Evento privato per il lancio di Sonno bianco

Gli incontri privati per giornalisti e blogger sono sempre una festa e io mi sento una privilegiata per i ripetuti inviti. Mercoledì ho avuto il piacere di conoscere da vicino Stefano Corbetta, il giorno dopo sarebbe uscito il suo secondo romanzo di cui si sta già parlando: Sonno bianco edito Hacca Edizione, un ottimo editore.

Sono pessima, peggio del solito: in ritardo (è un giorno lavorativo e prima è impossibile), senza aver letto il romanzo, e quando vedo gli altri prendere appunti mi ricordo di non avere con me il blocco d’ordinanza. Stefano ha già introdotto il romanzo ed è il momento delle domande. Ho una vaga idea della trama, sto molto attenta e trovo comunque qualcosa di pertinente da dire sfoderando il jolly: sono una gemella!

Stefano ha studiato con cura il mondo dei gemelli oltre ad aver frequentato a lungo un istituto milanese dove sono ricoverati i pazienti in stato di incoscienza, ha parlato con medici e familiari, ha in definitiva per molti mesi raccolto informazioni e fatto una vera ricerca sul campo. La gestazione di Sonno bianco è durata due anni, e Stefano ne parla davvero come di un risultato sudato; un po’ chiaramente è il tema stesso a condurci lungo le strade di una narrazione sofferta, un po’ è il vero mestiere di scrivere che Stefano sembra maneggiare davvero bene. Quest’estate ha rinunciato alle vacanze in famiglia e mentre moglie e tre figli erano a Londra, lui in città si è nutrito di pizze e ha concluso l’editing affiancato dallo staff Hacca.

Scrivere significa mettere in conto sacrifici e solitudine, sensi di colpa verso chi stai lasciando indietro, mentre corri o talvolta arranchi verso un futuro fatto di parole che senti debba appartenerti.

Nonostante il tema impegnato, la serata non è pesante, è profondità di argomenti con belle teste pensanti e le bollicine finali regalano momenti conviviali assai piacevoli, anche grazie alla solita CBM padrona di casa perfetta. In due anni ha creato uno spazio di spicco in città, e di sacrifici ne avrà fatti tanti pure lei.

Io, in realtà, mi sento come in quelle trasmissioni “Spie al ristorante” e “Boss in incognita”, infatti per uno di quei buffi casi della vita, che quando fa così si rivela un’allegrona e declina le coincidenze in divertenti siparietti, Stefano Corbetta era compagno di classe alle medie di una delle mie migliori amiche, per cui lo osservo di sottecchi immaginandolo quell’adolescente di cui Manila ehm ehm era innamorata. Quando lei mi aveva detto di avere un altro amico che scrive, oltre a me, avevo pensato “seeee vabbe’ dai in Italia scrivono tutti!” ma poi il nome uhm non mi era nuovo, il motivo è presto detto : siamo entrambi autori della scuderia dell’Agenzia Beretta Mazzotta e avevo visto la copertina del suo primo romanzo nel sito!

Forse avrei dovuto parlare del libro, ma io preferisco in questi casi guardare all’anima di chi si spende per darci storie da amare, di chi gioca con gli incastri tra le cartelle dei figli e i propri mutismi, quando i familiari chiedono di te e tu sei lì solo fisicamente ma ancora con il cervello sul pc eppure non molli. Se il libro dovesse andare bene, Stefano magari potrebbe pensare seriamente di lasciare il lavoro ufficiale (lui scrive di notte e la mattina è in pista), lo sappiamo quanto sia complicato trovare il tempo, ma mercoledì con tanto entusiasmo Stefano ci ha soprattutto raccontato che è possibile non perdersi e trovare il proprio libro in una pubblicazione top!

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Quattro autrici e una ladra sulle orme di Agatha

Nel bel mezzo di una settimana orribile, la mia amica autrice Paola Varalli mi ha comunicato che avrebbe partecipato a un’interessante serata con altre tre scrittrici di gialli, alla libreria Covo della ladra. Non ci ho pensato su due volte e sono andata, nonostante la distanza da casa mia fosse notevole. Il Covo della ladra nasce grazie al crowfounding e lo scopo era quello di dare a un quartiere multietnico e spesso al centro di guerriglia urbana una libreria (non ce ne erano) che fosse anche luogo di incontro. Per chi Milano la conosce almeno un po’ stiamo parlando di via Padova, in fondo, tra Cimiano e Turro. In qualche modo arrivo, e per tornare a casa ci penserò.

