Dell’abitudine

In questi giorni, anche parlando – parlando? Mandando messaggi più che altro – con chi dalla splendida Toscana era appena entrato in zona rossa, mi sono resa conto di essermi tristemente abituata a questa vita. Questa vita che sembra non vita, ma che sarebbe ingiusto disprezzare, visto che 50 mila italiani questa vita non ce l’hanno davvero più; anche giovani, e scusate chissene frega se avevano altre malattie gravi, significa solo che, poveracci avevano già sofferto e combattuto altre guerre. In questi giorni un dodicenne, dire che aveva patologie pregresse non sminuisce la tragedia, non deve farci pensare “eh, ma io sono sano!” deve solo farci provare una pena immensa per chi non è stato altrettanto fortunato.

La rabbia affiora a sprazzi, quando entra una cretina in ufficio che dice al mio vicino, ma non troppo, di scrivania “perchè hai la mascherina? Hai il covid?” (Giuro!) O quando si fa un gran parlare delle piste da sci, nuovo elemento cruciale di discussione politica.

L’agenda non esiste più, neppure oggi che è il primo giorno a casa e in tempi normali avrei programmato mille giri pre natalizi nelle luci che amo tantissimo. Dopo un’estate senza mare, avremo anche un Natale senza atmosfera. Ho già avvisato che no, non farò regali, o meglio ne farò pochissimi, quelli consentiti dagli acquisti on line, laddove è possibile pagare alla consegna (cosa piuttosto rara), visto che ho esaurito la Poste pay, ma certo faremo l’albero, mangeremo il panettone, che ho appena ordinato alla Vidas, quello di Cova, celebre pasticceria milanese. Il centro Vidas sta qua nella mia via, ad allungare il braccio dalla finestra di sala e cameretta lo posso quasi toccare, i nostri cortili confinano. Dentro ci sono anche i bambini, quelli che muoiono di tumore, magari anche di covid, perché eh beh avevano delle patologie pregresse.

Non vedo i miei nipoti da un mese e mezzo, abbiamo festeggiato il compleanno di Nanni con un video brindisi, e credo sarà lo stesso per il mio, mio e della twin, tra due settimane. M’importa molto poco di un eventuale e prossimo passaggio in zona arancione, perchè questo non risolverà alcune situazioni, come il ritorno a casa dal lavoro la sera (quindi aspetto Emanuele, quindi non c’è un orario), perché so già che molti la vivranno come una liberazione senza freni, con conseguenze facili da immaginare. Scenari già visti, in cui io non c’ero ma tanto è lo stesso, che pagano tutti. Non sono mai tornata alla vita di prima, mi mancano mille cose, ho visto stravolte relazioni che credevo più solide, ho cambiato un sacco di abitudini, mi sono inventata attività impensate, ho fondamentalmente rinunciato a una sfilza di piaceri, ridisegnando i confini. Eppure mi sono adattata, quasi assuefatta a una quotidianità nella quale in effetti non mi riconosco, perché ho scelto di vivere a Milano anche per godermi tutto ciò che offre e che ora è inaccessibile. Perché ho chiesto il part time anche per fare la zia e ora non la posso fare se non via whatsapp. E’ un allenamento continuo alla scuola della pazienza, siamo tutti nervosi e con la soglia di accettazione sotto le scarpe: ciò che prima ci irritava, ora ci fa andare in bestia; alcuni poi sono proprio in difficoltà, capti il loro disagio da certe risposte, dai silenzi, spero di non essere tra loro.

Un mesetto fa, in un momento in cui i contagi tra i conoscenti fioccavano inarrestabili io e l’Orso abbiamo fatto un tampone privato, anche se stavamo benone e non avevamo avuto contatti coi positivi: negativo entrambi. E poi con notevole fatica siamo riusciti a prenotare e fare anche il vaccino antinfluenzale, ovvio privato pure lui. La cosa figa è stata che entrambe le strutture dove siamo andati si trovano in una zona splendida, quindi ho vissuto la cosa come un’uscita di svago, anche se, soprattutto per il vaccino avendolo fatto già quando si era in questo mezzo lock down, i tanti negozi chiusi erano davvero desolanti. Rincasando abbiamo comprato due brioches in un bar aperto solo per l’asporto, le abbiamo poi mangiate a casa, sul divano, col caffè della moka e mi è sembrata una festa meravigliosa.

