Carine McCandless, 5 anni dopo

La rimozione del magic bus in Alaska ha puntato di nuovo i fari sulle vicende di Chris McCandless, per questo motivo ho deciso di recuperare la sintesi dei post che avevo pubblicato qui cinque anni fa, quando il destino mi regalò un invito in Corbaccio per l’incontro privato con la sorella. Lo trovate cliccando “Continua a leggere”. Continua a leggere

Giornate con tante cose + Piffiamo insieme # 1 Inizio della lettura

Ci sono un sacco di cose, alcune rimarranno soltanto accennate in questo post, mentre ad altre verrà dato maggiore spazio più avanti.

Sabato sera è cominciata la stagione teatrale al S. Babila, dove abbiamo l’abbonamento in prima fila e ci siamo ben gustati Due figlie e tre valigie la classica commedia degli equivoci, molto simpatica. Domenica di relax, so che i giorni a venire saranno – e sono stati – impegnativi e me la prendo comoda, l’Orso lavora da casa, il pc aziendale è una sciagura vera. Lunedì trasferimento dell’ufficio, meno traumatico del previsto, fino a quando scopro, ieri pomeriggio dopo essermi sistemata alla nuova postazione, che la parte di archivio rimasta di là (abbiamo davvero molti documenti ancora cartecei) ce la dobbiamo smazzare senza aiuto di manovalanza (mediamente danno un paio di persone in supporto) e, contrariamente a quanto ci era stato detto cioè di fare pure con calma, no, tocca sbrigarsi. Sempre lunedì, dopo il lavoro, di nuovo sotto una pioggia battente e un freddo che mi gela la mano che tiene l’ombrello, approdo allo Spazio Vigoni per l’incontro riservato alle blogger fortunelle per il lancio di Lettere d’amore per uomini imperfetti vi linko la precedente presentazione pubblica perchè racconta bene il libro.

Martedì comincia con il fantastico post di Elena che ringrazio di cuore. Rimango in ufficio fino alle 19.30, due ore di straordinario, per un totale di 10 trascorse con i numeri e le cose fiscali. Se non fosse per i colleghi, che poveraccci, combattono duramente con un nuovo programma informatico assurdo che, oltretutto ha subito un reale colpo di grazia col trasloco del giorno prima, starei anche bene. Ragiono su quanto un ambiente più caldo, luminoso, spazioso, in mezzo agli altri e non in una dependance divisa da un tunnel ghiacciato d’inverno e bollente in estate, da attraversare per qualsiasi cosa, oltretutto con una pesante porta che si apre col badge, possa fare la differenza. Lavoro da oltre 31 anni e questo è in assoluto il migliore ufficio dove sia mai stata, il precedente, durato 13 mesi il peggiore e l’ho davvero detestato.

Io e l’Orso rincasiamo per le 20, la mattina avevo scongelato zuppa valtellinese (un mix di legumi secchi che vanno fatti cuocere per 85 ore) e arrosto di lonza cucinati nel part time, per cui la cena va solo scaldata. Dopo aver visto Guess my age accendo il Kindle e con tempismo perfetto inizio la lettura condivisa.

Sono un po’ stanca, e, lo confesso, le prime pagine di Pif non riescono a convincermi. Il motivo è che non mi prende la storia e ahimè neppure lo stile che trovo piuttosto piatto. Leggo prologo, capitoli 1 e 2, l’e-reader mi avvisa che ho completato la lettura del 10% del romanzo – che non è lunghissimo – e io sono quasi infastidita per la lungaggine della faccenda “pasticceria, cannoli, ricotta per riempire i dolci” per la quale il protagonista ha un’ossessione patologica che, raccontata in questo modo, non mi strappa simpatia, ma solo “sì, ma fatti curare, eh!”

Prima delle 23 vado a dormire, sperando di non essermi fatta odiare dagli amici con questa scelta che, al momento, è deludente.

In mezzo a queste giornate ricevo diversi inviti per BookCity ormai imminente, e uno da parte di Chico Mendes a un aperitivo, proprio nel locale dove ho festeggiato i 50 anni, per diventare ambasciatrice della sua filosofia, in particolare per il Garabombo.

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Non so cosa riuscirò a fare, anche se tutto è estremamente bello e interessante, intanto metto uno dei Banner che mi hanno mandato.

Nel frattempo c’è stato anche il Pisa Book Festival e avrei voluto parlarvene per tempo, mi fustigherei, davvero. GoWare ha festeggiato alla grandissima i 10 anni di attività, è stata fondata nel 2009, con 900 titoli in catalogo, di cui 100 novità uscite nel 2019, con uno stand. Ebbene sì, per la prima volta un editore digitale partecipa a una fiera di editoria tradizionale, stampando le copie dei propri libri.

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Su quel banco, tra le opere di narrativa, c’era anche il mio ultimo romanzo; avendo davvero tante pubblicazioni e uno spazio ridotto, in goWare hanno pensato di portare i libri a rotazione, proponendo ogni giorno testi diversi. La squadra di goWare mi manca da morire, è vero, sono ancora una loro autrice, ma sapere che non c’è un futuro continua a rattristarmi, ancora di più ora, quando vedo come sono stati capaci di ingranare una nuova marcia e andare avanti, nonostante la scomparsa di Tiziana.

Concludo questo post con la promessa di tornare presto e un abbraccio.

