Arrivare all’arte attraverso la narrativa

L’evento era di quelli ghiotti, si trattava infatti della presentazione del romanzo:

Il Mistero dell’angelo perduto di Paolo Jorio e Rossella Vodret
 
Martedì 12 dicembre ore 18.30 al Teatrino della Fondazione Bracco
Con gli autori interviene Pierluigi Panza Corriere della Sera.
Ho risposto con piacere, felice che avessero pensato a me, e ieri, dopo una giornata pestifera in ufficio, mi sono riappacificata col mondo grazie a all’invito di un editore stratosferico. Ho così inanellato una serie di bellezze, condite da tanto stupore. Il teatrino si trova nelle retrovie di Piazza San Babila, ed è una vera chicca, reso ancora più magico dalle luci del Natale, l’organizzazione prevedeva numerose hostess accoglienti, libro in omaggio, guardaroba e atmosfera chic. La presentazione estremamente professionale mi ha fatto conoscere da vicino:
Paolo Jorio scrittore, regista e conduttore di programmi radiofonici e documentari d’arte. Dal 2003 dirige il Museo del Tesoro di San Gennaro di Napoli.
Rossella Vodret già curatrice presso la Galleria Nazionale d’arte antica e soprintendente per il patrimonio storico-artistico di Calabria, Puglia, Lazio e del Polo museale romano, è specialista della pittura romana del primo Seicento e curatrice della grande mostra dedicata a Caravaggio in corso a Milano, Palazzo Reale.
Il romanzo è un giallo, un’opera di narrativa quindi che parte però da una domanda concreta.
E’ forse vero che una copia del primo dipinto di S. Matteo e l’angelo di Caravaggio non sia andata perduta in un incendio, quando era stata trafugata dai nazisti, ma si trovi in realtà nel magazzini del Museo Puskin a Mosca? Questione delicata che gira da tempo negli ambienti artistici; dubbio avvalorato da fatto che nel 1993 nei magazzini fu rinvenuto addirittura il tesoro di Priamo, tanto che la moglie di Schliemann, che aveva ritrovato i gioielli durante gli scavi a Troia, arrivò a sfoggiarli a una serata mondana! (Nonostante nel periodo della guerra fredda i sovietici avessero negato di conoscere la sorte degli oggetti). E se il celebre quadro avesse fatto la medesima fine? Si presume, e siamo sempre in campo storico, non finzione, che il mistero morirà con Irina Antonova, la Vodret, infatti, che ha avuto modo di conoscere la direttrice del museo, le chiese di visitare i magazzini, ma, nonostante la promessa di poterli vedere la mattina successiva, la cosa non ha avuto alcun seguito!
Ebbene, succede che una notte di Capodanno, Rossella Vodret a cena da Paolo Jorio racconti questo mistero e nasce così l’idea di scrivere un romanzo a quattro mani, laddove l’esperta di Caravaggio si sarebbe occupata della parte storica e Jorio della pura finzione. Un periodo storico interessantissimo, a mio avviso, quello che vede le vicende narrate, siamo infatti a Berlino durante i giochi olimpici del 1936 con l’ascesa di Hitler.
Poco è stato rivelato del romanzo, e mi pare anche giusto così, ma è stata davvero una grande occasione, oltre che di parlare poi con Rossella Vodret (mi sono avvicinata con quel coraggio tipico di chi si è appena tracannato un Prosecco!) anche di avere una conferma sull’importanza della narrativa di genere, il discorso si sovrappone magnificamente a ciò che ho detto nel mio recente post su Agatha Christie, per arrivare all’arte. Jorio ha infatti dichiarato di essersi interessato al Tesoro di S. Gennaro, dopo aver visto il celebre e da me molto amato film Operazione S. Gennaro; siamo quindi di fronte a qualcosa di estremamente popolare che avvicina all’arte. Questo è notevole ed è il messaggio più importante che mi è rimasto addosso della serata, che è stata nel complesso una meraviglia. Oltre poi a Caravaggio, che ha un’empatia enorme, con questa figura controversa, laddove un artista immenso si scontra infatti con un uomo inquietante. Le sue opere attirano sempre anche i non intenditori, la mostra a Palazzo Reale è stata infatti protratta, io non l’ho vista, ma ne vidi una spettacolare alle Scuderie del Quirinale qualche anno fa.
E alla fine in questo palazzo da lasciarti lì a bocca aperta, con tutta questa gente molto raffinata (io sembravo al solito scappata di casa, anzi dall’ufficio) un aperitivo servito da camerieri in giacca bianca, con questi vassoi pieni di calici, tartine sublimi, un ambiente da film e quattro chiacchiere con una blogger che avevo conosciuto e visto a un paio di altre conferenze stampa. Ora chiaramente sono curiosissima di leggere il romanzo. Poi vi saprò dire!
Sono rincasata tardissimo, con un mal di schiena epocale (la storia della contrattura ve la racconterò in un altro post, tanto che stavo quasi per rinunciare in favore del divano) e tanti luccichii negli occhi, come se le luminarie di Natale si fossero trasferite sulla mia persona, incantata dalla pittura, dai libri, dalla soddisfazione di essere stata invitata in un posto tanto bello, ancora una volta grazie alla mia autenticità di blogger.
Grazie davvero a Skira.
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Chi ha bisogno di Elisabetta Bucciarelli?

