Un tempo diverso

Succede in un attimo: sono in copisteria a far rilegare un manoscritto e mi arrivano in contemporanea un whatsApp di un caro amico con la foto del figlio alla festina di compleanno, 10 anni ieri, e la didascalia “Dieci anni che sono volati“, e l’sms di mia mamma che mi informa circa la morte del padre di amici in Valtellina, un coetaneo di mia mamma, sempre insieme alle feste dei coscritti, e i suoi genitori a loro volta abitavano nel cortile dei miei nonni, da qui l’amicizia e insomma quelle persone in grado di evocare ricordi importanti e forte nostalgia. Mi viene il groppone. Tiro un po’ su col naso, prendo il testo messo insieme con la spirale e proseguo con le cose della mattinata. Intanto rispondo all’amico e a mia madre, mando un whatsApp a mia sorella per dirle della morte di quest’uomo, lei risponderà poi più tardi “Oh che tristezza” e sempre vado avanti: banca, caffè, panettiere, qualche giro e il tarlo picchiettante sul tempo che passa e lascia briciole di noi in giro, a ricordarmi bimba davvero molto piccola, con la signora Enrica, la vedova, che mi mette sulla bici da cross del figlio, una Ranger gialla, non arrivo né al manubrio né ai pedali, ma lei mi spinge e a me sembra di andare su una bici da grande e da maschio e sono tanto felice.

Non sappiamo davvero quanto tempo abbiamo qui, e comunque vada passerà troppo in fretta, il gruppo delle cinquantenni del quartiere me lo rammenta, ammesso ce ne fosse bisogno, ogni volta che guardo il cellulare. Tutto questo fa da catalizzatore verso una decisione che non prendo a cuor leggero: due anni fa ho ottenuto (lottando molto) un part time verticale, lavoro e percepisco lo stipendio al 60%, e il tempo che ho sottratto all’ufficio era da dedicare alla scrittura, in pratica ho scelto di rinunciare a una parte di stipendio sicuro per dare maggior respiro al progetto creativo (e va bene, ci sono altri elementi, faccio la zia, e tutto quanto ma la scrittura ha avuto un grosso peso nella decisione del part time). Non tornerei mai indietro: amo poter essere più presente per tutti, mamma, marito e nipoti; adoro i piccoli momenti per me, i messaggi vocali con gli amici, un gelato, la panchina di un parco, la sveglia alle 9, il fisioterapista la mattina invece che la sera tardi. E se è pur vero che spesso questo tempo si traduce in un groviglio di tecnici di elettrodomestici e idraulici, che pare sia il nostro karma, la mia vita è migliorata in maniera esponenziale, ma i risultati scrittori non sono proporzionati al cambio di ritmo. Non ho mai pensato di poter rimpiazzare l’entrata mensile più bassa con le royalty, e non è un discorso economico il mio, ma più ampio, di opportunità. Come dire:

E’ questocara Sandra, ciò che hai saputo ottenere? Hai dato il meglio alla tua scrittura, le hai dato tempo, ma sei ferma allo stesso punto di quando lavoravi full time! E quindi:

# Genesi 12 – Edizione straordinaria

Puntata speciale non prevista, per aggiornarvi circa il mio romanzo Non è possibile, che ho scelto di non pubblicare in attesa di nuove strade, che potrebbero non aprirsi mai. Sono decisioni prese con il cuore di piombo e mettendo sul classico piatto della bilancia molti elementi, soprattutto quello di rinunciare a una squadra professionale, competente, empatica e onesta in favore della nebbia e, molto probabilmente, del cassetto. Di ricominciare, ma anche di non fare assolutamente nulla e dedicare il mio tempo a tutt’altro, seguendo il mio umore, assecondando in definitiva un desiderio importante: quello di far aderire la mia persona con le mie scelte, senza condizionamenti, fretta e percorsi nei quali fatico a essere felice.