Scrivere un buon romanzo: qualche idea da Raul Montanari

Eccoci oggi con la seconda e ultima parte del mio incontro con Raul Montanari allo Spazio Vigoni, il 24 ottobre per il lancio del suo romanzo. Due righe su chi è Raul, ebbene il nostro Raul è un sessantenne che sembra un cinquantenne, che ha lavorato in pubblicità nella Milano da bere, quando giravano tanti soldi e altrettante idee per poi trac lasciare tutto, all’apice di un’ottima carriera e avviare la sua scuola di scrittura creativa, quotatissima, dalla quale continuano a uscire autori molto validi, uno su tutti, ne abbiamo parlato spesso anche qui nel blog Francesco Muzzopappa che addirittura commentò il mio post!

Cominciamo da quella che è una grande verità di Raul, che mi sento di condividere:

Chi scrive sta male

eh

Altrimenti sceglierebbe altre forme di comunicazione come la musica. Ebbene sì, quanto stavamo male quando abbiamo deciso di affidare alla classica pagina bianca le nostre emozioni? Da cosa siamo partiti? La scelta che va per la maggiore è partire da un incontro vero che unito a riflessioni astratte costituirà poi il testo finito. Si può fare anche al contrario. Tutto ciò mi trova d’accordissimo, prendiamo il mio Le affinità affettive, l’incontro vero è ovviamente quello con Natallia, le riflessioni poi sono tantissime su tutto ciò che l’esperienza di accoglierla ha portato con sè.

Ne La seconda porta la base veritiera è questa: nell’appartamento sopra a quello in cui vive Montanari ci sono due vecchietti tremendi, che ce l’hanno con gli extracomunitari; li ritroviamo proprio nelle prime pagine del romanzo “I vecchi Mattei stavano male“.

Muoiono.

E qui entra in scena il pensiero reale di Montanari “quando moriranno quasi quasi compro l’appartamento di sopra e lo tengo vuoto, per non rischiare di avere sulla testa qualcuno di rumoroso.”

Milo Molteni, il protagonista, compra l’appartamento dei Mattei e pensa di collegarlo al suo mediante una scala a chiocciola.

Ohahhahha, quanti di noi avrebbero voluto eliminare i vicini molesti? Vedo molte mani alzate, certo scrivendo ci possiamo togliere parecchie soddisfazioni, va detto.

Non è difficile avere idee, ma non sempre, afferma Raul, si è poi in grado di portare avanti il progetto e scrivere un’intera storia, questo per diversi motivi, magari non ci appartengono più, magari ci siamo persi, non erano spunti davvero consoni a noi.

Quante volte pure a noi che non siamo bravi come Montanari è capitato comunque di avere quel guizzo meraviglioso e poi puf vederlo sfumare, non essere capaci di trovare il cuore della narrazione, farla proseguire, ecco io ascoltando Montanari ho pensato che, porca miseria, alla sua scuola di sicuro si imparano un sacco di cose fighe e utili, perchè se un’idea non decolla non è davvero il caso di farne una tragedia, bene, ora lo so.

La seconda porta fondamentalmente ci parla del rapporto che abbiamo con il bene, attraverso una serie di personaggi genuini che si confrontano con l’evento straordinario dell’arrivo di Adam, un extracomunitario che si infila nell’appartamento dei Mattei e scompaginerà l’esistenza di tutti.

Non voglio svelare altro, ma mi soffermerò su due brani che mi hanno emozionata più di altri. Milo ricorda la fine della sua convivenza con Elisa, quando di fronte a un percorso di procreazione assistita lui si tirò indietro. La pagina mi ha colpito moltissimo, come potete immaginare, è scritta con una lucidità e una presa di coscienza della questione davvero riservata a poche anime, così quando Raul ci dice che quella parte è vera, è un suo passato di cui non va troppo fiero, io comincio ad agitarmi sulla sedia.

Tipo: cazzarola era vero, ecco perchè l’ha scritto tanto bene, oh dddioddiodio!

Quindi glielo dico, gli dico che mi stende venire a conoscenza di questa cosa. Ma non mi fermo, esterno anche le emozioni provate leggendo le pagine in cui Milo e Adam vanno al centro commerciale a comprare dei vestiti, perchè sono praticamente identiche a quando io andai con Natallia a fare esattamente la stessa cosa, la frase che mi esce è:

“Quando tu e Adam siete andati al Portello.”

Tu e Adam, non Milo e Adam.

Non me ne rendo conto, me lo fa notare Raul Montanari e io me ne vergogno un sacco, penso di essere la solita cretina, che parla senza filtri, che pensa di stare dentro un libro, ma la cosa inaspettatamente a Raul fa piacere; a quel punto appare la bionda CBM e dice:

“Invitare Sandra è sempre una garanzia.”

Sono completamente in ostaggio della mia emotività spiccata, ringrazio Raul per aver scritto questo fantastico libro e cerco di calmarmi.

Poco dopo, con gli interventi delle altre blogger, la serata finisce, tra gli abbracci. Io esco e mi avvio al tram, faccio un sacco di foto, mi fermo davanti al Duomo, come una demente.

A voi, che mi avete seguita fino qui, voglio regalare qualcosa di davvero speciale che mi ha scritto in privato Raul, una chicca per autori.

Raul ci ha raccontato che scrive la prima stesura in un mese, o anche meno, ma è un mese terribile in cui soffre, gli affetti gli stanno alla larga, diventa un romper di lusso, fino a quando finalmente approda nella terra felice della revisione. Ohibò, sarà che è da principianti amare la prima stesura ed essere nei guai con le successive? Io con la prima stesura mi diverto un sacco, magari non sono il massimo della simpatia per mio marito, al solito costretto ai surgelati e all’arrosto bruciato, ma per me è puro godimento, le rogne arrivano dopo. Ho chiesto quindi a Raul, anche considerato che 25/30 giorni per scrivere un romanzo sono pochi e soprattutto sono il sogno di molti di noi, quanto la sua faticosa prima stesura sia diversa dal prodotto finale che arriverà al lettore.

