Sentirsi incompleti a tredici anni

Un piccolo racconto natalizio, tratto dal mio romanzo YA; l’ho sforbiciato e rimpolpato per evitare che non si capisse nulla, essendo appunto un estratto che arriva a oltre 2/3 della storia. Due note per renderlo comunque più comprensibile: Anita è orfana di madre e con suo padre Roberto ha invitato la famiglia di Giuseppe, arrivata a Milano da Sorrento da pochi mesi, a pranzo per Natale. Maddalena è la compagna di Roberto, Tina la mamma di Giuseppe. Anita e Giuseppe sono vicini di banco a scuola.

Quando il pranzo di Natale volgeva al termine, nessuno si curò dei più giovani. Anita trascinò Giuseppe in cameretta. Erano passati alcuni mesi dal primo pomeriggio insieme in quella stanza, eppure sembravano trascorsi secoli. La frattura della gamba di lui aveva rimescolato le carte di un’amicizia che era sprofondata, per rinascere prendendo una strada del tutto nuova e inaspettata per entrambi poche ore prima, quando Giuseppe l’aveva baciata al termina della Messa di mezzanotte.

Giuseppe ricordò quanto era stato agitato quel pomeriggio, temendo che lei parlasse di mettersi insieme, lo baciasse forse, e ora al contrario, non desiderava che quello: baciarla piano su quel viso dolce, baciarle le mani così operose che avevano preparato quel pranzo straordinario, regalando alla sua famiglia un Natale indimenticabile.

“Ecco qua.” Disse lei.

“Non sarà una Moleskine?” Il formato del pacchetto era lo stesso di quello che il ragazzo le aveva dato sul sagrato della chiesa.

Risero insieme e prima di aprirlo Giuseppe la baciò a lungo, e lei ricambiò quel bacio con un piglio differente da quella notte. Si aggrappò a quel ragazzino del sud che aveva meritato subito la sua fiducia. Le voci in salotto erano spesso interrotte da risate che arrivavano fino in cameretta.

E anche Anita rise, senza conoscere il motivo che aveva scatenato l’ilarità a tavola, rise perché aveva mille campanellini che ballavano nella gola e non poteva fare altrimenti. Giuseppe scartò il regalo senza strappare neppure un angolo della carta rosso lacca.

“In realtà immaginavo che potesse essere un libro. Calvino. Bellissimo, grazie.”

Aprì una pagina a caso del “Visconte dimezzato” e lesse:

“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.”

“Tu ti senti incompleto?” Gli chiese Anita.

“Adesso non più.” Rispose lui e non disse che non era vecchio, ma non ce ne fu bisogno, Anita capì alla perfezione e lo baciò.

Le vacanze di Natale per Anita e Giuseppe furono i fuochi d’artificio di S. Silvestro anticipati e protratti e soprattutto sparati solo per loro, in un intimo spettacolo invisibile agli occhi altrui. Andarono a vedere un film cine-panettone per il gusto di criticarlo, studiarono insieme, e Giuseppe compì il grande gesto d’amore di uscire dalla chat della classe, visto che lei non c’era poichè non voleva un cellulare. Andavano spesso uno a casa dell’altro indifferentemente, mentre Tina riempiva la ragazzina di leccornie da portarsi appresso per suo padre e Maddalena. Roberto scrutava i tredicenni cercando invano di non farsi notare, pensando che crescerla fino a quel momento fosse stato uno scherzo, anche se no, non lo era stato affatto, ma che ora si cominciava a fare sul serio, e ogni mezza giornata chiedeva lumi a Maddalena su questo o quello. Il giorno dell’Epifania andarono a Piacenza per quella famosa cioccolata e Anita chiese il permesso di portare anche Giuseppe, specificando “come amico!” e sebbene Roberto fosse un po’ allergico a queste presentazioni ufficiali, ritenne giusto accontentarla, anche perché ormai con un’entrata in famiglia tanto esagerata a Natale c’era poco da tirarsi indietro.

Infatti andarono avanti semplicemente a essere felici, perché la vita ogni tanto si ricorda di fare ammenda come può e se certi dolori non sono in alcun modo risarcibili, ti mette i piedi su un sentiero luminoso. Anita era stata grandiosa nel riconoscere la strada e il presente gliene dava atto.

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L’immagine free di Pexels qui sopra, che ho trovato con pochi click, rappresenta una perfetta Anita.  

Ci rileggiamo presto per una cronaca sugli ultimi giorni di questo periodo di festa.

Il vecchio Luna Park delle Varesine (un tuffo al cuore per i milanesi)

C’è stato un tempo in cui mamma e zia si frequentavano da buone cognate, soprattutto per merito mio. Seppur diversissime non si detestavano, anche se, a dirla tutta zia Sandra Gisella non la detesta manco adesso.

Pochi mesi prima della separazione le due donne mi portarono al Luna Park delle Varesine, una roba malconcia che si trovava dove ora sorge uno dei quartieri più lussuosi della nuova Milano; è stato lì tra il 1973 e il 1998 e molte volte in seguito ci sono tornata con gli amici, da ragazza, ma il vero ricordo magico fu quel pomeriggio di ottobre, quando, in un giorno intorno al mio compleanno, salii il traballante scalone di metallo che conduceva alle giostre con mamma e zia.

