I gruppi nei blog

nuovaHo tagliato una delle foto di Pefkohori (già pubblicata intera) per dirvi che i miei capelli sono ancora dritti dritti dopo 2 mesi, li ho spuntati solo un pelino (frangia e punte) in Valtellina e ora direi che sono di nuovo lunghi come nella foto.

(Leggere fino in fondo, i capelli sono un pretesto, grazie!)

Un’irresistibile single alle prese con problemi di cuore, colleghi e capelli.

Recitava il mio primo blog che mi aprì mia sorella sei anni fa – era il 2 settembre – e la quarta del mio primo libro uscito nel giugno dello stesso anno. Romanzo scritto in realtà nel 2004, e rimasto nel cassetto a lungo, quando ero single, già.

Collegagiramondo alias collegafigo non lavorava ancora con me, e con i capelli era una battaglia persa. Le cose si evolvono, davvero. Non sono più single, in ufficio di colleghi ne sono cambiati diversi (nel bene e nel male, ma nel complesso molto meglio), e ho scoperto la stiratura chimica. Ho pure un altro blog: questo che state leggendo ora.

Lettori di allora e lettori nuovi. Dapprima per un giro che non sto a ricordarvi, si formò un gruppo di creative legate al mondo dello scrap, che ancora pratico, poi il gruppo delle cacciatrici di cicogna, infine ora il gruppo di noi autori. Tutto intorno un mondo variegato di blog amici che mi seguono credo con affetto e non appartengono ai tre gruppi. Qualche reduce dei primi due, un gruppo solido direi quello degli scrittori.

Non amo i gruppi, sono quella che a scuola quando l’insegnante diceva “mettetevi a gruppi per fare questa ricerca” alzava la mano e chiedeva di poterla fare da sola. Mediamente nei gruppi c’è chi lavora e chi, be’ un po’ meno. Chiaramente questo non riguarda i blog, però qualcosa non è andato storto con i primi due. Tra le creative ho trovato competizione spesso eccessiva, soprattutto considerata la posta in gioco, una casta di quelle brave, presenti, in vista. Con le non-mamme era nato un affiatamento stupendo, e tanto è stato importante il legame che ci ha unite, quanto tremenda la frattura con alcune. Mi chiedo spesso se si possa rimanere unite grazie a qualcosa di negativo, o se l’invidia per chi ce l’ha fatta – non priva di una sentita gioia in realtà – e la fatica delle prove a cui siamo state sottoposte non abbiano incasinato tutto.

Invidia che potrebbe esistere anche tra noi scrittori.

C’è chi si lagna (io), chi crede nel self (Marco A. e Marco F. Giulia, Monica, Maria Teresa, Serena), chi vanta (non nel senso di tirarsela) diverse pubblicazioni (Tenar, Cristina.M. e Grazia), chi è apprezzato anche se è uscito con un editore piccolo (Massimiliano), chi non ha pubblicato nulla ma scrive da Dio (Helgaldo e Michele), chi scrive, scrive, scrive e secondo noi proporrà una gran bella storia (Marina, Barbara, Lisa e Chiara), chi ha scelto Bookabook ed è stato a sua volta scelto da Bookabook (Silvia e Nadia), chi non se la sente di scrivere e quando lo fa le riesce alla grande, ma è presente a tutti gli allenamenti (Iara). Dio, spero di non aver dimenticato nessuno!

Ma non c’è!

Invidia non pervenuta. Amo questo gruppo. Conosco di persona soltanto Tenar, Marina e Serena, eppure lo sento vivo e pulsante di idee e solidarietà, basta vedere come hanno reagito ai miei ultimi post. Prima leggevo alcuni dei loro blog e solo da direi meno di 2 anni sento di appartenere a un gruppo. Un gruppo bello perché le new entry non vengono trattate come scartine in fondo a una sorta di piramide gerarchica, come spesso mi è toccato vedere nelle compagnie. Perché se te ne vai per un po’, gli altri ti aspettano con piacere, ma non ti colpevolizzano se non commenti, se non ci sei. Perché all’improvviso arriva anche una mail quando un post è un po’ più emotivo e ti chiedono “cosa succede?”