La mia terza volta con Elisabetta Bucciarelli, la seconda a un incontro privato per blogger e giornalisti. Questo è avvenuto mercoledì per il lancio del suo ultimo romanzo Chi ha bisogno di te, pubblicato da Skira, un importante editore d’arte che sta uscendo con la collana Note d’autore, dove gli autori raccontano la musica. Uno dei curatori è Gianni Biondillo che a un certo punto chiama Elisabetta Bucciarelli, le chiede cosa stia scrivendo per scoprire che il romanzo in lavorazione si colloca perfettamente all’interno di questo progetto, così unito al fatto che la Bucciarelli non è una scrittrice da soffitta e croste di formaggio, come definisco io gli autori un po’ maledetti e soprattutto molto solitari, ma ama la coralità di un’idea che prende forma e si concretizza con altri, il gioco è fatto.

Vanno dette un po’ di cose, per cominciare. Tipo che io non avevo letto il libro, tipo che ormai adoro lo spazio Vigoni dove si tengono questi incontri a cui sono puntualmente e piuttosto miracolosamente invitata e ho capito che bene o male la mia mancanza riesce a passare quasi inosservata; nel senso: l’autore può anche capire che io non sono informata sui fatti (a volta arrivo preparata, altre no, dipende dal tempo che ho avuto per leggere il libro) ma non me lo farà pesare e tutto sommato la conversazione non è un parlare del libro e basta, per cui insomma me la cavo.

Con questo romanzo Elisabetta Bucciarelli cambia il punto di vista, lo fa con fatica, e i suoi uomini descritti e in qualche modo amati nelle opere precedenti vengono ora guardati frontalmente mentre si dileguano, scappano, non ci sono, perché questa è una storia di assenza maschili. Uomini che poi quando si ritrovano tra le pagine da una parte si riconoscono, dall’altra si chiamano fuori “no, no, non sono io!” Come la mostri un’assenza? Mi chiesero e poi spiegarono a un corso di cinematografia. Una bimbetta tarda ad arrivare a casa da scuola per il pranzo, è stata rapita e verrà uccisa, ma sua madre che l’aspetta ancora non lo sa. Magistrale la scena: il posto vuoto a tavola, il piatto fumante. E in un romanzo come fai? L’arma della Bucciarelli sono i Queen, gruppo indubbiamente pop ma con contenuti elevati, e le canzoni dei Queen sono il prontuario di educazione sentimentale di Meri, la protagonista adolescente, che un padre non ce l’ha, e si misura nel quotidiano con la sua assenza. Meri che si forma sulle note dei Queen e cresce con una madre dai lunghi capelli, che cura le piante e tocca la figlia con le parole.