Sento di essermi tolta un grosso peso, la situazione contingente mi stava procurando quella brutta cosa da combattere: l’ansia. Se non ho la lucidità necessaria per prendere la distanza emotiva dal mondo editoriale, e vivere i suoi avvicendamenti senza pensarci troppo, posso solo mettere un’effettiva distanza tra me e l’editoria, allontanandomi.

Grazie a chi magari dirà “ma io volevo leggerlo”, arriverà un tempo diverso.

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A piccoli passi

Aprile ha lasciato il posto a maggio. Sono finiti i ponti ed è arrivato novembre. Del resto se in certi giorni ad aprile abbiamo avuto 29 gradi, dopo l’estate cosa c’è? L’autunno, quindi tutto quadra. Per il primo maggio siamo stati al Museo del 900, e la sera in Tv abbiamo visto che era tra le mete suggerite per la giornata, a Milano. Perfettamente sul pezzo, visto che è conservato Il Quarto Stato quadro simbolo per la festa dei lavoratori. Un museo assai godibile, anche per chi come me non ha alcuna formazione adeguata. Sono felice di aver cominciato il mese con la cultura.

Poi c’è tutta una serie di piccoli passi che mi sta portando fuori dal caos, dal girone iniziato il primo marzo: neve-occhio-polso-bagno. Oggi mia mamma ha tolto il gesso, dovrà portare il tutore, che già indossa, per un mese, ma confidiamo che, come del resto ha detto l’ortopedico, con la fisioterapia il recupero sarà veloce. Nel pomeriggio è venuto il muratore per i marmi, una delle tre tappe mancanti della doccia, quella che mi preoccupava maggiormente. Per cui due risoluzioni in un colpo, fantastico, anche se, chiaramente poi ci sono i dettagli: ho saputo solo oggi a mezzogiorno che il muratore riusciva a venire (perché ieri poteva, ma mi ha avvisata troppo tardi e io ero impegnata come zia sitter), e nuovo sporco; stamane sono uscita di casa alle 7.35, un po’ in ansia, con diversi trilli di sveglia sentiti partendo credo dalle 5 con quella del vicino, poi quella dell’Orso, infine la mia e un incubo precedente, senza riaddormentarmi. L’ansia nello stomaco e una mattinata di fuoco in ospedale, con un picco di stress e corse per la ricerca del tutore, il negozio dove ci avevano indirizzati era smantellato, trasferito, dove? Non c’era alcun cartello. Ma insomma, ci siamo. Tiri delle righe e giri i lati dei cubetti in modo che le facce giuste formino una storia.

Vorrei poter dire altrettanto della scrittura. Anzi no, della scrittura lo posso pure dire, anzi URLARE 😀 che in mezzo a tutto questo la mia produzione narrativa avrebbe potuto incagliarsi, invece si è presa i suoi spazi, è stata razionale nel sapersi fermare a lasciar decantare le storie prima della revisione (nei giorni di martello pneumatico e trapano, quando in effetti era impossibile scrivere, ma vuoi mettere la soddisfazione di aver azzeccato i tempi giusti?), ha saputo anche reinventarsi, rinnovare lo slancio creativo. Però poi, il grande blocco dell’editore, che nulla ha a che vedere con il blocco dello scrittore, mi pare ben peggiore, si è messo di mezzo, come un masso che ostruisce la strada, una frana, una grana.

E io lì, che gli ostacoli li conosco e magari a volte con l’esperienza li evito, scovo nuovi percorsi. Perché se fai sempre le stesse cose, otterrai sempre gli stessi risultati. (Einstein). Intanto la giornata si sta concludendo, tuoni e lampi, e ci si avvicina a grandi falcate al #SalTo 2018. Noi andremo domenica 13. Ci vediamo lì!

