscina, di marmo, 11 bagni, un bunker. E per le nozze tra i regali un quadro di Fattori, naaaa è una copia, ma poi gli eredi, cioè Teresa Ciabatti lo faranno valutare: originale, 700 mila euro di valore. Non riesco a non pensare a questa donna con la quale ho parlato tranquillamente, che ho abbracciato e che ha vissuto in un mondo così la sua infanzia, 4 anni meno di me, la stessa generazione, ci siamo persino sposate alla stessa età (tardi!). Lei così, io col padre fattorino, la madre sarta e a un certo punto lo sfratto. Cazzo. Eppure, è riuscita a farmi immedesimare. Come si fa? Come si può immedesimarsi in una che aveva giocattoli pazzeschi, che nessun’altro bambino aveva? Io che avevo solo la Barbie rigida? Secondo me ci si riesce se si ha una gran storia da raccontare e una gran penna. Brava, la Ciabatti per me è molto brava.

Mi domando, ma Lorenzo Ciabatti mi è simpatico o antipatico? Più antipatico che simpatico, ma non antipaticissimo, non lo detesto ecco, odio i tirchi e lui indubbiamente lo è, in più mostra una sorta di ingratitudine verso il suo entourage che lo rende un po’ stronzo, ma nel complesso i personaggi dei libri che mi fanno venire voglia di entrare nelle pagine e tirar loro un ceffone, sono altri.

Tutti celebrano Lorenzo Ciabatti, ma la più amata è solo lei, Teresa, la sua bambina.

Molto bello.

Leggiamo insieme Teresa Ciabatti

Io e la cara Marina Guarneri abbiamo deciso di cominciare insieme la lettura del libro La più amata di Teresa Ciabatti, semifinalista al Premio Strega, di cui ho già ampiamente parlato, visto che ero stata invitata alla conferenza stampa Mondadori per il lancio. Dunque, dunque, come nei caffè letterari ormai scomparsi, si è pensato di estendere la lettura a chiunque, blogger e non, ne abbia voglia.

In questo bel post non mio trovate un’analisi puntuale e calorosa del romanzo in questione.

Chi si unisce? Andando avanti con la lettura pubblicheremo vari post aprendo il dibattito nei commenti. Niente panico però: ognuno legga col ritmo che vuole o che può, cercheremo di non anticipare nulla, in caso di spoiler (raro ma magari necessario per spiegare un concetto) verrete avvisati con evidenti segnali.

Vi linko anche la pagina di Amazon se intendete magari leggere il formato digitale.

Autore: Teresa Ciabatti

Editore: Mondadori

Pagine: 218

PS. Mi rendo ben conto di non aver inventato nulla di così originale proponendo questo gruppo di lettura, eh, però vediamo come va, speriamo in qualcosa di vivace e stimolante. Personalmente ho preso il libro in prestito in biblioteca.