Entrando, subito a sinistra, credo, ma potrebbe anche essere destra, c’era uno scivolo, che nella mia dimensione di bimba mi parve lunghissimo e, tornandoci realizzai quanto fosse in realtà breve quel tobogare verso il basso. La casa a forma di botte, con l’insegna “L’allegra osteria” mi ha sempre incuriosito, ma non ci ho mai messo piede ed è rimasto quindi un luogo del mistero. Sulla Nave pirata che oscillava più in là, ci sarei salita solo dieci anni più tardi, mi terrorizzava solo a guadarla dal basso, ma ricordo che Gisella mi affidò alle mani di zia Sandra e salì a farsi un giro, seduta nei posti più periferici, quelli che garantivano una maggiore inclinazione, un vero terrore! Scese di lì bianca come un grembiule di scuola ma non volle ammettere di avere lo stomaco in fondo ai piedi. La ruota panoramica non era di quelle con le postazioni che vanno a testa in giù: consentiva quindi solo un giro per osservare Milano dal cielo, si vedeva persino la guglia più alta del Duomo e, assieme allo zucchero filato, fu l’attrazione destinata a scatenarmi i gridolini di gioia più acuti. Niente ottovolante, ma doppio giro nel “Castello delle streghe” con i vagoncini che sfilavano su rotaie incontro a fantasmi e scheletri, e una lunga tappa nel labirinto di specchi, dove mi persi letteralmente prendendo numerose capocciate in cerca del varco giusto per uscire; avevo insistito per entrarci da sola e grazie alla mia già notevole altezza avevo ingannato il proprietario circa la mia età, mamma e zia complici di quello che doveva essere il mio regalo di compleanno speciale. E fu il giostraio a recuperarmi e a mettermi sul sentiero verso l’uscita, dove mamma e zia erano pronte ad accogliermi, come se fossi ricomparsa dopo un decennio trascorso chissà dove.

“Carlotta, ti sei spaventata?” Mi chiesero. Ma io non avevo avuto affatto paura, mi ero divertita a guardare il mondo dai vetri, protetta e felice di girare là dentro, dove sarei rimasta volentieri ancora a lungo. E poi le palline da ping pong da gettare nelle ampolle dei pesci rossi, e gli anelli da tirare attorno al collo dei cigni di plastica, in entrambe le situazioni dimostrai una mira pessima, ma zia Sandra fu formidabile, agganciò un numero interessante di cigni al punto di vincere un enorme cane di peluche di una razza immaginaria con orecchie sproporzionate, che mi mise tra le braccia, quasi soffocandomi. Sta ancora lì, spelacchiato e ciccione, pure le orecchie non si sono accorciate nonostante gli assalti impietosi del tempo, a memoria di un giorno perfetto.

E poi fu il momento della frittellona unta. Gisella, non ancora vittima del biologico, del sano, dell’ecologico, del naturale, dell’integrale e compagnia cantante, si affrettò a battere zia sul tempo nell’estrazione del portafoglio e subito dopo eravamo lì a leccare zucchero e a dire quanto mai fosse buona quella roba lì, che ci scrocchiava in bocca, che oggi a solo sentirla nominare mia madre corre dall’angiologo. Il Luna park delle Varesine è nato quasi per caso su un terrapieno abbandonato delle ferrovie, grazie a un progetto mai decollato che ha reso il terreno libero con i giostrai lesti che lo occuparono con i loro baracconi, e non furono mai fatti sgomberare. E ancora più veloce fu Gisella nel buttare alle ortiche il rapporto con sua cognata e i Bamberga tutti quando il suo matrimonio finì. Eppure ho la certezza che quel giorno insieme a zia se la spassò da matti e se chiudo gli occhi ancora le rivedo strette strette sulla stessa automobilina degli autoscontri, io schiacciata nel mezzo, in barba a ogni regola di buon senso, andare addosso con foga a chiunque capitasse loro a tiro, infilare un altro gettone nella fessura mentre la palla stroboscopica vorticava sopra le loro teste, con la messa in piega perfetta.

Così, se oggi Le Varesine, come il parco dei divertimenti veniva chiamato affettuosamente dai milanesi, appare anacronistico oltre che defunto, è lo stesso anche per l’amicizia, perché fu tale, tra Gisella e Sandra. E questo mi pare davvero molto triste.

La Mostra dei Poster

Carolina e Giorgio sono andati a convivere da poco, la loro quotidianità ha preso la forma dell’entusiasmo, la casa odora di nuovo e i piccoli incidenti domestici vengono sempre affrontati con allegria, così come l’economia talvolta traballante.

“Quando pensi che avremo i soldi per quel meraviglioso aspirapolvere senza filo?”

Chiede Carolina.

Giorgio non le risponde, pensa che forse per Natale 2021, ma è un po’ troppo in là nel tempo e non vuole deluderla, troverà di sicuro qualcosa che costi meno da metterle sotto l’albero assieme ai suoi biscotti preferiti a forma di renna.

“Anche sto mese niente fine settimana fuori.” Esclama Giorgio guardando il calendario su cellulare: non se ne fa un cruccio, Milano è spettacolare e c’è una nuova pizzeria da provare, prenoterà per il sabato successivo.

La domenica sera li avvolge nella tipica malinconia da fine del weekend. Carolina esce dalla doccia, si strofina i capelli con l’asciugamano e sorride alla vista dell’aperitivo che Giorgio ha improvvisato in quell’unica stanza che unisce sala e cucina, afferra una patatina dalla ciotola e lancia uno sguardo al prosecco: ne aveva proprio una gran voglia, Giorgio sa sempre interpretare i suoi pensieri. Torna in bagno e quando riappare si accomoda sul divano accanto a lui, le bollicine saltano sul palato. Dà un bacio a Giorgio su una tempia.