Nella foto io e l’Orso ci balocchiamo nella stanza stroboscopica al Museo

Sono qui

Abbiamo finito. Non proprio finito-finito, perché mancano alcuni dettagli. Oddio, il box doccia non è proprio un dettaglio, ma per la configurazione del bagno, la doccia è chiusa dai muri su tre lati, quindi ora abbiamo una tenda provvisoria che l’idraulico ci ha regalato persino abbinata alle piastrelle, e in pratica manca solo il vetro/porta davanti. Tra venerdì e sabato, quando peraltro l’idraulico è venuto la mattina per ultimare i lavori, ci siamo ammazzati a pulire e ieri ce la siamo presa relativamente comoda, completando gli acquisti dei piccoli accessori. Fisicamente sono un catorcio, confido che prima o poi tornerò in forma, sulla tempistica non me la sento di esprimermi. Mentalmente spero di non cadere a capofitto in questa sindrome, ogni volta che entro in bagno mi incanto e controllo che non ci sia, non ci sia boh, che i batteri non si vedono e con le gocce d’acqua posso conviverci, direi. E ora basta parlare di tubi e wc torneremo a parlare di libri molto presto. Facciamo pure subito.

Vi anticipo una questione a cui ho pensato a lungo tra Tempo di libri e il Book Pride ma poi ho avuto difficoltà a mettere insieme un post ricco di contenuti in tal senso. Lo scrivo ora, un po’ come viene, rielaborato mentre passavo i pavimenti più volte. Le fiere propongono solo il cartaceo, nulla, è vero, vieta ai lettori di connettersi all’istante con il proprio smart phone e scaricare in loco il relativo e book con pochi click, sì, ma non lo vedo tanto immediato come gesto. Intanto tocca verificare se il digitale esista, nel 2018 ci sono ancora editori che non lo prevedono. D’altro canto gli editori digitali non espongono ai vari saloni, uhm, considerato che cartaceo è spesso proposto con il Print on demand, potrebbero stampare (magari da un tipografo non da Amazon, risparmiando sulla quantità) almeno alcuni titoli, avere uno stand per farsi conoscere. Cosa che ho visto fare solo da Amazon Publishing a Tempo di libri, seppure con un banco un po’ scalcagnato, i libri però li REGALAVA e me ne hanno dato appunto una copia NOT FOR SALE qualitativamente ottima, come storia e fattura (un po’ troppo rosa per me, ma il mio gusto personale non è il cuore della faccenda). Altra cosa, nelle classifiche di vendita, peraltro poco attendibili perché i dati vengono presi da un numero ristretto di librerie coinvolte e perché i grossi editori all’uscita dei propri libri li acquistano in blocco per consentire loro una rapida scalata, le vendite su Amazon, ovvio il principale canale di acquisto in rete, non vengono MAI prese in considerazione.

Il discorso che faccio è questo, ho sempre più l’impressione che l’editoria sia spaccata in due: digitale Vs cartaceo, librerie fisiche Vs. librerie on line, due mondi che si fanno la guerra e non sembrano destinati a incontrarsi, tutto sommato per la scarsa volontà degli addetti ai lavori. Mentre noi lettori (e autori) invece la vediamo come un’unica entità dove si può fruire del prodotto libro ognuno come gli va (cit. Dalla).

L’editoria come se nevicasse

Quando parlo (male) dell’editoria non mi sto (più) lamentando, sto semplicemente facendo delle considerazioni.

E’ come aprire la finestra, constatare che nevica, infilare gli scarponi e uscire.

Non faccio finta che ci sia il sole, né mi chiudo in casa e neppure inizio col tormentone lagnoso: mi attrezzo per la situazione.

C’è chi invece, a parer mio, ha la tapparella abbassata e si muove del tutto inconsapevole del meteo e del panorama innevato.

Piantiamola di dire che occorre perseguire la qualità e arriveremo in alto e pure lontano. Non è così, diciamo piuttosto che è tutto un pagare: corsi tenuti da case editrici che forse ti noteranno, editing, schede di valutazione del testo fatte da agenti che magari ti rappresenteranno, o, in alternativa, riuscire a beneficiare del colpo di fortuna arrivando all’agente che non si fa pagare per leggere il manoscritto (ne conosco solo uno serio), o ancora l’alternativa della sempre utile conoscenza, di letto o di parentela, oppure rimane quel farsi le ossa con i tanti editori piccoli e onesti sì, peccato che poi il tuo libro sia praticamente introvabile.

