Editoria, come siamo messi?

Amici, mi rendo conto che sto postando parecchio e voi siete presi dal balordone natalizio, prometto quindi, dopo questo post che avevo in bozza, al quale sto aggiungendo queste righe, di darvi una piccola tregua. Lo pubblico ora, perché con la  nuova grafica di wordpress, più alcuni impicci del pc. sto facendo fatica e preferisco cliccare subito su “pubblica” prima che vada a male, ormai ho una cera età – scusa assai interessante da usare in molteplici situazioni – per cui con le novità informatiche non vado troppo d’accordo.  Grazie ancora per tutto l’affetto odierno. Vado a preparare la cena compleannesca che ho scelto di fare a casa, la festa poi arriverà domenica.

Molti editori non accettano proposte spontanee di pubblicazione (se nel sito non c’è un’apposita sezione per l’invio dei manoscritti, meglio lasciar perdere.)

Gli editori che invece le accettano spesso lo fanno solo in determinati periodi dell’anno, tocca verificarlo nel sito, niente di difficile, ma si ha comunque spesso l’impressione di finire in un pozzo, soprattutto se non è ben specificato entro quanto tempo possiamo ritenere di essere stati scartati.

Se il nostro interlocutore è un editore di fascia media, prepariamoci a possibili (anzi frequenti) problemi di varia natura. Spiace enormemente dirlo, l’editore piccolo potrebbe diventare un big (potrebbe anche chiudere a dirla tutta) ma a mio avviso con loro va sempre peggio.

Se pensiamo piuttosto di rivolgerci a un’agenzia letteraria, quelle che valutano i manoscritti gratuitamente sono sempre di meno, e spesso la finestra di ricezione è aperta in periodi molto brevi, per cui accedervi è complicato, talvolta impossibile. Non sempre danno informazioni chiare in questo senso.

Se decidiamo di optare per un’agenzia che chiede una tassa di lettura, ho recentemente appurato che affidare la nostra opera (e le nostre speranze) a un’agenzia importante, per un testo di almeno 400 mila battute (che non sono poi così tante, la mia agente va ripetendo che è davvero il minimo sindacale per un romanzo che si ponga l’obiettivo di venir pubblicato da un big) sono necessari 488 euro. Considerato che potrebbe non andarci bene con la prima, a botte di quasi 500 euro, con tre agenzie raggiungiamo l’equivalente di un discreto stipendio. Io ho trovato una buona agenzia che mi rappresentasse al 4^ tentativo, di cui tre gratuiti e uno (non con quella che mi ha poi preso) a pagamento. I prezzi all’epoca, la mia ricerca è durata 2 anni dal 2012 al 2014, erano più bassi e le agenzie free più numerose. Oggi spesso quelle free in realtà non hanno grandi contatti con gli editori blasonati ai quali evidentemente ambiamo, visto che abbiamo optato per un intermediario. A quelli piccoli ci arriviamo pure da soli, direi.

Esistono infine agenzie miste (free con un responso più lento, e/o per pochi testi al mese, e a pagamento per una valutazione più rapida per un numero illimitato di romanzi) ne aprono di continuo, offrono servizi editoriali di supporto e probabilmente vivono di quello, più che della percentuale sulle royalty dei loro autori.

Non sto sparlando di nessuno, né intendo essere disfattista, questo è il quadro attuale, senza sconti. Bisogna davvero prendere atto che il settore editoriale è stato colpito molto duramente dalla crisi economica e fatica a uscirne, che gli editori vogliono ricevere testi sempre più perfetti (e quindi passati da un’agenzia o da un editing che l’autore si paga da sé), che difficilmente rischiano con un autore sconosciuto, laddove non ci sia un bacino di lettori consolidato (essere youtuber, calciatori e assassini aiuta parecchio.) E soprattutto che è un mercato dove c’è una sfasatura tra domanda e offerta pazzesca, quindi nonostante si pubblichino 150 libri al giorno (non tanto per amore della cultura quanto per ottenere continui finanziamenti dalle banche, grazie all’apertura di nuove cedole librarie) non c’è posto per tutti e la meritocrazia non sarà la linea di confine tra entrarci o stare fuori. E’ così, punto. Sicuramente chi ha un capitale da investire potrà rivolgersi a professionisti competenti e avere più chance. Il sottobosco di relazioni pregresse, no, non parlo di raccomandazioni, se si lavora nel settore, immagino possa aiutare almeno a venir presi in considerazione. Dico “immagino” ma potrei evitare, basti guardare i curriculum di numerosi scrittori, quanti sono editor, copyrighter? Tanti e soprattutto sempre di più.

In ultima battuta anche le agenzie più serie faticano a ricevere risposte dagli editori in tempi non da glaciazione, talvolta si parla persino di un anno di attesa.

Possiamo solo lavorare sodo. E Dio mi è testimone (frase pronunciata simil processo nelle serie Tv americane) che l’ho fatto; in più ho speso qualche euro, quanto ritenevo di potermi permettere, visto che per il resto inventare storie è un hobby con un costo molto limitato: un pc in casa l’abbiamo tutti e i corsi di scrittura creativa che ho frequentato sono sempre stati molto economici, un paio pure gratuiti.

Come sempre aspetto risposte importanti e tutto – ho parlato con la mia agente nei giorni scorsi – dovrebbe definirsi a gennaio inoltrato. Ora gli editori sono occupati con le strenne e poi ci sarà la normale chiusura per le feste. Sarà uno spartiacque importante tra il rimanere, ammesso di volerlo, nell’editoria di fascia media dove sto da oltre 8 anni, o fare sto benedetto salto di cui vi parlo da tempo. Che poi anche approdare ai big non significa affatto diventare in automatico un loro autore di punta e quindi immagino mi si presenterebbero altri argomenti per il blog 😀

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11 dicembre 1968

Nasco settimina nel primo pomeriggio, due settimane esatte prima di Natale. Seconda, inaspettata di due gemelline. Per me non c’è nulla, neppure il nome. E mentre ricuciono mia mamma, la squadra suggerisce come chiamarmi, qualcuno propone “Alessandra”, mia madre pensa sia troppo lungo e decide Sandra.