“Giorgio, adesso facciamo una lista delle priorità. Cosa ne dici di quei muri spogli? Non è ora di comprare qualcosa?”

“I quadri non sono proprio in cima all’elenco. Monet tra l’altro è un po’ fuori budget.”

“Che scemo sei!”

In effetti Giorgio non ha torto, Carolina ha una nota passione per gli impressionisti e ha più volte sottolineato come ogni altro quadro non riesca mai a piacerle, per cui appendere qualcosa alle pareti è un’impresa.

“Si potrebbe pensare a delle foto, no?”

“Foto? Sì, magari, però non fatte da noi, eh.” Così dicendo Giorgio fa scorrere la galleria dello smart phone, non ha mai avuto una macchina fotografica se non da ragazzino quando lanciarono sul mercato delle scatolette usa e getta. Nell’epoca in cui tutti fotografano la qualità è al ribasso, l’idea di essere circondato dai suoi scatti fuori fuoco e spesso sbilenchi non lo esalta per niente. Ama quell’appartamento, non avrebbe alcun senso rovinarlo così.

“Possiamo cercare delle foto di qualche professionista. Una mia collega mi ha parlato di un negozio in corso Buenos Aires, un posto enorme, con oltre 1500 poster, manifesti d’arte, grafiche d’autore.”

“Ma va? Come si chiama?”

“La Mostra del Poster se non sbaglio.”

“Aspetta lo cerco.” Giorgio smanetta sul cellulare “Trovato, ah in galleria Buenos Aires, interessante, c’è un sacco di roba. Ci facciamo un giro sabato prossimo e poi pizza, cosa ne dici?”

“Fan-tas-ti-co!”

“Tocca brindare, versami ancora un goccio di vino!”

Due settimane più tardi.

“Sono nervosa, Maddalena e Raffaele sono due criticoni, avranno di sicuro qualcosa da ridire sulla casa, o sulla mia cucina, o su entrambe.”

“Dai, tesoro, stai tranquilla, la tua parmigiana è spettacolare e la casa, be’ a parte che deve piacere a noi, ma cos’ha che non va? Comunque sono due care persone, un po’ milanesi imbruttiti, lo riconosco, ma brave.”

Il campanello interrompe le paranoie di Carolina. In un attimo lo sguardo di Raffaele percorre ogni angolo dell’appartamento, mentre sua moglie consegna una torta fatta con le sue mani, perché lei è una gran cuoca.

“Ehi, ma queste?” Chiede Raffaele che si sofferma a osservare la parete dietro il divano, con due stampe di foto di Milano.

“Ti piacciono?”

Dai fornelli Carolina allunga le orecchie, curiosa.

“Ma sono bellissime. Non so chi le abbia fatte, ma è stato capace di catturare l’atmosfera dark di Milano. Non saprei quale scegliere, lo skyline è davvero molto suggestivo, ma anche questa delle tre torri di City Life mi piace parecchio. Dove le hai prese?

“Alla Mostra dei Poster, lui si chiama Paolo Marchesi, un fotografo pazzesco, ha sto mood un po’… mah, crepuscolare direi. Cattura il buio e lo restituisce dopo averlo elaborato in queste immagini.”

“Mostra dei Poster, hai detto? Me lo segno subito, sai in studio ho quella vecchia crosta dipinta da mio suocero, convincerò Maddalena a sostituirla, oggettivamente è davvero orribile.”

I due amici ridono, dandosi dei piccoli pugni, retaggio di lotte di quando erano ragazzini.

“A tavolaaaa!” Carolina batte le mani e invita gli ospiti a prendere posto.

“Parmigiana?” Raffaele guarda con affetto la grossa porzione che Carolina gli ha appena servito. “Il mio piatto preferito!”

Un boccone ed esclama:

“Ma è squisita!”

Carolina finalmente si rilassa, Giorgio le batte una mano sulla coscia sotto la tovaglia e da lì in poi la serata è in discesa.

A volte con le persone si può sbagliare nei giudizi, mai a fare acquisti alla Mostra dei Poster. 

Trovate le foto di Paolo Marchesi, fotografo professionista, cliccando sul suo nome. Io ho cominciato una fantastica collaborazione con lui, un po’ da ghost (non proprio ghost visto che ve lo dico) un po’ a carte scoperte con diversi progetti per il futuro e ringrazio pubblicamente Barbara Businaro, che mi ha passato il contatto, presto potrò farlo di persona e le devo quantomeno un pranzo. La cosa straordinaria è che tutti e tre: Barbara, Paolo e la sottoscritta siamo nati l’11 dicembre (di anni differenti).   

Il Pet Day

Ho scelto di celebrare la Festa del 1 maggio con un mio racconto leggero, che parla di un’azienda ideale (probabilmente impossibile da trovare nella realtà) e ha pennellate di rosa con un finale aperto. Sono tuttavia consapevole che oggi sia doveroso puntare il faro su altro: sulla mancanza del lavoro, sullo sfruttamento, sui troppi morti che ci tocca piangere. I numeri degli incidenti sul lavoro sono facilmente reperibili in rete: troppo alti e in aumento rispetto agli anni precedenti.