E’ difficile parlare di questa presentazione articolata su più voci, senza aver letto i libri, né conoscere le autrici, Paola ha esordito lo scorso inverno con i Fratelli Frilli, delle altre tre di fama conoscevo solo Rosa Teruzzi (Sonzogno), ma abbiamo pure Mondadori e Damster. Voglio quindi depositare qui nel blog, le sensazioni che la serata davvero splendida mi ha lasciato.

La libraia è attenta e simpatica, ha organizzato un aperitivo, mette tutti a proprio agio, persino me che mangio patatine seduta in prima fila. Ciò che emerge, con le dovute differenze espressive, è l’assoluta urgenza narrativa, del tutto priva dallo star system. Qui non ci sono autori che arrotondano con corsi di scrittura, che strizzano l’occhio a un certo divismo, qui ci sono: un’architetta, una poliziotta e due giornaliste che incastrano i tasselli di una vita piena e rinunciano ad andare in vacanza sfruttando l’intero periodo di ferie per scrivere, che terminano la prima stesura in 5 giorni durante i quali comunicano con i familiari solo con “ehm ehm” e si ritrovano di conseguenza con un gatto, un piercing alla figlia, e altre cose di cui non si erano bene rese conto di accettare. Donne autentiche che fanno i conti con un’editoria di cui – senza piagnistei né lunghi discorsi autoreferenziali – pubblica troppo, pubblica spesso male. Donne per le quali la divisione in generi letterari è priva di significato, esistono i libri belli e quelli brutti stop. Donne semplici, alla mano, dotate di una grande dote comunicativa che al termine della presentazione non lesinano chiacchiere, sorrisi e tempo nonostante si sia fatto davvero tardi.

Tardi, tardissimo, gulp il mio orologio fa quasi le 22 e sono praticamente dall’altra parte del globo, chiamo un taxi e se consideriamo che ho pure comprato tre romanzi (tutti in pratica, visto che quello di Paola l’avevo già preso e apprezzato) la serata mi costa parecchio. Ma mi dà molto di più, un’energia scrittoria fantastica, una serie di input sull’importanza di fondersi con le proprie opere, no a 9049845 revisioni, ma sì a ricerche efficaci laddove servano anche se portano via tempo, si scrive, che si pianifichi o meno, si rilegge e si manda a chi di dovere. Si scrive soprattutto quando si ha un messaggio forte da proporre: Deborah Brizzi ha ricordato che in Italia viene uccisa una donna ogni 3 giorni, in Russia ogni 45 minuti, Rosa Teruzzi ha fatto un discorso molto condivisibile sul rispetto di sé, sulle scelte che facciamo circa chi (uomo) ci sta accanto. Sara Magnoli ha scherzato sul suo essere la “pecora nera” della serata, nonostante le tantissime pubblicazioni alle spalle. Tutte hanno avuto parole di grande affetto e nostalgia per Tecla Dozio che ho avuto l’immenso piacere di conoscere, e di frequentarla nella sua meravigliosa libreria, secoli fa, quando ancora non avevo un blog e l’onore di scrivere per lei un pezzo su PD. James. Ed è stato per me bellissimo ritrovarla e pensare a quanta strada ho fatto da allora, come scrittrice e come persona.

Così, sono rincasata con tre romanzi che di sicuro mi godrò e con tanta adrenalina, come una polvere magica che mi ricopre e mi rende un po’ meno vulnerabile nell’affrontare questo periodo davvero duro.

Con la conferma sull’enorme potere salvifico dei libri. Non che ne dubitassi, eh.