Mi sento a casa, dopo 6 anni! Ho centrato l’obiettivo mancato del mio primo blog, che, oltre a promuovere il romanzo, voleva creare una rete di contatti per un consiglio, un rimbrotto amichevole, una spalla su cui piangere e un’altra alla quale dare una pacca. Ho trovato persone empatiche, spesso con una cultura superiore alla mia che è fonte di stimoli per non fermarsi mai, persone con le quali il confronto è sano anche se si sta dalla parte opposta delle intenzioni, lettori forti e ingegnosi che vanno ben oltre i 4 titoli proposti al supermercato.

Ho capito il motivo per cui questo gruppo funziona e gli altri ahimè no, non hanno funzionato a lungo: ci sono degli uomini tra noi, che stemperano i tipici umori femminili da cortile, che portano una visione differente e un punto di vista meno umorale. Siamo fatte così! In questo gruppo ci completiamo, ci compensiamo, siamo una squadra mista: la migliore. Grazie a tutti.

Numeri

Nei due post precedenti abbiamo fondamentalmente parlato di emozioni, emozioni legate al mio percorso (gavetta), al momento contingente (frustrazione) e al futuro (incerto). Oggi con un po’ di pragmatismo vediamo i numeri in concreto, le vendite de Le affinità affettive, il romanzo che ho sempre ritenuto potesse essere la testa d’ariete per arrivare lontano.

Tenete presente una lieve sfasatura poiché alcune piattaforme minori rendono noti i dati soltanto il giorno 20 del mese successivo, ma sono cifre di poco conto.

Dal 21 aprile (giorno di uscita del romanzo) al 28 agosto

1019 copie vendute di cui:

soltanto 21 cartacee (print on demand)

749 il giorno dell’offerta lancio di Amazon

158 il giorno successivo (per cui a prezzo pieno)

5 acquistate su altri store (non Amazon)

In realtà poi il calcolo delle “revenue” mi risulta ancora nebuloso, in ogni caso se vogliamo andare oltre e parlare di guadagni, tocca togliere: la percentuale che si tiene Amazon, la percentuale che rimane al mio agente, le tasse sui report al momento in cui le royalties (l’anno prossimo ad aprile) arriveranno sul mio conto.

Questi dati fanno riflettere (non tanto la sottoscritta che non ha le risorse per un’analisi seria a parte “wow!” ♥) e sono la conferma di quanto Amazon la faccia da padrone. Trovo che il numero più significativo siano quei 158 lettori che trainati dall’offerta del giorno precedente abbiano deciso di acquistarlo nonostante fosse tornato a prezzo pieno.

Per avere un parametro Ragione e pentimento, pubblicato dallo stesso editore, ebbe 313 download nella giornata di offerta lancio di Amazon e 71 il giorno seguente.

Considerate le identiche modalità pubblicitarie portate avanti dall’ufficio stampa di goWare e supportate da Amazon, possiamo ipotizzare che l’impennata di vendite sia dovuta a:

  • un pubblico pregresso già affezionato all’autrice che aspettava il romanzo (e ha pazientato per averlo a 99 cent)
  • una trama che ha avuto un impatto migliore sugli utenti abituali Amazon
  • una bottarella di chiul

Non ho mai detto di voler lasciare perché vendo poco. Intanto sempre a proposito di Amazon sono in aumento le recensioni a 1 * , ecco, so che non devo farci caso, ma leggere che è la storia di “una donna che si piange addosso” un po’ vi confesso che mi ha ferita.

A voi nei commenti le considerazione che aspetto fremendo e leggerò con piacere.

E la scrittura?

Non scrivo da molto tempo, a parte qualche sprazzo legato a iniziative sporadiche come concorsi per racconti brevi, dove ho comunque riciclato e adattato materiale già pronto. Non ho detto che non scriverò più, non lo so, perché non sono in grado di prevedere il futuro, ma che non cercherò più un editore.