Oppure, ancora, non paghi nulla ma hai un contrato talmente ridicolo che va bene la gavetta ma qui si piange e si rasenta la truffa legalizzata.

E badate bene, non ho messo sul piatto le ore perse nelle attese, il logorio, la frustrazione di sentirsi presi in giro, queste cose non hanno prezzo, ma se lo avessero sarebbe altissimo e quindi moralmente sono un vero costo.

La qualità e il miglioramento continuo delle proprie opere vanno cercati per se stessi e per i propri lettori, non perché sarà la chiave che aprirà le porte giuste, forse una volta era così, oggi è tutto troppo pieno di storture. Io il mio vero salto l’ho già fatto.   

Quando mi guardo in giro e soprattutto trovo notizie di prima mano, lo faccio per amore di informazione, mi sento una sorta di segugio del marcio che dilaga, curo la preda, la stano e la porto alla luce. Mi diverto a parlarne privatamente con alcuni di voi, non ci soffro, anzi tutt’altro, è un vero antistress. Se mi rimproverassero “oh, dai, dici così, ma vorrei vedere se ti contattasse l’editore a 5*****, se non firmeresti felice.” Risponderei “calma, vediamo il contratto, scopriamo a quali patti tocca scendere.” Non sto rosicando perché nevica e io non ho lo slittino, calpestare la neve fresca dove nessuno ha lasciato impronte mi appaga ugualmente, forse di più, è il costo dello slittino che mi pare improponibile.

Non vedo margine di miglioramento in questo pirotecnico porcaio (cit.) e non intendo più pagare neppure un euro per gli editing (cosa fatta su 4 romanzi in passato) anche considerato che abbiamo appena scucito 200 euro per la riparazione della lavastoviglie (si è rotto pure il frigo, in contemporanea, ma almeno quello è in garanzia!)

Un’autrice avvilita

Ieri verso le 18 uscivo da uno studio medico e concludevo, con due giorni di anticipo, le incombenze che mi ero prefissata per l’intera settimana, nella speranza, andata a buon fine, che i miei chiamiamoli interlocutori fossero tutti rientrati dalle ferie. La visita era andata bene, un punto fermo nel mio stato, un momento importante. Ho percorso una via di negozi con un gelato in mano, ho scoperto che la libreria Mondadori ha di recente inaugurato la nuova gestione della splendida terrazza, sono salita a vederla, con brunch domenicale (adoro il bruch) e aperitivi ogni giorno e insomma mi apprestavo a rincasare abbastanza soddisfatta.

Ormai sono smartizzata compulsiva pure io, c’è voluto poco, mannaggia, e in metropolitana mi arriva la mail di un editore piccolo, nato a gennaio, ma che si sta già imponendo per la gran qualità dei suoi libri per l’infanzia. Avevo inviato Nina Strick: rifiutato con risposta molto rapida e comunque non standard settimana scorsa. Lunedì ho mandato La formica; da quando a gennaio è nato il progetto, questo editore è stato l’obiettivo; quindi non inviare l’albo a decine di case editrici, ma studiare lui per personalizzare il prodotto e proporlo. Tutto con la sovraintendenza di CBM che ha dato il via all’intera faccenda e me l’ha fatto conoscere. Con i problemi che ci sono stati in corso d’opera il tempo è passato, ora che l’albo è quasi finite è venuto il momento di farsi avanti, mancano alcune tavole, ma l’impianto narrativo e le illustrazioni pronte consentono comunque un valutazione. E ahimè è stato “no.”