Comunque, seppure  col cuore pesante, Buon 1° Maggio e Buona lettura

Quando varco la porta a vetri dell’azienda mi ricordo che oggi è il Pet Day. Sarebbe più appropriato dire che me ne rendo conto, perché i colleghi che stanno rientrando dalla pausa pranzo hanno quasi tutti tra le mani una gabbietta con un piccolo animale o un cane al guinzaglio. Un gatto tigrato salta sui gradini dell’ingresso, il Pet Day è sempre fonte di allegria e significa tra l’altro che rivedrò Gilberto, il meticcio del direttore marketing e Fluffy, il coniglio nano del ragionier Albanesi, ma la giornata potrebbe rivelare qualche sorpresa. Intanto un grosso molosso pare si sia invaghito del risvolto dei miei pantaloni, lo guardo mentre Ornella, la proprietaria nonché impiegata nell’ufficio legale, cerca di tirarlo via.

“Scusami Carlotta, ce l’ho da poco e ho pensato di portarlo oggi, ma forse non è stata una buona idea. Whisky, smettila!”

Whisky però non la smette e attacca a ringhiare. Mi allontano decisa a non farmi sbranare.

Il Pet Day è il risultato di una politica aziendale rivoluzionaria, uno dei risultati perché ci sono un sacco di Qualcosa Day. Due anni fa dopo la ristrutturazione, quella che mi è costata mezzo posto di lavoro, molti cervelli sopraffini se ne sono andati: normale, erano stufi di essere trattati come degli imbecilli, di subire tagli di bonus e di venire vessati di continuo da un branco di incapaci. Le cose si sono messe male su serio, il malcontento dilagava e gli ordini scarseggiavano, un paio di dimissioni celebri e la barca ha cominciato a fare acqua da più parti. La direzione allo sbando continuava con quella linea suicida, ma grazie a Dio quello che seguì fu un cambio di rotta importante. Hans Verkojen, il nuovo presidente arrivato dalla casa madre olandese, tenne un discorso molto conciso subito dopo pranzo, quando fummo tutti convocati, il silenzio assoluto tipico dei momenti storici faceva vibrare i vetri, più di un coro alpino.

“Le mucche felici, e le mucche olandesi sono famose, fanno più latte. Vogliamo impiegati felici e i conti a posto, in questo momento non abbiano qui né uno né l’altro. Porre rimedio a questa situazione è il nostro obiettivo. Buon lavoro a tutti.”

Essere paragonati alle mucche non fece piacere a nessuno, ma personalmente presi per buono il messaggio di fondo e apprezzai i cambiamenti che da quel giorno vennero messi in atto dalla nuova dirigenza. Il Pet Day è tra questi, una flessibilità di orari che ha ridotto drasticamente i permessi e le assenze, e l’asilo nido interno sono realtà concrete che hanno alzato l’asticella del buon umore un po’ tra tutti.

“Miss Bamberga, please come here!” Hans Verkojen viene in Italia regolarmente e pronuncia il mio nome in maniera assai buffa, ma tutto sommato corretta. Sono abituata a sentirmi chiamare Stamberga e la cosa capirete che non è piacevole per niente. In questo momento mi sta chiamando con l’interfono, premo il tasto e rispondo che arriverò immediately. Un collega ritardatario entra in quel momento con un minuscolo gatto bianco e nero tra le braccia. Non ho tempo per baloccarmici, devo precipitami dal boss, che non ama aspettare, così, a malincuore, gli do giusto una grattatina tra le orecchie senza fermarmi.

Gli occhi grigi come la strada del presidente mi fissano. Hans Verkojen ha i capelli rossi come i miei, e questi occhi spaziali e magnetici che mi mettono sempre a disagio.

“Suo surname molto strano.” Alterna inglese e italiano ma non manca mai di ripetermi che il mio cognome è strano. Lo so. Poi mi racconta il motivo per cui mi ha chiamata: il suo furetto si è infilato in quella maledetta intercapedine tra la libreria e il muro, un muro storto che ha creato un pertugio assai invitante per i furetti che si muovono abilmente in spazi angusti e si divertono un sacco a farlo.

“Forse la tua mano sottile può tirarlo fuori?” Guardo con simpatia gli avambracci di Hans Verkojen che, giustamente adeguati al corpo massiccio di quell’omone che sfiora i due metri, giammai potrebbero recuperare l’animaletto i cui occhi vispi mi guardano dal fondo della trappola con simpatia.

“Molto docile.” Mi spiega Hans forse pensando che io possa averne paura.

“Miss Bamberga is not afraid.” Lo rassicuro e riacciuffo l’animaletto. Quando glielo porgo mi accorgo di tremare.

Amare significa andare oltre la notte

C’era solo una cosa da fare: andare a prenderla e portarla oltre quella notte, dove i sogni si sarebbero realizzati.

E così fu perché l’amore è amore quando valica le difficoltà e sa chiedere perdono; quando quel perdono non ci si stanca di chiederlo, anche se non si è neppure in torto, che la colpa alla fine era tutta della madre di Collegafigo – ficcanaso pentita ma Virginia non lo sapeva e ogni volta che il numero di Collegafigo appariva sul cellulare rifiutava la chiamata e con essa ogni possibilità di spiegazioni.

E allora toccava proprio attraversare il confine, avere amici abbastanza ubriachi da saltare cancelli, ma anche un po’ eroi da incantare una vecchietta romantica, la stessa che ora sta accompagnando Virginia da Principessa per l’abito da sposa e che quell’abito si ostina pure a volerglielo regalare.