Ecco la sua risposta.

Cara Sandra, all’intelligenti domanda che mi fai sono costretto a dare una risposta molto “personale”, non rappresentativa di quello che succede agli altri autori. Partiamo da una considerazione generale: la differenza fra la prima e l’ultima stesura di un romanzo è di solito inversamente proporzionale all’esperienza dell’autore. Più l’autore è esperto, minore sarà la differenza perché lui avrà ormai già incorporato nella sua tecnica di scrittura tutta una serie di correzioni (in questo caso preventive) che sarebbero da fare in fase di revisione. Ti posso fare due esempi banali. O forse non così banali.
1) Noi di solito quando scriviamo di getto andiamo poco a capo. Le nostre pagine vengono fuori con un flusso continuo, e questo è anche un buon segno perché vuol dire che siamo sorretti dall’ispirazione, come si diceva una volta. Però il lettore gradisce, per muoversi più agilmente sulla pagina, che un certo numero di a capo ci siano (mediamente fra tre e cinque). Quindi un classico intervento di revisione, che per la verità facciamo anche quando scriviamo una mail o un post su FB, è quello di introdurre a posteriori degli a capo in più. Ecco, un autore esperto mette già, istintivamente, un numero di a capo che è più o meno quello giusto.
2) Un tipico intervento di revisione di un dialogo consiste nell’accorciarlo. Come? Tagliando cose che “stanno all’inizio”: ossia battute inutili che si trovano perlopiù all’inizio del dialogo e parole inutili che si trovano quasi sempre all’inizio delle singole battute. Anche in questo caso, lo scrittore esperto tenderà a eliminarle prima ancora che nascano.
Io sono evidentemente uno scrittore esperto, visto che questo è il mio ventiduesimo libro; e va aggiunto che l’esperienza della scuola di scrittura fa sì che da più di vent’anni lavori su testi altrui, come se fossi un editor, e che sia costretto a riflettere costantemente sui fenomeni della scrittura. Quindi nel mio caso particolare c’è pochissima differenza fra il testo iniziale e il risultato finale, tranne nel caso di problemi di impostazione che stavolta mi ha trovato Valeria D’Ambrosio, da quasi dieci anni la mia collaboratrice/editor privata (che poi è la Vera del romanzo). Gli editor della Baldini non hanno mai dovuto far niente, solo le correzioni dei refusi.

Direi che a questo punto non vi resta che leggere La seconda porta, 

vi ho linkato con piacere alcuni appuntamenti per incontrare l’autore, se vi restano comodi, non rimarrete delusi.

E adesso, dopo il commentatissimo post di ieri sera (grazie ancora di cuore a tutti) diamo una bella sferzata a sto blog e facciamo vedere al web che ce ne freghiamo del diffuso calo di interesse. Smack ♥♥

La mia seconda volta con Raul

La mia prima volta con Raul Montanari era stata bellissima e ve l’ho raccontata in questo post. Ero impreparata e non volevo esserlo anche in questo secondo giro, il libro quindi – mi era stato mandato il pdf in anteprima con l’invito alla presentazione privata per blog letterari (adesso me la tiro un po’) – l’ho letto e molto apprezzato.

Ma partiamo dal principio, inanzitutto c’e parecchio da ridere rendendosi conto che, ebbene sì, a un anno e mezzo di distanza, l’incontro con Raul Montanari avviene nelle medesime condizioni di delirio idraulico, ma tutto sommato non c’è da stupirsi. Con questo romanzo l’autore ha un compito pazzesco perchè le aspettative in me sono alte, lui ne è inconsapevole, certo, ma la rogna è tutta sua. In fondo se quando le aspettative sono alte, la delusione spesso è dietro l’angolo, in questo momento oggettivamente già esserci, con CBM valore aggiunto, sotto questi cieli di mezze disgrazie, be’ è un gran risultato e l’unica cosa che potrebbe andare male, sarebbe unicamente non riuscire a presenziare.

Il nuovo romanzo intanto ve lo linko. E non mi ripeto sulla trama, la leggete lì.

E’ una storia di immigrazione, certo, ma anche molto generazionale, Milo è del ’69, io del ’68 e ritrovo un uomo che fa i miei stessi conti con ambizioni e progetti traditi. Poi c’è Milano, la mia Milano, certi luoghi poco fashion, come il centro commerciale Portello, ci sono l’amore, il lavoro, il futuro che si sgretola e il presente che non sa restituire la verità. Ci sono le gocce di tranquillante, l’ansia e l’insonnia di tutti noi, che in fondo ogni giorno scendiamo a patti con come eravamo e con ciò che avremmo voluto, voluto diventare, essere e anche avere: un’occupazione migliore, un figlio, altri genitori.

C’è finalmente l’editoria italiana che sforna gioielli, la scrittura immensa di un autore di raro talento; mi sono soffermata spesso a riflettere sulle sue scelte lessicali, sullo stile preciso, su quello scavare nelle emozioni da parte di chi no, non si è limitato a inventare e raccontare una storia, ma mi ha condotta per mano, e quella mano a volte è stato proprio necessario stringerla forte, stritolarla per farsi un po’ di coraggio. Nonostante la lettura sia un cazzotto in faccia e la consolazione arrivi solo in parte, mi ha comunque regalato una narrazione piacevole e potente, lì ad aspettarmi sui fogli sparsi, in ogni momento libero, a pensare “domenica lo finisco, non mi schiodo dal divano finchè non giro l’ultima pagina”. E così è stato e poi a contare i giorni che mi separavano dall’incontro, come un amante al treno, come una festa. Adesso vi dico: non perdetevelo e mettetelo sotto tanti alberi di Natale.