Sulla scrittura aleggia un grosso punto di domanda. Scrivo quando ho qualcosa da raccontare: una storia, un’esperienza di vita che ritengo possa interessare e magari anche appassionare. Da mesi semplicemente non ho idee. C’è da dire che ho iniziato la prima stesura di Ragione e pentimento nel novembre 2009 e da quella data non ho quasi mai mollato la tastiera. Forse il mio giacimento si è esaurito, forse occorre solo scavare più in profondità, ma per farlo è chiaro che ci vuole un guizzo che ora manca.

Le idee possono essere in qualche modo chiamate a sé, ne sono convinta e conosco una serie di esercizi in merito, ma credo siano più efficaci quando ci si impantana nel mezzo di una narrazione, per sbloccarsi, non per cominciare.

Non ho disimparato a scrivere, se capita l’occasione mi rimetto con la stessa energia di sempre, ma deve esserci qualcosa da fuori, che mi chiami appunto.

I miei romanzi nel cassetto mi hanno regalato momenti molto belli in fase di stesura, soprattutto Figlia dei fiordi è stata una scrittura davvero felice e fluida, senza rogne, la trama è arrivata terza a Tramando ed è stato un gran bel momento per me. Domani non lo so, scrivere è sempre stata la risposta a un bisogno primario per me, se non ne sento il bisogno, o se comunque è sufficiente farlo nel blog (che rimane una risorsa importante perché ci siete voi!) va bene, perché significa non avere nulla da appagare.

Ho una casa senza mutuo, un marito che amo e che mi ama col quale ancora mi diverto un sacco, un lavoro che spero si confermi part time, una vita sociale assai soddisfacente, una famiglia a volte difficile come tutte – ma che non cambierei con nessun’altra, la salute e gli occhi blu. Oggettivamente è parecchio!😀

Se domani un editore stellato bussasse alla porta di uno di voi, io sarei la prima ad applaudire, a ballare sul tavolo e urlare “yeaaah!” queste sono solo le mie esperienza, niente di universale. Datemi atto di aver sempre esposto i fatti in maniera esaustiva, fin troppo, spesso senza omettere nomi e stati emotivi forti, numeri di vendita e sconfitte, percorsi e inciampi, continuerò a farlo, è nella mia natura.

Ho puntato la sveglia alle 9. Sto ancora vagando per casa senza aver concluso nulla ed è trascorsa mezz’ora, un po’ di sano blog interessamento agli aggiornamenti altrui.😀 Un caffè e indovinate? No, non scrivo. Pulisco casa. Ma per una abituata a farlo spesso di sera, è una pacchia.

Ieri sera dopo molti mesi ho riletto qua e là Non è possibile trovando diversi passaggi arguti e amore per quello che so fare. Il punto di domanda è ancora lì, ma guardandomi indietro vedo molti punti esclamativi e qualche

Immagine da Sardegnaricerche.it

       Immagine da Sardegnaricerche.it

DDD – Difficili decisioni definitive

Avevo in mente di scrivere questo post molto più avanti a giochi più definiti, ecco, ma ho cambiato idea. Una decisione tanto difficile da prendere è diventata facile nel momento in cui mi sono focalizzata su un ragionamento davvero basic.

Da tempo il conflitto soddisfazione Vs. frustrazione ha visto quest’ultima vincere di molte lunghezze. Non importano gli apprezzamenti a Le affinità affettive – di cui certo vi ringrazio, lo sapete – ormai è un patimento dal quale devo uscire. Da Michele ho definito il mio percorso di autrice una corsa campestre rispetto a chi arriva alle olimpiadi, per cui ora preferisco la panchina a queste sfide minori. E veniamo quindi all’estrema semplicità della soluzione. Se si sta male in un luogo e/o in una situazione e si ha la possibilità di andarsene, cosa si fa? Si resta o si va? Si va, è talmente ovvio.