Ho fatto finta che non “fa niente”. Che la visita medica era più importante, che pazienza, che tra pochi giorni si va in vacanza di nuovo, che speriamo cessi il caldo, che ho archiviato le scocciature così giovedì e venerdì saranno due giorni tutti per me per prendermela super comoda, che quella terrazza da cui si accede attraversando ali di libri è proprio bella e magari convinco l’Orso ad andarci l’indomani. Che è bello, questo è vero, sapere che esistono editori gentili che rispondono in 2 giorni e motivano il rifiuto con un obiezione concreta.

Però sono proprio avvilita. Le cose non stanno andando bene, inutile girarci intorno. Figlia dei fiordi piace molto, ma vende pochissimo, soprattutto ha venduto meno dei suoi fratelli goWare, considerato lo stesso lasso di tempo. E questo non va bene, peggiorare intendo, non fidelizzare i lettori. Le vendite di Delos non mi consentono ancora, nonostante i 3 titoli, di raggiungere il minimo di royalties per venir pagata. Nell’editoria per l’infanzia non trovo sbocchi, solo porte chiuse, sto convincendomi di non essere sufficientemente capace, e ci sta, solo che poi, come scriveva ieri Michele nei commenti, da editori blasonati pretendi un certo livello, e oggettivamente io anche nei libri per i bambini vedo cose disegnate male, storielle trite.

Occhei, il post lagna ciclico che ogni tanto tocca proporvi è arrivato.

Dopo il temporale

Ci sono cose che arrivano proprio al momento giusto, cioè ieri. Per raccontarvela tocca fare un salto indietro e una premessa.

Credo che uno dei mali maggiori dell’editoria sia la lungaggine nelle risposte. Si può aspettare sei mesi o più, di solito poi per un no? Che significa mediamente: aspetta, se entro sei/otto mesi non ti ho contattato significa che non ci interessi.

Solo a leggere sta procedura viene male.

Un anno fa ho inviato Figlia dei fiordi a diversi editori: non rispose nessuno, neppure uno di quelli che dichiarava a chiare lettere nel proprio sito di rispondere a tutti. L’ho visto a Torino (forse pure al Book Pride ma potrei confondermi) e avevo una certa voglia di andare lì a dirgli qualcosa, poi ho evitato.

Ieri mi risponde. Data inoltro manoscritto 25/6/2016. Data risposta 26/6/2017!

Non pensiamo sia adatto alle nostre collane. Speriamo magari in un tuo prossimo lavoro!

Rispondo chiedendo se questa frase debba interpretarla come qualcosa di standard per non far rimanere troppo male gli autori rifiutati, o piuttosto come

– ci piace come scrivi ma la trama non è sul serio adatta a noi, ti rileggeremmo volentieri con altro.

Aggiungo: Io ho un romanzo pronto, molto diverso, la cosa meno rosa che abbia scritto, e un’esperienza con Voi mi piacerebbe farla, però un altro anno, tanto tempo è passato dall’inoltro di Figlia dei fiordi, per la valutazione mi sembra eccessivo. Ditemi Voi.

Nel frattempo l’editore ha modificato il sito per cui dichiara di rispondere solo in caso di interesse, ad eccezione di chi aveva, come me, inviato il testo prima del 2017.

Aspetto, eh. E’ che in questi casi l’editoria appare come un carrozzone buffo – se si vuole prenderla sul ridere – e claudicante con rari tocchi di grazia e magia che tutto sommato ripagano.

Sto meglio. Ieri al lavoro il mega big boss dell’azienda alla quale prestiamo servizio mi ha chiamata a rapporto e pur sentendomi tranquilla è una cosa che non succede MAI per cui ho iniziato a tremare. Invece voleva che gli risolvessi una rogna, non finiva più di ringraziarmi e poi a cose fatte ha detto che ero stata velocissima. E la cosa divertente è stata che io gli ho detto:

Bisogna vedere le tempistiche, perché io ora lavoro part time, non ho problemi a venire extra ma occorre che mi organizzi, perché ho un secondo lavoro.