E giovedì 24 infine arriva, il romanzo esce e muove i suoi primi passi allo Spazio Vigoni. Piove e ci sono 16 gradi, un autunno strano e Milano mi si para davanti bagnata e caotica ma soprattutto bellissima, o così mi sembra come sempre quando vado da CBM la sera diretta dall’ufficio che invece sta fuori città in un posto anonimo, industriale e oggettivamente brutto.

Raul arriva, è stato dal dentista e non si è fatto fare l’anestesia per non essere costretto a subirne gli effetti durante la presentazione, così noi blogger ci sentiamo subito in debito e promettiamo domande non troppo perfide. L’incontro alla fine dura due ore, due ore stupende di romanzo e divagazioni con chicche scrittorie e umane che vi racconterò nella seconda puntata, altrimenti otre a venire fuori un post troppo lungo, dovrei aspettare a pubblicarlo, potete immaginare a che ora sono rincasata, e non ho le forze di scrivere oltre.

Stay tuned quindi.

Evento privato per il lancio di Sonno bianco

Gli incontri privati per giornalisti e blogger sono sempre una festa e io mi sento una privilegiata per i ripetuti inviti. Mercoledì ho avuto il piacere di conoscere da vicino Stefano Corbetta, il giorno dopo sarebbe uscito il suo secondo romanzo di cui si sta già parlando: Sonno bianco edito Hacca Edizione, un ottimo editore.

Sono pessima, peggio del solito: in ritardo (è un giorno lavorativo e prima è impossibile), senza aver letto il romanzo, e quando vedo gli altri prendere appunti mi ricordo di non avere con me il blocco d’ordinanza. Stefano ha già introdotto il romanzo ed è il momento delle domande. Ho una vaga idea della trama, sto molto attenta e trovo comunque qualcosa di pertinente da dire sfoderando il jolly: sono una gemella!

Stefano ha studiato con cura il mondo dei gemelli oltre ad aver frequentato a lungo un istituto milanese dove sono ricoverati i pazienti in stato di incoscienza, ha parlato con medici e familiari, ha in definitiva per molti mesi raccolto informazioni e fatto una vera ricerca sul campo. La gestazione di Sonno bianco è durata due anni, e Stefano ne parla davvero come di un risultato sudato; un po’ chiaramente è il tema stesso a condurci lungo le strade di una narrazione sofferta, un po’ è il vero mestiere di scrivere che Stefano sembra maneggiare davvero bene. Quest’estate ha rinunciato alle vacanze in famiglia e mentre moglie e tre figli erano a Londra, lui in città si è nutrito di pizze e ha concluso l’editing affiancato dallo staff Hacca.

Scrivere significa mettere in conto sacrifici e solitudine, sensi di colpa verso chi stai lasciando indietro, mentre corri o talvolta arranchi verso un futuro fatto di parole che senti debba appartenerti.

Nonostante il tema impegnato, la serata non è pesante, è profondità di argomenti con belle teste pensanti e le bollicine finali regalano momenti conviviali assai piacevoli, anche grazie alla solita CBM padrona di casa perfetta. In due anni ha creato uno spazio di spicco in città, e di sacrifici ne avrà fatti tanti pure lei.

Io, in realtà, mi sento come in quelle trasmissioni “Spie al ristorante” e “Boss in incognita”, infatti per uno di quei buffi casi della vita, che quando fa così si rivela un’allegrona e declina le coincidenze in divertenti siparietti, Stefano Corbetta era compagno di classe alle medie di una delle mie migliori amiche, per cui lo osservo di sottecchi immaginandolo quell’adolescente di cui Manila ehm ehm era innamorata. Quando lei mi aveva detto di avere un altro amico che scrive, oltre a me, avevo pensato “seeee vabbe’ dai in Italia scrivono tutti!” ma poi il nome uhm non mi era nuovo, il motivo è presto detto : siamo entrambi autori della scuderia dell’Agenzia Beretta Mazzotta e avevo visto la copertina del suo primo romanzo nel sito!

Forse avrei dovuto parlare del libro, ma io preferisco in questi casi guardare all’anima di chi si spende per darci storie da amare, di chi gioca con gli incastri tra le cartelle dei figli e i propri mutismi, quando i familiari chiedono di te e tu sei lì solo fisicamente ma ancora con il cervello sul pc eppure non molli. Se il libro dovesse andare bene, Stefano magari potrebbe pensare seriamente di lasciare il lavoro ufficiale (lui scrive di notte e la mattina è in pista), lo sappiamo quanto sia complicato trovare il tempo, ma mercoledì con tanto entusiasmo Stefano ci ha soprattutto raccontato che è possibile non perdersi e trovare il proprio libro in una pubblicazione top!

Quattro autrici e una ladra sulle orme di Agatha

Nel bel mezzo di una settimana orribile, la mia amica autrice Paola Varalli mi ha comunicato che avrebbe partecipato a un’interessante serata con altre tre scrittrici di gialli, alla libreria Covo della ladra. Non ci ho pensato su due volte e sono andata, nonostante la distanza da casa mia fosse notevole. Il Covo della ladra nasce grazie al crowfounding e lo scopo era quello di dare a un quartiere multietnico e spesso al centro di guerriglia urbana una libreria (non ce ne erano) che fosse anche luogo di incontro. Per chi Milano la conosce almeno un po’ stiamo parlando di via Padova, in fondo, tra Cimiano e Turro. In qualche modo arrivo, e per tornare a casa ci penserò.