Sono Sandra dunque, peso 1 kg e mezzo, e filo diretta in incubatrice senza manco essere vista da chi mi ha appena partorito. “Tanto non vivrà.” Le dicono.

Una trasfusione di sangue infetto di epatite mina il mio stato già piuttosto precario, ma io lotto come una tigre, sono piccola ma tenace, già allora. Non so com’ero in realtà, bruttissima dicono, vorrei potermi ricordare i pensieri, cosa mi raccontavo per aggiungere centimetri di vita ed essere come gli altri. Poi tutto va molto male, cioè male stava già andando, diciamo che va pure peggio: è il 14 febbraio, giorno di S. Valentino, un’infermiera dice: “chiamiamo la famiglia e diciamo che non ce l’ha fatta.” Ma un’altra replica: “no, aspetta non è ancora detta l’ultima parola!”

E l’ultima parola è stata la mia, che sono qui 50 anni dopo a scrivere un post.

Sono una vincente, sono quella neonata grinzosa che le zie guardavano nella nursery dicendo “che brutta!”, sono diventata bellissima e persino ciocciotta quando ho avuto un anno. Sono poi tornata a essere mica troppo bella, ma chissenefrega. Sono quella che spreca un sacco di tempo a dire “tanto non ce la faccio” e poi ce la fa sempre. Ho iniziato proprio così, a farcela, e ho continuato anno dopo anno, fino a spegnere 50 candeline. La chiamano resilienza, va tanto di moda questa parola, usata a sproposito piuttosto spesso, di certo non la conoscevo quando stavo lì, lontana dal vetro perché i posti in prima fila erano per le cullette di chi non era nato con tutti i miei casini. Ho parlato tardi, camminato tardi, poi ho recuperato. Sono una persona fortunatissima, anche se talvolta mi lagno. Semplicemente potevo non essere qui, nessuno ha scommesso su di me, e io ho vinto, fregando tutti. To me!

Loredana Limone ci ha lasciati davvero troppo presto

Questo post purtroppo è un tristissimo fuori programma e vuole ricordare la scrittrice Loredana Limone, morta ieri a soli 57 anni.

Desidero ripercorrere il pezzo di strada che abbiamo fatto insieme, che è stato doppiamente significativo: per arrivare ai risultati raggiunti fino a ora e perché sintomatico della sua generosità e disponibilità.

Loredana mi contattò nel 2009 quando stavo partecipando al concorso Giallo Milanese, il mio racconto era approdato alla fase finale, si intitolava “Risotto giallo con ossobuco” e lei, che si occupava di narrativa a sfondo gastronomico per le guide Super Eva, piuttosto celebri all’epoca, mi chiese se potesse intervistarmi. Ne fui felicissima e l’anno seguente quando pubblicai il mio primo romanzo “Frollini a colazione” visto che ancora una volta c’era il cibo nel titolo le scrissi io, chiedendole a mia volta se potesse parlarne e lei accettò senza esitazione.

Nel 2012 mi scrisse che stava esordendo finalmente nell’editoria top, avrebbe presentato il suo romanzo “Borgo propizio” (il primo di una fortunata serie) a Torino, proprio nel giorno in cui anch’io avevo in programma di andare al Salone. Finalmente ci saremmo conosciute di persona, fu un incontro pieno di calore, ricordo le sue parole stupende “Sandra, sei una fanciulla che la vita non ha ancora smaliziato del tutto!”

Ci vedemmo poi a novembre per caso, in una sera gelida, alla presentazione del romanzo di Barbara Fiorio. Mi disse di farmi viva, ci potevamo vedere per una bibita. L’uso della parola bibita un po’ desueta mi face sorridere. Scoperto chi fosse la sua agente (Silvia Meucci) le mandai il mio romanzo “Ragione e pentimento”, la procedura prevede che si inviino le prime cartelle e poi se la Meucci è interessata chiede l’intero manoscritto cartaceo e lei me lo chiese. Non ero al settimo cielo, bensì ancora più in alto, al settantesimo e scrissi a Loredana, che mi rispose subito con entusiasmo: “Vedrai, quando vuole leggere il romanzo completo è praticamente fatta!” Non fu così, la storia non convinse l’agente e fu no. Passò più di un anno, io ero ancora in cerca di un’agenzia che mi rappresentasse e a un certo punto Loredana mi scrisse di nuovo, per dirmi che in Thesis Contents valutavano nuovi autori, inviai “Ragione e pentimento” e dopo diversi mesi mi presero in agenzia. Loredana gioì con me, “Sandra, – mi scrisse – non ti sembra di essere al guado?”

Ci siamo viste per l’ultima volta nella primavera del 2014, mio padre era morto da poco e io non ero molto in forma, in più non ero riuscita ad approdare ad alcun editore blasonato e me ne vergognavo. Invidiavo, che brutta cosa, la sua carriera. La ammiravo tanto, ho consigliato con piacere i suoi libri qui nel blog, ma non riuscivo del tutto a sganciarmi dal pensiero “perché lei sì e io no?”.

Ci siamo un po’ perse di vista e giusto venerdì ho letto davvero per caso del tumore, un sarcoma raro, che l’aveva colpita negli ultimi tempi. E’ stata la classica doccia ghiacciata, ho pensato che forse avevo ancora in rubrica il suo indirizzo mail e avrei potuto scriverle. Nell’articolo si raccontava della forza d’animo di Loredana, del difficile intervento per salvarle la gamba, degli effetti della chemio. In alto al pezzo la sua foto coi tipici capelli corti di chi ahimè si è sottoposto a cure pesanti. E poi non c’è stato tempo di cercarla.