Riflessioni domenicali

Ormai abbiamo perso il conto delle domenice in casa. Oggi abbiamo di nuovo ordinato il pranzo al ristorante del matrimonio, La Pobbia, hanno ampliato il menù proposto per l’asporto, consegnano loro di persona, senza avvalersi di servizi esterni sfrutta poveracci e come sempre abbiamo mangiato benissimo. Chiacchierando col proprietario ci ha detto che Massimo Galli è un loro cliente abituale: tutto torna, come sapete sono una grande fan dell’infettivologo e ora spero che prima o poi mi capiti di incontrarlo al ristorante per inchinarmi e ringraziarlo.

In settimana riceverò il cartaceo di Un cuore in Bretagna e avere il volume tra le mani credo darà più concretezza all’uscita e, spero, anche maggiore soddisfazione. Non è questione di vendite, mi sono sul serio sganciata da queste cose, anche se è ovvio che vendere è l’obiettivo, altrimenti distribuirei fotocopie agli amici; il focus non è neppure la qualità delle mie storie: conosco perfettamente il mio valore, non ho bisogno che mi si dica che so scrivere, poi certo subentrano i gusti e anche le linee editoriali, faccio narrativa d’intrattinimento, ho una voce molto definita, un lessico preciso e di livello, ma riconosco quanto io sia lontana dai miei scrittori contemporanei preferiti.

L’indice di gradimento al ribasso, attualmente, temo sia fortemente condizionato dalla situazione pandemica contingente, ma cercando di essere molto lucida a riguardo, credo risieda in alcune mancanze nelle quali mi sono nuovamente imbattuta. A nove giorni dall’uscita non c’è traccia del mio romanzo nel sito dell’editore, così come non appaio tra gli autori, nonostante mi siano state chieste foto e bio “da inviare con urgenza”, cosa che ho fatto in tipo dieci minuti. Non mi stupisco, da mesi la biografia di un’autrice è riportata due volte, mentre gli ultimi libri ancora non ci sono.

Al di là dei rapporti personali, sui quali in effetti ho avuto enormi nonché spiacevoli questioni, ma siamo nel campo della soggettività per caratteri e comportamenti coi quali ci si può anche non trovare affini, quanto sopra è qualcosa di assolutamente oggettivo. Lavoro anch’io e so cosa significhi “restare indietro”, capita, capita a tutti, ma così è davvero troppo. Occupandomi poi di adempimenti fiscali per me le scadenze sono sacre e certi lussi di arretrato non me li posso proprio permettere. Però anch’io ho degli imprevisti eh.

Il ristorante oggi era in leggero ritardo con la consegna, avevo ordinato per le 13 specificando che non c’erano problemi in caso tardassero (ovvio, siamo in casa), ebbene hanno avvisato, si sono scusati più volte con messaggi e poi all’arrivo. Credo sia chiaro il concetto.

Avendo degli editori che prediligo, è mia abitudine sfogliare il loro sito in cerca delle novità, non so quanti lo facciano, per me è normale; il sito è una vetrina, il primo passo per cercare qualcosa che ci possa piacere, accessibile a tutti, senza essere sui social.

Cosa chiedo ora, dopo 10 anni di pubblicazioni, dopo aver accantonato l’idea dell’editore big? Chiedo una serietà che non significa essere infallibili, bensì efficienti. Chiedo che se mando una mail non mi si risponda con un vocale su Instagram, almeno non senza avermi domandato se mi possa andare bene una comunicazione di questo tipo. Chiedo che se mi si muove un rimprovero “tu non hai” e io lo smentisco con prove scritte, mi si chieda scusa. Desidero un sito ben fatto, aggiornato, facilmente fruibile da chiunque, che parli ai lettori, sia invitante e faccia esclamare “uh, che bei libri!”

Alla fine chiedo ciò che cerco in tutti i miei rapporti professionali, da fornitore e da cliente. Non pretendo Superman, ma non accetto sciatteria e troppi scivoloni.

Detto questo, io a S. Valentino prima e a maggio poi pubblicherò con due altri editori. Il primo è tutto da scoprire, molto presente nei social, a pelle e fino a ora è andato tutto benone, ma a dirla tutta era così anche con l’attuale fino a 10 giorni fa. Il secondo mi piace un sacco, ha un passato importante e sono felicissima di fare parte della squadra.