E’ difficile parlare di questa presentazione articolata su più voci, senza aver letto i libri, né conoscere le autrici, Paola ha esordito lo scorso inverno con i Fratelli Frilli, delle altre tre di fama conoscevo solo Rosa Teruzzi (Sonzogno), ma abbiamo pure Mondadori e Damster. Voglio quindi depositare qui nel blog, le sensazioni che la serata davvero splendida mi ha lasciato.

La libraia è attenta e simpatica, ha organizzato un aperitivo, mette tutti a proprio agio, persino me che mangio patatine seduta in prima fila. Ciò che emerge, con le dovute differenze espressive, è l’assoluta urgenza narrativa, del tutto priva dallo star system. Qui non ci sono autori che arrotondano con corsi di scrittura, che strizzano l’occhio a un certo divismo, qui ci sono: un’architetta, una poliziotta e due giornaliste che incastrano i tasselli di una vita piena e rinunciano ad andare in vacanza sfruttando l’intero periodo di ferie per scrivere, che terminano la prima stesura in 5 giorni durante i quali comunicano con i familiari solo con “ehm ehm” e si ritrovano di conseguenza con un gatto, un piercing alla figlia, e altre cose di cui non si erano bene rese conto di accettare. Donne autentiche che fanno i conti con un’editoria di cui – senza piagnistei né lunghi discorsi autoreferenziali – pubblica troppo, pubblica spesso male. Donne per le quali la divisione in generi letterari è priva di significato, esistono i libri belli e quelli brutti stop. Donne semplici, alla mano, dotate di una grande dote comunicativa che al termine della presentazione non lesinano chiacchiere, sorrisi e tempo nonostante si sia fatto davvero tardi.

Tardi, tardissimo, gulp il mio orologio fa quasi le 22 e sono praticamente dall’altra parte del globo, chiamo un taxi e se consideriamo che ho pure comprato tre romanzi (tutti in pratica, visto che quello di Paola l’avevo già preso e apprezzato) la serata mi costa parecchio. Ma mi dà molto di più, un’energia scrittoria fantastica, una serie di input sull’importanza di fondersi con le proprie opere, no a 9049845 revisioni, ma sì a ricerche efficaci laddove servano anche se portano via tempo, si scrive, che si pianifichi o meno, si rilegge e si manda a chi di dovere. Si scrive soprattutto quando si ha un messaggio forte da proporre: Deborah Brizzi ha ricordato che in Italia viene uccisa una donna ogni 3 giorni, in Russia ogni 45 minuti, Rosa Teruzzi ha fatto un discorso molto condivisibile sul rispetto di sé, sulle scelte che facciamo circa chi (uomo) ci sta accanto. Sara Magnoli ha scherzato sul suo essere la “pecora nera” della serata, nonostante le tantissime pubblicazioni alle spalle. Tutte hanno avuto parole di grande affetto e nostalgia per Tecla Dozio che ho avuto l’immenso piacere di conoscere, e di frequentarla nella sua meravigliosa libreria, secoli fa, quando ancora non avevo un blog e l’onore di scrivere per lei un pezzo su PD. James. Ed è stato per me bellissimo ritrovarla e pensare a quanta strada ho fatto da allora, come scrittrice e come persona.

Così, sono rincasata con tre romanzi che di sicuro mi godrò e con tanta adrenalina, come una polvere magica che mi ricopre e mi rende un po’ meno vulnerabile nell’affrontare questo periodo davvero duro.

Con la conferma sull’enorme potere salvifico dei libri. Non che ne dubitassi, eh.