Stavo uscendo dal locale dove io e l’Orso abbiamo pranzato prima di buttarci nel tour del regali quando la cara Nadia (Nadia Mantova, per distinguerla da Nadia Liguria) mi ha scritto che Loredana era mancata. Mi sono messa a piangere.

Loredana è stata fondamentale per la mia piccola carriera. Sempre dolce e incoraggiante, con parole lusinghiere per la mia scrittura e la mia persona.

Non ci posso credere, quella bibita ce la berremo in cielo, quando sarà.

Grazie Loredana, grazie di cuore per essere stata la splendida persona che mi scrisse quel giorno di nove anni fa, con un’umiltà pazzesca proponendomi un’intervista.

Qui l’intervista per l’uscita del mio primo romanzo “Frollini a colazione”

Qui la recensione di Loredana al mio romanzo

Qui l’articolo di Loredana per il mio racconto “Risotto giallo con ossobuco” ai tempi del concorso Giallo Milanese

La mia parola per il 2019

Siamo entrati nel periodo caldo delle luci e dei fiocchi (di neve o sui pacchetti, anche se qui non ha ancora nevicato). Ieri la nebbia fitta si è alzata verso solo le 13, era S. Ambrogio, io a casa Emanuele in ufficio nonostante la festa cittadina. Oggi è l’Immacolata giorno per molti deputato agli addobbi, ma noi l’albero lo abbiamo fatto domenica scorsa. Sembra un sabato come tanti, con un eccezionale cielo blu bluissimo! Lunedì riprendo il lavoro e le due settimane che mi aspettano alla scrivania saranno toste, ho cercato di riempire bene frigo e dispensa in modo da evitare il più possibile la spesa, il supermercato dove vado abitualmente è in un piccolo centro commerciale, comunque stracarico di gente da qui al 24.

Ho in agenda diversi incontri per gli auguri, e a metà strada – il 16 – ci sarà la festa per il mio compleanno condivisa con la twin, e arriveremo di sicuro al Natale rotolando tra i vari impegni e la pressione in azienda. Va sempre così, l’importante è non ammalarsi, per il resto la mia disposizione d’animo è ottima, dopo la notiziona di giovedì e un paio di altre cose che sto prendendo davvero nella maniera giusta.

Con questi presupposti e un certo anticipo ho voglia già di postare la mia parola per il 2019. Quella del 2018 era (anzi è) equilibrio e devo dire che l’ho proprio utilizzata come un faro senza dimenticarla mai, ho vacillato molto ma mi dico brava perché tutto sommato l’equilibrio l’ho mantenuto e non è stato un anno facile, per niente.

La parola per i prossimi 12 mesi sarà: scegliere!

Ce l’ho in mente da diverse settimane e abbraccia un universo di possibilità con un unico monito, laddove è possibile sarò proprio io a scegliere, non gli altri, non io che sì scelgo ma in realtà lo faccio per compiacere quindi non scelgo ciò che realmente vorrei, non io che scelgo pensando cosa sceglierebbero gli altri se fossero in me o se io fossi al posto loro cosa sceglierei per far piacere a loro e non a me! Che ingarbugliamento, vero?

Scelgo, senza sensi di colpa perché magari gli altri avrebbero gradito scelte differenti. Scelgo, senza giustificarmi più.

Scegliere se capita, la via più comoda, che le fatiche inutili anche basta. Scegliere di non dare ascolto a chi proietta su di me le proprie frustrazioni, la propria visione del mondo per cui la vita è nobile solo se sofferta (ma quando mai). Scegliere di uscire sette sere a settimana se mi va, o zero in un mese se preferisco. Scegliere gli amici, scegliere le storie da scrivere, scegliere i cieli dove spiccare il volo o anche scegliere di restare a guardarli da terra. Scegliere di nuovo mio marito ogni mattina quando ci svegliamo insieme e quando io continuo a ronfare e gli dico “Buona giornata, Orso“, impastata di sonno. Scegliere di non dire, di non esserci sempre, anche di non sentire quando gli altri si sintonizzano sulla negatività. (Credo si noti una crescente insofferenza alla cosa, negli ultimi tempi.)

Scegliere di non piegarsi alla realtà populista dell’insulto facile, del proprio orticello, dell’IO IO IO, che somiglia a un IHO asinesco, tenendo ben presente il mio valore, valgo come persona, ma in effetti nell’economia dell’universo le mie scelte non contano un granché, meglio non dimenticarlo.

Guardo con indulgenza le scelte del passato, ma anche con la gioia di averne azzeccate parecchie: il marito, la casa (nonostante le magagne contino ad amarla molto), il part time, certi sacrifici che mi hanno portata lontano, il percorso scrittorio (seppure con notevoli inciampi, non mi rimangio quanto detto), scelgo quindi di continuare su questa strada.

Scegliere con consapevolezza ma senza farsi condizionare da chi ha un sentire troppo diverso dal mio.

Rileggendo questo post, scritto in parte ieri, percepisco (magari è solo una mia sensazione) quasi un senso di fastidio, una vaga rabbia di fondo. Sono in realtà molto serena, non do la colpa a nessuno per le mie scelte del passato, eh. Ma proprio come ho svoltato programmando meno, dopo anni in cui la mia quotidianità era un’agenda serrata che alla fine mi ha strangolata, ora scegliere in autonomia diventa prioritario. Significa anche scegliere di non cambiare una virgola, in caso valuti che sia la soluzione migliore per me. Fondamentalmente c’è in giro troppa gente giudicante che se esprimere opinioni è umanissimo e lo faccio di continuo pure io, oltrepassa la linea che forse non ho tracciato con adeguata forza. Scelgo di tenerle un po’ a distanza.

Scelgo infine con molto piacere di continuare così questo blog, senza SEO, indicizzazione, o altre diavolerie a me sconosciute, scelgo tutti voi che mi seguite con affetto che magari ve ne andrete, perché la via dei blog non è un giuramento con la mano sulla bibbia, ma avete comunque percorso un pezzettino di vita, per me nient’affatto virtuale, con me e di questo io posso solo ringraziarvi.

