Grant Castle

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Un dettaglio della prima illustrazione di Rossella Paolini, la parete della sala da pranzo a Grant Castle, dove si sta svolgendo un sontuoso banchetto

Il fitto nebbione tipico di certe contee in Inghilterra aveva causato un forte ritardo a Miss Strick, che in quel momento stava percorrendo il vialetto ghiaioso, guardando con un pizzico di ansia l’orologio sul cruscotto. Odiava guidare in presenza di condizioni atmosferiche poco piacevoli, che si trattasse di nebbia, pioggia battente, o, addirittura neve. Oh, quanto preferiva il comodo treno. Le Ferrovie Britanniche quelle sì, non la stancavano mai, ma Grant Castle era davvero situato in una contea scomoda, la stazione più vicina si trovava a venti miglia di distanza, coi tassisti che storcevano il naso ogni volta che lei si faceva portare fino alla tenuta della sua vecchia compagna di college: Emma Glenfield, Emma Grant da quando aveva sposato il Conte Grant. Tassisti, puah! Manco la scorrazzassero su e giù per le contee inglesi gratis!

Una volta arrivata parcheggiò con cura ed entrò. Il maggiordomo l’accolse con grande cordialità, chiedendole il suo nome e facendosi consegnare il cappotto, poi la scortò e annunciò il suo ingresso nella splendida sala da pranzo dove Nina Strick gettò uno sguardo alla tavola imbandita  (…)

Uno che non so chi sia

Adoro questa ciotola. Il cibo sembra persino più gustoso e l’acqua più fresca qua dentro. Penso arrivi dal signore delle crocchette, quello lì che deve per forza essere la causa di quegli occhioni da dalmata della mia Juliette. Una forchettata e uno sguardo al lampadario, di sto passo finirà a mezzanotte. Abbaio per farle capire che non mi spiacerebbe un salto fuori, poco dopo eccola lì: cappotto e guinzaglio, la catenella è solo di scorta, in caso passi qualche rompi scatole poco dog friendly, come si dice oggi. Io sono piccola e abbaio di rado, e poi qui mi conoscono tutti, ma in caso qualcuno rogni be’, me lo infila al collo e le trotterello accanto, altrimenti, come ora, scorrazzo giocosa nell’area cani nel parco che è piccino e si gira in un attimo e poi andiamo verso la zona delle case a graticcio, qui sono quasi tutte così ma dove Juliette ha il negozio c’è una concentrazione fantastica e a me piace proprio girare intorno a quelle case fingendo di perdermi con Juliette che dice “Musette, non fare la sciocchina, vieni qui!” Ma è soltanto un gioco tra noi; in realtà lei sa bene dove sono e io so alla perfezione che lei mi aspetta dietro l’angolo e si finge sorpresa quando mi rivede. Faccio così anche ora ma invece di trovarla accucciata a ridere e dire “Musette, sei sempre la solita adorabile sciocchina!” dà le spalle al muro dietro il quale io sbucherò, così non può vedermi, mi vede invece il signore che sta parlando con lei e, di sicuro, non è il tizio della ciotola e delle crocchette; se fosse lui infatti ora, incontrandomi per la prima volta, direbbe di certo qualcosa di tenero nei miei confronti, forse addirittura mi accarezzerebbe il pelo e farebbe pat pat tra le orecchie. Invece niente. Ma da come sento ridere Juliette e dire “Oh, Pierre, avete detto una cosa tanto buffa, non vi facevo così giocherellone!” capisco che qualcosa non va, e la sensazione non mi piace affatto. Dov’è il signore delle crocchette? Cosa c’entra questo qui con noi? Punto le zampette al selciato e ringhio annusando il bordo dei calzoni di questo Pierre. Se Juliette fosse in sé mi sgriderebbe, ma non lo fa, non dice nulla, lascia che io mi consumi i denti digrignando e che la sera diventi quasi notte, lì a ridere con uno che non so chi sia.000971

PS. Domani riprendo a lavorare e il ritmo dei post subirà un rallentamento. Come ha scritto Giulia commentando il post precedente (pubblico qui e vado a rispondere) è difficile starmi dietro, lo so ♥. Devo riordinare gli appunti presi ieri a un evento privato riservato a blogger e giornalisti, per l’uscita di un romanzo. E’ stato assolutamente entusiasmante e voglio dedicargli il tempo che merita- Un bacione.

Pioggia di stelline, profumo di tiglio

Ho fiutato che c’era qualcosa di diverso non appena ho sentito l’odore della mia padroncina prima del suo arrivo al cancello. Euforia e cose buone insieme: il massimo. Come quando mi rotolo nelle foglie secche spargendole in giro e so che nonostante la marachella non mancherà un bocconcino prelibato con la cena. Sentivo nell’aria una sorta di pioggia di stelline col profumo di tiglio, quello preferito da Juliette, ma naturalmente non c’erano né tigli né stelle, solo lo stropicciamento delle novità. Crocchette incredibili e lei che canticchiava come non mai. Bellissimo.