# I miei primi pensieri – Non proprio un post sul Salone 2018

Sono raffreddatissima, ho poco tempo perché oggi ho ripreso a lavorare dopo un giro di part time più lungo del solito avendo aggiunto 2 giorni di ferie, dovevamo andare da qualche parte ma poi, tra mamma e bagno non si è più organizzato nulla, ma i giorni me li sono tenuti. Vorrei scrivere del salone, così utilizzo questa formula, di sicuro più veloce ed emotiva, che credo si confaccia all’evento. A me è piaciuto, molto, forse era un pelo più confuso del solito e di sicuro noi abbiamo saltato parecchi stand, questo perché fin da subito da Marcos y Marcos abbiamo dato fondo a parecchi risparmi, lasciandogli 82 euro per 5 libri, giusto lì, si era appena entrati, mi ha intercettata la bionda CBM ed è stato festa subito. Ero lì in tre versioni: blogger, lettrice e autrice. Sulla prima mia veste ho incontrato, dopo numerose telefonate e whatsApp devo dire un po’ sfiancanti, Barbara col marito ed Elena con la mamma, è stato bello e abbiamo chiacchierato, come sempre io sono la più bassa. Avevo già incontrato Gaia Conventi, senza problemi essendo autrice di un editore dove comunque volevo passare, altre amiche invece alla fine non sono riuscite a venire. Come lettrice posso dire di aver trovato la solita vastissima offerta tentatrice, molti acquisti, anche per la nipote, mio marito invece si è limitato, forse perché ha ancora parecchio arretrato da Tempo di libri, che io invece sto smaltendo bene, avendo molto più tempo di lui e forse anche concentrazione serale divanosa. Da autrice ho avuto la conferma che i due editori che sto tenendo d’occhio sono davvero una realtà interessante al di là dei soliti big che ho allegramente scansato, non vado fino a Torino per comprare libri che trovo alla Coop, non scherziamo. E Sempre come autrice posso dire che gli editori blasonati non credo siano inarrivabili, ma credo che se non si diventa autori di punta per loro, finisci in un mucchio che tanto vale pubblicare con Starnazza libri & CO. Purtroppo a mio avviso vanno evitati anche i super piccoli, con stand in condivisione, che poi verifichi a casa e non fanno manco il digitale: sono destinati a morte certa e cedere loro i diritti equivale a buttare il libro in orbita e sperare che qualche uomo dello spazio lo capti. Chi poi al Salone manco c’è, be’, esperienza ahimè già fatta e non replicabile. Ho detestato le polemiche sulle code: in 15 minuti esatti eravamo dentro, superati i controlli di sicurezza e la biglietteria. E sulle toilette che dire, ci sono andata due volte, la prima avevo mah 4 /5 persone davanti, la seconda nessuna. Fortuna? Boh, certo, un po’ di fila per il panino, ma è un grosso evento non si può immaginare di essere soli. Diverse persone di fama: la sindaca Appendino, Sgarbi che non manca mai, Piero Angela, già vedemmo il figlio anni fa, e il mio adorato Alessandro Barbero me lo sono visto dall’oblò della sala blu, mi è bastata la sua voce per poche frasi per dirmi “oh, è proprio lui” ed essere contenta così. Un salone pieno di emozioni, abbracci, storie, un salone semplicemente come deve essere, una fiera, forse pure delle vanità, probabilmente, spero delle opportunità. Ho adesso una bella pila di libri freschi che mi aspettano e spero di potermici dedicare con il mood giusto, in questa stagione già si pregusta l’estate, la spiaggia e la sdraio, alcuni di certo verranno con me in vacanza, che nel frattempo abbiamo pure prenotato: Camargue! E’ andato tutto bene a Torino, anche l’autostrada e sfilare accanto al mio orso sapendo che lui è con me, in queste avventure condivise che sanno semplicemente di pagine e parole. Questo è stato il mio salone, positivo, diverso da quello di chi vuole solo vederci il peggio dell’editoria che, di sicuro c’è, c’è certo che c’è, visto che era pieno di EAP, tocca controllare, abbiamo gli strumenti per farlo, e per andare in giro come cercatori di funghi, quelli buoni sono pochi, ma quelli velenosi prima o poi impari a scartarli.

Ancora su Raul Montanari e il bullismo

Il weekend non è mai il momento migliore per pubblicare nel blog qualcosa a cui si tiene: le visite precipitano (vorrà forse dire che i blog si leggono sul posto di lavoro?), in aggiunta le splendide giornate attuali invitano a uscire, noi oggi siamo stati in gita in Monferrato per il nostro consueto giro carni-vino di cui vi ho già parlato in altre occasioni. I blog dal telefono li guardo pochino, nonostante il blocco che mi sono fatta mettere dalla Tim, appaiono sempre schermate allarmanti, senza che io clicchi nulla, è successo anche oggi. Però avevo linkato il post a Raul Montanari che mi ha risposto con parole di apprezzamento. Grazie a te per la cosa bellissima che hai scritto: coinvolgente, personale, trascinante. Niente di anodino, si sente proprio la voce e, dietro la voce, la persona. Il fatto che uno dei massimo insegnanti di scrittura creativa definisca trascinante un mio testo, confesso di aver impiegato parecchio a scriverlo, mi rende fiera, anche se naturalmente so bene che questo non significhi che io poi sappia fare altrettanto con un romanzo, ma essere una buona blogger di un blog letterario rimane un grande risultato. Tuttavia non sono qui per lodarmi, ma per proporre il video lassù a completamento del post di ieri. Entrambi rimarranno in cima al blog fino al giorno 25, quando arriverà la consueta puntata di #Amo il greco, per dar loro la giusta visibilità. Vi invito quindi a voler partecipare alla discussione sui temi proposti ne La vita finora, a leggere il post prima di questo, se ancora non l’avete fatto e a prendervi giusto 3 minuti per il video. La questione in gioco è troppo importante e parlarne è un minuscolo passo avanti nell’affrontare il dramma, ma si sa che qualsiasi viaggio comincia con un primo passo. Grazie!

Un aperitivo con Raul Montanari

Quando ricevo l’invito all’incontro con Raul Montanari sono nel delirio idraulico polveroso e lo vedo come un faro verso cui tendermi con gioia. Il giorno arriva e il mio prepararmi a intervistarlo si limita a leggiucchiare in rete qualcosa sul suo romanzo, di cui ovviamente parleremo, e ad andare dal parrucchiere. Tanto per completare il quadro nella mia settimana caotica in cui cerco di riallinearmi con il quotidiano a casa e in ufficio, Milano è nell’euforia del Salone del Mobile, avvolta da un’estate in anticipo, niente primavera, ci buttiamo direttamente oltre i 25° e la gente gira in pantaloncini.

Sbaglio fermata del metro, nonostante sappia benissimo dove si trovi lo Spazio Vigoni dell’Agenzia Beretta Mazzotta, visto che ci sono andata diverse volte, vi approdo trafelata, l’autore sta raccontando La vita finora Edito Baldini + Castoldi, la storia di un giovane professore che si trova a insegnare in una piccola valle montana. L’incontro con i ragazzi è uno scontro: dovrà vedersela con una violenza difficile da catalogare – nessuna paura per le conseguenze e un modo brutale di abitare la rete – ma anche con gli adulti, il tema del bullismo è centrale, e io mi metto lì sulla sedia: occhiali, quaderno per gli appunti e orecchie super attivate.