Lui ha risposto che certo capiva. E io ho pensato che il secondo lavoro sono i nipoti e i libri ed era fighissimo poterlo sotto intendere in quel frangente.

Overbooking editoriale

Il pensiero mi ha folgorata non sulla via di Damasco, bensì su quella della Val di Mello “ma quanto migliore è il tempo speso qui rispetto a quello impiegato a star dietro all’editoria?” Poi la settimana è stata piuttosto pestifera, il weekend ha rasserenato tutto col relax e un pranzo molto piacevole in una cascina fuori città con un gruppetto di amici. E oggi una mail che mi parlava di overbooking, no, non sul volo per Corfù, ma di troppi testi che rischiano, rischio concreto diciamo che avviene e basta, di venire scartati senza manco essere letti, perché semplicemente sforano la quantità di cui agenti, editori e addetti ai lavori possono farsi carico. E’ inutile logorarsi ragionando sul fatto che è stato chi è in overbooking a chiederti il manoscritto, se non ci sta dietro chiuda la valutazione dei testi e non chieda nulla agli autori, illudendoli.

E’ così, punto. Strategie? Un blog che funziona così poi arriva il libro? Una carriera pregressa che assicura lettori? Esageriamo: ammazzare i propri genitori!

In pratica occorre avere tra le mani qualcosa di davvero straordinario che talvolta no, non è la storia che si è scritto magari con grande fatica. Oppure, e siamo sempre fuori dall’ordinario, l’arcinoto colpo di chiul. Nessuno rosicamento, davvero, io riconosco il vero talento di autori che ce l’hanno fatta semplicemente scrivendo, come Fabio Genovesi, e sono indubbiamente più bravi di me. Probabilmente io quella storia eccezionale non l’ho scritta. In più adesso il panorama è completamente cambiato rispetto ai suoi esordi avvenuti neppure così tanto tempo fa.

Tutti scrivono, tutti vogliono emergere, tutti almeno all’inizio si illudono di avere l’arma vincente, poi fanno i conti con la piccola casa editrice che ce la mette tutta ma fa quel che può, il libraio che ti caccia in un angolo, l’editore digitale che è il nuovo che avanza ma per molti rimane oscuro, il sovraffollamento, i non lettori, e nel giro di poco tempo ci si balocca in bilico tra soddisfazioni (il libro però piace!) e delusioni (ah, non lo tenete…)

Poi c’è Amazon, una sorta di mondo parallelo dove sei in classifica per qualche giorno più in alto di Ken Follett, arrivi persino primo, ma al supermercato il tuo libro continua a non esserci e allora non sei nessuno.

E fuori ci sono infinite Val di Mello da esplorare, tempo risicato, concentrazione ancora meno, bimbi da accudire, neuroni in sciopero, cene da pensare, lavori veri da portare avanti. E come dice la cara Tenar ogni pubblicazione è già un miracolo.

Dopo il post sul raggiungimento dell’editore Big tutto si è bloccato, non posso dire di più. In effetti io mi esalto facilmente e magari parlo pure troppo presto, per cui sono ancora qui a cercare squarci, senza tornare a fare la lagna ma con reale pragmatismo.

In ogni caso se Enrica La formica rimanesse esclusa per l’overbooking sarebbe un vero peccato. Non lo credete anche voi?

Grazie a Roberto Ghizzo che mi colora i sogni ed è sempre squisito                                                 

Piazzista di storie: la teoria del ferro da stiro

Pare esistano due modi differenti di affrontare il ferro da stiro e che aderiscano al nostro approccio alla vita.

C’è chi lascia per ultimo i capi più impegnativi, diciamo le camicie, tipo rush finale, cosi dopo la massima fatica giunge il sollievo.

E c’è chi invece stira le camicie per prime, per levarsele dai piedi subito e non pensarci più.

Personalmente dipende dalle giornate, può anche capitare che le stiri a metà percorso.