Quando Natale arriva in anticipo

Dal mese di giugno in avanti vi ho talvolta  accennato ai problemi lavorativi, senza dirvi poi molto; un incubo durato fino a poche ore fa. In pratica alla ditta per la quale lavoro non è stato rinnovato il contratto dall’azienda dove invece lavoro fisicamente (quella di cui è dipendente Emanuele, ragion per cui non siamo veri colleghi), il rinnovo in 19 anni è sempre stata una sorta di formalità, un automatismo. Il 30 giugno invece non è stato firmato il rinnovo e al 1 gennaio 2019 l’ufficio avrebbe potuto essere subappaltato ad altri. E il nostro destino un punto di domanda.

Ma oggi hanno firmato! Insomma rimango lì, col mio bel part time, gli stessi colleghi (che mannaggia a loro mi hanno fatto un vocale raccontandomi l’esatto contrario, e cioè che eravamo in mezzo a una strada e vi lascio immaginare il mio stato d’animo! Scherzetto!), le solite mansioni e tutto quanto. Un vero regalo di Natale e compleanno in anticipo, dopo 30 anni di lavoro ho assaporato il gusto amaro della precarietà ed è stato orribile. Questa cosa ha condizionato buona parte dell’anno e di certo l’estate visto che la notizia era arrivata il giorno prima di partire per la Camargue! Poi col passare dei mesi, nonostante non ci dicessero nulla, mi sono assuefatta alla graticola e in qualche modo sono riuscita a non pensarci troppo. Ma oggi si brinda!

Tutto quanto è successo poco prima che andassi a mangiare fuori con due amiche. Mi sentivo leggera leggera, in grado di volare; ho offerto il pranzo e mi sono ben sintonizzata sulle sorprese natalizie!

Passiamo ad altro, con un’altra strenna. Non conoscevo lo scrittore Nicola Govoni, giovanissimo, e l’ho scoperto stamattina, in un giro tra i blog durato pochi minuti: leggo un blog tra quelli che visito abitualmente (ormai molto pochi in realtà), clicco la relativa pagine FB, dove è linkata un’altra, faccio scorrere gli articoli, clicco un nuovo link, poi un altro e arrivo a

questa storia perfetta per Natale.

C’è persino un po’ di Grecia, il self publishing, l’editoria tradizionale, i buoni sentimenti e la speranza. Leggerla vi porterà via pochissimo tempo, ma allarga il cuore. Ne abbiamo bisogno, mentre corriamo tra un pacchetto e l’altro e personalmente guardo con molta antipatia chi è nervoso, nervoso, ma perché diavolo sei così nervoso? E questo badate bene, non lo penso soltanto oggi (prova ne è che ho scritto il post lasciandolo poi in bozza, prima della notiziona!) ma da giorni vuole essere la mia svolta mentre mancano 5 giorni al mezzo secolo. A breve vi racconterò la mia parola per il 2019 che ho già scelto.

So this is Christmas (cit.) insomma, manca poco, pochissimo

Di colpo tutto ha cominciato a essere maledettamente veloce. Mi sveglio e dopo un minuto è già ora di cena. La casa in Valtellina da chiudere per l’inverno, la lista dei regali che nonostante i buoni propositi si complica, l’albero da addobbare. In mezzo tocchi di vera bellezza questo meraviglioso concerto, una scoperta da più angoli, una serata piena di note e amici che fa tanto festa, e io che mediamente non amo il Jazz mi ritrovo ad incantarmi per Sinatra, Carosone e Buscaglione. Paola Folli, sorella di un nostro amico, fra le altre cose prepara i concorrenti di X Factor ma quando le chiedo un gossip da spacciare ai nipoti (argomento di conversazione attuale, che unisce entrambi e mi vede più interessata rispetto al calcio, che comunque è solo per Nanni) giustamente tace.

E poi arriva una nuova settimana e un nuovo inciampo medico mentre Natale e il mio compleanno incalzano e per darmi energia mi butto sui cuneesi multi gusto e sulle sciocchezzuole che forse una donna di mezza età quale io mi appresto a essere dovrebbe evitare! Ma cosa volete farci? Tiger esercita un certo fascino su di me e io ho una gran bisogno di leggerezza. Se mi fermo a pensare, mi piomba addosso la malinconia, e davvero non voglio che accada, non troppo spesso almeno.     

E per un ulteriore giro di idee regalo ecco qualche suggerimento al volo.

Storie per Natale è finalmente in vendita e unisce buoni racconti a un’ottima causa. E poi dai, i libri sono pure i pacchetti più facili da incartare e infiocchettare!

Per la suocera abbiamo confezionato una borsa di prodotti alimentari Chico Mendes, la scelta è vastissima, la qualità ottima, e chi non ha una bottega vicino casa può comprare on line. Abbiamo messo insieme ciò che più pensiamo possa piacerle, ma ci sono diverse proposte di cofanetti già pronti. I produttori del commercio equo e solidale di tutto il mondo e le realtà dell’economia sociale italiana garantiscono un Natale etico.