Quasi subito mi rendo conto di non poter star dietro al grande potere comunicativo di Raul Montanari, scrivo qualcosa e cerco di memorizzare il resto e quando si apre il momento delle domande, azzardo la questione che mi agita la testa, da contestatrice del sistema editoriale quale sono, cioè se con questo romanzo si senta in un filone Montagna, in una sorta di moda assieme a Cognetti e Montanari, che potrebbe mandarmi a quel paese in un battito di ciglia, risponde pacato che se esiste una moda allora l’ha fatta nascere lui, negli anni 90 con le sue prime storie.

Ma se la valle del romanzo amplifica l’elemento “insegnante forestiero” in realtà il bullismo è purtroppo trasversale e la città non ne è esente. Ora non voglio raccontarvi il libro, innanzitutto perché non l’ho ancora letto, anzi, facciamo così:

qualcuno è interessato a una lettura collettiva come abbiamo fatto per Cognetti e Ciabatti? Rispondete nei commenti che ci si organizza.

e poi perché non è questo il vero senso dell’incontro, no, neppure bere una certa quantità di prosecco dopo, chiacchierando con tutti e sentandomi molto libera e finalmente in possesso della mia natura più interessante e autentica (sono in mezzo alle storie, con CBM di cui è chiaro sono un po’ innamorata, dopo essere stata travolta negli ultimi mesi da cose di cui avrei fatto volentieri a meno!), il senso è ciò che mi ha lasciato: una serie di spunti su cui ragionare. E infatti ci penso un sacco, ci penso mentre rincaso in una luce bellissima, passeggiando in centro e poi in metropolitana, ci ripenso sul divano quando mando whatsApp vocali entusiasti agli amici, mentre ricordo a me stessa che devo fare delle cose come svuotare la lavastoviglie, rendermi conto che domani (cioè oggi) toccherà sedersi di nuovo all’altra scrivania, quella delle rogne fiscali. E come prima cosa vorrei abbracciare Nanni, che l’ultima volta quando sono andata a prenderlo a scuola lui era malmostoso e io, con il mio nervosismo dei giorni storti, non ho saputo sfoderare nessuna arma per dare il via a una comunicazione affettuosa e ora me lo immagino vittima di qualche Rudy-bullo, il mio Nanni magrolino e fragile e allora – mentre ritengo che Emanuele sia al circolo fotografico invece si spara un’altra giornata doppia al lavoro (non torno per cena, vado direttamente al circolo, mangio in mensa, oh fantastico, io ho l’aperitivo da Chiara così non dovrò cucinare! Rincasando dopo le 23) m’invento di mandare una mail a Raul Montanari per ringraziarlo e stamane alzandomi ho trovato nel cell già una mail di risposta. E tocco le stelle dell’umanità che è grande quando è umile e della cultura che è più bella se priva di spocchia.

E torniamo agli spunti, li deposito qui, per tutti, per le mie tre lettrici insegnanti (Tenar, Barbara Liguria e Speranzah) ma potrebbero essercene altre, per i genitori di ragazzini in crescita, per chi semplicemente non si arrende a questo mondo dove tutti parlano di perdita di valori e non si sa bene come recuperarli, ma vuole fare qualcosa. Eccoli:

Dobbiamo veicolare il messaggio che leggere è figo, perché lo è: fornisce un’arma in più per conoscere l’animo di chi ci è accanto, perché nei libri c’è una verità umana imperdibile e il narratore ha il grande privilegio di intercettarne le sfumature.

Per la prima volta il confronto generazionale si pone su un piano in cui i figli sanno più cose dei genitori, non era mai successo. E questa materia che padroneggiano è la tecnologia, i social, di cui gli adulti non possono disinteressarsi. E’ finita quindi l’epoca in cui il sapere genitoriale veniva trasmesso ai figli: questo è altamente destabilizzante.

Abbiamo affermato più volte che la realtà virtuale non era reale, e ora ci rendiamo conto che ahimè lo è, gli amici su Face Book non sono veri amici, dicevamo, ma ciò che viene messo in rete procura conseguenze assolutamente reali. Il video shock che rovina una ragazzina è virtuale, sì, certo perché gira per la rete ma è realissimo nel danno che fa alla malcapitata.

Non vorrei, e concludo, commenti botta e risposta tra me e voi, ma un confronto circolare, perché sono temi che mi stanno a cuore, poi ne riparleremo con la voce forte di un romanzo che ha davvero qualcosa di concreto da proporci, per avvicinarci alla realtà del fallimento dell’umanesimo, della scelta del male come stile di vita. Argomenti roventi quali lo svilimento della professione dell’insegnante, l’educazione che possiamo dare ai nostri ragazzi per farli crescere “sani” ma con un’attrezzatura sufficiente per affrontare i pericoli. Torneremo a parlare di emarginazione, di adolescenti, di quel senso di appartenenza così importante quando smetti di essere bambino, quando cominci a capire di essere unico e l’unicità, si sa, è un casino, perché può isolare “sono diverso dagli altri” e avvicinare a chi magari non ti valorizza ma sembra accettarti e non ti fa sentire uno sfigato e da lì sei in trappola. L’idea che io fossi una ragazzina sfigatissima mi ha accompagnato troppo a lungo per non volermi fare carico ora di questi contenuti, e se ne sono uscita indenne, voglio dire senza non so disturbi alimentari, eccessive paranoie, disagi invalidanti è anche grazia alla narrativa. Per cui grazie ad autori come Raul Montanari che squarciano il velo in un tempo in cui tutto è amplificato dai social. Quando io ero adolescente al massimo qualcuno ti portava via il diario in classe e urlava in giro “Sandra ama XXX!” frugando nelle pagine, che già ti metteva all’angolo ma insomma non era proprio come un video in rete.