Elisabetta Bucciarelli è molto brava, è una donna in gamba, con un figlio adolescente, dopo la piccola conferenza deve andare da lui a bordo campo e condivide con la madre di Meri questi capelli lunghissimi poco consoni all’età che la carta d’identità rivela. Vuole parlarci di normalità, di ragazze che a diciassette anni non hanno ancora fatto l’amore e si scambiano bigliettini, di come comunicano i giovani, di come eravamo noi, lontani o vicini alle nuove generazioni. La Bucciarelli ha un anno e mezzo più di me, quel mezzo è un vezzo, lo scrivo e già mi pento, però lo lascio, sapete perché? Perché da giovanissimi quei sei mesi sono importanti, io nata a dicembre arrivavo sempre dopo, di rincorsa, alla fine, quando a momenti i miei coetanei erano già all’anno successivo. L’ultima a diventare maggiorenne, a potersi firmare le giustificazioni a scuola.

Elisabetta Bucciarelli sul finire ci dice che chi scrive ha uno strumento in più e io dico che lei lo sa usare molto bene, gli incontri con lei sono sempre arricchenti oltre che molto piacevoli.

Si finisce come sempre tra prosecco e focaccia, rinnovando la magia racchiusa nelle grazia di un libro, che è un dono immenso da fare agli altri. La restituzione di una storia così come l’ha concepita Elisabetta, con l’aggiunta di qualcosa che, tra le pagine, di sicuro troverà in più ogni lettore a seconda della propria sensibilità, del proprio vissuto, del momento che sta vivendo quando terrà Chi ha bisogno di te tra le mani.

Chi ha bisogno dunque di Elisabetta Bucciarelli? La cultura italiana di sicuro sì, ma per fortuna quel marasma spesso cieco che è l’editoria, questa volta l’ha scovata.

La più amata

Ho lavorato come una forsennata e ho concluso la revisione di Figlia dei fiordi e l’impaginazione di Nina Strick, non so se posso tirare davvero il fiato, né per quanto tempo, ma intanto riesco a raccontarvi oggi di Teresa Ciabatti e il suo romanzo selezionato nella rosa dei 12 finalisti (diventeranno 5 a giugno) per il prestigioso Strega.

Parlare di un libro senza averlo letto è ciò che mi appresto a fare. Sono stata infatti invitata alla conferenza stampa Mondadori per La più amata, romanzo molto discusso, osteggiato addirittura in rete, che è mi ha fatto dire:

“Mi sono immedesimata senza averlo letto!” a quel punto tutti hanno riso, l’autrice mi ha abbracciata e io ho pensato “forse, sto abbracciando un premio Strega!” Figo.

Cos’ha quindi in comune con me la Ciabatti?

E’ gemella.

Appartiene alla mia generazione di bambina degli anni 70 in un’Italia difficile.

E’ stata molto, ma moltissimo ansiosa (io lo sono ancora).

Ha avuto un rapporto difficile col padre, ormai morto, e notevoli difficoltà a lasciar andare, a perdonare.

Questo punto va chiarito: mio papà e Lorenzo Ciabatti sono persone diverse assai, ma è quel vivere nel passato, la mancanza di una voce adulta per un eccessivo attaccamento all’infanzia (sono parole di Teresa Ciabatti) ad aderire così tanto al mio sentire, da farmi saltare sulla sedia in senso non figurato. Ci è mancato poco che mi mettessi a gridare “anch’ioooo!”

Siamo di fronte a un’autenticità esemplare che non trova difficoltà a tornare indietro, Teresa Ciabatti è viva e vivace e non fa un esercizio di memoria riportandoci nella Orbetello della sua infanzia privilegiata che l’ha resa una bambina insopportabile.

Però, badate bene, non è un memoir, e nelle parole – altra similitudine – della Ciabatti, ho ritrovato le scelte narrative che ho dovuto compiere anch’io con Le affinità affettive, quando cioè occorre romanzare una storia vera.

Solo ora che i suoi genitori sono morti, e chiarisce che suo padre non era affatto un mostro, ha potuto pubblicare questa storia che, di sicuro, i suoi non avrebbero apprezzato, mentre il gemello trova nelle pagine una vera restituzione dell’infanzia, che aveva quasi del tutto rimosso.

E così Teresa Ciabatti si espone senza filtri, senza maschere, né paraventi, basta googlare velocemente per essere sommersi dalla polemica che il libro ha scatenato, soprattutto dopo la candidatura allo Strega. Ma lei ha già vinto: il fratello gemello fa il tifo per lei, dopo che per 2 anni non si erano rivolti la parola.