Uno dei romanzi più belli di sempre

Commentando il post precedente, Tenar ha parlato di fumetti e di venir folgorati da una storia di nicchia. E in concomitanza stavo letteralmente ardendo di amore per un romanzo il cui protagonista disegna fumetti e andando addirittura oltre la folgorazione, ne sono stata posseduta. L’incontro con Cherryman dà la caccia a Mister White è avvenuta del tutto per caso così direi se credessi al caso. Ma non ci credo e le storie buone per noi trovano sempre una strada per arrivare, anche se il romanzo non è nuovo. Ogni domenica sui Navigli milanesi si tiene un mercatino dell’antiquariato, non ne sono una fanatica, ma un paio di volte all’anno si può fare. Nel tempo si è trasformato in una passeggiata di bancarelle svuota solai della nonna quando va bene, ciarpame quando va peggio. Mi sono buttata su un banchetto di libri usati, attratta dalla tipica copertina colorata di Marcos y Marcos, sempre belle. Ho letto la quarta, valutato che 5 euro glieli potevo dare e me lo sono infilato in borsa. Sono talmente travolta da questo libro che ho pensato di parlarvene utilizzando la formula #imieiprimipensieri, per dare alla recensione, che recensione non è, il massimo dell’emotività. Sospendo il post, apro word e ci si rivede tra un po’… 😀

Ho adorato questo romanzo al punto di non smettere di leggere in autobus, incurante del mal d’auto che mi stava procurando nausea, ovunque l’ho letto, sul divano di mia sorella mentre Nanni faceva i compiti e io ogni tanto gli gridavo “tutto bene? Stai studiando o guardando il cellulareeeeee?” Rapita, innamorata persa, tristissima dopo aver appreso in internet che l’autore, considerato un vero ragazzo prodigio, è morto a soli 49 anni di cancro, qualche anno fa. Un dolore umano, una perdita per la letteratura.

Bullismo, antisemitismo, temi a me cari, temi assolutamente da non abbandonare mai, temi importanti per raccontare ai nostri ragazzi l’orrore che può nascere e svilupparsi in menti criminali che, all’apparenza, fanno solo scherzi e in un attimo passano la soglia. In poche parole le dinamiche più difficili ci vengono portate e spiegate come se fossero comprensibili a tutti, le dinamiche malate fatte di senso di appartenenza, quel creare gruppo per sentirsi accettati e quindi importanti e considerati quando si è giovani e fragili. Ho amato Ricky, ho percepito per la reale immensità narrativa di questo romanzo che qualcosa di tremendo sarebbe accaduto, è lì, aleggia lungo le 150 pagine, e il lettore lo sa, ma non sa dove esattamente si andrà a parare. Nell’ultimo terzo, dopo aver divorato le prime 100 pagine circa, a ogni pagina dovevo smettere, come se stessi correndo e avessi il reale e concreto bisogno di riprendere fiato da tanto la tensione saliva. Tutto è meravigliosamente mostrato e mai raccontato, finalmente qualcuno che mette in pratica il famoso show don’t tell e lo fa alla grande con un’efficacia da brividi. Asciutto, questo è un romanzo senza fronzoli che non fa sconti e non scade mai nel moralismo. E’ una storia piena dell’attualità tremenda in cui l’Europa si sta nuovamente calando, quella Germania prima di tutto che assomiglia troppo ai motti che sentiamo dal nostro governo che cavalca l’onda del malcontento e si dimentica di essere semplicemente umano. Struggente, doloroso, a tratti persino ironico, pennellate di cruda realtà che si scontrano con la poesia di un diciottenne che disegna fumetti e ama le piante e crede di poter affrontare la sfida che la vita gli ha messo di fronte, un ragazzo che va a Berlino a fare il giardiniere che un sogno modestissimo eppure per lui immenso. Un ragazzo e qui sta una delle più grandi magie del libro che viene letteralmente salvato due volte dai fumetti. La conferma che i libri salvano realmente la vita. Cherryman si colloca in un sol giorno in cima non solo ai migliori libri letti nel 2018 ma nell’intera mia vita. L’ho amato come si amano le persone care. Vorrei, come diceva il protagonista del giovane Holden, prendere il telefono e poter chiamare Jakob per dirgli quanto il suo libro mi abbia fatto bene e male al cuore, ma per farlo mi toccherebbe chiamare in cielo e questo rende tutto incredibilmente doloroso.

Ci tengo a esercizio concluso, a riportare un paio di frasi del romanzo, non sono snodi così importanti ma un esempio vivido di una scrittura, uno stile, davvero da 10 e lode.

Di norma non sarei passato dal supermercato a quell’ora, perché loro erano lì quasi tutti i pomeriggi. Ma avevo promesso a zia Bambusch di comprare il quark. Il giorno seguente doveva venire a trovarla la sorella e zia Bambusch voleva prepararle una torta al formaggio. Lei e la sorella non si sopportano, ma la torta al formaggio con marmellata di albicocche è un ricordo della loro infanzia e zia Bambusch sperava così di creare un’atmosfera allegra.

Quante informazioni riesce a darci l’autore in poche righe? Tantissime. Rick cerca di evitare i teppistelli (siamo a pag. 19), la zia ha una sorella con la quale non è in buoni rapporti, ma ci prova a migliorare la situazione o perlomeno a rendere l’incontro piacevole. Apre scenari, riporta all’infanzia delle due anziane sorelle, mentre allo stesso tempo Rick Fischer pur di accontentare la zia sa alla perfezione che si caccerà in un guaio.

Vediamo un altro brevissimo stralcio.

Non era il primo colloquio di lavoro che mio padre faceva nella Germania Ovest. Come sempre accadeva quando i miei pernottavano fuori fui affidato alle cure di zia Bambusch. Me lo ricordo bene: era un giorno piovoso, stavo con la zia sotto la tettoia del garage e con la mano salutavo i miei che si allontanavano.

Qui siamo a pag. 30, non è ancora stato chiarito come mai Rick viva con la zia e l’immagine che l’autore ci presenta secondo me è estremamente efficace, anche se non lo dice io ho avvertito chiaramente l’ansia del “sta per succedere qualcosa”, in più è proprio bella perché il lettore vede il bambino che saluta sotto la tettoia che gronda acqua, infine ci viene data l’informazione importante che la Germania è ancora divisa e colloca la storia nella più povera Germania Est.

Il romanzo è adottato come libro di testo nelle scuole tedesche. Ho riflettuto molto sull’età indicata per leggerlo, seppure col supporto degli insegnanti, alcune in realtà sporadiche pagine sono molto crude. Sicuramente alle superiori va benissimo, probabilmente già in terza media, prima ho qualche dubbio, ma non sono del settore, sto soltanto pensando che tipo di reazione potrebbe avere mio nipote dodicenne, ammesso che sacrifichi il cellulare e torni a leggere, cosa che auspico avvenga a breve. Perché perdersi certi capolavori è un delitto.