Il vestito, in stile anni ’50 ha un’ampia gonna corta e un corpino in pizzo, va ripreso sul seno, dove risulta un po’ largo, ma è un lavoro di poco conto, per il resto è la sua taglia perfetta. La sposina passa le mani color ebano sulla gonna, appiattendo le pieghe, riconosce che le piace moltissimo ma non dimentica di essere arrivata su un barcone dal Senegal e di aver fatto la fame, prima di trovare l’amore in un ragazzo italiano. Guarda il cartellino del prezzo: 2800 euro, non pensa che non li valga, ma se ci fosse qualcosa a 500 euro… quella è la cifra che la sua coscienza le permetterà di spendere, anzi di far spendere a quella donna generosa a cui fa da dama di compagnia, e non chiamatela badante, non tanto per lei, quanto per l’anziana che sa badare a se stessa perfettamente, ma aveva una cameretta libera e un cuore grande.

L’anziana non si arrende, ma allo stesso tempo capisce i principi di Virginia che ride e le ridono anche gli occhi, come quando il cuore è in festa senza forzature, scuote la testa creando un effetto bellissimo coi ricci svolazzanti mentre ribadisce di non poter accettare, lo considera immorale nei confronti dei suoi connazionali rimasti in Senegal e di tutti quelli che vivono qui in povertà (…)

Buon S. Valentino da parte mia, che l’amore non mi stanco di raccontarlo, che ho avuto la fortuna di incontrarlo e riconoscerlo, che amo profondamente anche i miei lettori e ringrazio chi è instancabile nel credere nelle mie storie e nel dirmi che ce la farò!

Esperimenti di scrittura: Calzettoni di lana

E così manca un soffio al giro di boa di gennaio. Mamma mia! Tra impicci, incastri e imprevisti il 2018 ha già mostrato il suo carattere, ma cuore e spirito si sono presi a braccetto e hanno festeggiato in molti casi, mantenendo alta la bandiera dell’equilibrio.

La mia proposta di oggi ha diversi scopi. Ho preso un breve brano a caso dal mio romanzo Non è possibile, quello di cui parliamo nella rubrica Genesi e l’ho ampliato. Un obiettivo era mostrare a Nadia la scrittura in seconda persona, per differenziare le voci narranti, (ne abbiamo parlato via whatsApp) non l’ho inventata certo io, ma è piuttosto insolita, un ottimo uso lo fa Fabio Genovesi. Un altro era rimpossessarsi del piacere della scrittura senza fini di pubblicazione: immergersi nella storia e lasciare che l’immaginazione si facesse strada, dimenticandosi del circondario. Un terzo era raccontare del “matto simpatico” (qui rielaborato) che ho incontrato ieri in metropolitana quando riportavo a casa i nipoti (sono stati da noi tutto il giorno). Infine volevo cercare semplicemente di scrivere bene, con scelte lessicali efficaci, evitando i luoghi comuni, non so se ci sono riuscita. Buona lettura.

Calzettoni di lana

Li vedi arrivare sotto due ombrelli più grandi di loro, con gli stivaletti di gomma, lei violetti di Frozen e lui verdi a forma di rana, in un giorno già buio troppo presto un po’ per la pioggia, un po’ perché a gennaio le ore rincorrono la luce in perenne debito. Sono buffi con questi orpelli bambineschi che a guardarli a mente lucida rendono tutti i bimbi del mondo come personaggi di un luna park. Perché in fondo la vita è ancora un grande parco dei divertimenti per loro, si esaltano per sciocchezze come “citofono io!”, fanno feste incredibili per il pollo arrosto con le patatine e la pizza salvo poi inscenare tragedie altrettanto grandi per cose di poco conto.

“Fate i bravi e obbedite a papà!” Li apostrofa uno sconosciuto dall’aria sbilenca, come se la vita non avesse mantenuto nulla delle sue promesse. Cammina a pochi metri da voi con un cappuccio tirato sulla testa, a completamento di una mantella nera che ripara dagli scrosci ma lo rende simile a un personaggio grottesco uscito da una racconto dell’orrore.

Tu ti giri e il tuo sguardo è uno schermo protettivo sui tuoi figli: nessuno potrà mai far loro del male, neppure gli uomini con i cappucci, forse innocui ma tocca stare all’erta. Nessuno, perché daresti la vita per loro, e ti sforzi di non pensare a quando non ci sarai e la protezione verrà meno.

“Mi raccomando, Johnny, altrimenti ti porto…” L’uomo continua, ma probabilmente ha solo voglia di chiacchierare, Giovanni si gira senza dire nulla, Martina conferma il suo ruolo di signorinella e non perde di vista la strada davanti a sé.

“Lo porta dove sappiamo noi, eh!” Gli dici ridendo. La risata grassa del’uomo assomiglia a una cascata di pigne lanciata su un manto di foglie croccanti. Rassicurante.

“Ciao Johnny!” Saluta e se ne va, svoltando nella prima via a destra, mentre voi proseguite per il parcheggio.

“Ciao, ciao!” Dite tutti e tre, anche Martina, con la voce talmente bassa che sembra parli con il suo giaccone.

L’abitacolo asciutto vi abbraccia. Accendi il riscaldamento, il vetro si appanna e mentre organizzi gli ombrelli in un angolo, prima che bagnino ovunque, Giovanni dice che il signore era matto, ma un matto simpatico.