Quando tutto sarà ufficiale, non prima di novembre, approfondiremo insieme gli aspetti della questione. Nel frattempo tutto è nelle mani di quella decina di editori a cui ho mandato Figlia dei fiordi, soffro molto anche per i tempi di attesa che trovo assurdi, ed è un altro motivo di abbandono della partita. Spedire un testo è un lavoraccio perché ogni destinatario ha esigenze diverse: chi vuole un estratto, chi il pdf, chi l’intero manoscritto, chi la sinossi, chi sì la sinossi ma di 1500 battute e la mia supera le 3000, chi vuole la mail con un solo allegato, chi niente mail compila il form, chi riceve solo i primi 7 giorni del mese, chi soltanto gennaio, febbraio, luglio e agosto. Così a furia di copia incolla ho allegato un manoscritto completo (come richiesto) ma nel corpo della mail ho scritto:

Allego quindi una sinossi e un estratto della mia opera, mentre spero di risentirVi-

Che cogliona! Sbadata! Sarà penalizzante? Non lo so. Ma so che basta. Se uno di quei 10 mi vuole e troviamo un accordo, bene, altrimenti, amen.

Sarebbe bello affermare di chiudere una porta per, come si dice, aprire un portone, ma ora penso semplicemente che questo non riguarda affatto la scrittura, ma il pubblicare (sulla scrittura ci torneremo) e che sto facendo spazio per altro e che quest’altro potrebbe anche essere qualcosa di completamente diverso, come cucinare meglio, passeggiare di più, trombare di più, tornare a scrappare come un tempo, di sicuro fare la zia sitter, e molto altro.

Non dico questo sull’onda della stanchezza: sarei pazza a definirmi stanca ora, dopo questa lunga estate ferie-part time che mi ha vista spaparanzata per un numero considerevole di ore! Non scherziamo!😀

Poi magari lunedì mi risponde Fazi e giuro che dirò che è stato un colpo di fortuna planetario e tutto ricomincerà.

PS. Mentre linkavo il sito di Fazi mi sono resa conto che è del tutto sparita la pagina “invio manoscritti” ben visibile e organizzata almeno fino a luglio quando ho mandato il mio romanzo, questo conferma le difficoltà  che si incontrano nel selezionare gli editori appetibili e la gestione della cosa. E’ impossibile farsi un prontuario perché le modalità cambiano di continuo e sono sempre meno gli editori noti che accettano proposte spontanee, nonché gli agenti che non chiedano tasse di letture, sulle quali non discuto, ma che non intendo pagare. Il tempo dell’investimento per me si è concluso.

Aggiornamento: la cara Barbara, sempre molto attiva, un vero segugio, ha ritrovato la pagina invio manoscritti, a tendina sotto “contatti”, per cui ero io in errore, ne sono sinceramente contenta. Grazie Barbara, continua così!

Buon ultimo weekend agostano!

L’ultimo fine settimana d’agosto, per noi il primo a Milano dopo due mesi di weekend altrove. Per molti significa rientro, ma c’è anche chi parte (di nuovo). Lunedì sarà quindi ripresa a pieno ritmo e per me ripresa sì, ma del bizzarro part time.

In qualsiasi di queste situazioni vi troviate, vi auguro che sia almeno lieta, magari felice. 0693Non ho nulla di particolare da segnalare. Tutto sotto controllo, ho lavorato molto perché il part time significa anche questo: quando sono in ufficio è ancora più pesante, ma ad agosto il telefono tace quasi del tutto ed è andata benone, però ora sono proprio contenta di essere di nuovo a casa, anche se questa volta significa casa-casa, senza andare via.

Questo finale di estate ci sta regalando un clima spettacolare, fa un po’ da contraltare a una stagione che purtroppo ricorderemo come davvero tragica per una lunga serie di eventi.

Vi lascio con una foto dall’Elba di Gianni il presidente del circolo fotografico di Emanuele e un forte abbraccio!

Lo scorso weekend in Valtellina

IMG_0066IMG_0001IMG_0105IMG_0106Non è vero: le prime due foto risalgono ancora ai giorni ferragostani, cambia poco, direi. Il paese dove abitavano i nonni, quello accanto dove ho la casa e la ciclabile fino al confine provinciale.

Ps. Ero indecisa se pubblicare questo post in bozza, so che non ha senso nè serve a qualcosa, ma come forma di rispetto e cordoglio per le vittime del terremoto, una cifra spaventosa: 247 morti in questo momento. Siamo tutti profondamente addolorati.