Cerco un editore col quale fidelizzarmi, rimbalzare tipo pallina da flipper è stancante, così come lo è ogni volta ripartire con la conoscenza reciproca, capire qual è il loro modo di operare sul mercato, e cercare il modo migliore per fare squadra. Infatti in ogni ambito sono proprio di indole fedele, ho conosciuto La Pobbia quando avevo 16 anni, promesso a me stessa che se mi fossi sposata avrei fatto lì il ricevimento, e dopo tanti anni sono ancora felice di essere loro cliente.

In realtà sono molto tranquilla, anche esternando questo disappunto, proprio perché, come ho scritto, si tratta della conseguenza di scelte evidenti altrui e non di una mia emotività umorale. Ma soprattutto nessuno potrà mai portarmi via la bellezza della narrazione, di dare al lettore un pezzo del mio cuore: ciò che ho scritto è profondamente dentro di me, al di là del marchio editoriale in copertina.

Nebbia rossa

Ci siamo svegliati avvolti in una roba bianca che è salita di poco nel corso della mattinata; arranco un po’ per gestire questo nuovo giro di smart working, che, va detto, in tempi normali offre comunque l’enorme vantaggio di abbattere costi e tempi di trasferimento e l’opportunità, per me notevole, di utilizzare il proprio bagno. Attualmente la posta in gioco è ancora più alta: limitare contatti e quindi possibili contagi, così accetto di buon grado una serie di innegabili scomodità.

Tutto in qualche modo procede, inutile ripetersi, anche se sembra fermo. Intanto è uscito il cartaceo di Un cuore in Bretagna. Anche se in rete la battaglia contro Amazon si sta accendendo, io, oltre a essere sempre contraria a ciò che è divisivo, cerco di ragionare con pragmatismo e alternare gli acquisti.

E adesso scusate, ma vado a pranzo, una robetta veloce, poi come ogni giorno il TG su La 7 delle 13.30 giusto in tempo per rimettersi al lavoro alle 14. Va così, fine del collegamento dalla Zona Rossa padana/metropolitana.

Un cuore in Bretagna è qui

Un cuore in Bretagna formato digitale è uscito oggi. Potete cliccare per il link. Purtroppo non ero stata informata che il cartaceo verrà pubblicato più avanti, spero comunque in tempo per le strenne natalizie. Se devo essere sincera questa cosa da una parte mi ha messa all’angolo, ma dall’altra, nel dramma vero che stiamo attraversando, mi sembra del tutto priva di importanza. Contraddizioni del periodo. Grazie a chi lo stava aspettando, a chi magari non è interessato alla lettura, ma è sempre qui a incoraggiarmi. E’ il mio ottavo romanzo, qualcosa vorrà pur dire.banner

Libri letti a ottobre

  1. Tess dei D’Uberville  Thomas Hardy voto 8
  2. Proprio come te  Nick Hornby voto 10
  3. Disincanto  Matteo Zanini voto 8
  4. Pizzerie Kamikaze  Etgar Keret voto 7
  5. La forma del silenzio  Stefano Corbetta voto 6 1/2
  6. Radiomorte  Gianluca Morozzi voto 8 1/2

A ottobre in effetti ho letto molto, complici le scarse uscite, del tutto annullate dal giorno 12. Va detto che Tess l’ho cominciato il 21 settembre e che non ne parlerò di nuovo, essendo stata una lettura condivisa con diversi post qui nel blog. Proprio come te mi ha entusiasmata, il tema portante è la diversità all’interno di una coppia: ci si può amare se si hanno 20 anni di differenza, lei bianca, lui nero, lei impegnata politicamente con una certa cultura, lui che non legge, non sa cosa votare perché il periodo è quello del grande referndum per la Brexit? Leggendo questo romanzo ho avuto la conferma di ciò che ho sempre pensato, cioè che il referendum non è mai stato sul rimanere nella UE, ma piuttosto su non permettere ad altri di entrare nel Regno Unito, e su questo ha fatto leva il partito del “leave”, risultando vincitore, con pentimenti postumi da parte di molti elettori. Nick Hornby rimane un maestro nel parlare del suo tempo, attraverso dinamiche familiari intricate ma comunque estremamente comuni.

