Da una Milano surreale…

e distopica, attraversata da una sorta di isterismo collettivo al quale spero di non essermi omologata, tra mascherine (non io), telelavoro (ma quali aziende sono seriamente attrezzate per farlo? Quindi anche qui, non io), scaffali svuotati (non da me), sguardi allucinati e discorsi assurdi, con le serrande dei bar tirate giù alle 18, insomma in questo scenario ci sono anch’io. E non so neppure se ho scritto una frase che sta in piedi, ma dopo le mail aziendali a tema con grammatica e sintassi in sciopero (e senso inafferrabile), passa tutto in secondo piano.

Approfitterò di questo periodo a casa, senza grandi velleità di spostarmi, fosse anche solo verso il centro, con i nipoti in vacanza carnevalesca in montagna, per dedicarmi all’editing del mio romanzo, che – grazie a Dio – la capace editor ha revisionato giusto in tempo: ci eravamo accordate in base al mio part time, ma giammai avrei pensato che sarebbe stato tanto provvidenziale doverci/poterci lavorare proprio ora.

E’ da settembre che le preoccupazioni si stratificano sul mio quotidiano, penso a mio padre e mi chiedo ogni istante come avrebbe vissuto queste situazioni. Per il resto tutto bene.

Ricordi di Carnevale

MINNIHo sempre amato moltissimo il Carnevale.

Da bambina mi divertivo a creare costumi inconsueti, raccattando e mescolando abiti vecchi, alcuni sono davvero passati alla storia nel mio quartiere. Un paio di volte, verso i 20 anni, mi è capitato di affittare un abito per il sabato grasso, realizzando in ritardo quello che in fondo era il mio sogno: un vero vestito di Carnevale, perché i miei travestimenti erano solo la strategia fantasiosa di una bambina a cui i genitori dicevano “ti compriamo una cosa soltanto” e quella cosa poteva essere un cappello, una parrucca, una maschera di quelle con l’elastico dietro (la presi da Pluto), certo non un vero vestito completo. Insomma il classico fare di necessità virtù, ma un po’ ci soffrivo. Era l’epoca delle damine, delle fatine, io seguivo i carri dell’oratorio con delle alternative (avvolta in un lenzuolo da araba, per dirne una) che mi inteneriscono ancora a pensarci, gettando coriandoli per la strada, urlando al mondo la mia personalità combattiva e a tratti malinconica.

Sono trascorsi nove anni dallo scatto che vi ripropongo (lo avevo già postato nel mio primo blog). Quell’anno il figlio di un’amica spegneva la prima candelina proprio il sabato grasso con una festa doppia: Carnevale e compleanno a tema Topolino. Io e mio marito ci portammo Nanni, con un meraviglioso vestito da pirata che gli aveva fatto mia mamma. E io mi adeguai con gioia al soggetto, perché avevo questo abitino estivo (Benetton come buona parte del mio guardaroba) davvero perfetto per essere trasformato con pochi accessori in Minnie. Avevo decorato le mie ballerine di camoscio con due fiocchi da regalo, T-shirt a maniche lunghe e collant coprenti nere, orecchie che si trovano in vendita ovunque. La borsina era una trousse alla quale avevo aggiunto un nastro per fare la tracolla. Trucco fai da me, facilissimo.

La festa fu epica: Nanni dapprima recalcitrante e poi travolto dal divertimento nonostante non conoscesse nessuno, io che gli asciugo il sudore con le salviettine. E’ stata l’ultima occasione di mascherarmi, ma se qualcuno mi invita sono pronta a escogitare qualcosa di straordinario e a buttarmi nella mischia.

Oltretutto le leccornie tipiche di Carnevale sono in assoluto i miei dolci preferiti. Aspetto tutto l’anno che arrivino le chiacchiere (chiamate in mille altri modi altrove: galani, bugie, frappe, insomma le frittelle) e ne faccio sempre una gran scorpacciata.

18 Febbraio 1940 Nasceva Fabrizio De Andrè

80 anni fa nasceva Fabrizio De Andrè. Non ha fatto in tempo a invecchiare, ma è riuscito a diventare immortale.

