Colori autunnali in un weekend milanese

Premessa: scorrete fino in fondo, perchè le immagini più avanti occupano un po’ di spazio.

Sabato 12 ottobre. Parco di Trenno, dietro casa mia, dopo un piacevolissimo pranzo con un’amica. Obiettivo: scacciare la fatica di una settimana complessa e recuperare energia.

Le foto sono eccezionalmente mie, l’Orso non c’era.

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Ancora una decina di giorni e il foliage raggiungerà la sua sfolgorante perfezione cromatica, che con qualche altro elemento, rende l’autunno la mia stagione preferita. Ogni anno, quando si rinnova l’incanto di fronte ai colori degli alberi, mi ricordo perchè lo amo tanto, e l’inconscio, già ai primi di settembre, mitiga la malinconia per la fine dell’estate, sapendo che tutto questo è dietro l’angolo e non può non arrivare.

Domenica 13 ottobre. Via Dante, la via dello shopping e dei ristorantini/bar che collega il Castello al Duomo. Obiettivo: provare un paio di scarpe intraviste in settimana, che mi servono per la Cresima di sabato 19, problema, ho comprato un abito blu in saldo, felicissima per lo sconto del 50% per poi rendermi conto di non avere le scarpe giuste, il blu nelle calzature in inverno è difficile trovarlo, è considerato un colore primaverile, in più io non indosso scarpe di plastica, e controllo sempre per bene i simbolini. Problema N° 2, non ho voglia di uscire e mi sento una cretina ad avere risparmiato sul vestito per poi dover spendere per le scarpe. Abbandono il divano, spero di fare in fretta e da Aldo scopro che le scarpe che avevo visto proprio non mi stanno: 36 largo, 35 stretto, 36 con soletta non mi convince. Un altro paio che mi viene proposto mi calza comodo, è elegante ma troppo aperto, se dovesse essere brutto tempo? E poi una scarpa così proprio non mi serve! Ringrazio e saluto. Alla fine da Bata, poco distante, decido di puntare su uno stivaletto 6999306-2

miracolosamente blu, è una sfumatura quasi jeansata, lo vedete nella foto presa dal sito e quando da Carpisa do un’occhiata alle borse e le metto vicine, il blu classico fa schifo, ergo non posso utilizzare la borsa che mi avrebbe prestato mia madre. Una cliente mi dà una mano a decidere (valutiamo insieme che spendere dei soldi per una borsa che non si abbina è una cretinata, un conto sarebbe avercela già, e anche quella con un po’ di camoscio che richiama lo stivaletto è troppo un altro blu). Mi concentro: vestito blu a microscopici disegni stile cravatta panna e marrone (avrei fatto la foto ma non rende l’idea, sembra un vestito da vecchia anni ’70 e non l’ho trovato in rete), sopra cosa metto? Il mio fantastico ever green cappotto antracite? E se esce una giornata di sole? Il montgomery fucsia? Blu, fucsia, a sto punto non possiamo aggiungere altre tinte. E se comprassi una borsa fucsia… azzardo, perchè il montogomery sta a casa, nel cellulare ho una foto, ma non è che mi possa fidare tanto della sfumatura. Ho un mese per cambiarla, al massimo torno (c’ho proprio tempo/voglia di tornare entro venerdì!) e la cambio con quella grigia chiara e la regalo per Natale a qualcuno. Peccato che sarei di nuovo senza borsa, eh. La prendo.

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Tracolla corta a catena, sarà fighissima anche d’estate, non so bene con cosa.

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Le foto nei siti hanno tutto sto bianco intorno che nel post non sta molto bene, ma eccola.

Morale, per gli accessori ho speso più del doppio del vestito in saldo (cercando di risparmiare), ma una pochette fucsia è una botta all’autostima e al buonumore. Quando torno a casa tocca verificare l’abbinamento borsa montgomery che non è perfettissimo, ma può andare e lo faccio andare.

E questo in linea di massima è stato il mio weekend pieno di colori.

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Il romanzo incompiuto di Sofia Stern

Ronaldo Wrobel, mio coeteneo, nato a Rio de Janeiro, autore Giuntina offre uno spaccato nuovo sugli ebrei emigrati in Sud America e scrive romanzi bellissimi ma oggettivamente incasinati, motivo per cui non vi ho raccontato il suo primo libro che ho molto amato e vi stra consiglio. Sarebbe stato infatti difficile farlo senza spoilerare, mantenendo il fascino di un intreccio con continui cambi di prospettive, come in un gioco di specchi infinito. Con il secondo, Il romanzo incompiuto di Sofia Stern tradotto da Vincenzo Barca, sempre per la collana Diaspora di Giuntina, la voce di Wrobel si conferma unica, intatta e speciale nell’entrare in storie permeate di magia; qui siamo di fronte a una trama misteriosa fatta a mosaico, dove le tessere principali sono la fuga degli ebrei che ebbero la fortuna di capire già nel 1934 che Hitler non era una nuvola passeggera, l’amicizia tenera tra due bimbette: Klara, ariana ma povera, e Sofia ebrea biondissima che riuscirà a confondere le acque fino all’inverosimile, la Berlino emblematica dei Giochi Olimpici del 1936, che ritorna in ogni narrazione sull’olocausto con la sua propaganda, il fragile sogno di una nazione al centro del pianeta, sotto gli occhi di un mondo che di lì a poco sarebbe andato in frantumi.  E’ un romanzo spettacolare con diversi piani di lettura a incastro, in cui Wrobel alternando capitoli al presente e al passato, ci conduce per mano nella vita di Sofia Stern, sua nonna.