Le polpettine fragranti non le avevo mai provate prima, va detto che Juliette non compra troppe scatolette e per il cibo che gli umani definiscono umido si arrangia da sé, vale da dire che mangio ciò che mangia lei o quasi. No, amici, non intendo avanzi, voglio dire che prepara due porzioni. Però, nonostante il piatto della sera fosse industriale era proprio gustoso. Ho guardato uggiolante la ciotola vuota, fiduciosa nel bis ma niente, su queste cose Juliette tende a essere un po’ rigida. La dieta, già. Però la magia che si era sparsa dall’ingresso fino all’interno della casa non cessava. Inizia a far freddo e io ho il permesso di rimanere in soggiorno, solo in soggiorno, fino al camino, dove è posizionata la mia grossa cesta. Adoro stare davanti al camino. In ogni caso non sporco in giro, so perfettamente dove fare i miei bisogni e la mia cuccia è un grosso prefabbricato rosso e verde sulla destra del cortile, quella è la mia dimora, se entro in casa sono ospite e gli ospiti a modo sanno come comportarsi.

Così ho visto Juliette fare avanti e indietro verso il ripostiglio dove tiene appesi certi vestiti che non mette mai, cose eleganti. Se li è provati tutti uno a uno, e poi nella camera a specchiarsi e ritorno, ho sbadigliato un paio di volte.

Musette, se ti annoi puoi andare a giocare col cane dei vicini!” Mi ha urlato lei, ma con uno sfarfallio nella voce: sa bene che io e Rocky ci detestiamo e giocare con lui non è certo in cima ai miei desideri, tutt’altro. L’ha detto per prendermi in giro. A un certo punto è apparsa con una gonnellina tutta a pieghe, ha fatto la ruota, per me, e si è aperta come un ombrello. Il maglioncino abbinato era strano, tipo peloso, quasi come me: che poi non si lamenti se lascia pelucchi in giro, eh. Ho abbaiato in segno di approvazione: era splendida. Allora lei ha smesso con questa manfrina dell’andare avanti e indietro, ha riposto il completo su un bracciolo della poltrona come fa sempre con ciò che intende indossare il giorno seguente, ha preso un libro e un biscottino. Io l’ho guardata come solo io so fare e come solo lei sa intendermi e ne ha lanciato uno anche a me.

“Bada, soltanto uno!” Mi ha detto e c’erano ancora quei campanelli nella sua gola che credo abbiano molto a che vedere con l’attenta scelta dell’abbigliamento per l’indomani.

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Se siete interessati ad altre puntate di Parola di Musette, ditelo nei commenti. Non mi offendo se non trovo consensi, sto facendo una prova, grazie! 

I fiori di Natale

Mi sento abbastanza compressa, stanca a tratti, malinconica a spizzichi, spesso molto grata, talvolta del tutto scoglionata demotivata, quasi sempre su di giri. Farò la cronaca di questi giorni la settimana prossima, intanto voglio almeno raccontarvi uno dei tanti brindisi del periodo: quello con CBM ieri sera, che è stato:

Alle persone non testa di cazzo!” Insolito, ma credo molto condivisibile. Lei ha detto una cosa, io ho ribadito “eh, certo che ce n’è di teste di cazzo in giro”, gli spritz erano sul tavolino e allora lei ha proposto quanto sopra e io ho accettato di buon grado.

Ancora una volta tocca ringraziare con gioia la biblioteca Scarparo fonte inesauribile di idee e spunti felici.

Un racconto per voi è il mio modo farvi gli auguri. Eccolo:

Niente da fare: le poinsettie al supermercato erano terminate. Michele scarpinò fino alla Boutique del fiore, dove sperava ce ne fossero ancora, maledicendo il suo scarso tempismo e immaginando il sovrapprezzo.

“Stelle di Natale?” Chiese, infilandosi nel negozio e portando dentro fiocchi di neve e profumo di pan pepato.

“Finite.” Rispose la creatura più meravigliosa che avesse mai visto in questo mondo. No, probabilmente anche negli altri mondi e in tutte le galassie non aveva rivali.

Michele indugiò allargando lo sguardo sulle piante e la giovane donna interpretò quel gesto come una ricerca di qualcosa che sostituisse il più celebre fiore di Natale.

“Un ciclamino rosso?” Propose. Ma a Michele i ciclamini erano sempre sembrati piante cimiteriali e scrollò la testa, lasciando cadere gocce di acqua ghiacciata sul montgomery di panno, poco adatto al clima umido. In realtà gli occhi di Michele saltavano tra la flora per non indugiare troppo sul sorrido della fioraia: essere timido era un grosso guaio in un mondo di leoni arrivisti. Così, si trovò a raccontarle tutto di quel progetto strampalato di addobbare il Condominio Rocchetta, un palazzone costruito senza alcun criterio edilizio che sorgeva ai confini cittadini, con un unico bus che passava di lì, senza soluzione di continuità decente per offrire un vero servizio agli abitanti, o, in alternativa, tre chilometri a piedi costeggiando la discarica fino alla fermata della metropolitana. Uno schifo che nessuna amministrazione municipale era riuscita a riqualificare: i fondi erano pochi e puntualmente il Casermone, come tutti lo chiamavano, rimaneva escluso.

“Si era pensato di mettere una stella di Natale vicino a ogni montacarichi, che lì manco l’ascensore hanno, con qualche festone, e poi offrire panettone e spumante agli abitanti.”

“Oh, che progetto fantastico. Con chi stai facendo tutto questo?” Si era interessata la ragazza mentre con passo svelto era sparita tra i rami di un grosso abete, in cerca di chissà cosa.

“Siamo io e mia nonna.”

“Tua nonna?” Aveva piuttosto pensato a un’associazione no-profit, un gruppo di volontari, non a un’arzilla vecchietta con un nipote distratto che si risvegliava la vigilia di Natale.