Non so se sono riuscita a mettere insieme il post che volevo, nelle mie intenzioni c’era il desiderio di portare almeno un po’ Raul Montanari qui con noi,  ma se leggerete La vita finora di sicuro qualcosa in più vi rimarrà della sua aurea, io mi sento già un po’ meno allo sbando nel gestire i nipoti che ormai bussano alle porte della pubertà, grazie all’incontro di ieri sera.

Arrivare all’arte attraverso la narrativa

L’evento era di quelli ghiotti, si trattava infatti della presentazione del romanzo:

Il Mistero dell’angelo perduto di Paolo Jorio e Rossella Vodret
 
Martedì 12 dicembre ore 18.30 al Teatrino della Fondazione Bracco
Con gli autori interviene Pierluigi Panza Corriere della Sera.
Ho risposto con piacere, felice che avessero pensato a me, e ieri, dopo una giornata pestifera in ufficio, mi sono riappacificata col mondo grazie a all’invito di un editore stratosferico. Ho così inanellato una serie di bellezze, condite da tanto stupore. Il teatrino si trova nelle retrovie di Piazza San Babila, ed è una vera chicca, reso ancora più magico dalle luci del Natale, l’organizzazione prevedeva numerose hostess accoglienti, libro in omaggio, guardaroba e atmosfera chic. La presentazione estremamente professionale mi ha fatto conoscere da vicino:
Paolo Jorio scrittore, regista e conduttore di programmi radiofonici e documentari d’arte. Dal 2003 dirige il Museo del Tesoro di San Gennaro di Napoli.
Rossella Vodret già curatrice presso la Galleria Nazionale d’arte antica e soprintendente per il patrimonio storico-artistico di Calabria, Puglia, Lazio e del Polo museale romano, è specialista della pittura romana del primo Seicento e curatrice della grande mostra dedicata a Caravaggio in corso a Milano, Palazzo Reale.
Il romanzo è un giallo, un’opera di narrativa quindi che parte però da una domanda concreta.
E’ forse vero che una copia del primo dipinto di S. Matteo e l’angelo di Caravaggio non sia andata perduta in un incendio, quando era stata trafugata dai nazisti, ma si trovi in realtà nel magazzini del Museo Puskin a Mosca? Questione delicata che gira da tempo negli ambienti artistici; dubbio avvalorato da fatto che nel 1993 nei magazzini fu rinvenuto addirittura il tesoro di Priamo, tanto che la moglie di Schliemann, che aveva ritrovato i gioielli durante gli scavi a Troia, arrivò a sfoggiarli a una serata mondana! (Nonostante nel periodo della guerra fredda i sovietici avessero negato di conoscere la sorte degli oggetti). E se il celebre quadro avesse fatto la medesima fine? Si presume, e siamo sempre in campo storico, non finzione, che il mistero morirà con Irina Antonova, la Vodret, infatti, che ha avuto modo di conoscere la direttrice del museo, le chiese di visitare i magazzini, ma, nonostante la promessa di poterli vedere la mattina successiva, la cosa non ha avuto alcun seguito!
Ebbene, succede che una notte di Capodanno, Rossella Vodret a cena da Paolo Jorio racconti questo mistero e nasce così l’idea di scrivere un romanzo a quattro mani, laddove l’esperta di Caravaggio si sarebbe occupata della parte storica e Jorio della pura finzione. Un periodo storico interessantissimo, a mio avviso, quello che vede le vicende narrate, siamo infatti a Berlino durante i giochi olimpici del 1936 con l’ascesa di Hitler.
Poco è stato rivelato del romanzo, e mi pare anche giusto così, ma è stata davvero una grande occasione, oltre che di parlare poi con Rossella Vodret (mi sono avvicinata con quel coraggio tipico di chi si è appena tracannato un Prosecco!) anche di avere una conferma sull’importanza della narrativa di genere, il discorso si sovrappone magnificamente a ciò che ho detto nel mio recente post su Agatha Christie, per arrivare all’arte. Jorio ha infatti dichiarato di essersi interessato al Tesoro di S. Gennaro, dopo aver visto il celebre e da me molto amato film Operazione S. Gennaro; siamo quindi di fronte a qualcosa di estremamente popolare che avvicina all’arte. Questo è notevole ed è il messaggio più importante che mi è rimasto addosso della serata, che è stata nel complesso una meraviglia. Oltre poi a Caravaggio, che ha un’empatia enorme, con questa figura controversa, laddove un artista immenso si scontra infatti con un uomo inquietante. Le sue opere attirano sempre anche i non intenditori, la mostra a Palazzo Reale è stata infatti protratta, io non l’ho vista, ma ne vidi una spettacolare alle Scuderie del Quirinale qualche anno fa.
E alla fine in questo palazzo da lasciarti lì a bocca aperta, con tutta questa gente molto raffinata (io sembravo al solito scappata di casa, anzi dall’ufficio) un aperitivo servito da camerieri in giacca bianca, con questi vassoi pieni di calici, tartine sublimi, un ambiente da film e quattro chiacchiere con una blogger che avevo conosciuto e visto a un paio di altre conferenze stampa. Ora chiaramente sono curiosissima di leggere il romanzo. Poi vi saprò dire!
Sono rincasata tardissimo, con un mal di schiena epocale (la storia della contrattura ve la racconterò in un altro post, tanto che stavo quasi per rinunciare in favore del divano) e tanti luccichii negli occhi, come se le luminarie di Natale si fossero trasferite sulla mia persona, incantata dalla pittura, dai libri, dalla soddisfazione di essere stata invitata in un posto tanto bello, ancora una volta grazie alla mia autenticità di blogger.
Grazie davvero a Skira.