Vi prego, leggete questo libro, e tornate a dirmi quanto vi ha dato. Regalatelo e diffondetelo, non posso accettare che cada nell’oblio, è una lettura intensa di estrema attualità a cui non riesco a smettere di pensare.

Cercando la bibliodiversità

Lo studio di Pepe Research di cui si parlerà alla Fiera Più libri più liberi a Roma ci informa che il 28% dei lettori, più di 1 su 4 dunque, è influenzato all’acquisto di un libro per come esso è esposto in libreria!

Lo temevamo, no? Noi che magari qualche nostro volume in libreria lo abbiamo avuto e ne abbiamo verificato la posizione, io l’ho fatto, addirittura arrivando a spostarlo!

Quella brutta bestia della visibilità, che viaggia a braccetto con la distribuzione per cui, per chi non capisce un accidenti di editoria e forse neppure di storie, un libro che non è in prima fila vicino alle casse, su un tavolone all’ingresso, impilato in un torchon a rischio frana, non vale un granché! E se in natura ciò che è più raro e nascosto acquista valore, in commercio è esattamene il contrario.

Sapere che i posti migliori in libreria sono contingentati dai grossi nomi, che le vetrine si pagano, che nulla è quindi davvero libero e a disposizione di una reale bibliodiversità non è consolatorio ed è un concetto che, alla fine, ci siamo anche stufati di spiegare. Sarebbe auspicabile che almeno noi blogger proponessimo qualcosa di davvero diverso, ma vedo che accade di rado. Il mio non è un blog puro di recensioni, però ne leggo qua e là e va sempre a ondate, basta controllare la side bar di uno dove sono linkati gli altri: tre o quattro titoli e stop, in un ripetersi cantilenante. Si potrebbe obiettare che è logico: si parla delle novità! Ma accidenti, in un paese dove escono 150 libri al giorno, eliminiamo pure le ristampe dei classici e atteniamoci alla narrativa, rimane un ventaglio enorme di possibilità di recensire un romanzo appena pubblicato senza fastidiose omologazioni!

Anch’io, prevalentemente per pura curiosità, leggo talvolta il libro del momento, ma capirete leggendo 50 libri all’anno ho ampio spazio per scovare altro, e spesso quell’altro è sinonimo di una qualità più alta.

La questione va ben oltre il fatto che in questo modo gli editori più noti avranno sempre la meglio in termini di vendite, il punto è molto più triste: se leggiamo tutti le stesse cose rischiamo di uniformare il pensiero, di non conoscere le realtà raccontate nei libri degli editori di nicchia spesso così virtuosi e davvero propositivi nell’offrire scenari alternativi. Perché è sempre da un confronto che sa spaziare che ci si arricchisce.

Peccato, peccato che anche nel web alla fine si segua la massa.

Di seguito vi linko alcuni cataloghi di editori indipendenti ovviamente free che ritengo molto interessanti:

La Corte Editore di cui ho letto: Bugie, La casa dei cuori sospesi, Il buio dentro. Tre romanzi che mi sento di consigliare senza alcuna remora. La Corte offre un catalogo ricco con un occhio particolare ai thriller di ottima fattura, si sta facendo strada e ormai compete con i big.

Astoria Edizioni propone una scelta narrativa italiana e straniera raffinata da cui spesso sono stati tratti film o serie tv. Qui secondo me c’è proprio da sfregarsi le mani e darci dentro.

Le Mezzelane (il mio prossimo editore, iniziamo a farci amicizia) ha collane per tutti i gusti, compreso suspense, rosa, viaggi e ragazzi, impossibile non trovare qualcosa che ci soddisfi. I libri sono molto curati in ogni aspetto, dall’editing alla carta.

Dicembre è ormai a pochi passi, io spero davvero che rappresenti una svolta perché novembre non ha fatto che rotolare sempre più giù, e quando parliamo di salute e ambulanze le cose cominciano a farsi serie. Qui nel blog cercherò di dare ampio spazio ai libri, perché spero possano essere numerosi sotto gli alberi di tutti. Vi abbraccio.

Certi guai non finiscono mai, eppure…

Giove ha mancato l’appello e novembre, dimostrandosi poco originale, ha riproposto vecchi problemi col metodo del copia incolla, come diversi impicci idraulici e medici, di cui tralascio i dettagli. Il segno negativo questo mese se l’è proprio meritato. Sabato e lunedì sera ero piuttosto di cattivo umore, l’Orso in questi casi mi definisce contrita.

Domenica no, perché abbiamo dato il via all’ambaradan natalizio (e soprattutto non era ancora arrivato quel lunedì davvero pestifero!)

Per avere un scintillante villaggio natalizio stile Old England, dal quale parrebbe persino possibile veder apparire Scrooge, non bastano i fantastiliardi di Paperone a Scrooge ispirato. Ma ammirarlo è sempre magico, anche perché il negozio cambia la disposizione dei pezzi e la scenografia intorno ogni anno.

Tutto sommato questi continuano a essere giorni tribolati, in cui la razionalità mi aiuta a valutarli più serenamente ma poi a livello emotivo torno e essere contrita.