E qui la vostra Sandra lit-blogger inviata speciale è saltata sulla sedia una seconda volta esclamando “ma come si fa a non parlare col proprio gemello per 2 anni?” ♥

Poi si è calmata, che a questi inviti ci tiene molto e non vorrebbe venir cacciata dai salotti per schiamazzi eccessivi, proprio ora che ha potuto sfoderare e distribuire i suoi fighissimi biglietti da visita.

Il cagnolino è un timbro che ho aggiunto io, così come opera mia lo stondamento degli angoli. Il n. di cell. è stato ovviamente tolto solo per quest’occasione. Sembrano bianchi ma sono un color crema. Bellini, vero?

Un’imprecisa cosa felice

Un’imprecisa cosa felice di Silvia Greco per i librai è il romanzo del momento e io ho avuto la fortuna di incontrare l’autrice alla conferenza stampa organizzata per il lancio.

Potete trovare molte informazioni sulla trama e l’autrice in rete, già nel link sopra ci sono diverse recensioni per cui mi pare inutile ripetermi. Preferisco sottolineare la genesi straordinaria di quest’opera, le cui prime striminzite pagine sono state scritte 20 anni fa; H edizioni fu entusiasta di quei 5 fogli e nel tempo ha spesso pungolato Silvia “scrivilo, scrivilo” ma lei niente. Poi si è offerta volontaria al Salone di Torino dello scorso anno per dare una mano allo stand, vivendo da vicino l’ebbrezza della fiera, tornata in ufficio (è impiegata assicurativa), chiede una settimana di ferie, scrive il romanzo, con un’urgenza che finalmente premeva forte. In vacanza al mare ad agosto lo termina. A quel punto l’editoria prende un insolito Freccia Rossa, mediamente si muove come una tradotta di campagna, e i primi di marzo il romanzo esce ed esplode subito, aderendo alla favola che è.

Comicità e tragedia. Si parte dalle morti che strappano un sorriso, che ci fanno male alla pancia dal ridere se le vediamo messe in scena in un cartone animato, che straziano e non danno pace quando accadono sul serio.

Silvia Greco ha una vena di timidezza e una voce unica. Non ha avuto fretta di pubblicare, ha saputo capire quale fosse il suo momento giusto per farlo. Abbiamo molto da imparare da lei, ma temo che certe doti siano innate e non replicabili.

Marta, Nino, Ernesto e Marisa, i protagonisti di questo splendido esordio, sono surreali eppure credibilissimi. Ingenui nella vita, coi loro inciampi e i loro cuori spalancati su avventure che aprono scenari di una provincia italiana anni ’90 senza trilli di cellulare, con le cabine del telefono, i giornaletti porno, l’ospedale dei giocattoli, le marmellate dai gusti strampalati (ma buonissimi) e la nostalgia di guardarsi indietro e ritrovarsi un po’. Così, anche se Galletta e Tricello non esistono, riusciamo comunque a farli nostri.

L’incontro è stato ricco di emozioni e ha messo in circolo l’energia migliore per dire finalmente sì all’editoria attuale che scopre talenti come quello di Silvia Greco e l’ha aspettata per due decenni, senza temere che sfiorisse.

L’uomo nero

Elisabetta Bucciarelli, autrice e drammaturga, ha curato il progetto laboratoriale che ha fatto nascere l’antologia L’uomo nero Ediz. Caracò uscito ieri, e io sono stata invitata alla conferenza stampa dove Elisabetta e quattro delle sei autrici (Simona Giacomelli, Elena Mearini, Cira Santoro, Anna Scardovelli, Monica Stefinlongo, Cristina Zagaria) incluse nell’opera hanno parlato di lui, il solito maschio stereotipo che tanto ci fa dannare.

L’idea è quella che Elisabetta, che ha scritto un’accurata prefazione ma non è presente con un proprio pezzo, accompagnasse le autrici che ha scelto di persona, per trovare un punto di vista differente, con un denominatore comune e portare alla luce il momento, la situazione dove il maschio s’incrina e diventa fragile. L’uomo da presentare e poi distruggere (perché lo stereotipo vuole che l’uomo sia inaffidabile, assente, eterno bambino!), andando dentro alla propria voce autentica di donna, usare sì il proprio sguardo femminile ma tentare anche di mettersi davvero nei panni dell’uomo.