“Mia nonna, sì, mia nonna. Ha abitato lì dentro per molti anni, si è trasferita da noi a giugno, siamo un po’ strettini, ma non era più in grado di vivere da sola e non c’erano alternative, se non la casa di riposo comunale, ma la lista d’attesa è davvero infinita e l’ambiente l’avrebbe uccisa nel giro di ventiquattr’ore. Fatica a muoversi, ma la testa, quella è migliore della mia, che arrivo all’ultimo minuto con i fiori. Adesso cosa le dirò? Odio deludere la nonna! Ora lei starà preparando qualcosa, già lo so, un dolce magari, ha detto chiaramente che i suoi ex compagni al Casermone meritano qualcosa di più di una fetta di panettone del supermercato.”

“Questi?” Il viso della fiorista era del tutto coperto da frasche di agrifoglio puntinato di rosse bacche scintillanti.

“Ma è vero o finto?” Michele aveva allungato il braccio per toccare una fogliolina.

“Certo che è vero! Quello finto sta laggiù nelle brocche, c’è anche la versione dorata e quella spruzzata di neve artificiale. Ti occorreranno dei vasi, lascia fare a me. Ritorna tra un’ora.”

Michele era perplesso e arrabbiato con se stesso per non essere stato capace di chiedere il prezzo ed essere rimasto imbambolato con gli occhi sciolti in sguardi di cioccolato in quelli di lei.

Un’ora: poco per tornare a casa, troppo per girovagare in quel gelo, si rifugiò in un bar, caffè e lettura, portava sempre con sé un libro. Il tempo passò in fretta e quando guardò l’orologio si rese conto che mancavano solo pochi minuti all’appuntamento, ma arrivato al negozio una brutta sorpresa lo attendeva appesa alla vetrina.

“Torno subito!” Diceva un cartello sbilenco. Subito? Si ghiacciava lì fuori! Scrollò la maniglia della porta inutilmente mentre la neve cominciava a vorticare con maggiore intensità nel cielo e le luminarie esplodevano in trionfo di stelle comete e coccarde al crepuscolo.

Chiamò casa, sua mamma lo rassicurò che la nonna era in perfetta forma e stava sorvegliando la cottura dello strudel di mele nel forno, però, certo, non era il caso di tardare: il traffico della vigilia e le strade sdrucciolevoli avrebbero reso il viaggio verso il Casermone un’odissea. Non era neppure il caso di arrivare con il buio, quando gli inquilini sarebbero di sicuro stati tappati negli appartamenti, timorosi di furti e atti di vandalismo che non si placavano neppure nella notte più magica dell’anno.

Ma della fiorista manco l’ombra. Niente fiori, non poteva più aspettarla. Michele con un colpo di fortuna salì sul vagone della metropolitana al volo e in venti minuti fu in casa, dove la nonna lo attendeva sulla soglia con lo strudel affettato in piccoli quadretti invitanti, nella teglia.

“Andiamo?” Era felice, quel donnino dai capelli tanto simili alla barba di Babbo Natale, e il cappotto rosso che davvero facevano il paio con l’abito del panciuto omone, che lei i colori scuri proprio non li sopportava. Con i piedi instabili negli stivaletti col pelo, attenta a non cadere, una mano sul corrimano e l’altra in quella del nipote, sorrideva beata andando incontro al suo piccolo sogno natalizio che prendeva forma.

“Hai già messo le stelle di Natale in macchina?” Gli chiese. Michele non poteva più rimandare la confessione: non c’erano stelle, non c’era nulla, solo una delusione brutta che gli graffiava il cuore e lo faceva sentire sciocco e incapace di portare a termine anche un compito tanto facile.

Così la nonna rimase zitta lungo l’intero tragitto. La teglia sulle ginocchia, i canti natalizi che si diffondevano nell’abitacolo e il buon umore entrato in sciopero a causa di un nipote sbadato. “Ma tanto caro!” Gli suggerì la vocina interiore indulgente, quella che entrava a sirene spiegate nei conflitti della sua anima, intenzionata a rimettere le cose in ordine.

“Michelino, non fa niente per le piante. Vedrai, andrà bene lo stesso.” Gli disse allora.

No, che non andava bene! Ma ormai erano lì a citofonare alla Signora Carla del settimo piano che come al solito non avrebbe risposto ma si sarebbe affacciata dalla finestrella del bagno. Fu così ed entrarono in quel posto dimenticato da Dio e dal sindaco e già nell’androne grigio, con i mattoni che in alcuni punti sbucavano dal muro crepato, videro qualcosa di diverso. Decine di rami di agrifoglio posizionati in semplici bottiglie d’acqua a cui era stata tolta l’etichetta, con allegri nastri rossi intorno al collo segnavano il percorso dall’ingresso alle scale.

Salirono ed era così a ogni piano. Quando furono di nuovo all’entrata, dopo aver scampanellato a ogni porta per annunciare la festa, la fioraia spuntò da dietro una colonna con l’intonaco a pezzi.

“Cucù! Buon Natale!” Urlò andando incontro a Michele!

“Ma cos’hai fatto?” Le chiese lui, mentre la nonna si preoccupava di strudel e panettone, che lei i giovani d’oggi mica li capiva.

“Ho fatto tutto in fretta, ho il furgone delle consegne e conservo sempre diverse bottiglie per costruire un impianto d’irrigazione casalingo, per cui è stato abbastanza facile.”

“Pensavo che fossi sparita.”