# I miei primi pensieri – Non proprio un post sul Salone 2018

Sono raffreddatissima, ho poco tempo perché oggi ho ripreso a lavorare dopo un giro di part time più lungo del solito avendo aggiunto 2 giorni di ferie, dovevamo andare da qualche parte ma poi, tra mamma e bagno non si è più organizzato nulla, ma i giorni me li sono tenuti. Vorrei scrivere del salone, così utilizzo questa formula, di sicuro più veloce ed emotiva, che credo si confaccia all’evento. A me è piaciuto, molto, forse era un pelo più confuso del solito e di sicuro noi abbiamo saltato parecchi stand, questo perché fin da subito da Marcos y Marcos abbiamo dato fondo a parecchi risparmi, lasciandogli 82 euro per 5 libri, giusto lì, si era appena entrati, mi ha intercettata la bionda CBM ed è stato festa subito. Ero lì in tre versioni: blogger, lettrice e autrice. Sulla prima mia veste ho incontrato, dopo numerose telefonate e whatsApp devo dire un po’ sfiancanti, Barbara col marito ed Elena con la mamma, è stato bello e abbiamo chiacchierato, come sempre io sono la più bassa. Avevo già incontrato Gaia Conventi, senza problemi essendo autrice di un editore dove comunque volevo passare, altre amiche invece alla fine non sono riuscite a venire. Come lettrice posso dire di aver trovato la solita vastissima offerta tentatrice, molti acquisti, anche per la nipote, mio marito invece si è limitato, forse perché ha ancora parecchio arretrato da Tempo di libri, che io invece sto smaltendo bene, avendo molto più tempo di lui e forse anche concentrazione serale divanosa. Da autrice ho avuto la conferma che i due editori che sto tenendo d’occhio sono davvero una realtà interessante al di là dei soliti big che ho allegramente scansato, non vado fino a Torino per comprare libri che trovo alla Coop, non scherziamo. E Sempre come autrice posso dire che gli editori blasonati non credo siano inarrivabili, ma credo che se non si diventa autori di punta per loro, finisci in un mucchio che tanto vale pubblicare con Starnazza libri & CO. Purtroppo a mio avviso vanno evitati anche i super piccoli, con stand in condivisione, che poi verifichi a casa e non fanno manco il digitale: sono destinati a morte certa e cedere loro i diritti equivale a buttare il libro in orbita e sperare che qualche uomo dello spazio lo capti. Chi poi al Salone manco c’è, be’, esperienza ahimè già fatta e non replicabile. Ho detestato le polemiche sulle code: in 15 minuti esatti eravamo dentro, superati i controlli di sicurezza e la biglietteria. E sulle toilette che dire, ci sono andata due volte, la prima avevo mah 4 /5 persone davanti, la seconda nessuna. Fortuna? Boh, certo, un po’ di fila per il panino, ma è un grosso evento non si può immaginare di essere soli. Diverse persone di fama: la sindaca Appendino, Sgarbi che non manca mai, Piero Angela, già vedemmo il figlio anni fa, e il mio adorato Alessandro Barbero me lo sono visto dall’oblò della sala blu, mi è bastata la sua voce per poche frasi per dirmi “oh, è proprio lui” ed essere contenta così. Un salone pieno di emozioni, abbracci, storie, un salone semplicemente come deve essere, una fiera, forse pure delle vanità, probabilmente, spero delle opportunità. Ho adesso una bella pila di libri freschi che mi aspettano e spero di potermici dedicare con il mood giusto, in questa stagione già si pregusta l’estate, la spiaggia e la sdraio, alcuni di certo verranno con me in vacanza, che nel frattempo abbiamo pure prenotato: Camargue! E’ andato tutto bene a Torino, anche l’autostrada e sfilare accanto al mio orso sapendo che lui è con me, in queste avventure condivise che sanno semplicemente di pagine e parole. Questo è stato il mio salone, positivo, diverso da quello di chi vuole solo vederci il peggio dell’editoria che, di sicuro c’è, c’è certo che c’è, visto che era pieno di EAP, tocca controllare, abbiamo gli strumenti per farlo, e per andare in giro come cercatori di funghi, quelli buoni sono pochi, ma quelli velenosi prima o poi impari a scartarli.

Ancora su Raul Montanari e il bullismo

Il weekend non è mai il momento migliore per pubblicare nel blog qualcosa a cui si tiene: le visite precipitano (vorrà forse dire che i blog si leggono sul posto di lavoro?), in aggiunta le splendide giornate attuali invitano a uscire, noi oggi siamo stati in gita in Monferrato per il nostro consueto giro carni-vino di cui vi ho già parlato in altre occasioni. I blog dal telefono li guardo pochino, nonostante il blocco che mi sono fatta mettere dalla Tim, appaiono sempre schermate allarmanti, senza che io clicchi nulla, è successo anche oggi. Però avevo linkato il post a Raul Montanari che mi ha risposto con parole di apprezzamento. Grazie a te per la cosa bellissima che hai scritto: coinvolgente, personale, trascinante. Niente di anodino, si sente proprio la voce e, dietro la voce, la persona. Il fatto che uno dei massimo insegnanti di scrittura creativa definisca trascinante un mio testo, confesso di aver impiegato parecchio a scriverlo, mi rende fiera, anche se naturalmente so bene che questo non significhi che io poi sappia fare altrettanto con un romanzo, ma essere una buona blogger di un blog letterario rimane un grande risultato. Tuttavia non sono qui per lodarmi, ma per proporre il video lassù a completamento del post di ieri. Entrambi rimarranno in cima al blog fino al giorno 25, quando arriverà la consueta puntata di #Amo il greco, per dar loro la giusta visibilità. Vi invito quindi a voler partecipare alla discussione sui temi proposti ne La vita finora, a leggere il post prima di questo, se ancora non l’avete fatto e a prendervi giusto 3 minuti per il video. La questione in gioco è troppo importante e parlarne è un minuscolo passo avanti nell’affrontare il dramma, ma si sa che qualsiasi viaggio comincia con un primo passo. Grazie!