Sei racconti dunque, di donne non tutte espressamente scrittrici, comunemente d’accordo nel dire che se l’uomo non è stereotipato (vedi sopra) forse è ancora più difficile da gestire, da affrontare. Perché, come ha sottolineato la brava Elena Mearini che ho avuto la fortuna di individuare prima dell’incontro, in un bar, di agguantarla e farmi riconoscere per quella che sono “una blogger ficcanaso!”, se togliendo lo stereotipo scoprissimo che non rimane nulla, se ci restasse solo il vuoto?

Sei racconti sulla pelle, dove ogni donna ha voluto dire proprio quella roba lì e i lettori invece di sicuro troveranno altri piani di lettura. La sfida vera adesso è capire finalmente che uomini e donne sono diversi! Piantiamola di volerli come noi! Cerchiamo piuttosto un terreno di gioco comune dove stare bene insieme, di sicuro c’è, grazie a chi ci indicherà la strada per raggiungerlo.

Un piacevolissimo incontro, un gruppo di donne in gamba, un po’ di rabbia verso l’uomo nero, molte chiacchiere, un’attività mia, questa di andare agli incontri riservati ai giornalisti, che si sta affiancando alla scrittura con mia grande gioia. Ho un invito anche per settimana prossima. 

Il confine di Giulia

In qualità di lit-blogger sono stata invitata all’incontro riservato a giornalisti e blogger per la presentazione privata del romanzo Il confine di Giulia di Giuliano Gallini Ediz. Nutrimenti.

Ci sono due piani di lettura per questo evento: quello squisitamente personale, le mie emozioni, l’iniziale soggezione e il successivo riuscire a esprimermi anche in mezzo a giornalisti e blogger ben più noti, la mia empatia che alla fine risulta sempre essere la chiave per arrivare alla gente, anche se non sono laureata, né altisonante. La baldoria delle bollicine finali, molte risate, il clima intellettuale alto ma mai spocchioso né parruccone. Perché questo è stato e poi il libro e il suo autore, una gran bella scoperta.

Dunque, ho letto il romanzo in tre giorni interrompendo Anna Karenina e questo va detto, e siccome va detto l’ho pure detto in quella sede, suscitando l’ilarità generale. Per cui sono passata da una cupezza all’altra. Ma anche da un livello alto di linguaggio e stile a un altro che ha saputo tenergli testa, non è poco davvero.

Succede che Giuliano Gallini nel 1999, in trasferta due giorni a settimana a Reggio Emilia, la sera si annoi nell’appartamento privo di tv e inizi a scrivere, per poi scoprire che gli piace molto e gli manca quando non può dedicarsi a quelle pagine. Colpito dalle vicende di Silone gli è sembrato che fosse il rappresentante migliore per la storia che voleva scrivere, ma avrebbe potuto benissimo essere anche un personaggio di fantasia, poi la figura femminile di Giulia ha preso il sopravvento. Non siamo, attenzione, di fronte a un romanzo storico, ma a una storia d’amore tra Silone e Giulia, il suo alter ego, una donna dall’animo leopardiano. Gallini ha voluto raccontarci i possibili esiti di una ricerca esistenziale di chi a tutti costi cerca di credere a qualcosa, di chi ha una fede (religiosa, politica, addirittura per esempio i vegani!) e attribuisce ad essa un grande significato che aiuta a vivere. Ignazio Silone è così, Giulia Bassani, giovane poetessa, al contrario fatica a vivere, a scegliere, a capire quale sia il proprio desiderio su cui impilare i mattoni dei giorni. E Gallini sente una vicinanza con persone tanto sofferenti e sofferte.