E io non ce l’ho fatta a pubblicare il mio romanzo nel 2019 per il ventennale della sua morte, nonostante fosse finito e avessi cercato in tutti i modi di proporlo per l’anniversario, ma recupererò a breve (mi scappa la data precisa, arriveremo a maggio) con la ricorrenza della nascita. Ed è più importante celebrare la nascita in effetti, perchè come dicevo prima, Faber non è mai morto.

Fabrizio De Andrè è di sicuro tra gli artisti italiani più amati ancora oggi. Ne ho parlato più volte nel blog perché ha segnato diverse tappe della mia vita. Scrivere una storia dove le sue canzoni sono una sorta di canovaccio, che racconta la vita di Carlotta e della sua famiglia, è stato un dono della creatività più spinta, che ha saputo concretizzarsi nella magia dell’ispirazione perfetta. In questo giorno così importante per tutti i fan di Fabrizio De Andrè non posso che ringraziare Maratta Edizioni che ha creduto tantissimo in questo romanzo e lo ha accolto con immediato entusiasmo e pure con una buona dose di coraggio. IMG-20200218-WA0003

Per l’occasione la mia adorata nipotina mi ha disegnata così.

Non è mai facile

IMG-20200213-WA0000Se avete genitori anziani sapete di cosa parlo, se ve ne occupate intendo. L’imprevisto di salute è sempre dietro l’angolo e la settimana che si sta concludendo è stata complessa da questo punto di vista.  Questa volta suocere e mamma insieme. Tutto gestibile, ma tra telefonate notturne (ho impiegato 2 ore a riprendermi dallo spavento mentre l’Orso correva al PS) e sapere che toccherà affrontare un intervento, sono come sempre stata messa di fronte all’ineluttabile precarietà.

Poi però ritorna il mantra del periodo: la gratitudine, perchè anche in questo caso le questioni sono risolvibili, perchè nel caos del mondo – mondo che proprio ora sta affrontando qualcosa di immensamente tragico – io sono qua, col mio Orso nella casa e nella vita che ci siamo costruiti, col mio bel part time, con la passione viva per i libri (conosco un sacco di gente che non ha hobby, mi chiedo come diavolo faccia) ed è tantissimo.

Certo, gli intoppi creano scompiglio, cambi di rotta e rinunce, ma mi sto allenando a ridisegnare i percorsi, sto diventando bravissima a non arrabbiarmi per le rogne, se non si tratta di malattie, e ho imparato con efficacia ad allontanare la negatività inutile dei succhia energia.

Ho ripreso in mano con vigore la scrittura, di cui nel tempo ho fondamentalmente appreso una sola cosa: nessuno ha una formula magica e se ce l’avesse non la rivelerebbe. Non è mai facile mettere in piedi una storia che funzioni sul serio e si faccia almeno un po’ amare, e comunque anche quando si fa centro basta davvero poco per dover ricominicare da zero. L’impegno può non essere proporzionato ai risultati, ma senza l’impegno non si sale neppure in carrozza, figuriamoci andare da qualche parte.

Capita di essere molto stanchi: giornate fatte di numeri e il tempo per le mie amate parole che sfugge; rincaso e decido che stirare ha la priorità, ma il ferro da stiro – dopo qualche segno di cedimento – mi abbandona definitivamente. Così tra gli incastri tocca pure andare a comprarne uno nuovo. Il contorno per una scrittrice anche piccola come me è fatto di rendiconti da approvare, contratti da tenere d’occhio (quando scade? Lo rinnovo o lo disdico?), editing da iniziare, risposte da sollecitare, forum da frequentare (non è affatto obbligatorio ma io ci ho trovato un botto di informazioni vitali), mail a cui rispondere di altri autori che mi chiedono cose, opportunità che si palesano all’improvviso, perchè magari qualcuno ti parla di una nuova casa editrice che sì, potrebbe fare al caso mio e che fai, non ti ci butti subito? Il gruppo whatsApp di Maratta Edizioni che ho silenziato, prendo in mano il cellulare e mi ritrovo con 70 (giuro!) messaggi da leggere.