Un aperitivo con Raul Montanari

Quando ricevo l’invito all’incontro con Raul Montanari sono nel delirio idraulico polveroso e lo vedo come un faro verso cui tendermi con gioia. Il giorno arriva e il mio prepararmi a intervistarlo si limita a leggiucchiare in rete qualcosa sul suo romanzo, di cui ovviamente parleremo, e ad andare dal parrucchiere. Tanto per completare il quadro nella mia settimana caotica in cui cerco di riallinearmi con il quotidiano a casa e in ufficio, Milano è nell’euforia del Salone del Mobile, avvolta da un’estate in anticipo, niente primavera, ci buttiamo direttamente oltre i 25° e la gente gira in pantaloncini.

Sbaglio fermata del metro, nonostante sappia benissimo dove si trovi lo Spazio Vigoni dell’Agenzia Beretta Mazzotta, visto che ci sono andata diverse volte, vi approdo trafelata, l’autore sta raccontando La vita finora Edito Baldini + Castoldi, la storia di un giovane professore che si trova a insegnare in una piccola valle montana. L’incontro con i ragazzi è uno scontro: dovrà vedersela con una violenza difficile da catalogare – nessuna paura per le conseguenze e un modo brutale di abitare la rete – ma anche con gli adulti, il tema del bullismo è centrale, e io mi metto lì sulla sedia: occhiali, quaderno per gli appunti e orecchie super attivate.

Quasi subito mi rendo conto di non poter star dietro al grande potere comunicativo di Raul Montanari, scrivo qualcosa e cerco di memorizzare il resto e quando si apre il momento delle domande, azzardo la questione che mi agita la testa, da contestatrice del sistema editoriale quale sono, cioè se con questo romanzo si senta in un filone Montagna, in una sorta di moda assieme a Cognetti e Montanari, che potrebbe mandarmi a quel paese in un battito di ciglia, risponde pacato che se esiste una moda allora l’ha fatta nascere lui, negli anni 90 con le sue prime storie.

Ma se la valle del romanzo amplifica l’elemento “insegnante forestiero” in realtà il bullismo è purtroppo trasversale e la città non ne è esente. Ora non voglio raccontarvi il libro, innanzitutto perché non l’ho ancora letto, anzi, facciamo così:

qualcuno è interessato a una lettura collettiva come abbiamo fatto per Cognetti e Ciabatti? Rispondete nei commenti che ci si organizza.

e poi perché non è questo il vero senso dell’incontro, no, neppure bere una certa quantità di prosecco dopo, chiacchierando con tutti e sentandomi molto libera e finalmente in possesso della mia natura più interessante e autentica (sono in mezzo alle storie, con CBM di cui è chiaro sono un po’ innamorata, dopo essere stata travolta negli ultimi mesi da cose di cui avrei fatto volentieri a meno!), il senso è ciò che mi ha lasciato: una serie di spunti su cui ragionare. E infatti ci penso un sacco, ci penso mentre rincaso in una luce bellissima, passeggiando in centro e poi in metropolitana, ci ripenso sul divano quando mando whatsApp vocali entusiasti agli amici, mentre ricordo a me stessa che devo fare delle cose come svuotare la lavastoviglie, rendermi conto che domani (cioè oggi) toccherà sedersi di nuovo all’altra scrivania, quella delle rogne fiscali. E come prima cosa vorrei abbracciare Nanni, che l’ultima volta quando sono andata a prenderlo a scuola lui era malmostoso e io, con il mio nervosismo dei giorni storti, non ho saputo sfoderare nessuna arma per dare il via a una comunicazione affettuosa e ora me lo immagino vittima di qualche Rudy-bullo, il mio Nanni magrolino e fragile e allora – mentre ritengo che Emanuele sia al circolo fotografico invece si spara un’altra giornata doppia al lavoro (non torno per cena, vado direttamente al circolo, mangio in mensa, oh fantastico, io ho l’aperitivo da Chiara così non dovrò cucinare! Rincasando dopo le 23) m’invento di mandare una mail a Raul Montanari per ringraziarlo e stamane alzandomi ho trovato nel cell già una mail di risposta. E tocco le stelle dell’umanità che è grande quando è umile e della cultura che è più bella se priva di spocchia.

E torniamo agli spunti, li deposito qui, per tutti, per le mie tre lettrici insegnanti (Tenar, Barbara Liguria e Speranzah) ma potrebbero essercene altre, per i genitori di ragazzini in crescita, per chi semplicemente non si arrende a questo mondo dove tutti parlano di perdita di valori e non si sa bene come recuperarli, ma vuole fare qualcosa. Eccoli:

Dobbiamo veicolare il messaggio che leggere è figo, perché lo è: fornisce un’arma in più per conoscere l’animo di chi ci è accanto, perché nei libri c’è una verità umana imperdibile e il narratore ha il grande privilegio di intercettarne le sfumature.