Durante gli scavi per la costruzione di un supermercato ad Amburgo ci si imbatte in un tunnel sotterraneo, dove un tempo sorgeva una banca bombardata nel 1943, il cui bunker era rimasto intatto. Nelle cassette di sicurezza solo oggetti di scarso valore, ma non in quella appartenuta a Klara Hansen, gioielli di inestimabile valore che danno il via a un contenzioso per rintracciare proprio Sofia Stern, unica erede di quel patrimonio. Julia Kaufmann, giudice appassionato e instancabile, che se ne occupa si imbatte, come è logico che sia, in una serie di ciarlatani e personaggi senza morale, e si ostina a voler trovare la vera Sofia Stern e da questo fatto si dipana un noir che, a dire il vero, io non ho letto come un giallo, ma piuttosto come una grande vicenda sull’oppressione nazista e un’altrettanto grande storia d’amore: quella tra Sofia e Hugo, fratello di Klara, che si rincorrono per 70 anni, tra il campo di sterminio di Dachau, e i bordelli in un legame fortissimo che forse però non eguaglia la potenza di quello che unirà Klara e Sofia fino alla morte.

Siamo di fronte a un romanzo epico, dove i drammi personali dei protagonisti si fondono con la più grande tragedia che l’umanità si è trovata ad affrontare, dalla quale nessuno è uscito vincitore.

Non so bene perchè mi sia appassionata così tanto alla narrativa israeliana, ma sono felice che sia successo, perchè mi imbatto regolarmente in libri straordinari che non potrei leggere se badassi unicamente alle proposte dei soliti noti, classifiche, fascette, talk show e robe varie che con le mie letture hanno raramente qualcosa da spartire.

– 78 a Natale

IMG-20191008-WA0005E a parte le pubblicità in Tv, iniziate da un pezzo, oggi il primo avvistamento reale da Zara Home. Devo dire carino, il retro, che non ho fotografato, era in verde.

Ma volevo ricordare che noi qui abbiamo, nell’ordine: compleanno Orso, compleanno Nanni, compleanno suocera, mio compleanno (e la twin insieme ovviamente), compleanno Cecilia.

Il mondo celebra: Halloween, Santi, Defunti, Immacolata concezione.

Milano festeggia: Sant Ambrogio.

Tutto questo prima di Natale. Possiamo uscirne vivi (è così da sempre e a quanto pare siamo ancora qua)?

Io ogni anno penso che no, non è la fine del mondo, anche se in effetti alcuni risvolti del Natale li eviterei volentieri, ma adoro il prima, le luci, e certi rituali nostri, solo che quest’anno ho paura, paura perchè questo tempo passa troppo in fretta e quando mi dicono che i responsi editoriali (sempre lì si casca) arriveranno tra 6/8 mesi penso “Oddioddiodiodidiodio è tantissimo!” poi in un attimo arrivano (e gli editori tirano il bidone ma questa è un’altra faccenda). Sono già trascorsi due anni dalla festa dei maghi, il nipote diventa teen ager, se mi soffermo a pensarci mi viene un magone spaziale (che non è il nonno dei maghi di prima) e mi esce il post malinconico.

Ci impegnamo fino da adesso a non farlo diventare una corsa stressante, consumistica e ipercalorica? E soprattutto con la voglia di mettersi a piangere su ogni abete che incontriamo, facendo harakiri col puntale?

Ci sosteniamo a vicenda in questo progetto, soprattutto chi, come me, ha pure il concentrato di ricorrenze tutte appiccicate a Natale? Ci siete? Conto su di voi?

Scrivere

Nel YA in scrittura a un certo punto ho scritto una cosa tipo (ho l’abitudine di riscrivere sopra senza conservare le precedenti stesure quindi la frase precisa è ormai persa):

Dopo Natale Patrizia invitò addirittura Tina per un caffè, Tina non l’avrebbe mai detto ma trascorse un bel pomeriggio a parlare con la cognata.

Ndr Tina e Patrizia sono sposate con due fratelli e Tina mostra sempre insofferenza nei confronti della cognata, mentre Patrizia è un personaggio marginale di cui in realtà si sa poco in termini di emozioni, ma il lettore dovrebbe percepire in lei un certo snobismo.

Cosa non funziona nelle due righe lassù? Tutto. Alla faccia dello “show don’t tell”, dico che Patriza invita Tina, si capisce, anche dal pregresso, che siamo di fronte a qualcosa di insolito ma è chiara la voglia dell’autore di tirare dritto. In effetti in quel momento mi premeva andare avanti con la narrazione e passare all’evento successivo. Oggettivamente di autori pubblicati che scrivono in quel  modo ce ne sono anche eh, ma da parte mia un grosso chissene.