“Ma non dirne più!” E quella creatura incantevole sorrise mentre le persone arrivavano a frotte dagli appartamenti, alcuni addirittura in vestaglia e pantofole, tutti felici di ritrovare Nonna Bice.

“Buon Natale!” Disse allora la nonna, porgendo la prima fetta di strudel alla ragazza apparsa dal nulla come nelle favole a rallegrare un posto grigio come il Casermone e forse anche la vita del suo adorato, ma sbadato, nipote!

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Che sia un fantastico Natale, amici! (E pure i giorni che lo precedono)

Ci leggiamo comunque il 25 per gli auguri in greco!

Il barbone rampante o anche Una panchina per due

Un clima invernale mite permetteva la coltivazione della fresia nel giardino della villa, Villa Fresia, appunto.

Un clima invernale mite permetteva a Teodoro di non morire assiderato nelle notti di gennaio, il mese più freddo. Oltre il cancello di Villa Fresia il lungo mare di ponente offriva una passeggiata piacevole più o meno tutto l’anno, ma nascosto agli occhi dei turisti, nell’angolo più riparato del parco, Teodoro, il barbone più simpatico della cittadina dormiva in un cartone, eppure si svegliava sempre col sorriso. E se in molti gli offrivano generi di conforto e spesso persino ospitalità Ted, come si faceva chiamare, rifiutava sempre: amava la sua vita randagia e se soffriva un po’ il freddo, la cioccolata calda che ogni mattina Gloria gli portava era sempre in grado di rimetterlo in moto.

Gloria, la figlia dell’industriale più potente della città, il proprietario di Villa Fresia, dormiva in una stanza lussuosa e si svegliava sempre di pessimo umore, attendeva il momento migliore della giornata quando, di buon ora, riusciva a sfuggire alle rigide regole di casa e ad andare nel parco col thermos bollente per Ted.

Fu così che il padre di Gloria, stanco delle chiacchiere che circolavano circa una strana relazione tra la figlia e il barbone, decise di verificare di persona. Si ritagliò un raro momento di libertà, sottraendolo dalla frenetica vita da navigatore nelle acque agitate dell’industria del celebre olio di tradizione familiare esportato in tutto il mondo, e seguì la figliola. L’aria frizzante di un marzo che prometteva e scoppiettava di salute, in realtà non era affatto caldo ancora, aveva tratto in inganno Gloria, che aveva sostituito la cioccolata con un succo di frutta e una fetta di cheesecake trafugati dalle quasi regali cucine di Villa Fresia. Giunta alla panchina mezza intirizzita si era resa conto dell’errore, ma ormai era troppo tardi. Consegnata la colazione a Ted, che non ebbe da ridire e trovò anzi la torta di suo gradimento, si ritrovò con gli occhi duri e sgranati del padre piantati dritti sul suo viso.

“Allora è vera la faccenda che tu verresti qui ogni giorno a parlare con questo, questo…” Disse l’uomo interrompendosi in cerca di parole.

“Non si scomponga” gli rispose con un sorriso Ted “mi chiami pure come fanno tutti: barbone. Sono un barbone. Forse lei gradirà la parola homeless, come se l’inglese fosse in grado di ingentilire la sostanza delle cose. Sì, sua figlia, perché è sua figlia questa deliziosa creatura che mi rifocilla la mattina, viene qui da me. Io sono solo un senza tetto dall’età indefinita e una ricca rampolla di sicuro giovane e bella che mi dà il buongiorno è una favola per me. Non pretendo di insegnarle nulla, ma le mostro la vita per quello che dovrebbe essere: un immenso inno alla gioia fuori dalle convenzioni sociali con gratitudine al creato anche nelle maggiori difficoltà e di queste, mi creda, io ne so qualcosa. Già. Ero un uomo per bene, lavoravo sodo, come molti, poi la nuova proprietà aziendale ha pensato bene di ricollocarmi fuori dalla porta, ho fatto qualche lavoretto così in nero, ma la casa quella no, non sono riuscito più a pagarla, le rate del mutuo si accumulavano e la banca si è ripresa il mio appartamento, chissenefrega della fetta di debito già saldato. Ho venduto i mobili al mercatino e mi sono trasferito in un dormitorio, Dio, che postaccio! Sono scappato dopo pochi giorni e sono venuto qui. Vado al centro diurno per lavarmi dove ricevo biancheria pulita; ho la tessera della biblioteca e mi ricordo persino come si usa il computer. A quanto pare non ero così da buttare, nonostante ciò che hanno pensato i miei capi. Dalle due alle quattro non ci sono per nessuno: ho il mio posto fisso nella sala di lettura e guai a chi mi porta via la postazione al pc. Sto scrivendo una storia bellissima.”

Così dicendo Ted aveva estratto una cartella posizionata in maniera strategica e invisibile nell’incavo di un pino.

Gloria non era a conoscenza dell’esistenza del manoscritto e l’aveva guardato sorpresa, sicura che dalla mente di Ted non potesse che scaturire qualcosa di straordinario, come lo erano le ore trascorse insieme, quando lui la istruiva circa le piante presenti nel parco, le raccontava come vivevano gli insetti, la invitava a seguire il volo degli uccelli migratori e a osservare i nidi di quelli che rimanevano lì per l’intero inverno. L’autunno era la stagione preferita da entrambi: gli alberi si tingevano di ocra e vinaccia, in un mutare continuo che induceva Ted a esclamare “presto, presto di qui, guarda! Domani sarà già tutto diverso!” Le foglie si ammucchiavano sotto i tronchi e Ted sapeva che a breve sarebbe arrivato il tempo più duro, anche in riviera talvolta la temperatura la notte scendeva sotto lo zero e nonostante Gloria gli avesse detto più volte che se avesse voluto dormire nella rimessa delle barche a Villa Fresia nessuno se ne sarebbe accorto, lui no, non abbandonava la panchina e resisteva.