Per la prima volta il confronto generazionale si pone su un piano in cui i figli sanno più cose dei genitori, non era mai successo. E questa materia che padroneggiano è la tecnologia, i social, di cui gli adulti non possono disinteressarsi. E’ finita quindi l’epoca in cui il sapere genitoriale veniva trasmesso ai figli: questo è altamente destabilizzante.

Abbiamo affermato più volte che la realtà virtuale non era reale, e ora ci rendiamo conto che ahimè lo è, gli amici su Face Book non sono veri amici, dicevamo, ma ciò che viene messo in rete procura conseguenze assolutamente reali. Il video shock che rovina una ragazzina è virtuale, sì, certo perché gira per la rete ma è realissimo nel danno che fa alla malcapitata.

Non vorrei, e concludo, commenti botta e risposta tra me e voi, ma un confronto circolare, perché sono temi che mi stanno a cuore, poi ne riparleremo con la voce forte di un romanzo che ha davvero qualcosa di concreto da proporci, per avvicinarci alla realtà del fallimento dell’umanesimo, della scelta del male come stile di vita. Argomenti roventi quali lo svilimento della professione dell’insegnante, l’educazione che possiamo dare ai nostri ragazzi per farli crescere “sani” ma con un’attrezzatura sufficiente per affrontare i pericoli. Torneremo a parlare di emarginazione, di adolescenti, di quel senso di appartenenza così importante quando smetti di essere bambino, quando cominci a capire di essere unico e l’unicità, si sa, è un casino, perché può isolare “sono diverso dagli altri” e avvicinare a chi magari non ti valorizza ma sembra accettarti e non ti fa sentire uno sfigato e da lì sei in trappola. L’idea che io fossi una ragazzina sfigatissima mi ha accompagnato troppo a lungo per non volermi fare carico ora di questi contenuti, e se ne sono uscita indenne, voglio dire senza non so disturbi alimentari, eccessive paranoie, disagi invalidanti è anche grazia alla narrativa. Per cui grazie ad autori come Raul Montanari che squarciano il velo in un tempo in cui tutto è amplificato dai social. Quando io ero adolescente al massimo qualcuno ti portava via il diario in classe e urlava in giro “Sandra ama XXX!” frugando nelle pagine, che già ti metteva all’angolo ma insomma non era proprio come un video in rete.

Non so se sono riuscita a mettere insieme il post che volevo, nelle mie intenzioni c’era il desiderio di portare almeno un po’ Raul Montanari qui con noi,  ma se leggerete La vita finora di sicuro qualcosa in più vi rimarrà della sua aurea, io mi sento già un po’ meno allo sbando nel gestire i nipoti che ormai bussano alle porte della pubertà, grazie all’incontro di ieri sera.

Arrivare all’arte attraverso la narrativa

L’evento era di quelli ghiotti, si trattava infatti della presentazione del romanzo:

Il Mistero dell’angelo perduto di Paolo Jorio e Rossella Vodret
 
Martedì 12 dicembre ore 18.30 al Teatrino della Fondazione Bracco
Con gli autori interviene Pierluigi Panza Corriere della Sera.
Ho risposto con piacere, felice che avessero pensato a me, e ieri, dopo una giornata pestifera in ufficio, mi sono riappacificata col mondo grazie a all’invito di un editore stratosferico. Ho così inanellato una serie di bellezze, condite da tanto stupore. Il teatrino si trova nelle retrovie di Piazza San Babila, ed è una vera chicca, reso ancora più magico dalle luci del Natale, l’organizzazione prevedeva numerose hostess accoglienti, libro in omaggio, guardaroba e atmosfera chic. La presentazione estremamente professionale mi ha fatto conoscere da vicino:
Paolo Jorio scrittore, regista e conduttore di programmi radiofonici e documentari d’arte. Dal 2003 dirige il Museo del Tesoro di San Gennaro di Napoli.
Rossella Vodret già curatrice presso la Galleria Nazionale d’arte antica e soprintendente per il patrimonio storico-artistico di Calabria, Puglia, Lazio e del Polo museale romano, è specialista della pittura romana del primo Seicento e curatrice della grande mostra dedicata a Caravaggio in corso a Milano, Palazzo Reale.
Il romanzo è un giallo, un’opera di narrativa quindi che parte però da una domanda concreta.
E’ forse vero che una copia del primo dipinto di S. Matteo e l’angelo di Caravaggio non sia andata perduta in un incendio, quando era stata trafugata dai nazisti, ma si trovi in realtà nel magazzini del Museo Puskin a Mosca? Questione delicata che gira da tempo negli ambienti artistici; dubbio avvalorato da fatto che nel 1993 nei magazzini fu rinvenuto addirittura il tesoro di Priamo, tanto che la moglie di Schliemann, che aveva ritrovato i gioielli durante gli scavi a Troia, arrivò a sfoggiarli a una serata mondana! (Nonostante nel periodo della guerra fredda i sovietici avessero negato di conoscere la sorte degli oggetti). E se il celebre quadro avesse fatto la medesima fine? Si presume, e siamo sempre in campo storico, non finzione, che il mistero morirà con Irina Antonova, la Vodret, infatti, che ha avuto modo di conoscere la direttrice del museo, le chiese di visitare i magazzini, ma, nonostante la promessa di poterli vedere la mattina successiva, la cosa non ha avuto alcun seguito!
Ebbene, succede che una notte di Capodanno, Rossella Vodret a cena da Paolo Jorio racconti questo mistero e nasce così l’idea di scrivere un romanzo a quattro mani, laddove l’esperta di Caravaggio si sarebbe occupata della parte storica e Jorio della pura finzione. Un periodo storico interessantissimo, a mio avviso, quello che vede le vicende narrate, siamo infatti a Berlino durante i giochi olimpici del 1936 con l’ascesa di Hitler.
Poco è stato rivelato del romanzo, e mi pare anche giusto così, ma è stata davvero una grande occasione, oltre che di parlare poi con Rossella Vodret (mi sono avvicinata con quel coraggio tipico di chi si è appena tracannato un Prosecco!) anche di avere una conferma sull’importanza della narrativa di genere, il discorso si sovrappone magnificamente a ciò che ho detto nel mio recente post su Agatha Christie, per arrivare all’arte. Jorio ha infatti dichiarato di essersi interessato al Tesoro di S. Gennaro, dopo aver visto il celebre e da me molto amato film Operazione S. Gennaro; siamo quindi di fronte a qualcosa di estremamente popolare che avvicina all’arte. Questo è notevole ed è il messaggio più importante che mi è rimasto addosso della serata, che è stata nel complesso una meraviglia. Oltre poi a Caravaggio, che ha un’empatia enorme, con questa figura controversa, laddove un artista immenso si scontra infatti con un uomo inquietante. Le sue opere attirano sempre anche i non intenditori, la mostra a Palazzo Reale è stata infatti protratta, io non l’ho vista, ma ne vidi una spettacolare alle Scuderie del Quirinale qualche anno fa.
E alla fine in questo palazzo da lasciarti lì a bocca aperta, con tutta questa gente molto raffinata (io sembravo al solito scappata di casa, anzi dall’ufficio) un aperitivo servito da camerieri in giacca bianca, con questi vassoi pieni di calici, tartine sublimi, un ambiente da film e quattro chiacchiere con una blogger che avevo conosciuto e visto a un paio di altre conferenze stampa. Ora chiaramente sono curiosissima di leggere il romanzo. Poi vi saprò dire!
Sono rincasata tardissimo, con un mal di schiena epocale (la storia della contrattura ve la racconterò in un altro post, tanto che stavo quasi per rinunciare in favore del divano) e tanti luccichii negli occhi, come se le luminarie di Natale si fossero trasferite sulla mia persona, incantata dalla pittura, dai libri, dalla soddisfazione di essere stata invitata in un posto tanto bello, ancora una volta grazie alla mia autenticità di blogger.
Grazie davvero a Skira.

Chi ha bisogno di Elisabetta Bucciarelli?

La mia terza volta con Elisabetta Bucciarelli, la seconda a un incontro privato per blogger e giornalisti. Questo è avvenuto mercoledì per il lancio del suo ultimo romanzo Chi ha bisogno di te, pubblicato da Skira, un importante editore d’arte che sta uscendo con la collana Note d’autore, dove gli autori raccontano la musica. Uno dei curatori è Gianni Biondillo che a un certo punto chiama Elisabetta Bucciarelli, le chiede cosa stia scrivendo per scoprire che il romanzo in lavorazione si colloca perfettamente all’interno di questo progetto, così unito al fatto che la Bucciarelli non è una scrittrice da soffitta e croste di formaggio, come definisco io gli autori un po’ maledetti e soprattutto molto solitari, ma ama la coralità di un’idea che prende forma e si concretizza con altri, il gioco è fatto.