Piombo sul cuore

Mi addormento cercando le parole giuste per esprimere un sentimento che non so se sia comune. Sento infatti spesso genitori di bimbi piccoli dire “non vedo l’ora che cammini, che vada all’asilo, che cresca!” E io sempre penso no, io non vorrei.

E allora lo chiedo a voi mamme (e papà) non vorreste trattenerli con le braccia, fermare gli anni e loro in una vita perfetta di magia e incanto, quella della scuola primaria al massimo, senza malizia e ricca di stupore?

Non vorreste rimanessero sempre così, ancorati al gioco? Facendo loro forse un torto, privandoli dell’età adulta, ma sicuri che se solo potessero sapere cosa c’è oltre la barriera dell’adolescenza poi vi ringrazierebbero? Perché l’infanzia è tutto, l’ha detto così bene anche Leopardi.

E quando ieri sera mio nipote è arrivato baldanzoso a mostrarmi la sua scatola piena di gommine, una nuova collezione, ho gongolato, ricordando il post sui tappi e ho pensato che non tutto è perduto, che lo adoro in una maniera che non potrebbe essere più immensa se fosse mio figlio, e spaccherei tutti gli orologi del mondo per fermare sì questo tempo, per proteggerlo da una vita che di sicuro, almeno qualche volta, gli farà male.

Per lasciare che il suo zainetto ora pieno di possibilità rimanga vigilia bella, perche poi la realizzazione avrà qualche piega nera, dove si annidano le sconfitte…

E quando mi sveglio la notizia del terremoto, almeno due bambini morti, due bambini come i miei nipoti per i quali l’orologio si è fermato alle 3.36 ma non come intendevo io.

Ed è piombo sul cuore.

Flash estivi

Sto leggendo un romanzo stupendo, assai poco noto, di nicchia come si dice in questi casi, di cui vi relazionerò tra molti mesi, il 27 gennaio quando, come di consueto, suggerisco una lettura per la giornata della memoria, è infatti adattissimo: la sorella di Mitia, il protagonista ormai novantenne era stata caricata su un camion delle SS, da cui, spinta dalla madre, era riuscita a scappare, scomparsa in una Polonia distrutta dai nazisti, Mitia non ha mai perso la speranza di ritrovarla e da qui si dipana la storia.

Con un’associazione di idee che spesso il cervello fa in perfetta autonomia, ecco un flash estivo di molti anni fa.

Isola di Cipro, una delle poche volte in cui andai al mare in questo periodo, tipo 26 agosto – 9 settembre o giù di lì. Anno? 2000? Così su due piedi non saprei di preciso.

C’era questo bagnino rumeno bellissimo, Cipro all’epoca era una florida nazione costretta a importare mano d’opera; disoccupazione? Non pervenuta. Le carceri semi vuote. Un paradiso.

Il bagnino rumeno, finito di lavorare alla spiaggia, si concedeva un bagno in un mare spettacolare, giusto sotto il terrazzo dell’hotel dove soggiornavo con mia mamma. Ogni sera prima di cena, così terminata la doccia e il rito della crema doposole, del contemplare i progressi dell’abbronzatura, pregustando la serata, mi affacciavo al balcone (ok dopo essermi vestita) e lo ammiravo. Il tramonto rosa e questo ragazzo atletico, alto che nuotava e percepivo come aspettasse quel momento tutto il giorno, sotto un sole rovente e assurdamente umido. Finalmente un po’ di frescura e la pace.

Non sono mai stata una cacciatrice, neanche tanto preda a dire il vero, per cui non facevo nulla, se non due parole e rimirarlo.

L’ultimo giorno, prima di partire, andai a salutarlo. E con somma sorpresa lui mi mise in mano il suo indirizzo di casa, in Romania.

E io a dirmi, ma cosa mi combini? Hai avuto due settimane e ora te ne esci con sto bigliettino, quasi sottobanco, come la versione di un compito in classe da copiare.

Gli scrissi.

Non mi ha mai risposto.

L’estate dei tappi a corona

Da bambina ero un trio. Io, la mia gemella e mio cugino che ha 2 anni e mezzo meno di noi. Sempre insieme, nel limite del possibile ovvio: noi abitavamo a Milano, lui in Valtellina.