Tu gli rispondi che sì, era simpatico e che in fondo ha pure indovinato il tuo nome, che Johnny è la traduzione di Giovannino.

“Non ci avevo pensato.” Risponde tuo figlio pensieroso, mentre estrae i Rollinz dalla cartella e li sparge in giro. Avvii la macchina verso casa, il tergicristallo disegna archi acquosi e la tua testa è già oltre: il pomeriggio, la riunione aziendale, quel pacco da ritirare in posta, a che ora chiuderà lo sportello? Martina dice di avere fame, Darth Vader rotola giù e l’operazione di soccorso probabilmente farà ritrovare altri reperti, ere geologiche di giochi dimenticati.

Quando arrivate ti butti a capofitto sotto i sedili, perché Darth Vader va proprio ritrovato, mentre dici ai bimbi di salire in casa, che tanto quel cavolo di portone rimane sempre aperto per la negligenza dei condomini. Il pupazzetto di Star Wars è nelle tue mani assieme a un bottone, una scarpetta della Barbie e una moneta da venti centesimi.

Finalmente sei nell’androne, pozze di pioggia formano laghetti sulla passatoia, hai come l’impressione che neppure i piedi siano davvero all’asciutto e non vedi l’ora di toglierti scarpe e calze e abbandonarti almeno durante il pranzo alla lana ristoratrice di quei calzettoni lavorati agli aghi che sanno d’infanzia, li hai ricevuti da tua madre per Natale, cosa che avviene da almeno trent’anni.

Entri.

“Johnny, ho trovato Darth Vader!” Dici a tuo figlio, mentre ti muovi in equilibrio sulle punte per non lasciare troppe impronte sul pavimento. Dal profumo che giunge dalla cucina immagini ci siano gli hamburger e speri che tua moglie conceda di mangiarli nel panino con una fettina di cheddar e qualche salsa.

“Facciamo Mc Donald a casa!” Comunica Martina: è il suo modo di dire che sarà proprio come avevi sperato. Ti rilassi. Scopri che in effetti dagli scarponcini passa l’acqua e toccherà comprarne un paio nuovo e pensare a un’alternativa per quando uscirai.

Sibilla arriva trafelata attraversando il corridoio come se fosse a una parata militare, dà un bacio in testa a Giovanni, che si scansa, e a Martina, che chiede il bis, poi si siede a tavola dichiarando di avere poco tempo e s’informa sulle verifiche a scuola. E’ tutta per i figli. Giovannino attacca a raccontare del tipo col cappuccio. Tu cospargi la carne di maionese e crei un grattacielo di ingredienti, già sai che masticherai troppo in fretta, abbonderai col piccante e dovrai prendere una anti acido. Nella vita ci sono errori inevitabili.

Tua moglie lavora da casa e calcola i tempi da dedicare alla famiglia con la precisione che le ha consentito di fare carriera nonostante in ufficio la vedano una mattina ogni due settimane: è vietato entrare nel suo studio a meno che stia andando a fuoco il palazzo; ogni ora mette la testa fuori e chiede se sia tutto a posto con i compiti e il resto. Giovanni e Martina hanno affinato la tecnica di litigare in silenzio, capace che in cameretta sia in atto una guerra all’ultimo peluche e Sibilla continui la conference call con l’Uganda, ignara degli incidenti diplomatici che dovrà affrontare a cena, quando il coprifuoco sarà finito e verrà travolta dagli eventi.

Tutto sommato vi mantenete in equilibrio e i bambini stanno crescendo bene: educati e responsabili. Noi ti chiedi mai sei i tuoi sogni di ragazzo si siano allontanati da te o se siano ancora ben presenti e almeno in parte realizzati. Hai imparato da tempo che piedi asciutti, pancia piena e risate di bambini sono sufficienti.

Le contraddizioni femminili: Virginia e il bigliettino d’auguri

Così era successo, il primo anno insieme! Era giusto festeggiare la ricorrenza con una cena fuori, un regalo, insomma le solite cose che si fanno in questi casi e tante esclamazioni stupite: “un anno? Di già?”

Eh sì, un anno, trecentosessantacinque giorni da quando si erano ritrovati, avevano fatto pace e si erano giurati amore eterno, amen. Da lì avevano deciso di (ri)partire con la conta degli attimi e la costruzione di una storia solida a tinte felici. Virginia sorrise di fronte alla torta che le era riuscita uno spettacolo, cena al ristorante, sì, ma dolce a casa, mise in frigorifero una bottiglia di spumante per le bollicine indispensabili e si armò di carta per impacchettare la camicia che aveva preso a Emanuele. In un attimo stese su una forbice il nastro e creò un fiocco che le nacque tra le dita come un ricciolo dei sui capelli. Fatto. Mancava la parte più difficile: il biglietto. Voleva scrivere una frase ad effetto, di quelle che graffiano il cuore e restano per sempre impigliate nell’anima, anche senza che ci sia bisogno di rileggerla.

Penso sia giunto il momento di unire le nostre case dopo aver unito i nostri cuori.

Penso sia giunto il momento di unire le nostre case dopo aver unito i nostri cuori.

La penna si era mossa in completa autonomia, così Virginia cancellò quelle parole con foga, era inutile tirare una riga sopra, tanto il cartoncino andava riscritto, ma lo fece ugualmente prima di buttare il biglietto nel cestino.

Unire le case? Andare a vivere con lui? Era questo che voleva? Addio indipendenza conquistata a fatica, addio autonomia, addio al suo piccolo mondo. Riscrisse:

Ti amo. Grazie per questo anno di gioia.