Il barbone rampante recitava il titolo in mezzo alla pagina.

Ma il padre di Gloria non mostrò alcun entusiasmo per quel mucchio di fogli ordinati che Ted gli metteva sotto il naso. Davvero pretestuosa poi la moda di storpiare i titoli celebri pensando di emularne la fama, pur posizionandosi in un altro sistema solare, in quanto a talento. C’era tanta di quella gente convinta di essere il nuovo Calvino che un pezzente non avrebbe fatto alcuna differenza: un altro illuso, forse con qualche possibilità in meno di altri di mettere alla prova le proprie presunte capacità facendosi leggere da qualcuno che contasse nell’editoria. Non aveva neppure tempo da perdere lì: aveva avuto la conferma che le dicerie erano fondate e poteva andarsene. L’indomani avrebbe promosso Gloria ad amministratore delegato della ditta, con importanti mansioni che l’avrebbero spedita all’estero di frequente e, soprattutto, subito.

“Tokio? Hong Kong? Il far East?” Gloria era sotto shock. Lavorava con impegno da anni ma suo padre non aveva mai creduto in lei, preferendole, guarda un po’, il figlio maschio. E ora, tutto d’un tratto, una carriera incredibile spalancava le braccia pronta ad accoglierla e a condurla lungo strade lontane, troppo lontane.

Come avrebbe fatto Ted senza la cioccolata? Ma soprattutto come avrebbe potuto sopravvivere lei, senza la sua compagnia? Le toccava indirizzare il navigatore del cuore su una rotta piena di insidie e priva di ciò che l’aveva confortata nel grigio di Villa Fresia dove le etichette l’avevano soffocata come catene; ricordò quando l’ambasciatore del Pakistan l’aveva chiesta in moglie e lei, minacciando il suicidio, aveva scatenato un incidente diplomatico col suo rifiuto.

Le briglie paterne, la passività materna, la spocchia fraterna erano accettabili solo pensando a Ted, ai prati bianchi di margheritine, talmente fitti da sembrare neve, dove lui la conduceva per dirle: “Guarda, che meraviglia, nessun cuore può essere triste di fronte a uno spettacolo simile, pensa che hai gambe per venire fino qui e occhi per ammirare il candore, pensa a chi è chiuso in un ospedale e non può farlo!”

Insopportabile era l’unica parola che le veniva in mente, mentre sorrideva con garbo al brindisi in sala mensa con l’intero organico aziendale che si complimentava con la new Ceo.

Cosa diceva Ted dell’inglese usato a sproposito? Oh, Ted! ♥ 

Fu un attimo raccattare quella notte le poche cose care racchiuse a Villa Fresia: la Barbie Super Star, i maglioni più pesanti e le scarpe più comode e decidere poi che una panchina per due sembrava la parodia di “una poltrona per due” ma forse era pure meglio.

Con questo racconto partecipo ben volentieri al Contest per il primo compleanno di Webnauta che pensa te che coincidenza (vedi post di ieri) cade nel giorno del

mio compleanno!  

Speriamo almeno in un premietto di consolazione, dunque!

 

La montagna incartata – Omaggio a Thomas Mann

Grazie all’impagabile Biblioteca Scarparo per me fonte di idee preziose e spesso risolutive in caso di stallo nella scrittura.

Qui sulla destra c’è il banner dell’antologia, basta un click per accedere al nuovo sito creato dalla sempre efficiente Silvia Algerino dove troverete praticamente di tutto sui nostri racconti  per il terremoto (autori, contatti, come aiutarci ecc.)

E ora se avete voglia di un mio racconto dopo tanto tempo, lo trovate continuando la lettura.

Continua a leggere

Carbonara per cena

Cosa prepari?”

Mia moglie irrompe in cucina, ha in braccio una valanga di magliette sporche.

“Carbonara, ci sono tutti gli ingredienti.”

“Sai che i carboidrati la sera preferirei di no.”

Vorrei chiederle dove stiamo andando, se il precipizio è ancora lontano o se bastano pochi passi per planare sotto, in frantumi. Se durerà ancora tanto questa agonia sottile con la quale ci avveleniamo ogni giorno. Se tutto ciò che faccio non va bene di default o se qualche volta, qualcuna, mica tutte, ci pensa sul serio prima di contrastarmi.

Vorrei sapere dove sono finiti i ragazzi innamorati che eravamo, i più belli del gruppo, lei una principessa il giorno delle nozze, io il suo cavaliere. E se ora penso che forse no, non è stata la donna più importante della mia vita, è pur sempre l’unica ad avermi fatto decidere di sposarmi e non l’ho mai tradita. E le occasioni non mi sono certo mancate.

Vorrei dirle se quei due bimbetti di là che ci hanno fatto perdere un numero considerevole di ore di sonno non contano nulla, se non sono un collante sufficientemente forte da farla tacere ogni tanto, o finiranno davvero per credere di avere un papà strambo che non ne azzecca mai una.

Vorrei dire, fare e siccome dopo il fare viene il baciare, la bacio.