Disincanto è stato una felice sorpresa. Pubblicato da Literary Romance, l’editore di Un cuore in Bretagna (in uscitaaaaa a breve!!!!!) è una storia alla Jane Austen, con l’abilità, non da poco, di ricalcare un genere molto amato senza scimmiottarlo, risultando assai credibile e godibile. Non è un romanzo lungo e lo consiglio davvero a chi ama carrozze, atmosfere inglesi, e si sente affine con animi delicati, passeggiate in solitaria nei giardini. Contiene anche un bel messaggio un po’ all’avanguardia per l’epoca e sono proprio contenta di avere Matteo come collega in Literary Romance.

Ecco, “La forma del silenzio” è stato un problema, perché ne stanno parlando molto, e molto bene, io l’ho preso convinta per diversi motivi, il precedente di Stefano Corbetta mi era piaciuto molto, ero stata alla presentazione privata dove avevo conosciuto l’autore, che, casualmente, era compagno di classe alle medie di una delle mie migliori amiche, pensa te. Ora io e Stefano siamo in contatto, ma niente, non sono proprio riuscita a entrare nella storia. Scritto molto bene, mi è sembrato che continuasse a girare su se stesso senza arrivare al dunque, nonostante un’idea di base molto forte: la scomparsa di un bambino sordomuto.

“Pizzerie Kamikaze” l’ho comprato dietro consiglio, catturata dalla copertina e dallo sconto (due tascabili Feltrinelli a 9.90). Manco sapevo fossero racconti, per dire. E’ molto grottesco, decisamente non il mio genere, ma ho apprezzato soprattutto il racconto centrale che è piuttosto lungo e ha trovate quasi geniali. Non è un libro facile, seppur scorrevolissimo, mi ha a tratti messa all’angolo, però sono contenta di averlo letto, perché allargare gli orizzonti con le letture fa sempre molto bene.

“Radiomorte” volevo leggerlo quando uscì, molti anni fa. Amo Morozzi che ha questa incredibile penna capace di spaziare dall’umoristico – fa ridere davvero tanto – al brivido – fa paura davvero tanto. L’ho trovato di recente in un negozio dell’usato e me lo sono divorata in mezzo pomeriggio + dopocena. La famiglia di un noto scrittore viene invitata in una radio, ma finita la diretta apprende che, con un gioco sadico della dee jay, uno tra loro morirà e la scelta su chi sarà è nelle mani dei familiari. La grande domanda è perché tanta crudeltà? Ma anche, ovviamente, come finirà?

Spero di aver ispirato Elena che attendeva questo post, per prendere qualche spunto, ringrazio tutti e mi scuso perché alcuni titoli li ho scritti in corsivo e altri con le virgolette (odio queste sciatterie) ma il nuovo sistema di WordPress continua a fare a modo suo e a un certo punto “corsivare” è diventato impossibile.

Un cuore in Bretagna in arrivo il 13

instagram post

Se tocca chiudersi di nuovo in casa, possiamo andare con la fantasia in Bretagna ed entrare al Chez Juliette; chi ha già letto La montagna incartata sappia che questa nuova edizione è lunga più di quattro volte la precendente, quindi con molti personaggi e vicende nuove. In più avremo il formato cartaceo adattissimo per i regali di Natale.

Le nuove restrizioni, assolutamente necessarie ma che credo avrebbero dovuto essere fatte due settimane fa in modo da salvare vite umane, saturazione negli ospedali e forse il Natale, sospendono il firmacopie che stavo organizzando in uno splendido negozio che vende libri, thè e dolci. Non so se sarà possibile riprogrammarlo prima delle feste, questo lock down finirà il 3 dicembre, ma bisognerà soprattutto capirne i reali effetti prima di avventurarsi. Certo i libri chiaramente non scadono, ma Un cuore in Bretagna è proprio perfetto per Natale.

Quindi checchè se ne dica, ordinarlo su Amazon per tempo sarà la soluzione migliore, magari facendolo consegnare direttamente al destinatario se pensate di regalarlo e temete di non vedervi sotto l’albero e intorno alla tavolata, data la situazione.

Tra uscite galanti, crisi adolescenziali, amori non corrisposti, e drammi di vita quotidiana, troviiamo un intreccio di personaggi eccentrici, sempre pronti ad aiutarsi. Un microcosmo da fiaba, privo di retorica e telefonini che risponde al nome di Trègomeur.