Banale. E poi no, lei desiderava trascorrere ogni istante con Emanuele, erano adulti, lei soprattutto ne aveva passate tante ed era in grado di capire che erano entrambi pronti per la convivenza. Lui non calcava mai la mano, ma Virginia sentiva che in qualche modo voleva che accadesse. Gliel’aveva persino detto un po’ di sguincio, che l’avrebbe addirittura sposata in chiesa, con una cerimonia sontuosa e i fuochi d’artificio.

Pronti? Sul serio?

Tentennò, riscrisse, stracciò un’infinità di cartoncini color panna, uno spreco. Andò avanti così per metà pomeriggio, fino a quando il tramonto invernale precoce tinse di rosa il balcone e lei non aveva concluso nulla. L’ora blu, perfetta per i fotografi, un cielo spettacolare carico di promesse saluta una donna in preda a contraddittorie elucubrazioni sul futuro.

Niente biglietto, solo il regalo. Decise.

Ma va’. Tra poco lui sarebbe arrivato, lei doveva ancora cambiarsi, scegliere cosa indossare. Staccò l’abito di lana gialla dalla gruccia, che col suo incarnato d’ebano era stupendo. Si truccò con cura, sempre con la testa a quella maledetta frase che non sapeva completare. Poi non ci fu più tempo.

Il citofono, il campanello, l’abbraccio travolgente di un uomo che sa di amore e verità.

E quel desiderio che le gorgoglia in gola inespresso e non sa decidersi a rompere la diga degli indugi e lasciare semplicemente che sia.

Con questo brano partecipo al Contest Leggere non è peccato 2017

avente per tema le donne e le loro contraddizioni.

Volti sulla strada a Bhaktapur (Nepal)

– Cosa fai?

– Sistemo le foto. Sono stufo di tenerle nelle scatole. Dai, che senso ha?

–  Vabbe’, ci sono state per un botto di tempo. Tipo quelle lì, quali sono?

–  Nepal.

– Dunque, anni novanta?

– 1986 per essere precisi. L’avevo scritto sul fianco del cartone. In ogni caso mi sono scocciato. Ho comprato degli album. Guarda che belli, piano piano, le metterò tutte.

– Seeee, t’imbambolerai a ogni scatto con la nostalgia.

– Il rischio c’è. Dai, cominciamo. Questa qui è un capolavoro, che tenerezza questi bambini. Chissà che fine avranno fatto. Spero non ne siano morti troppi, il villaggio non se la passava tanto bene, tra malattie e carestia.

– Ti sei già fermato.

– Il tempo non mi manca e posso ringraziare quella merda del Civelli.

– Oh, ancora quella storia.

– E cazzo, la chiami storia? Ha fatto aprire una vertenza sindacale apposta per me, per togliermi dai piedi. Mobilità a rotazione e sono già tre settimane che tocca al sottoscritto.

– Sei scomodo, Carlo, non sei un impiegato facile.

–  Perché dico quello che penso, oh dai, Lucia, non voglio litigare. Passami gli adesivi per gli angoli che inizio ad attaccarle.

– Ma l’hai fatta tu quella foto dei bimbetti? Dio, quella piccola con la manina che saluta mi spacca il cuore.

– No, credo Mirko, anzi sì, sicuramente lui, era il più bravo a catturare certi attimi. Che poi, siamo qui a chiederci come se la passano i bambini e noi? Noi dico, sembravamo inseparabili e adesso, niente, non ci si vede più.

– Be’ dai, vi sentite su Face Book.

– E la chiami amicizia? Mi piace di qui, mi piace di là. A parte che Mirella e Leo su Face Book manco ci stanno e poi che cagate sono? Va bene per i ventenni, io mi sento ridicolo, posto la foto della paranza con la faccina sorridente, e tutti a scrivere “yeahha che buona!” Che minchiate. Parlarsi, toccarsi, abbracciarsi, mandarsi pure a quel paese ma guardandosi in faccia o alla peggio parlando al telefono, questi sì che sono rapporti adulti.

– Be’, hai ragione. Quindi questi frugoletti adesso avranno… fammi fare il conto: trentacinque, quarant’anni. Madò.

– Ehhh, passa il tempo, guarda noi e quegli stronzi al governo vogliono farci lavorare ancora. Lavorare, mandatemi in pensione, così evito anche sta baggianata della mobilità, che comunque, ti dirò, mica mi fa schifo eh stare a casa pagato. Mi sistemo le mie foto con calma. Forza, prima di sera voglio finire col Nepal che domani attacco con l’India. Tu, moglie, cosa ne dici di uno spritz?

– Buona idea, te lo preparo?

– No, no. Fuori, usciamo. Adesso mi do da fare, tu mettiti quel vestito giallo che mi piace tanto e si va in vita, basta impigrirsi. Ecco, quattro per pagina, dai vado via come un fulmine, così poi posso mettere su Face Book la foto dell’aperitivo.

– Ma se prima avevi detto che…

– Scherzavo.

– Scherzavi prima o adesso?

– Adesso, adesso. Non la metto la foto, manco la faccio. Le immagini vere sono queste: volti sulla strada, bambini impolverati, paesi lontani, viaggi indimenticabili. Macchine fotografiche col rullino, mica foto del menga col cellulare. Anzi, sai cosa ti dico? Il cellulare lo lascio a casa, io da oggi mi disintossico. Basta!