Ho utilizzato una sorta di primo metodo nei giorni scorsi quando ho deciso di inviare un botto di miei testi a diversi editori, sondando anche strade nuove che mi sono venute in mente lì per lì: una gran fatica! Come proporre a goWare di uscire con un’antologia di racconti scritti dai loro autori di narrativa, questo per poter dare uno sbocco ai miei che altrimenti non vedo come potrei far conoscere ai miei lettori, se non attraverso il blog. Di Nina Strick, Formica e La montagna incartata vi ho già detto. Mentre rileggendo in tempi recenti il mio manuale semi serio Come vivere felice senza figli scritto nel periodo più buio della mia mancata maternità, per mettere in ordine i pensieri, l’ho trovato degno di essere diffuso, per cui l’ho inviato sempre a Delos per la collana I coriandoli. Sono in attesa.

Una settimana di frenesia dunque, come una camicia difficilissima da stirare, quella col colletto che non sta mai a posto, il tessuto super stropicciato, e adesso stop.

A inizio mese mi sono guardata dentro per capire sul serio quali siano le situazioni stressanti nella mia vita, quelle che generano un’ansia talvolta sproporzionata. Ci ho infilato anche questa cosa qua, di arrivare, di emergere finalmente, nonostante tutti i buoni insegnamenti di Big Magic. Sì, la scrittura è fonte di stati ansiosi, anche se in maniera molto marginale rispetto ad altro. Perché intorno ad essa c’è tanto che con essa paradossalmente c’entra poco: l’editoria. Dal 1 al 5 aprile io e l’Orso si va a Lisbona, prendo questo viaggio come l’inizio di una vacanza ben più lunga dalla scrittura, con l’eccezione di eventuali revisioni in vista di una pubblicazione sicura, contratto firmato, tipo a breve per Figlia dei fiordi. Che poi io sia quella delle decisioni buttate per aria, si sa, ma sta volta è diverso. Perché finalmente sto avendo cura di me, dopo mesi in cui facevo finta di niente. Posso fermarmi ora, o forse devo, qualsiasi sia il punto in cui sono arrivata.

Intanto ho saputo che La montagna incartata uscirà il 18 aprile!

From inside

Da quando sono regolarmente invitata alle conferenze stampa per l’uscita di nuovi romanzi, ho sempre più l’impressione che la scintilla che porti alla pubblicazione con un editore big risieda altrove, fuori dai nostri circoli blogghistici dove ci s’impegna ad analizzare la scrittura, a capire le dinamiche editoriali, a darci dentro. Vengo a contatto con esordi clamorosi, addetti ai lavori del settore, gente che sta oltre quella linea invisibile che in fondo, dai esiste tra noi e loro, noi che stiamo ancora al di là, compresa io, prossima alla pubblicazione del quinto libro (sesto se consideriamo pure il racconto lungo con Delos, settimo se ci aggiungiamo anche quello da selfista!) e provo quindi una forte sfasatura.

Io sono sempre io, sgranocchio focaccia unta al brindisi che segue la presentazione e rispondo “no” ridendo a chi mi chiede “hai un biglietto da visita del tuo blog?”

Continuo a pensare che per l’editoria di fascia alta, per la recensione che conti, basti un titolo, come il biglietto vincente della lotteria che in fondo è uno solo e comprarne tanti in teoria offre sì più possibilità, ma il 6 gennaio il vincitore dichiara sempre di aver comprato un biglietto, così, all’autogrill, tra caffè e toilette. Uno.

Una gavetta lunga come la mia diventa il girone, non è più suonare ai matrimoni e alla feste di piazza per allenarsi, è farlo e basta.

Cinque romanzi. Che se me l’avessero detto, insomma ci sarei rimasta: sono cinque storie forti, articolate, tanti personaggi, tante pagine, tanta riscritture, tantissimo amore, ma anche tantissimo tempo sottratto ad altro. Ne vale la pena? Vale la pena di continuare a suonare alle sagre paesane pensando che magari passi di lì il discografico che mentre si mangia il panino con la salamella pensa “però, come canta bene quella lì, che voce, che personalità!” Come Heather Parisi che fu notata dal coreografo Franco Miseria mentre ballava in discoteca e la lanciò a diventare quella che fu. Tutto sommato erano anche altri tempi.