Così, il nostro autore esordiente dirigente d’azienda, dopo molti anni e molte pagine fa leggere qualcosa alla moglie, che trova questo romanzo (che inizialmente era il capitolo di un’altra opera, reso poi indipendente) buono al punto da volerlo proporre a qualcuno. Sceglie Loredana Rotundo quasi puntando il dito sullo schermo, lo invia e l’agente rimane talmente stupita da questo testo, dal registro stilistico che aderisce a un’epoca – siamo nel 1931 il fascismo è al potere – da diffidare che Gallini ne sia l’autore, immagina che possa aver trovato dei diari perduti di Silone, o qualcosa del genere. Ma dobbiamo dire grazie alla fantasia di Gallini se oggi abbiamo tra le mani un romanzo insolito, che parla di malessere, che ricalca momenti storici importanti per il nostro paese, e che certo, ci racconta anche un amore, in una sfumatura diversa.

Cos’altro dire su questo incontro prezioso? Abbiamo parlato di Tolstoj, dell’importanza della cultura, anche per piantare un chiodo, del rischio concreto che corre una persona realizzata come Gallini mettendosi in gioco con un romanzo, ed esponendosi a possibili stroncature. Le critiche in realtà sono tutte lusinghiere, il romanzo sta ottenendo ottime recensioni, e io posso solo aggiungere la mia, con questo post.

Giuliano Gallini nella dedica mi ha scritto:

A Sandra con tanto affetto” e ha specificato che quell’affetto è proprio reale, perché lui, a sua volta, ha percepito il mio affetto, nelle mie domande.

Giuliano Gallini mi è sembrata una persona splendida, che non insegue il successo, e nonostante abbia il cassetto pieno di testi, potrebbe anche non pubblicare più nulla, una papà al quale chiedere un consiglio, un capo da non temere e un ottimo scrittore.

Sono felicissima di averlo conosciuto così da vicino, grata all’agenzia Punto & Zeta che mi ha invitata e anche un po’ a me stessa, che mi sono fatta strada solo con la forza delle mie letture, delle mie parole e della mia spontaneità in questo ambiente. ga

L’incontro si è svolto nella sede di Punto & Zeta l’8 febbraio, grazie al part time ho potuto esserci. Amo il mio secondo lavoro! Ho selezionato una foto in cui sono di spalle, la migliore tra i vari scatti.  

A BCM con CBM

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Dalla tecnologia del mobile social streaming (Facebook Live, Periscope) alle community di lettori capaci di portare un libro in classifica

Funzionano i social nella promozione di un libro? Esistono gli influencer e le community responsive? Che ruolo hanno librai e comunicatori? Social live streaming significa per esempio realizzare video in diretta che gli utenti possono fruire e condividere, ma anche commentare. Gli spettatori non si limitano quindi a seguire un evento in diretta ma vi prendono parte attivamente. Con il video livestreaming si possono raccontare storie, leggere integralmente un libro, realizzare interviste… Come nel caso de La resistenza del maschio (#maschioinrete) il primo libro italiano presentato con Periscope e letto integralmente su Facebook Live. Esistono anche super community di lettori forti e attenti come Billy il vizio di leggere che non solo realizzano la “lettura condivisa” ma sono in grado di influenzare il mercato e portare un libro in classifica.

Con Elisabetta Bucciarelli (scrittrice e drammaturga), Angelo Di Liberto e Carlo Cacciatore (fondatori del gruppo “Billy il vizio di leggere” e ideatori di Modus Legendi), Luca Pantarotto (social media manager di NN Editore), Marta Santomauro (libraia).

Modera: Chiara Beretta Mazzotta.

Ieri ho partecipato a questo evento alla libreria Open, scelto tra gli oltre mille della manifestazione Bookcity. Interessantissimo, magistralmente condotto dalla mia mitica CBM con la quale non sono mancate le chiacchiere tra noi! 

Tanti spunti su cui riflettere, tantissima energia bella messa in circolo come avviene in queste occasioni. Io e le mia amica siamo rincasate inebriate dalla forza positiva delle parole, delle storie e della condivisione. Non è virtuale Vs reale, ma un unico mondo dove si incontra gente appassionata, competente che non si spaccia per ciò che non è. Autenticità.