–  Occhei, come vuoi. Dai che ti aiuto, te le passo.

– Tranquilla, faccio in un baleno. Vai a cambiarti. Devi essere bellissima. Oggi gridiamo al mondo che non siamo vecchi. La gente dirà “guarda che bella coppia!”

– Per me diranno solo che sembriamo due Matusalemme che si fingono giovani.

– La vita è tutta una finzione. Coraggio, amore. Lo spritz ci aspetta. Per me doppio!

Obiettivo: scrivere un racconto autoconclusivo utilizzando unicamente la forma in dialogo, ispirandosi alla foto. Potrebbe diventare un esercizio fisso e offrire spunti creativi a me e agli altri.

Foto gentilmente offerta da Giuseppe Bottazzi, socio del circolo fotografico di Emanuele, viaggiatore straordinario, ha venduto diversi filmati alla trasmissione Alla falde del Kilimangiaro. Nonostante abbia più di 70 anni non si è ancora fermato: ad agosto andrà in Gabon a vedere i gorilla di pianura. Grande personaggio, fa sempre foto stupende.

Grant Castle

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Un dettaglio della prima illustrazione di Rossella Paolini, la parete della sala da pranzo a Grant Castle, dove si sta svolgendo un sontuoso banchetto

Il fitto nebbione tipico di certe contee in Inghilterra aveva causato un forte ritardo a Miss Strick, che in quel momento stava percorrendo il vialetto ghiaioso, guardando con un pizzico di ansia l’orologio sul cruscotto. Odiava guidare in presenza di condizioni atmosferiche poco piacevoli, che si trattasse di nebbia, pioggia battente, o, addirittura neve. Oh, quanto preferiva il comodo treno. Le Ferrovie Britanniche quelle sì, non la stancavano mai, ma Grant Castle era davvero situato in una contea scomoda, la stazione più vicina si trovava a venti miglia di distanza, coi tassisti che storcevano il naso ogni volta che lei si faceva portare fino alla tenuta della sua vecchia compagna di college: Emma Glenfield, Emma Grant da quando aveva sposato il Conte Grant. Tassisti, puah! Manco la scorrazzassero su e giù per le contee inglesi gratis!

Una volta arrivata parcheggiò con cura ed entrò. Il maggiordomo l’accolse con grande cordialità, chiedendole il suo nome e facendosi consegnare il cappotto, poi la scortò e annunciò il suo ingresso nella splendida sala da pranzo dove Nina Strick gettò uno sguardo alla tavola imbandita  (…)

Uno che non so chi sia

Adoro questa ciotola. Il cibo sembra persino più gustoso e l’acqua più fresca qua dentro. Penso arrivi dal signore delle crocchette, quello lì che deve per forza essere la causa di quegli occhioni da dalmata della mia Juliette. Una forchettata e uno sguardo al lampadario, di sto passo finirà a mezzanotte. Abbaio per farle capire che non mi spiacerebbe un salto fuori, poco dopo eccola lì: cappotto e guinzaglio, la catenella è solo di scorta, in caso passi qualche rompi scatole poco dog friendly, come si dice oggi. Io sono piccola e abbaio di rado, e poi qui mi conoscono tutti, ma in caso qualcuno rogni be’, me lo infila al collo e le trotterello accanto, altrimenti, come ora, scorrazzo giocosa nell’area cani nel parco che è piccino e si gira in un attimo e poi andiamo verso la zona delle case a graticcio, qui sono quasi tutte così ma dove Juliette ha il negozio c’è una concentrazione fantastica e a me piace proprio girare intorno a quelle case fingendo di perdermi con Juliette che dice “Musette, non fare la sciocchina, vieni qui!” Ma è soltanto un gioco tra noi; in realtà lei sa bene dove sono e io so alla perfezione che lei mi aspetta dietro l’angolo e si finge sorpresa quando mi rivede. Faccio così anche ora ma invece di trovarla accucciata a ridere e dire “Musette, sei sempre la solita adorabile sciocchina!” dà le spalle al muro dietro il quale io sbucherò, così non può vedermi, mi vede invece il signore che sta parlando con lei e, di sicuro, non è il tizio della ciotola e delle crocchette; se fosse lui infatti ora, incontrandomi per la prima volta, direbbe di certo qualcosa di tenero nei miei confronti, forse addirittura mi accarezzerebbe il pelo e farebbe pat pat tra le orecchie. Invece niente. Ma da come sento ridere Juliette e dire “Oh, Pierre, avete detto una cosa tanto buffa, non vi facevo così giocherellone!” capisco che qualcosa non va, e la sensazione non mi piace affatto. Dov’è il signore delle crocchette? Cosa c’entra questo qui con noi? Punto le zampette al selciato e ringhio annusando il bordo dei calzoni di questo Pierre. Se Juliette fosse in sé mi sgriderebbe, ma non lo fa, non dice nulla, lascia che io mi consumi i denti digrignando e che la sera diventi quasi notte, lì a ridere con uno che non so chi sia.000971

PS. Domani riprendo a lavorare e il ritmo dei post subirà un rallentamento. Come ha scritto Giulia commentando il post precedente (pubblico qui e vado a rispondere) è difficile starmi dietro, lo so ♥. Devo riordinare gli appunti presi ieri a un evento privato riservato a blogger e giornalisti, per l’uscita di un romanzo. E’ stato assolutamente entusiasmante e voglio dedicargli il tempo che merita- Un bacione.