Mi fanno una gran compagnia le mie storie, anche se anche lì non finisce il periodo di attesa infinita; tuttavia sapere che c’è chi non solo mi legge e mi apprezza, ma va più nel profondo è davvero fonte di gioia e soddisfazione. Vi posto qualcosa:

Due parole sui tuoi bellissimi libri: Le affinità affettive e Come vivere felici senza figli mi hanno permesso di conoscerti un po’ e mi sono serviti un sacco per il mio lavoro (La donna che mi ha scritto è una biologa n.d.r.) Ritengo che tutte le figure professionali che si interessano di sterilità dovrebbero ciclicamente fermarsi e riflettere stando dall’altra parte per un po’.
Figlia dei fiordi mi è piaciuto un sacco e la ciliegina sulla torta è stata ritrovare Cesare e la zia. Questa cosa mi fa sentire coccolata dalla scrittrice, sembra che dica “Ti sono piaciuti i miei libri? (Sì, altrimenti non saresti qui a leggere altro) Ti sei affezionata ai personaggi? Ti sentivi un po’ triste quando il libro è finito? Guarda che bel regalo ti faccio! Proseguo ancora un po’ con i tuoi amici!”
E poi La Montagna incartata, complimenti, hai ricreato la stessa atmosfera di “Chocolat”, mi sono vista il paesino ventoso, il negozietto accogliente e non riuscivo a togliermi dalla mente Juliette Binoche (Non ho letto il libro né visto il film quindi non posso averlo copiato n.d.r.)
Io non penso di essere una lettrice esigente, io valuto se un libro mi è piaciuto o no dalla capacità di lasciarmi delle immagini e i tuoi libri me ne hanno lasciate moltissime!
Magari non ricordo tutta la storia o i nomi (e di questo, credimi, mi spiace tantissimo perchè non riesco a parlare di quello che ho letto, io vedo un film nella mia testa), ma Cesare che scavalca il muretto per andare a suonare il campanello o le due amiche che finalmente si ritrovano casualmente dopo la separazione in una città straniera mi sono rimaste vivide davanti agli occhi. E poi mi è rimasta la curiosità: ma tutti questi personaggi/amici, esistono?
In più c’è anche il vocale di una lettrice alla quale, dopo la Beta, ho affidato il romanzo femminile inviato al DeA Planeta, sbobino: il tuo libro mi è piaciuto molto ma veramente tanto, si sente questo flusso che proprio tu raccontavi, questa gioia nello scrivere, guarda, veramente mi è piaciuto tanto per diversi aspetti che presenta, i rapporti con la mamma, con il papà, il lavoro che una persona fa su se stessa per andare oltre i propri limiti (…) ho trovato un pezzettino di me stessa.
La grande bellezza di tutto questo è l’aver creato mondi possibili in cui il lettore si rispecchia e dove trova conforto nell’immedesimarsi, essere riuscita a dare una tale credibilità ai personaggi per cui ci si chiede se esistano, la biologa – ho tagliato un po’ la mail – si interrogava in particolare, come molti, su Virginia, che è stra inventata eppure è vera al punto da ritenere plausibile che possa essere una qualsiasi senegalese incontrata per strada.
Sto parlando di due lettrici, non diecimila, eppure questi riscontri arrivati negli ultimi giorni hanno davvero gettato una luce importante sul mio percorso, hanno bilanciato soprattutto la fatica e le incomprensioni recenti con chi vorrei fosse più in sintonia con me.
Il brutto nella vita e nella scrittura è quando si perde la fiducia, quando non si crede più che le cose possano cambiare, ci si impunta sul “tutto nero” e si persevera su quel sentiero. Che Dio, per chi crede e la buona volontà degli uomini ci tengano sempre lontani da quella strada, è la più pericolosa.
PS. Scusatemi per gli a capo tremendi di questo post, è tutto appiccicato, ma non riesco a sistemarli.

Conciati per le feste: sotterra il Grinch che è in te oppure fattelo amico

Ammettiamolo: siamo tutti un po’ Grinch! Magari non completamente, magari sono soltanto alcuni aspetti o determinati momenti del Natale a irritarci, ma a distanza di un mese, con il mostro verde che ci chiama per coinvolgerci in stratosferiche battaglie a palle dell’albero di Natale e noi che l’albero manco vorremmo farlo tocca definire la faccenda una volta per tutte.

Natale è la festa dei bambini, pare che gli adulti possano riviverne la magia con i figli, è quindi implicito che chi di figli non ne ha parta svantaggiato. Ma vediamo da vicino qualche dettaglio.

I regali: pensarli, comprarli, recapitarli. Natale ha un enorme pregio: capita sempre il 25 dicembre, a meno di essere di quelli che aspettano la 13^ per spenderla in doni, anticipare i giochi non sarebbe una cattiva idea, tanto rimandare non serve a nulla se non a trovare il delirio ovunque. Una lista, un budget e un paio di giri molto mirati, oppure on line. Se sono per la famiglia con la quale ci si ritroverà il 24 o il 25 si danno in quell’occasione, se sono per chi ancora crede all’omone rosso vestito, bisogna inventarsi nascondigli e consegne segrete in caso siano ad esempio per i nipoti che non li scarteranno la mattina del 25 a casa nostra. Sono cose che ho fatto e non muore nessuno, un po’ di casino, pacchi lasciati sul pianerottolo, non innervosiamoci troppo. Con gli amici si può essere abbastanza sciolti, dal 1 dicembre al 6 gennaio dai, andrà bene comunque vedersi e scambiarseli. Libri, cesti gastronomici, cosmetici, abbigliamento, difficile che io mi discosti da questi articoli. Per i più piccoli, sempre libri, lego, giochi in scatola da fare tutti insieme. L’ideale è prevedere una giornata in settimana da dedicare agli acquisti, se lavorate per un’azienda che chiede il piano ferie con largo anticipo, benissimo, un’occhiata al calendario e vi prenotate per un giorno di dicembre: come? Quell’anno poi non farete regali perché scappate in Patagonia con un maggiordomo figo e stanco di essere sempre il primo sospettato nei gialli? Un giorno libero vi farà super comodo proseguire a scrivere il romanzo, andare in una Spa, o semplicemente dormire.