Love after 40! è qui

Esce oggi il racconto lungo Love after 40! Che pur essendo autoconclusivo e indipendente conclude le vicende già raccontate ne L’ultima neve e Valentina punto e a capo.

Sono molto affezionata a questa piccola serie di intrattenimento, perché è nata in maniera davvero buffa: la brutta esperienza di Elena Ferro, che si è trovata con un finestrino dell’auto spaccato in un giorno di neve e poi dopo aver abbozzato la storia, lo stesso fattaccio è capitato a noi. I personaggi mi hanno tenuto compagnia durante il lock down e sono ancora qui, mentre stiamo vivendo un nuovo giro(ne) del maledettissimo covid. 9788825413601dal link di delos sono accessbili tutti gli store per tutti i dispositivi di lettura. Solo 1.99 per una serata casalinga credo piacevole, a giudicare dall’accoglienza che i precedenti capitoli hanno avuto.

Invece della trama, come faccio di solito, visto che potete trovarla facilmente cliccando il link sopra, vi lascio volentieri l’incipit.

La faccenda era nota, tristemente nota avrebbe detto Riccardo Selmi, se gli avverbi nei libri non fossero considerati il male assoluto, che manco Voldemort e Dart Fener messi insieme, e lui amava leggere. Comunque, il contesto era presto definito: essere single in una circostanza in cui tutti, ma proprio tutti gli altri erano in coppia, peggio se attorniati da cugine ficcanaso (il loro naso di solito non era un nasino alla francese) che facevano domande inopportune rovinando persino l’unica consolazione possibile: il buffet alcolico, come era successo di recente, alla Cresima del figlio di una di queste noiose cugine, appunto. 

In ritardissimo

Buongiorno amici, sono in ritardo con la pubblicazione del post sui libri letti a ottobre, in realtà non l’ho ancora scritto. Intendevo farlo oggi ma mi è arrivato il nuovo giro di editing di Un cuore in Bretagna, dopo il correttore di bozza, ed è urgente. In più boh, il giorno dei morti mi butta sempre nella malinconia, quest’anno chiaramente più del solito per ciò che ci circonda, eviterò di andare al cimitero e questo mi rattrista: scrivere così non ha senso, significherebbe sprecare un’occasione per comunicare.

Sono qua, stiamo tutti in salute ma è molto dura, ogni tanto mi lascio andare a qualche considerazione su Instagram, mediamente riesco a non abbattermi, a rimanere nella bolla scrittoria, a rifugiarmi tra le cose belle mie e dell’Orso, ma è un recinto che esclude anche se ovviamente l’obiettivo è quello di proteggersi. Vi prometto che parlerò delle letture di ottobre entro la fine di questa settimana, ce ne sono state di davvero splendide, quindi c’è tanto da dire, concetti interessanti da approfondire, con quella scia che i buoni libri lasciano di emozioni e ragionamenti a posteriori.

Un bacione.

Un’autrice VentiVenti

Va bene, niente panico, e parliamo d’altro. Dico solo due cose: la mia scuola di pensiero è Massimo Galli for president, un giorno vi racconterò di quando l’ho conosciuto, però insomma se vi va pensatemi, qua in questa Milano difficile.

Senza le storie ora sarebbe ancora più dura. L’amore per la lettura, che in me è stato del tutto spontaneo e arrivato molto presto, va comunque coltivato, perché leggere è faticoso, tocca concentrarsi; a me capita di spegnere il cellulare, altrimenti è un richiamo potente, soprattutto da quando sono su Instagram “fammi vedere un attimino…” ed è finita.

Il fatto di essere anche un’autrice in questo momento lo vivo proprio come una benedizione, addirittura sono grata alla crisi cosmica di un anno fa: senza quella non avrei lottato così tanto per ritrovarmi, per allargare lo sguardo, non avrei scritto tutte quelle parole per dimostrare che la scrittura poteva essere ancora mia. La pandemia – giuro che non ne sto parlando – ha cambiato completamente le mie aspettative di scrittrice per due motivi: il primo è che affermarmi ora è scivolato in fondo alle mie priorità, ogni giorno vissuto o sottratto alla gioia di un abbraccio è infinitamente più importante rispetto a sfondare; il secondo è che tutti TUTTI stanno arrancando in un mercato già malconcio che ha subito l’ennesima batosta. Le fiere vengono annullate, le presentazioni saltano, le uscite slittano, non esistono più scadenze contrattuali anche se firmate da entrambe le parti. Al momento le mie pubblicazioni non sono state rimandate, ma finché non varcherò il cancello del Salone di Torino 2021 non mi sentirò al sicuro. Occuparmi dei miei racconti e dei miei romanzi ora è qualcosa di stupendo, una specie di festa che il virus non è riuscito a portarmi via, una bolla-rifugio dove rintanarmi, accogliente e calda perché c’è dentro tutto ciò che ho costruito in dieci anni, ma forse in una vita, perché la bimbetta che amava Gianni Rodari e la ragazza che adorava Brunella Gasperini sono sciolte nella Sandra VentiVenti che ha paura ma forse regge meglio di altri.