“Lore…, cosa fai? Ehm. Ci vedono.”

“Bacio mia moglie. Cosa ci sarà mai di proibito? E comunque no, non ci stanno guardando, sono presi dalla Tv.”

La bacio di nuovo, con maggior ardore. Dopo dodici anni di matrimonio e tre di insiemistica non ci si bacia praticamente più, magari si tromba ma non ci si bacia. Sa Dio perché. La spingo verso il lavello, si appoggia di schiena, ha ancora in mano la biancheria che crea una sorta di cuscinone tra di noi, un paio di maglie cadono a terra, le sposto con i piedi, tanto sono da lavare e continuo a baciarla, sulla bocca, e poi scendo sul collo, sul seno fino a che in qualche modo mi placo e mi stacco da lei di colpo. Tiziana è rossa fino alla radice dei capelli.

“Dovremmo baciarci di più!” Le urlo incurante di Chicco e Marta che in effetti non badano a noi. Poi raccolgo le  T-shirt dal pavimento e gliele lancio. È ovvio che non riuscirà a prenderle al volo, visto l’ingombro del resto che ancora ha in braccio. La inseguo, so che sta per andare in lavanderia, il luogo perfetto per appartarci. Sento Marta ridere di gusto. Sta infilando i panni in lavatrice, mi vede e afferra le magliette rimaste, si china a metterle nel cestello. Chiude lo sportello, carica il detersivo e l’ammorbidente, gira le manopole dei programmi e avvia. Tutto con una precisione chirurgica. Quando si volta per uscire io sono ancora lì a un passo. La bacio e do il meglio di me.

“Adesso, tu la pianti di rompermi i coglioni per ogni cosa!”

Le sussurro in un orecchio. Torno ai fornelli, ad affettare il guanciale.

Amabili testi

Ringrazio la biblioteca Scarparo per l’ispirazione! Buona lettura!

Il cestino dei rifiuti oscillò sotto il lieve peso di una pallottola di carta, la quindicesima di quel torrido pomeriggio agostano, non centrò il buco e finì sul pavimento assieme a due compagne. Giacomo si diresse alla finestra in cerca di refrigerio, il padre Monaldo, nonostante non gli difettassero i soldi, era contrario all’installazione di un condizionatore, così al tramonto l’aria era ancora pregna di umidità e anche Silvia, come ogni giorno, sedeva lì sul poggiolo dirimpetto, in quel mortorio di cittadina che era Recanati d’estate. Solo uno sguardo alla ragazza e il giovane scrittore tornò al computer, in preda a una rinnovata ispirazione unita a una cupa malinconia. Era sabato, tutti a divertirsi nella vicine località balneari del Conero, mentre lui, chino sulle sudate carte, ancora s’illudeva di sfondare con i suoi testi, arrivare all’editore Big, da Fazio, al Premio Strega e ci credeva al punto di sacrificare le vacanze. Ancora un’occhiata alla via, dove gruppi di giovani schiamazzavano con le birre in mano. Considerò che in fondo non c’erano grandi differenze con le aspettative del sabato del villaggio dell’800, infine scrisse il primo pezzo buono della giornata:

“La donzelletta vien dalla campagna, in sul calar del sole, col suo fascio dell’erba; e reca in mano.”

Imbruniva quando la domestica salì ad avvisarlo che la cena era pronta, Giacomo le disse che avrebbe mangiato in camera, come spesso faceva quando era troppo preso dalla parole per pensare ad altro. Poco dopo quindi apparve un vassoio con insalata di riso e una fetta d’anguria, era certo che per i commensali del piano di sotto ci fosse qualcosa di più sostanzioso ma non se ne curò: sapeva bene che quello era il modo di suo padre per punirlo per le sue assenze a tavola. Giacomo voleva finire di scrivere la poesia prima di coricarsi, l’indomani l’avrebbe riletta a mente sgombra e di sicuro avrebbe apportato qualche importante modifica. Fu così. Trascorse l’intera domenica a revisionare le strofe, le uniche pause che si concesse furono quelle per affacciarsi alla finestra: Silvia era sempre lì, troppo debole, così si diceva in giro, per unirsi alle coetanee che ora abbrustolivano in spiaggia.

Il poeta si ripromise di avvisare per tempo in cucina che non avrebbe cenato a casa, il risultato ottenuto con il poema, che gli pareva decisamente buono, gli aveva dato un’insolita botta di autostima: basta commiserarsi per non essere un figo, le sue doti erano altrove, occorreva festeggiare! Stampò una copia de “Il sabato del villaggio” e ne fece un aeroplanino di carta, sperava di non dover sprecare troppi fogli a causa di rotte sbilenche. Il primo volo planò tra i gerani del davanzale della biblioteca sottostante, niente. Tornò alla stampante. Il secondo aereo però, dopo una virata magistrale grazie a uno sbuffo di vento alleato, atterrò sul poggiolo di Silvia, proprio accanto ai piedi che Giacomo sognava di baciare. Scrutò la sorpresa sul volto della ragazza, la vide chinarsi a raccogliere la missiva e poi sorridere e fare un “mi piace” col pollice nella sua direzione. Al termine della poesia aveva aggiunto un invito a cena: se il sabato è andato male, la domenica i ristoranti di Sirolo sono pure meno affollati e Giacomo aveva una gran voglia di fritto misto in compagnia.

La signora T.