Le cene (e pure i pranzi): quella del lavoro, della palestra, e quella con gli amici, amici che possono appartenere a più gruppi e quindi le cene si moltiplicano. Se avete dei figli aggiungiamo quelle della scuola, del calcio, dell’oratorio, se i figli sono due diventano magari sei. Prima lo capiamo meglio è: non possiamo partecipare a tutte, per il portafoglio e per lo stomaco, perché almeno un paio si accavalleranno, perché il divano chiama. Parliamone: è necessario vedersi perché è Natale se durante l’anno non si riesce mai a farlo? C’è una sola risposta: NO! E un’unica deroga: gli amici sono lontani e ci si ritrova per le feste perché tornano nel luogo di origine, ottimo, ci si organizza per tempo e sarà un piacere. Io su sto punto ho raggiunto il Nirvana da un pezzo, non mi faccio alcun problema a declinare, soprattutto se l’invito arriva molto sotto data. Chi dice “vabbe’ coi problemi che ho vuoi che a novembre mi metta a programmare l’incontro natalizio?” Figuriamoci, no, però poi non ci rimanere male se trovare una data è un massacro e io non ci vengo.

Il giorno di Natale: che si festeggi il 24 o il 25 o entrambi questo è il punto che può procurare sonori mal di pancia, ancora prima di mettersi a tavola. Personalmente io e mia sorella da quando mi sono sposata avevamo istituito i turni, che non erano la soluzione perfetta ma toglievano un po’ dagli impicci e poi tutto è andato a rotoli lo scorso anno (dopo qualche défaillance negli anni precedenti) quando mia sorella che aveva il turno per andare da mia mamma con la sua famiglia, non ci è andata. Ha invitato tutti in montagna, ma andare fino in Val D’Aosta in giornata mi è parso oggettivamente una gran sfacchinata, in effetti lo era, e di pernottare in hotel anche no, per cui è saltata l’organizzescion e quest’anno ancora non so. Nanni ha spifferato che inviteranno tutti a Milano, essendo il primo Natale nella casa nuova, e mia sorella aveva accennato a qualcosa. Io attendo l’ufficialità. Dividersi tra genitori e suoceri oppure mettere insieme famiglie che normalmente si frequentano pochissimo con abitudini diverse con il reale desiderio di trascorrere un pranzo in serenità a volte è davvero un’impresa, lo riconosco. C’è chi non vuole spostarsi, chi non ama cucinare, chi si sobbarca un mazzo tanto, perché altrimenti chi vuoi che lo faccia, chi non gli va bene niente, chi lavora fino all’ultimo ed è stravolto… lo so, avrete annuito a ogni tipologia, o siete voi o conoscete chi lo è. Il Grinch in questo caso fatevelo amico, ridacchiate insieme delle debolezze umane, Natale è un giorno lungo esattamente come tutti gli altri e in qualche modo cercate di venire fuori dal tetris, abbozzando.

I vuoti: non mi stanco di ripeterlo, Natale amplifica e se da una parte adoro girare con l’Orso per Milano (o anche altrove se capita) tra le luci e dedicarci momenti esclusivi di cioccolata e relax, il vuoto devastante per le assenze è il vero problema del Natale. Il resto si supera, ci si arrabbia magari di fronte a certe prese di posizione (quando ero sposata da un po’, io: a Natale venite a casa nostra? Mia mamma: e ma poi come facciamo per il mangiare? Mi chiedo come sia possibile che io e l’Orso non siamo ancora morti di fame e stenti! Tanto per dirne una) ma la meraviglia dei Natali della mia infanzia in Valtellina con i nonni, zii e cugini e la mia famiglia in armonia, si sovrappone a quelli senza più i nonni, le occasioni sprecate di capire mio padre, e sto piuttosto male. Piuttosto tanto male. Il fantasma dei Natali passati è peggio del Grinch: non bussa, entra e rovina tutto. E io il Natale non lo aspetto più. Si tratta in realtà di momenti, ondate che sì, travolgono, ma passano e sulla riva lasciano pochi detriti, tuttavia so che devo farci i conti, che basterà un’inezia, una musica, un anziano al supermercato, il calendario dell’avvento, a darmi quel pugno in faccia che mi fa bruciare gli occhi e ingoiare malinconia brutta. Potrà capitare dieci volte, o magari cento, la prima botta è già arrivata un paio di giorni fa, è durata poco ma è stata sufficiente a farmi capire che ci siamo. Posso stringermi nell’amore di mio marito, posso ripetermi che non sono stata una cattiva figlia, posso fare leva sui ricordi belli (preferisco rimpiangere i Natali 10 e lode, che provare rimorso per quelli sbagliati) ma soprattutto posso solo aspettare che passi. Se provate le stesse sensazioni, battete un colpo e sfondiamoci di bollicine insieme, vi prego.

Natale incombe, per il momento vorrei scriverci su un nuovo racconto, spero di digerire tutte le leccornie che intendo ingurgitare, mentre mi auguro che le feste ci trovino tutti in salute. Nanni mi ha avvisata per tempo: lui e Cecilia ormai a Babbo Natale non credono più, posso evitare la manfrina dei regali occultati. Personalmente io a Babbo Natale credo ancora, ma non volevo fare la figura della scema, non troppo almeno, l’unica differenza col personaggio noto è che in realtà si veste in maniera diversa dalla tradizione: ha la divisa del vigile del fuoco sempre presente nelle tragedie, il camice del medico in prima fila a soccorrere, ma è anche donna e indossa i vestiti comodi di certe insegnanti di mia conoscenza (Barbara Liguria, forse non ti farà piacere essere paragonata a un vecchio ciccione con la barba ma vuole essere un complimento!). Ha la pelle nera del mio amico che sta fuori dal Garabombo a vendere libri, regala sorrisi e discorsi buoni, ed è fantastico ritrovarlo ogni anno. Siamo anche un po’ noi, quando portiamo speranza e non ci arrendiamo alle brutture del mondo.

Natale è un’occasione per ricordarsi che possiamo splendere e accogliere, magari tutti i giorni. Passate questo mese di vigilia nel migliore dei modi, amici.