Ieri è giunto il momento di riscrivere la frase, per il semplice motivo che avevo voglia di farlo e questa è l’unica spinta che attualmente mi motivi a mettermi alla tastiera. E una riga si è trasformata in 7000 battute di cui sono enormemente soddisfatta perchè portano un reale contributo evolutivo ai personaggi.

Innanzitutto c’è la telefonata, risponde la suocera di entrambe, Donna Carmela che vive col figlio e quindi con Tina, e si dilunga. Poi c’è il pomeriggio, Tina è arrivata a Milano da pochi mesi e ho raccontato una zona a me molto: cara Sant’Ambrogio, cercando di vederla con gli occhi di Tina che ancora non era stata da quelle parti. E poi c’è il caffè insieme in una bella pasticceria di via De Amicis (e mi è venuta voglia di tornarci perchè è peracchio che non ci vado), un posto elegante.

La pasticceria era un ampio locale retrò con due sale e presentava già in vetrina una sfilza di torte piene di riccioli di cioccolato e sontuose creazioni di panna, tanto che Tina, timorosa fino a un istante prima di trovarsi a trascorrere un pomeriggio terribile, si rincuorò un poco.

E soprattutto la conversazione tra loro. Ecco la parte finale.

Patrizia continuò:

“Milano è come una bella donna, che si scopre solo per amore. Non è una puttana, se la ami, lei ti ricambierà, se la disprezzi, fatti tuoi, lei ti mostrerà il suo lato peggiore e il peggio, Tina cara, non è come pensano al sud, la nebbia, che pure quella ormai è un ricordo. Il peggio è il padre di famiglia che a un certo punto perde il lavoro e non ce la fa più, perde pure la casa, la moglie e dorme alla stazione Centrale. Il peggio è lo spaccio di Rogoredo, che adesso è Rogoredo e una volta era il Parco Lambro, non è cambiato niente. Io sono una milanese doc, mia nonna abitava in una casa di ringhiera, in una via che parte da piazza Firenze, uno degli incroci più trafficati di Milano, ci passeranno sei o sette tram diversi, un intrico di binari e fili elettrici, bellissimo. Prendilo un tram un giorno, uno di quelli vecchi, ce ne sono ancora sai? Con le panchette e i lampioncini appesi a forma di campana, l’1, il 19 o il 10, e fatti un giro, così, guardi un po’ fuori dal finestrino e un po’ dentro gli animi dei passeggeri. Vedrai la sudamericana con le borse della spesa più grandi di lei, i ragazzetti con il cappuccio della felpa tirata sulla testa anche quando fa caldo, il milanese fighetto col cellulare che pare una protesi.”

Ma cha diamine, mi ha chiesto di uscire per parlarmi dei tram?

Poi, senza dire niente a nessuno, un pomeriggio, qualche giorno dopo, Tina un tram lo prese sul serio, andò proprio in piazza Firenze con l’autobus n. 69 che già conosceva e dopo essersi imbambolata e confusa con tutti quei numeri e percorsi, si decise a salire sul 19 quando vide che aveva proprio le panchette di legno e i lampioncini come aveva detto Patrizia. Si sedette in fondo, con la borsa sulle cosce e i brividi di freddo a ogni apertura di porta. Arrivò fino al capolinea, le era piaciuto il nome e in base a quello aveva scelto la direzione: Piazza Pompeo Castelli. Quando era scesa il tram si era rivelato più interessante della piazza, che di bello aveva solo il nome, risalì quindi sul mezzo successivo e tornò indietro. Voleva dirlo a Patrizia, ringraziarla perché quell’oretta trascorsa lungo le rotaie le era sembrata così autentica e rivelatrice del vero cuore della città, in una parola era stata speciale, tuttavia ancora una volta la timidezza che la contraddistingueva ebbe la meglio e quella telefonata a Patrizia non la fece mai. Sentendosi debitrice, dopo una settimana, le mandò un whatsApp con la figura del tram, l’emoticon sorridente e due cuoricini rosa. Patrizia capì e le rispose col pollice in su, e quando, il giorno seguente, Tina andò alla bottega a portarle la pastiera, la cognata le strinse il braccio e in qualche modo tra loro cambiò tutto.

La scrittura, tra le tante cose, è un continuo equilibrio tra dire e non dire, o piuttosto mostrare e non mostrare. La frase originale era talmente didascalica da risultare persino inutile: la sorpresa di Tina nel ricevere l’invito non si sa bene cosa produca, lo sviluppo è tronco e quasi quasi sarebbe stato meglio non parlare affatto del caffè tra loro. Il rischio opposto invece era quello di cadere nel classico spiegone, ma credo di essermi salvata da tale insidia.