Quanto bene vi siete voluti col Marco” era solita dire mia nonna, la sua casa era il palcoscenico di noi tre. Un mese e mezzo, talvolta pure due in estate, e poi Natale, Pasqua, scappatelle infra scuola. Con mio cugino ci scrivevamo persino delle lettere. Non ricordo litigate. Non ce ne sono state. Amici sì, ne avevamo, ma in fondo erano anelli nella nostra orbita.

Un’estate collezionammo tappi a corona. Quelli di metallo che chiudono le bottiglie di vetro. Li scambiavamo come si fa con le figurine, e li ammiravamo stesi in ordine sulla parte asfaltata del cortile.

Fortuna volle che fosse adiacente un bar, una vecchia osteria, molto frequentata ancora oggi (pure da me se capita), e lì di tappi se ne trovavano un sacco. Spesso schiacciati, va detto, dalle moto rombanti che sfrecciavano via dal locale. Oransoda e Lemonsoda l’accoppiata più ambita. Non so più chi di noi li trovò, tipo che era disposto a scambiarli per venti altri tappi, forse più. Allora qualcuno, per sminuirne il valore, disse: “Magari sono stati buttati via da un vecchio bavoso!” In effetti, raccattare tappi usati da altri sembrava una pratica piuttosto lurida, e allora basta, basta escursioni fuori dal bar, “si raccolgono solo i tappi delle bibite che beviamo noi!” Il crollo del collezionismo, perché ogni anno i nonni decidevano quale sarebbe stata la bevanda dell’estate e a maggio ne compravano non so quante casse, il che non consentiva grande varietà di tappi, capirete. Ci fu l’estate della gassosa, dell’aranciata amara (da lì credo sia nata la mia passione per l’aranciata amara appunto, detesto quella normale), del tamarindo. Prevalentemente marca Norda, perché almeno all’epoca era della zona e mio nonno era un tipo che badava all’economia locale. 

Così dopo qualche giorno era inevitabile tornare fuori dal bar, col naso per terra a cercare tappi. In fondo la bottiglia la stappi prima di bere, per cui la saliva sul tappo non c’è! No? Il fantasma del vecchio bavoso aleggiava sui tappi più belli, di qualche birra stravagante.

Per tutta l’estate.

Ecco, mi pare più sana la caccia ai tappi sul finire degli anni ‘70, piuttosto dell’attuale Pokemon Go.

Gli adulti che ci giocano mi sembrano cretini, ma i bambini mi sembrano tristi.

Quando l’estate scivola via

Sento l’estate scivolare via.

Sì, lo so: abbiamo ancora un terzo da vivere, ma si dà il caso che si collochi quasi tutto in settembre, e che nel mio calendario personale l’estate cominci il 1^ giugno e  finisca l’ultimo weekend in Valtellina in cui uso la bicicletta. E poi ci sono segnali inequivocabili: le sere più scure e il naso tappato dall’ambrosia.

E così, nonostante vada blaterando che la mia stagione preferita sia l’autunno e quindi sono felice che sia in procinto di arrivare, la fine dell’estate mette sempre un po’ di malinconia. L’estate è vacanze e quelle sono davvero archiviate. Forse uno scampolo a fine settembre, se l’Orso riesce ad avere qualche giorno concomitante col mio part time.

L’estate è l’euforia dell’inizio, del finalmente.

Adesso per me è normale correre con la mente, con la voglia che corrano pure le lancette e i giorni, in modo che tutto possa rientrare nei ranghi della normalità; ora è un ibrido: ritorni (mia sorella, una cara amica e mia mamma tra oggi e domenica) e partenze (un’altra amica partita mercoledì) e vaghezza (amici che non ho idea di quando rincasino). E weekend sbocconcellati in gite.

Ora tutto è rimandi: devo chiamare l’imbianchino e il ginecologo: figuriamoci! Ora tutto è chiusura: diamine, è pur sempre la settimana di Ferragosto!

Ora in fondo è soprattutto: nostalgia e vigilia in un tempo sospeso.