Come ogni venerdì conta le ore che la separano dal weekend, ma un esame più attento rivelerebbe che inizia a farlo già il lunedì sera. Odia vivere per il fine settimana e in effetti non è neppure così perché le cose belle ci sono pure di mercoledì ad esempio, ma la fatica è tale per cui ogni scampolo di bellezza infrasettimanale comporta acrobazie che non sempre è in grado di affrontare. In pausa pranzo s’imbambola davanti a un post in un blog che legge abitualmente e si ritrova con le lacrime in libera uscita. Poi chiama la madre e le dice: “sai, oggi sono quarant’anni dal terremoto del Friuli!” La mamma le risponde con un commento sul clima: era molto più caldo allora. Mi ricordo benissimo che tu dovevi andare in gita e ti affidai alla signora T., chiedendole di sorvegliarti affinché tu non bevessi troppo, col rischio di vomitare sul pullman, e lei al ritorno mi disse che ti aveva concesso di bere a un fontanella perché stavi morendo di sete!”

Non può proprio essere che il giorno dopo la tragedia lei fosse in gita scolastica, visto che era in classe a scrivere i pensierini circa nonni morti e padre in viaggio per verificarlo, per non dire che in gita l’accompagnava papà, per cui, no i conti non tornano. Infine la signora T. era mamma di un compagno di classe di sua sorella, ragion per cui in gita di sicuro ci era andata lei. Muove le obiezioni e sua madre si ricrede su quale delle gemelle fosse in gita in Piemonte. E lei si mette a pensare alla signora T. che abitava al quarto piano dello stesso palazzo, un appartamento pressoché identico se non per il fatto di avere un locale in più: la tanto agognata cameretta che lei non aveva ed era costretta a dormire in stanza con i suoi, nel letto a castello. Chi beneficiava della cameretta era il figlio: un vero discolo che poi sarebbe capitato in classe con lei alle medie. Saputo che erano inquilini dello stesso stabile, la prof. d’inglese un giorno le chiese di dargli lezioni supplementari, visto che lei era tanto brava. Così nel pomeriggio lei saliva i due piani che separavano gli appartamenti, ripassava inglese con il ragazzino, per cinque minuti del tutto inutili all’apprendimento, ma utilissimi a capire che a lui non gliene importava nulla e poi via, a giocare con le macchinine. Qualche anno prima successe che la signora T. rimase incinta, e quel secondogenito proprio non era in programma, pare che le cose col marito non andassero neppure tanto bene, si vociferava addirittura che lui avesse un’altra. Negli anni ’70 era uno scandalo serio. La signora T. disse di esserci rimasta il primo giorno delle mestruazioni, e lei davvero non sa perché quel dettaglio le rimase impresso, assieme all’immagine della donna con un porta enfant a due manici, un modello scomodissimo del tutto superato oggi, che torna dall’ospedale con la neonata. Sa solo che anni e anni dopo, quando al contrario della signora T. le toccò fare i conti per cercarla quella gravidanza che la signora T. non era riuscita a evitare, si ritrovò a pensare a quel “primo giorno di mestruazioni” che faceva a pugni con tutte le indicazioni circa i giorni fertili, e se il matrimonio è la tomba dell’amore, quel calendario è il funerale del sesso, ma pare sia prevista una resurrezione e lei ora può confermarlo. Insomma lei sorride al ricordo della signora T., e si ricorda persino che la donna le prestava i libri, romanzi d’amore come Uccelli di rovo, e pensa che la signora T. avesse uno sguardo sempre un po’ triste, perché quella diceria sul marito era proprio vera.

Affetto in affitto

Nel nuovo centro commerciale New Galaxy splende sempre il sole, anche quando fuori piove come in questi giorni. Peccato non avere tempo adesso per noleggiare una sdraio, pazienza, mi abbronzerò guardando le vetrine, ma questa volta non mi fregano, un mese fa mi sono ustionata un braccio per aver sostato troppo tempo davanti all’Happy Chair, oggi ho comprato una monodose di crema fattore di protezione 421; qui il sole picchia sul serio.

Ho tre negozi da visitare, del resto il biglietto d’ingresso al centro bisogna pur ammortizzarlo. Mi dirigo quindi con passo deciso verso la Ciberia Cibernetica, devo ancora cenare e sono già le 23.22.04, ordino frullato alla cotoletta e concentrato di pomodori maturi, non ho voglia del primo. Poi un gelato al gusto banana. La cameriera mi guarda compatendomi.

“La banana non la teniamo più, sai proprio non andava, è così stantia, prova il rododendro, è pieno di vitamine.”

Non sono convinta ma accetto la proposta.

Seconda tappa: l’agenzia di viaggi. Devo aspettare ancora 13 minuti; a mezzanotte infatti scatterà l’abbassamento delle tariffe per effetto del passaggio della cometa Quala Dreams, lo sconto sarà considerevole. Ma difficilissimo da calcolare perché la formula matematica è legata alla velocità della luce, a quella alla quale sta viaggiando la stella e alla variante equinoziale. Se ci fosse ancora la mia prozia Giulia saprebbe dirmi esattamente quanto sto per risparmiare. Ma soprattutto i prezzi ridotti dureranno pochissimo, circa 9 minuti, infatti ho dovuto prenotare, e sono riuscita a farlo solo grazie al trasmettitore di impulsi celebrali. Costa una cifra, ma è comodissimo. Basta indossare la cuffia e lui si adopera per ottenere una reazione istantanea al tuo input di desiderio.