Scrivere in definitiva, mentre mi rendo conto di festeggiare, si fa per dire, i dieci anni di gavetta (il mio primo romanzo uscì nel giugno 2010 ma proprio in questi giorni partecipavvo al concorso Giallo Milanese indetto dalla casa editrice che avrebbe poi pubblicato Frollini a colazione e io ne conoscevo la proprietaria grazie appunto alla competizione) continua a essere bellissimo e difficile. Emotivamente è dura continuare a farlo nel contesto di incertezza in cui mi trovo ora, tuttavia arrivano ancora momenti di euforia, come quello di ieri, quando per un paio d’ore mi sono completamente estraniata da qualsiasi cosa, per poi tornare sulla terrra con delle pagine che probabilmente dieci anni fa non sarei stata in grado di creare.

Metto, come faccio spesso in questi casi, le mani avanti dicendo “al di là dei risultati delle pagine di ieri”, vi dico di averle scritte senza sapere dove mi avrebbero condotta, Patrizia ha stupito anche me – ho già detto che i personaggi non sono marionette i cui fili vengono mossi dall’autore, ma piuttosto pupazzi a molla a cui l’autore gira la chiavetta – e ho agito di pancia, lasciandomi ispirare dai miei amati tram. Ci tenevo a raccontarvi queste cose e a farvi leggere un estratto, non per dare una lezione di scrittura, figuriamoci, ma per fermare l’istante, in un periodo per niente facile, non solo per le ragioni editoriali di cui vi ho parlato, ma anche, e di questo più strettamente privato sono a conoscenza in pochi, purtroppo per altro.  C’è sempre per me qualcosa di salvifico nella scrittura, qualcosa di intimo e profondo nelle sue suggestioni, ieri mi sono venuti in mente certi pomeriggi di freddo con l’Orso in Sant’Ambrogio, alcuni risalgono ai primissimi anni di matrimonio.

IMG-20191005-WA0001Per la prima volta dopo oltre cinque anni sto scrivendo un romanzo senza avere la minima idea di quale sarà la sua destinazione, per cinque anni infatti ho avuto un committente o, in alcuni momenti, un’alternativa perchè volevo sperimentare altre strade, ad esempio con Delos Digital. La ragazza che ascoltava De Andrè  è in cammino, sarà un percorso lunghissimo e, nella migliore delle ipotesi, sarà un testo apripista per cui dopo potrei sfoderare il rosa e questo YA, ma capite che è tutto davvero molto aleatorio. Intanto la carissima, Silvia Algerino, che ringrazio, mi ha regalato la copertina. Io la trovo stupenda.

Così in qualche modo vado avanti. E’ appena uscito un libro in cui si parla dei 50 anni, come di una golden age, un’età in cui tutto può essere ancora suscettibile di cambiamenti, mentre mediamente si rischia di non essere più apprezzate. Questo “sentire” mi è ahimè noto, ma voglio ancora credere che la fuori ci sià quell’opportunità che fino a oggi mi è sfuggita, per una serie di cause, pianeti disallineati, e mio scarso discernimento (talvolta). Voglio crederlo perchè i miei romanzi nel cassetto sono i migliori che io abbia scritto, nonostante avessi ritenuto a lungo che Le affinità affettive fosse insuperabile.

Ci sono delle frecce nella mia faretra, anche se in effetti ora come ora mi hanno sottratto l’arco 😦

Le buffe connessioni della scrittura

Giusto tre anni fa scrivevo un post sulla scrittura e i tram milanesi, che ebbe un buon successo. E proprio in questi giorni, quando mi ritrovo ad affrontare nuovi percorsi scrittori, scegliendo ancora una volta di non arrendermi, i tram mi accompagnano.

Nello stesso giorno mi sono imbattuta in quello fucsia e  quello verde mela, il primo all’Arco della Pace e il secondo in p.le Baracca. Non sono stupendi così squillanti nel monocolore? Non è facile fotografarli: ci sono i passeggeri che scendono e salgono, e, effettuata la fermata, ripartono. A un certo punto è spuntato quello tutto bianco. Ho estratto il cellulare ma mio nipote ha esclamato “eh, zia, mica possiamo stare tutto il giorno a fotografare i tram!”  (Ero in giro con lui, in una giornata praticamente estiva, il 30 settembre!) Il mezzo era ancora abbastanza lontano e noi dovevamo svoltare, per cui a malincuore ho rinunciato; quindi vi mostro soltanto muso e sedere dei primi due. La fiancata proprio non ce l’ho fatta. Comunque con Nanni mi sono divertita molto.

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Pubblico le foto in grande, per chi mi legge da pc, perchè secondo me mettono proprio allegria.

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In realtà, la mia scrittura è fortemente connessa anche con l’idraulica. Come avevo raccontato in questo post. Rimango sempre sconcertata dalle coincidenze: la sera prima avevano trasmesso Into the Wild e l’avevo riguardato volentieri, il giorno dopo ho dovuto chiamare il solito idraulico (elemento fondamentale di questo blog, direi, assieme all’imbianchino) per l’ennesima rogna, che in effetti è un po’ che avevamo e mi ero organizzata con un altro idraulico per la settimana successiva, sottovalutando il problema (volevo essere positiva ahahah) ma poi la situazione è precipitata.