Vanno dette un po’ di cose, per cominciare. Tipo che io non avevo letto il libro, tipo che ormai adoro lo spazio Vigoni dove si tengono questi incontri a cui sono puntualmente e piuttosto miracolosamente invitata e ho capito che bene o male la mia mancanza riesce a passare quasi inosservata; nel senso: l’autore può anche capire che io non sono informata sui fatti (a volta arrivo preparata, altre no, dipende dal tempo che ho avuto per leggere il libro) ma non me lo farà pesare e tutto sommato la conversazione non è un parlare del libro e basta, per cui insomma me la cavo.

Con questo romanzo Elisabetta Bucciarelli cambia il punto di vista, lo fa con fatica, e i suoi uomini descritti e in qualche modo amati nelle opere precedenti vengono ora guardati frontalmente mentre si dileguano, scappano, non ci sono, perché questa è una storia di assenza maschili. Uomini che poi quando si ritrovano tra le pagine da una parte si riconoscono, dall’altra si chiamano fuori “no, no, non sono io!” Come la mostri un’assenza? Mi chiesero e poi spiegarono a un corso di cinematografia. Una bimbetta tarda ad arrivare a casa da scuola per il pranzo, è stata rapita e verrà uccisa, ma sua madre che l’aspetta ancora non lo sa. Magistrale la scena: il posto vuoto a tavola, il piatto fumante. E in un romanzo come fai? L’arma della Bucciarelli sono i Queen, gruppo indubbiamente pop ma con contenuti elevati, e le canzoni dei Queen sono il prontuario di educazione sentimentale di Meri, la protagonista adolescente, che un padre non ce l’ha, e si misura nel quotidiano con la sua assenza. Meri che si forma sulle note dei Queen e cresce con una madre dai lunghi capelli, che cura le piante e tocca la figlia con le parole.

Elisabetta Bucciarelli è molto brava, è una donna in gamba, con un figlio adolescente, dopo la piccola conferenza deve andare da lui a bordo campo e condivide con la madre di Meri questi capelli lunghissimi poco consoni all’età che la carta d’identità rivela. Vuole parlarci di normalità, di ragazze che a diciassette anni non hanno ancora fatto l’amore e si scambiano bigliettini, di come comunicano i giovani, di come eravamo noi, lontani o vicini alle nuove generazioni. La Bucciarelli ha un anno e mezzo più di me, quel mezzo è un vezzo, lo scrivo e già mi pento, però lo lascio, sapete perché? Perché da giovanissimi quei sei mesi sono importanti, io nata a dicembre arrivavo sempre dopo, di rincorsa, alla fine, quando a momenti i miei coetanei erano già all’anno successivo. L’ultima a diventare maggiorenne, a potersi firmare le giustificazioni a scuola.

Elisabetta Bucciarelli sul finire ci dice che chi scrive ha uno strumento in più e io dico che lei lo sa usare molto bene, gli incontri con lei sono sempre arricchenti oltre che molto piacevoli.

Si finisce come sempre tra prosecco e focaccia, rinnovando la magia racchiusa nelle grazia di un libro, che è un dono immenso da fare agli altri. La restituzione di una storia così come l’ha concepita Elisabetta, con l’aggiunta di qualcosa che, tra le pagine, di sicuro troverà in più ogni lettore a seconda della propria sensibilità, del proprio vissuto, del momento che sta vivendo quando terrà Chi ha bisogno di te tra le mani.

Chi ha bisogno dunque di Elisabetta Bucciarelli? La cultura italiana di sicuro sì, ma per fortuna quel marasma spesso cieco che è l’editoria, questa volta l’ha scovata.

La più amata

Ho lavorato come una forsennata e ho concluso la revisione di Figlia dei fiordi e l’impaginazione di Nina Strick, non so se posso tirare davvero il fiato, né per quanto tempo, ma intanto riesco a raccontarvi oggi di Teresa Ciabatti e il suo romanzo selezionato nella rosa dei 12 finalisti (diventeranno 5 a giugno) per il prestigioso Strega.

Parlare di un libro senza averlo letto è ciò che mi appresto a fare. Sono stata infatti invitata alla conferenza stampa Mondadori per La più amata, romanzo molto discusso, osteggiato addirittura in rete, che è mi ha fatto dire:

“Mi sono immedesimata senza averlo letto!” a quel punto tutti hanno riso, l’autrice mi ha abbracciata e io ho pensato “forse, sto abbracciando un premio Strega!” Figo.

Cos’ha quindi in comune con me la Ciabatti?

E’ gemella.

Appartiene alla mia generazione di bambina degli anni 70 in un’Italia difficile.

E’ stata molto, ma moltissimo ansiosa (io lo sono ancora).

Ha avuto un rapporto difficile col padre, ormai morto, e notevoli difficoltà a lasciar andare, a perdonare.