Sto per soddisfare il mio bisogno di visitare Marte, impossibile senza lo sconto, è un viaggio carissimo, altrettanto impossibile senza il trasmettitore, una mia collega ha usato internet e non ha fatto in tempo a prenotare. Dio Mio, internet, che scelta obsoleta!

All’entrata trovo una coda di gente che aspetta l’orario giusto, ignara che senza la prenotazione la fila è del tutto inutile. Passo davanti a tutti grazie all’aura dorata che attesta l’avventa riserva dell’opzione, e saluto allegramente l’agente di viaggio, che mi risponde sorridendo. “Salve Carlotta, sono così felice che tu sia riuscita a prenotare, appena ho visto il tuo impulso mi sono detta, finalmente ha comprato la macchinetta, è la volta che su Marte ci va davvero! Peraltro anche il tour di Saturno ha un prezzo niente male grazie alla cometa … ok, ok, ok, non fa per te, ok, ok, ok …ormai hai selezionate Marte, e Marte sia …”

Adoro Shoon Yi,è così facile essere gentile con gli asiatici, sono talmente pochi, poverini, dopo l’enorme epidemia di Sars del 2035. Ovvio che io non ero ancora nata, ma mia nonna ne parla sempre, sia zia si trovava in Giappone in quel periodo ed è tornata giusto in tempo primo che isolassero tutti gli orientali. I nonni di Shoon Yi sono riusciti a scappare, anche loro da quell’inferno e lei è la persona più dolce che conosco.

“L’anno scorso sulla Luna è stato davvero bello, le spiagge sono tutte stupende, ma Marte è Marte, e se non approfitto di quest’offerta chissà quando mi ricapita.” Dico soddisfatta.

Afferro i miei documenti di viaggio, pregando che la navicella spaziale sia in orario, non come per Plutone che ho aspettato alla Base per tre giorni, ed esco dall’agenzia.

Il sole sta tramontando, la luce arancione si riflette sulla catapulta che mi porta al piano superiore. Non mi abituerò mai a questi mezzi, sento il gelato che si catapulta anch’esso nel mio stomaco. Mi guardo le ginocchia, sono già rosse.

Ed ora l’appuntamento più importante, più importante addirittura di Marte,

“Buonasera, vorrei affittare un fidanzato”

“Si per quanto tempo?”

“Oh!, solo per una giornata, poi mi stanco subito di solito, ma a questo matrimonio devo andarci accompagnata, non ho voglia di subire i commento delle solite zie impiccione.”

“Bene, hai fatto proprio bene a venire con un certo anticipo, la scelta è più ampia. Certo, ci sono ragazzi non disposti a farlo solo per un giorno, sai è poco redditizio, ma altri cercano sempre occupazioni temporanee, sono quelli che ancora non hanno capito che si può frequentare una persona per lungo tempo senza necessariamente affezionarsi! Che mentalità arretrata. Vediamo, ehhhhmmmm si Brad è libero, cara, te lo straconsiglio. Guardalo coi tuoi occhi.”

Un clone di Brad si materializza, i cloni non possono essere usati come fidanzati perché, se la clonazione non è perfettamente riuscita fanno dei disastri colossali, quindi vengono tenuti a scopo dimostrativo, come campionario. Brad è notevole e lo scelgo senza indugio, firmo il contratto, il prezzo mi pare ragionevole, e me ne vado, ma non sono del tutto felice.

Temo che possa accadere come per San Valentino; avevo affittato un ragazzo per uscire a cena. Tutto è andato a meraviglia, ci siamo divertiti un sacco, mi pareva di conoscerlo da sempre, ma quando gli ho proposto di vederci ancora mi ha risposto “volentieri, ma dovrai passare dall’agenzia per definire le date. Sai che non posso impegnarmi senza di loro.”

Lo stesso era capitato a mia cugina quando aveva affittato la mamma, dopo che la sua era morta improvvisamente. L’affitta per un mese intero, spende una cifra, ma si trovano benissimo insieme, si somigliavano persino fisicamente, tanto che tutti le scambiavano per madre e figlia naturali. Quando scade il contratto mia cugina la invita per un week end al mare e la mamma alla domenica le presenta il conto.

Già che ci sono mi dirigo al negozio di antichità, avevo lasciato alcune cose da far valutare. In realtà si tratta solo di segnalibri di inizio millennio, fatti interamente a mano, con cartone e nastrini colorati, ma solo per sapere quanto possono valere, non me ne separerei mai visto che li ho ereditati dalla mia bisnonna.

“Buonasera ho lasciato dei segnalibri di cartoncino colorato per una valutazione, il mio codice è 1463.”

“Un momento che guardo, Ah si ecco qua, il lavoro non è precisissimo ma l’epoca è di grande interesse, già in quegli anni i lavori manuali erano piuttosto in disuso, l’abbinamento delle tinte è gradevole, dunque per tutti e otto siamo disposti a darle 150’000 pschummli.”

È una bella somma, il viaggio di su Marte mi costa 1’000’000 di pschummli , si, è molto di più di quanto avrei osato sperare e non mi capacito del motivo. “Vede signorina, già nel 2000 o giù di li, le cose fatte con questo materiale erano rare, e questi segnalibri indubbiamente sono stati fatti con questo materiale, capisce? Oggi non se ne trova praticamente più …”

“Non capisco, non si trova più il cartoncino?”.

“È chi ha parlato del cartoncino? Io stavo parlando dell’amore …”

Milano, 18 febbraio 2104