Per cui sì, adesso sto aspettando l’idraulico. Ma mi sono preparata e la musa ispiratrice ha fatto la brava suggerendomi un gran finale, che sarebbe poi un finale bis, per il YA, così mentre lo attendo scrivo, che certe tradizioni è bene mantenerle. Dicevo finale bis, il romanzo si conclude con la classica chiusura del cerchio, che riporta all’inizio della vicenda, perchè così deve essere in questo tipo di struttura dove c’è un evento portante molto molto molto grosso (la madre defunta di una ragazzina le scrive delle lettere dall’aldià attraverso un ricettario). Ora sto aggiungendo una parte che ho chiamato “Dopo i titoli di coda” in cui c’è una narrazione meno mistica anzi per niente mistica, ma di ordinaria allegria, facendo incontrare in un unico luogo e momento tutti i personaggi della storia.

In definitiva noi qui ce ne freghiamo: tubi e rubinetti, non avrete il mio abbattimento morale, tutt’altro. Auguro a tutti (con un giorno di ritardo, scusate) un ottobre coloratissimo come quei due bellissimi tram lassù.

Seguire la via che ci emoziona, in ogni campo

Dovevano essere dei ciuffi viola solo nella parte bassa della capigliatura, dopo giorni di confronto col parrucchiere sul lavoro da fare, e una volta finito il trattamento lui esclamò: “non ha preso un cazzo!” In realtà, alla luce naturale, qualcosa si vede, ma molto meno di quanto ci eravamo immaginati. La piega mossa, la mattina dopo, era completamente scesa e i miei capelli sembravano lavati in casa, alla fine quindi l’unica vera novità era il taglio scalato alle spalle dopo anni di caschetto. In effetti era venuto il momento di rifarlo, non li tagliavo da febbraio e in questo momento avevo bisogno/voglia di un rinnovamento e ho cambiato. Al pensiero Non è una sfilata di moda e poi con 80 cresimandi chi noterà me, tra le tante madrine sull’altare?  Me la sono fatta andar bene. L’organizzazione superava quella dello sbarco in Normandia, il sole splendeva e la giornata si annunciava lunghissima (sette ore sui tacchi alti!) Così domenica 29 si è concluso il giro delle cerimonie dei nipoti adorati. Nella foto madre e madrina si rilassano al sole del terrazzo della casa dei festeggiati durante un eccellente rinfresco. P_20190929_173437

Mi sono emozionata tantissimo ed è stata una giornata da scolpire nel cuore, con un Monsignore eccezionale: ripenso alla sua omelia che ha catturato tutta la mia attenzione e ne vorrei ancora e di più di uomini di Chiesa, è un francescano, come lui, così diretto e semplice nel accompagnare non solo i cresimandi ma l’intero popolo di Dio in cammino verso i doni dello Spirito Santo. E’ stato infine meraviglioso che io fossi madrina di Cecilia e l’Orso di Giovanni, noi che di figli non ne abbiamo.

Si sono compiuti altri misteri dell’imperscrutabile, così la nuova agenzia si è trovata a dover scegliere su quale tra i miei due romanzi puntare. Il rosa, portato avanti con la squadra di Thèsis e il femminile, scritto di pancia da me, col quale ho partecipato al DeA Planeta.

Quasi una lotta: tecnicismo Vs. scrittura di getto, con le dovute cautele, perchè anche nel primo ovviamente l’ispirazione c’è – ma ho dovuto prevalentemente indurla – mentre per il secondo non è che avessi buttato alle ortiche anni di studio di narratologia, scrivendo alla come viene viene, illuminata dalla trama. In ogni caso, ci siamo:

La storia de La ragazza che ascoltava De André pare più interessante e originale. Meno legata a un genere, quindi meno vincolante e più collocabile.

Ha vinto la pancia, se vogliamo. Ha vinto una stesura di 3 mesi Vs. una di 9 a parità di battute. E se da una parte mi sento di aver gettato via un lavoro che mi è costato tanto, ma tanto, non è del tutto così. La ragazza che ascoltava De André si propone come apripista, l’altro sta lì a riposo pronto a venire riesumato in momenti più favorevoli, ma soprattutto è la conferma che la via creativa non risponde al motto “scriviamo questo perchè funzionerà.”

Non ho amato il celebre romanzo “Va’ dove ti porta il cuore” ma alla fine è proprio così, in molti casi. Sempre che non ci porti verso il baratro, eh.

Classici per l’infanzia, non dimentichiamoli

Dovendo scegliere due libri che mia suocera regalerà ai miei nipoti per la Cresima, come prima cosa ho fatto un giro al supermercato dove non avevo idea di quale fosse l’offerta per l’infanzia. Subito sono stata attratta da questi romanzi classici con rigide copertine squillanti e una serie di titoli davvero immortali. Tralasciando il filone orfanotrofi e collegi un po’ melensi, ce ne sono diversi in effetti, è quasi un sottogenere, ho un po’ seguito il mio gusto e le indicazioni di mia sorella circa quelli eventualmente già letti.