Questo punto va chiarito: mio papà e Lorenzo Ciabatti sono persone diverse assai, ma è quel vivere nel passato, la mancanza di una voce adulta per un eccessivo attaccamento all’infanzia (sono parole di Teresa Ciabatti) ad aderire così tanto al mio sentire, da farmi saltare sulla sedia in senso non figurato. Ci è mancato poco che mi mettessi a gridare “anch’ioooo!”

Siamo di fronte a un’autenticità esemplare che non trova difficoltà a tornare indietro, Teresa Ciabatti è viva e vivace e non fa un esercizio di memoria riportandoci nella Orbetello della sua infanzia privilegiata che l’ha resa una bambina insopportabile.

Però, badate bene, non è un memoir, e nelle parole – altra similitudine – della Ciabatti, ho ritrovato le scelte narrative che ho dovuto compiere anch’io con Le affinità affettive, quando cioè occorre romanzare una storia vera.

Solo ora che i suoi genitori sono morti, e chiarisce che suo padre non era affatto un mostro, ha potuto pubblicare questa storia che, di sicuro, i suoi non avrebbero apprezzato, mentre il gemello trova nelle pagine una vera restituzione dell’infanzia, che aveva quasi del tutto rimosso.

E così Teresa Ciabatti si espone senza filtri, senza maschere, né paraventi, basta googlare velocemente per essere sommersi dalla polemica che il libro ha scatenato, soprattutto dopo la candidatura allo Strega. Ma lei ha già vinto: il fratello gemello fa il tifo per lei, dopo che per 2 anni non si erano rivolti la parola.

E qui la vostra Sandra lit-blogger inviata speciale è saltata sulla sedia una seconda volta esclamando “ma come si fa a non parlare col proprio gemello per 2 anni?” ♥

Poi si è calmata, che a questi inviti ci tiene molto e non vorrebbe venir cacciata dai salotti per schiamazzi eccessivi, proprio ora che ha potuto sfoderare e distribuire i suoi fighissimi biglietti da visita.

Il cagnolino è un timbro che ho aggiunto io, così come opera mia lo stondamento degli angoli. Il n. di cell. è stato ovviamente tolto solo per quest’occasione. Sembrano bianchi ma sono un color crema. Bellini, vero?

Un’imprecisa cosa felice

Un’imprecisa cosa felice di Silvia Greco per i librai è il romanzo del momento e io ho avuto la fortuna di incontrare l’autrice alla conferenza stampa organizzata per il lancio.

Potete trovare molte informazioni sulla trama e l’autrice in rete, già nel link sopra ci sono diverse recensioni per cui mi pare inutile ripetermi. Preferisco sottolineare la genesi straordinaria di quest’opera, le cui prime striminzite pagine sono state scritte 20 anni fa; H edizioni fu entusiasta di quei 5 fogli e nel tempo ha spesso pungolato Silvia “scrivilo, scrivilo” ma lei niente. Poi si è offerta volontaria al Salone di Torino dello scorso anno per dare una mano allo stand, vivendo da vicino l’ebbrezza della fiera, tornata in ufficio (è impiegata assicurativa), chiede una settimana di ferie, scrive il romanzo, con un’urgenza che finalmente premeva forte. In vacanza al mare ad agosto lo termina. A quel punto l’editoria prende un insolito Freccia Rossa, mediamente si muove come una tradotta di campagna, e i primi di marzo il romanzo esce ed esplode subito, aderendo alla favola che è.

Comicità e tragedia. Si parte dalle morti che strappano un sorriso, che ci fanno male alla pancia dal ridere se le vediamo messe in scena in un cartone animato, che straziano e non danno pace quando accadono sul serio.

Silvia Greco ha una vena di timidezza e una voce unica. Non ha avuto fretta di pubblicare, ha saputo capire quale fosse il suo momento giusto per farlo. Abbiamo molto da imparare da lei, ma temo che certe doti siano innate e non replicabili.

Marta, Nino, Ernesto e Marisa, i protagonisti di questo splendido esordio, sono surreali eppure credibilissimi. Ingenui nella vita, coi loro inciampi e i loro cuori spalancati su avventure che aprono scenari di una provincia italiana anni ’90 senza trilli di cellulare, con le cabine del telefono, i giornaletti porno, l’ospedale dei giocattoli, le marmellate dai gusti strampalati (ma buonissimi) e la nostalgia di guardarsi indietro e ritrovarsi un po’. Così, anche se Galletta e Tricello non esistono, riusciamo comunque a farli nostri.

L’incontro è stato ricco di emozioni e ha messo in circolo l’energia migliore per dire finalmente sì all’editoria attuale che scopre talenti come quello di Silvia Greco e l’ha aspettata per due decenni, senza temere che sfiorisse.