Quando i libri uniscono le persone – Strenna rosa

img_4778Tra autori dello stesso editore è bello sostenersi e magari conoscersi. Ma la storia che c’è dietro il bel romanzo di Elisa Borciani è davvero singolare:

Elisa ha infatti inviato a goWare il manoscritto dopo aver letto il mio Ragione e pentimento, da tanto le era piaciuto; io, ignara di questo fatto ho trovato il romanzo spulciando come faccio sempre tra le uscite di goWare, dopo di che sono risalita al suo blog e le ho mandato una mail per presentarmi da collega, e lei mi ha raccontato questo curioso retroscena! Ho voluto subito comprare In una scatola di latta e oggi lo suggerisco in particolare a chi ama il rosa e magari è in cerca di un’idea come strenna femminile. Eccomi quindi nel mio angolo di divano in una pausa dalla lettura  dopo aver appena detto “Orso, mi serve una foto per il blog!”

E’ bellissimo quando i libri, oltre a istruire e intrattenere, uniscono le persone!

Thank you for your lovely question!

Ci sono scrittori che aderiscono alla perfezione alla potenza narrativa delle loro storie.

Non avrei mai ritenuto possibile avvicinare e avere uno scambio tanto profondo con Michael Cunnigham eppure è successo anche questo al SalTo2016, anzi è stato il secondo incontro della giornata, grazie alla adorabile Francesca che mi ha tenuto il posto in fila alla Sala azzurra, dove, in poco tempo la coda è diventata lunghissima. Francesca dunque è stata il mio primo incontro, organizzato e assolutamente di rito, così quella mezz’ora di attesa è diventata chiacchierosa e assai piacevole, poi siamo dentro, sedute comode proprio davanti-davanti al palco. Conduce uno splendido Ivan Cotroneo, non lo conoscevo (nel senso sapevo che esiste e basta) e subito mi piace molto come modera l’intervista, che è più un raccontarsi attraverso le pagine del nuovo libro Un cigno selvatico una raccolta delle classiche fiabe rivisitate. Un’operazione già vista, sì, ma dalla lettura di una di questa da parte di una giovanissima ma pure molto brava attrice, si capisce che la penna di Cunnigham ha colpito molto a fondo, perché, come ha detto lui, il bacio del principe azzurro che sveglia la principessa non può essere la fine della storia, ma l’inizio e quel vissero felici e contenti non è forse una condanna? Ma soprattutto cosa accade dopo? La voce di Cunningham (ho scelto di non utilizzare le cuffie per la traduzione simultanea) mi ha stregata, del resto siamo nel campo delle favole; 😀 la sua umiltà e la sua grandezza mi hanno emozionata tantissimo: ha un fascino davvero magnetico che mi ha indotta a fare una domanda quando è stato il momento del pubblico. Così, microfono in mano, ho premesso che un mio insegnante di un corso di scrittura creativa ha detto che il suo romanzo Una casa alla fine del mondo è un romanzo che tutti dovrebbero leggere, e gli ho quindi poi chiesto se avverte la responsabilità di essere un grande scrittore, se riesce comunque ancora a divertirsi… lui è stato un silenzio per un attimo, poi ha riso, e mi ha risposto che diventa sempre più difficile e di avvertire sempre una maggiore pressione, (riassumo) ma di divertirsi ancora. Si è parlato dell’immancabile distanza tra sogno e realtà, che il sogno anche quando lo realizzi è sempre diverso da come te lo eri figurato e questo avviene anche per i libri che scrive: grandi idee e poi sulla carta, un risultato un po’ diverso.

Usciti una nuova piccola fila per il firma copie, e quando è stato il mio turno, Cunnigham mi ha domandato il mio nome, e poi mi ha detto: “thank you for your lovely question!” così, quando abbiamo raggiunto l’Orso, che nel frattempo era stato ad un incontro sul Talmud, mi ha ritrovata con stampato in faccia un sorriso ebete che mi ha accompagnata per giorni. Un premio Pulitzer ha trovato deliziosa la mia domanda!

Salutata Francesca abbiamo proseguito con i nostri giri tra gli stand, godendoci questo salone che per me è stato immenso.

Adrenalinica davvero questa edizione al punto che in auto al ritorno ho detto: nooo, ora tocca aspettare un anno per il prossimo.

Rimangono ovviamente i libri dei due autori di cui vi ho parlato, appena li avrò letti condividerò le impressioni con voi.