IMG-20190926-WA0004Su Oscar Wilde non ho avuto il minimo dubbio: questi racconti sono geniali, seppure alcuni molto tristi, ma non è la tristezza deprimente di Remì, bensì qualcosa di empatico che veicola sempre un’ironia che spero avvicinerà Cecilia (questo è per lei, ma in realtà sono abbastanza intercambiabili) all’intera opera di Oscar Wilde: io lo amo davvero molto.

Nanni rappresenta un problema, o meglio, il cellulare di Nanni rappresenta un problema e pure i suoi tredici anni, e i giorni in cui mi parlava a raffica di Agatha Mistery, portandomi a scrivere il mio Nina Strick, sembrano lontani un’era geologica o forse addirittura mai esistiti.  E se l’operazione fatta con Cecilia per indurla ad amare la lettura ha funzionato alla grandissima, ha già il suo Kindle, con il maschio, che è stato un lettore piuttosto avido spontaneamente, non so bene cosa fare: non legge più. Certo, non alzo bandiera bianca, prova ne è che alla domanda di mia suocera “Cosa potrei regalare ai ragazzini?” io non abbia avuto alcun dubbio, felice di avere tra l’altro un’alleata forte nella nonna paterna insegnante di latino in pensione. Per lui quindi Sherlock Holmes per il momento, poi vedremo di capire il motivo di questa disaffezione dalle storie, ragioni che vadano oltre la mia sintesi di inizio paragrafo. Un libro, tra le tante cose, fa compagnia, il suo intrattenimento è equiparabile a quello di un video su You Tube di cui i nostri adolescenti sono golosi?

Tornando a questi meravigliosi classici per ragazzi, oltretutto alla Coop (mi spiace fare pubblicità senza essere pagata ma può tornare utile ai miei lettori) c’è il 2 x 1 quindi mi sono portata a casa i due titoli spendendo in tutto 6.90 euro, propongono davvero temi universali senza tempo. Un’epoca strana, senza telefonini nè social, ma su certi fronti, come le marachelle di Giamburrasca, le velleità scrittorie di Jo March, o la competizione sul ghiaccio di Pattini d’argento perfettamente iscrivibile anche ai giorni nostri. E se i protagonisti non possono comunicare tra loro in una chat o filmare le proprie prodezze e postarle su Face Book, il fascino non ne viene compromesso, perchè gli autori sono stati capaci di andare ben oltre un segmento temporale ed e proprio per questo che sono diventati classici. Io li regalo sempre volentieri e per me è un piacere sfogliarli. E’ vero, ho la mia copia del Gigante Egoista, ma sta nel ripiano più alto della libreria, che raggiungo solo con la scala e che quindi, alla fine, non riceve più neppure qualche sguardo.

Ma prima di fare il pacchetto adesso ho quello per Cecilia e un paio di racconti me li rileggerò di sicuro.

Autunno oggi, non il 21

IMG-20190922-WA0000Mio nipote mi ha prontamente corretta, dopo che avevo dato il benvenuto all’autunno nel mio stato di whatsApp sabato 21. Eh, sì pare che l’autunno quest’anno inizi oggi 23 settembre.

La mia stagione preferita, se non piove troppo, che ci accompagna al Natale e porta con sè diverse feste, quest’anno anche la Cresima dei nipoti, domenica! A parte banali considerazioni sul tempo che vola, porca miseria 2 anni e mezzo dalla Prima Comunione e pare passata giusto una manciata di giorni, qualche foglia ocra croccante già si vede, e io adesso le posso proprio vedere benissimo coi miei nuovi occhiali! Da lontano, va detto, il vantaggio è enorme, visto che, mediamente quelli da lontano li usavo appunto solo per cinema, teatro e tv, e quindi andando in giro il panorama era sempre un po’ confuso, di diotrie me ne mancano parecchie. Eccomi qua. Ci sono momenti catartici come sapere di dovere, d’ora in poi, indossare gli occhiali sempre e per sempre, e per una che fino a 45 anni ne ha fatto del tutto a meno è un gran salto; intanto dovrò tornare dall’ottico perchè mi scendono sul naso e non va proprio bene poichè si perde il punto esatto di centratura del campo visivo.

Vediamo se la mia stagione del cuore saprà rimettermi del tutto in forma, dopo qualche inciampo. Per cominciare vi lascio con uno stralcio del mio YA a tema col periodo. Questo romanzo ammicca sul desk top, in attesa che mi venga un’idea folgorante per ridefinirne con maggior pathos i contorni, nel senso, attualmente, come prima stesura avanzata, per me va già molto bene, è come un buon caffè, ora vorrei metterci accanto il cioccolatino, che non danno in tutti i bar, ma se c’è fa piacere.