Un momento sicuramente molto piacevole è sempre l’arrivo della copertina. Ogni editore ha le proprie regole che vanno da “mandami una foto” a “fa tutto l’editore e l’autore zitto!” Quindi a volte è un work in progressi di collaborazione, altre una completa sorpresa. Per IMG-20190401-WA0017Un cuore in Bretagna siamo partiti da questa foto dell’Orso, barando un po’ perché è stata fatta in Alsazia, e da una serie di mie fantasiose indicazioni su come l’avrei voluta. Non ero certa di essermi spiegata, perché trattandosi di un rosa con al centro un negozio, ci sono mille romance simil La bottega delle meraviglie, vetrine, svolazzamenti di fiocchi, robe trite e ritrite che non volevo! Però magari funzionano, hanno un’identità che poteva essere un traino. Mille dubbi. Oggi quattro proposte, tutte belle, e per fortuna io e la responsabile ci siamo trovate allineate nella scelta. Le casa a graticcio c’è, la protagonista pure e anche tanto, tanto blu.

Per me è stupenda.

Non vedo l’ora che il romanzo esca e di avere il cartaceo tra le mani!

Leggiamo insieme Tess, conclusioni

Grazie di cuore a Barbara, Brunilde, Nika e Speranza che hanno retto fino alla fine e portato un contributo molto interessante alla lettura condivisa. Grazie anche a chi ci ha provato, abbandonando poi la partita, a chi c’è stato da bordo campo, siete stati tutti preziosi e l’esperienza per me è stata molto arricchente. Tutti ci siamo confrontati con una certa difficoltà, che non significa affatto che il romanzo fosse brutto, non è questo. Nel mio caso si è collocato, come ho già avuto modo di dire, in un momento difficile, dentro il periodo globalmente tremendo che viviamo da mesi, rimane però intatta la bellezza di molte pagine, soprattutto nella terza parte e l’incanto delle tre compagne di stanza di Tess alla fattoria, personaggi senza spigoli, che ho davvero molto amato nella loro purezza d’animo che si scontra con la spietata realtà che le circonda. Un secondo elemento di gioia è stata la natura, coi suoi cicli vitali, le stagioni, le piante e gli animali della quotidianità campestre che ho letto con piacere e curiosità. Su tutto però aleggia la pocheza di animi miseri, e, a parte le tre giovinette già citate, e i padroni della fattoria, non salvo nessuno, li condanno come loro hanno condannato Tess a un’esistenza di stenti, senza pietà nel senso più alto del termine, senza calore. Angel è un’illusione, Alec non posso perdonarlo. I genitori di Tess sono forse i principali responsabili della fine di Tess, di sicuro quelli che l’hanno messa su una strada lastricata di dolore. Dopo pagine oggettivamente pesanti, il finale, nella sua immensa tragedia, restituisce in qualche modo, e qui credo risieda la grandezza di Hardy, la poesia struggente che diventa bellezza. Su tutto l’ineluttabilità degli eventi: la donna paga gli errori degli altri, subisce una violenza e viene messa all’angolo, tutto questo mi ricorda purtroppo certi squallidi processi che avvengono ancora oggi, con le vittime di stupro costrette a giustificare una gonna corta e un atteggiamento giudicato equivoco.

La modernità di Hardy è evidente, perché c’è lui in ogni riga, lui solo dalla parte di Tess, mentre tutti le sono contro. Grandissimo romanzo vittoriano. E scusate per questo post senza a capo decenti, ma da qualche giorno wordpress ha di nuovo deciso che no, nonostante lo schema classico, i paragrafi non si dividono.