Andare agli incontri privati per giornalisti e blogger è una figata cosmica, anche se quando sono nei giorni dell’ufficio – successo martedì – è uno scapicollarsi tremendo, arrivando comunque in ritardo, però poi me la godo un sacco. Varco quella porta nell’editoria che conta sul serio e porto me stessa, e quando mi chiedono cosa faccio nella vita, perché diavolo sono lì, con la giornalista di Gioia, la libraia, la tipa che lavora in Mondadori, l’organizzatrice di eventi, sfodero la mia personalità multipla e intanto penso che magari in questo clima L’OCCASIONE scapperà anche per me. E se non scappa, pazienza, mi sto divertendo e porto a casa una copia cartacea gratis del libro e alimento il blog con articoli davvero from inside.

Del perché Musette si è infilata nelle lungaggini editoriali

Musette ha ricevuto un discreto apprezzamento, comunque sufficiente per farla tornare con le sue parole.

Succede che in questo momento io abbia:

3 illustratori che illustrano per me

2 editor che editano per me

e io sia ferma, ma i 5 lassù potrebbero anche terminare nello stesso momento, magari pure quando sto in ufficio e verrei sommersa dai compiti che, a quel punto, toccheranno a me. C’è anche da sottolineare il fatto che il ruolo di zia sitter sta diventando massiccio, ne sono felice, ma ieri andare a prendere Nanni ha significato stare fuori casa 4 ore, e quando sono rientrata giustamente ho preparato la cena. In caso mia sorella passasse di qui, sappia che io adoro questo ruolo, voglio essere travolta dalle loro chiacchiere e dalla loro vita che scorre per cui tutto molto ma molto ok. Però, da queste parti amiamo dire che c’è sempre un però, mettere mano a La montagna incartata è inutile: lo farei a spizzichi per un lavoro che se tutto va bene potrebbe essere pubblicato tra 3 anni! Ma, no? Ma sì. Perché io scrivo tanto e lui, l’ho già detto, sta in coda. Come alla ASL, chi prima arriva, e lui be’ è arrivato dopo.

Mediamente su un contratto di pubblicazione sta scritto che il libro uscirà entro un anno. Magari anche dopo, poi è chiaro che nessun autore allo scadere dei 365 giorni estrae l’avvocato dalla tasca, però capita che si vada oltre i termini contrattuali. L’editoria ha tempi da glaciazione, e questo è un punto a favore del self. Del resto tornando al paragone ASL se ci sono così tanti pazienti/autori, si crea la lista d’attesa. Gli editori in questo momento hanno già il calendario con le uscite del 2018.

Gli interventi di Musette sono capitoli che interrompono la storia in terza persona al passato de La montagna incartata, un esperimento/espediente narrativo non così originale, che ho comunque voluto fare e mi piace. A cosa serve infilarli qualche volta nel blog? L’obiettivo è che io non perda interesse per questo romanzo che adoro ma che è arrivato in un momento di lista d’attesa feroce. Vi è capitato che in ospedale vi dicessero “non può prenotare, non abbiamo ancora l’agenda.”? A me sì, è assurdo, e non apriamo sto argomento per non inacidirci un venerdì piovoso, ma comunque vigilia di weekend; ebbene Juliette, Musette e compagnia bretone sono in questa posizione, poveretti loro.

Quindi, ci saranno di sicuro ancora 2/3 puntate di Parola di Musette tratte dal romanzo, senza lasciarvi troppo in sospeso, più magari altri interventi extra della cagnolina che dirà la sua su qualcosa che le verrà in mente strada facendo.

Arf arf. long-haired-dachshund-puppiesMusette è una bassottina tedesca nana a pelo lungo, eccola lassù!