Anita aveva trascorso la domenica al parco, il clima era ancora inaspettatamente tiepido nonostante si fosse già al venti di ottobre, ed era stato piacevole fare una biciclettata con suo padre e Maddalena, forse l’ultima della stagione. Si erano fermati in un chioschetto per bere qualcosa di fresco e lì avevano incontrato Giuseppe che ciondolava da solo, abitava a pochi metri, facendo avanti e indietro lungo i vialetti, con le cuffie alle orecchie, dimostrando di non divertirsi un granché. Era stato inevitabile e alla fine davvero divertente lasciare che il ragazzino si unisse a loro, aveva un sacco di aneddoti da raccontare sulla vita da spiaggia al lido, e se una nostalgia potente si insinuava tra le parole, era pur vero che ormai anche sulla costiera la bella stagione era alla fine, e l’inverno da quelle parti, seppur mite, era una gran noia. Certo, una noia condivisa con gli amici, amici che erano rimasti là. Allora qualche volta si prendeva la Circum e si andava fino a Torre Annunziata o a Castellammare, dopo mille raccomandazioni dei genitori. Lì il suo accento non suscitava ilarità, ma era soprattutto il mare a mancargli; anche quando là non c’era più neppure un turista, anche nella giornata in cui non c’era nulla di nulla da fare, se non tirare i calci al pallone nell’oratorio scalcagnato della Parrocchia di Santa Maria di Galate di Mortora, che alla lunga, non essendo Giuseppe particolarmente talentuoso, si stancava pure di quello, si poteva semplicemente guardare il mare, quello no, non lo stancava proprio mai ed era a pochi passi da casa.

E naturalmente che sia uno splendido autunno, amici!   

Allora ciao eh, io vado (ma anche resto)

Ho recentemente aggiornato le due pagine lassù; in “Io e le mie pubblicazioni e contatti” ho cambiato la foto e potrete quindi vedere la versione a figura intera del post precedente a questo, quella con il piumino verde per intenderci, visto che ne abbiamo parlato. La pagina “Mi piace, non  mi piace” è diventata “Mi piace, non mi piace e vorrei”, laddove quel “vorrei” spiega un po’ di cose editoriali.

Ma la vera notizia è un’altra: purtroppo ho lasciato l’agenzia letteraria Thèsis Contents che mi ha rappresentata per oltre 5 anni ed è stata una decisione molto dolorosa da prendere, soprattutto ora, a poche settimane dalla perdita di Tiziana. Tra le conseguenze, e arriviamo alla seconda notizia più direttamente connessa col blog, è che ho intrapreso una nuova collaborazione che non mi sento di condividere qui. Purtroppo si conclude la mia esperienza in goWare, un editore eccezionale che attualmente sta prediligendo altre collane rispetto alla narrativa; potrei restare, nessuno mi ha mandata via, ma l’evoluzione di qualsiasi cosa prevede sempre, dai dinosauri in poi, che ci si adegui, pena l’estinzione. Non era più possibile continuare a mettere in luce le mie opere ottenendo i risultati che ho raggiunto soprattutto con Le affinità affettive, anzi sto già perdendo posizioni di visibilità, ma gli addii umanamente fanno male e sono state tre settimane durissime.

Mi sono sfogata mille volte, ma passare per la scrittrice lamentosa, che incarna negatività e allontana magari il mondo editoriale (che dubito venga qui, cioè quando accade non è per reclutarmi come scrittrice ma piuttosto per spacciare libri altrui, e raramente ne è nato qualcosa di bello) proprio non mi va. Io stavo con un’agenzia di altissimo livelo, stra nota, e poco dopo esserci arrivata l’agente è andata alla concorrenza, che colpa ne aveva il mio testo? Ora è mancata prematuramente la presidente e me ne sono andata io, perchè il futuro dell’agenzia è poco chiaro. Odio il vittimismo, ma le situazioni possono essere tante e se da fuori si percepisce solo la Sandra-lagna, il problema di sicuro sono io che non so veicolarvi le mie emozioni più articolate in maniera che emerga un quadro completo, assolutamente non iscrivibile appunto in una continua rimostranza depressa. La mia scrittura è come un terzo braccio, non posso amputarlo e ne parlerò ancora.

Il blog quindi verrà in buona parte ridimensionato. Vi ringrazio per tutte le pacche sulle spalle e il tifo a bordo campo, siete stati tanti e preziosi, lo sarete ancora credo perchè io rimango qui nella mia casa virtuale dove so di avervi accolti sempre con affetto, anche sotto i nuvoloni, solo che certi percorsi editoriali e relativi capitomboli condivisi nella massima autenticità fino a ieri, ora non verranno più raccontati.

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Quando una fotografia ci fa dire “sì, sono davvero io”?

IMG-20190912-WA0008-COLLAGEAh, la tecnologia! Dovendo scegliere gli occhiali nuovi (sono passata alle lenti progressive, eliminando il fastidio occhiali da vicino e occhiali da lontano e quel continuo su e giù), l’ottico mi ha proposto di fotografarmi e inviare gli scatti al marito per un consiglio in tempo reale. Al termine di un’accurata selezione, ho provato e riprovato almeno una dozzina di paia, questi sono i quattro modelli finalisti. Emanuele ha votato il primo e il quarto. Mia sorella, che però mi ha risposto un po’ in ritardo quindi dopo che avevo già scelto, è stata categorica: il quarto.

Alla fine ho preso proprio il quarto. Quando ho infine messo le foto nello stato di whatsApp, i pareri tra i miei contatti sono stati abbastanza unanimi, tutti per il quarto, voti discordanti sul primo – quello quadrato che a me in realtà piaceva parecchio – poco considerati gli altri due. Va detto che nelle foto i colori ce li siamo un po’ persi. Il primo era sopra tipo tartaruga e sotto un bell’azzurro profondo (esisteva anche la versione rossa, eliminata subito, non sopporto gli occhiali rossi), il secondo un gradevolissimo color ottanio/petrolio.

Peccato per i capelli atroci di quel giorno e la luce indefinibile che rendono gli scatti un po’ simili a foto segnaletiche divulgate dalla Questura.

Il giochino ha avuto uno spin off quando mia nipote mi ha inviato questa immagine creata da lei: questa è zia Sandra secondo Cecilia, che con un’App ha cercato di farmi il più somigliante possibile.

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Chiaramente ho adorato questa vignetta, e mi sono incantata nella sorpresa di riceverla con la domanda se mi piacesse. Avete di sicuro presente quei periodi storti in cui una cosa del genere rappresenta un raggio di luce nel polverone del quotidiano, ed è subito in grado di darci una piccola ma significativa sferzata di energia.

Ma, almeno fisicamente, perchè come siamo, come ci vediamo e come ci vedono gli altri spesso non coincidono affatto? Cecilia mi vede coi capelli molto più grigi di come sono nella realtà, anche se di ciocche argentate ce ne ho parecchie e, vi dico la verità, sono proprio quelle che preferisco nell’intera chioma, che ormai da 4 anni non tingo più! Va anche detto che i fattori che determinano la riuscita di una foto sono davvero molti.

Proprio in questi giorni mia mamma mi ha chiesto di darle una mia foto recente da incorniciare. Continuiamo a metterci in posa anche – almeno io lo faccio – in momenti che di memorabile non hanno proprio niente, salvo poi far scorrrere gli album virtuali e non trovare nulla che ci soddisfi appieno. Nel mio caso non si devono notare troppo i miei punti cruciali: naso e mento, il sorriso mi riesce bene una volta su dieci, e coi capelli siamo alle solite. Ho mostrato a mia mamma tre foto e lei ha scelto questa:

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Risale a quasi un anno fa, eravamo a Porto e dopo la cena fuori, rientrando ci siamo concessi il classico bicchiere della staffa al bar dell’Hotel, per me un Baileys; ho lo sguardo trasognato di chi se la sta spassando e ha un po’ di alcol in circolo. Rivedendola mi rendo subito conto di quanto quella vacanza sia stata felice e assolutamente perfetta. Perchè il vero fascino della fotografia è quel suo saper essere evocativa.

Mi va di condividere un paio di considerazioni anche sulle due foto che mia mamma ha scartato.  1958

Su questa qui sopra in realtà c’è poco da dire, per mia mamma ero troppo infagottata nella sciarpa. A me non dispiace, soprattutto mi ricorda che lo scorso anno a ottobre inoltrato si andava ancora in giro vestiti leggeri e si faceva l’aperitivo all’aperto. Potrebbe essere inquietante che in due delle tre foto proposte sto bevendo. Anzi lo è di sicuro. E veniamo alla terza:

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Tralasciando gli elementi di disturbo come “correggi illuminazione” del cellulare che non ho tolto (scusate), questo è un dettaglio di una foto a figura intera che a me piace molto (ovviamente avevo scelto quella per mia mamma, scusatemi di nuovo ma ora non la trovo sul pc). Sono sulla neve al San Gottardo di ritorno dall’Alsazia, ma vedendola lei ha esclamato: “questa no, che sembri la Giulia” (La twin) e io ho capito subito che il suo cervello le stava riproponendo il ricordo di una giacca a vento dello stesso verde, con cappuccio peloso, che mia sorella aveva da ragazza.

Perchè la mente fa così, si incammina su percorsi tortuosi e magari a freddo mia mamma quella giacca a vento se l’era del tutto dimenticata.

Sentirsi davvero se stessi quando ci riguardiamo in una foto non troppo datata (perchè in quelle più vecchie entrano in gioco svariate questioni, come la moda che ci rende tutte ridicole con i ciuffi e le spalline anni ’80 ad esempio e il fatto che con vent’anni di meno di cosa stiamo parlando?) è sempre una piacevole sorpresa. Riconoscersi, dirsi “va’ come stavo bene” anche se magari non eravamo agghindate da cerimonia, piacersi e andare oltre l’aspetto puramente fisico quando il fotografo e le circostanze hanno saputo fermare per sempre e tirare fuori anche un po’ di ciò che abbiamo dentro, questo, per me, rende una foto preziosa.

Nelle foto fatte al volo nel negozio di ottica, ho idea che il sorriso più aperto dell’ultima possa avere inconsciamente influenzato la scelta del modello degli occhiali; mentre nella creazione di Cecilia in fondo sembro esattamente quella che sono: una zia un po’ vecchietta che strizza l’occhio complice e vuole proprio dirti “adesso io e te ne combiniamo una delle nostre!”