In questo strano inverno, freddo solo a tratti, niente è facile: Emanuele ha cominciato a viaggiare per lavoro, nonchè ad andare in ufficio spesso il sabato mattina. Eccolo, è rintrato proprio ora: si mangia!

Buon weekend.

Trasformare la rabbia in creatività

A metà gennaio ho partecipato a un Pitch Day di una nota agenzia letteraria. Non stavo in realtà cercando un nuovo agente, ma l’occasione gratuita con un’agenzia che di solito chiede la classica tassa di lettura mi è sembrata ghiotta. Si avevano 24 ore (non 2 minuti come fanno in molti ormai) per inviare sinossi ed estratto autoconclusivo a scelta di 10 mila battute di un romanzo tassativamente Young Adult. Questo mi ha costretta a fare la sinossi che, fino a quel momento non mi era servita, e a trovare il brano giusto. Tempo 48 ore, come dichiarato, i meritevoli sono stati contattati e la mia opera era tra questi. E’ stata quindi valutata sufficientemente interessante da invogliarli a leggere l’intero testo.

Non è falsa modesta ma ero davvero incredula e felice. Comunque fosse andata, mi ripetevo, era già un grande risultato. Anche se l’agenzia si è presa 40 giorni lavorativi per leggere tutte le proposte, non ho idea di quante siano, lunedì 3 febbraio almeno un autore ha già ricevuto una telefonata e nei giorni successivi firmato il contratto di rappresentanza. Questo mi fa pensare che la partita sia chiusa. Non sono affatto delusa perché, come ho detto, non credevo proprio di arrivare fino qui, ma anche perché l’editoria non è più in grado di influenzare il mio umore.

Lo stesso romanzo è in lettura da due editori tradizionali che hanno sforato con i tempi di valutazione dichiarati. A nulla sono valse le mie garbate mail di pacato sollecito. Un editore si è adirato e mi ha inviato una mail ridicola, che mi ha fatto cambiare idea circa la voglia e l’intenzione di pubblicare con loro (si partirebbe molto male e in questi casi si può solo peggiorare), l’altro non ha risposto.

Se dovessi arrivare a un nulla di fatto, cosa piuttosto probabile, rimetterò il YA nel cassetto e dedicherò le mie risorse ad altro. Perché scrivere tanto ha l’indubbio svantaggio di doversi muovere su più fronti, nel momento in cui, come purtroppo è capitato a me lasciando Thèsis e goWare, non ci si è ancora fidelizzati con un editore/agenzia. Sta infatti partendo l’editing per La ragazza che ascoltava De André che uscirà a maggio e questo richiederà energie giuste, ho una editor nuova, una casa editrice nuova, e voglio esserci al 100% del mio tempo che dedico alla mia vita di scrittrice.

Anche col rosa è lo stesso, l’avevo inviato a un paio di editori digitali che prevedono solo l’e book senza Pod, felice di tenermi i diritti cartacei che volevo donare alle vittime del sisma del 2016 tramite Buck e il terremoto. L’idea era di regalare un intero romanzo invece di un racconto per le antologie (tra l’altro non ne sono previste di nuove) eventualmente anche direttamente all’Associazione Viviamo Castelsantangelo e l’Alto Nera ma il progetto non è andato in porto purtroppo. Così non voglio bruciarmi l’opera, che mi è costata tanto, senza che io stessa possa avere un cartaceo tra le mani; mi sono quindi rivolta a un rampante editore digitale sì, ma che prevede la stampa on demand (come goWare insomma). E’ specializzato nel Romance e sta andando molto forte, mi è stato suggerito da Emily Pigozzi che è una garanzia di competenza e onestà di pensiero da quanto la conosco. Mi sono infatti resa conto che quasi tutte le case editrici big hanno una collana rosa, ma senza un agente è praticamente impossibile accedervi (ci sono le rarissime eccezioni, va bene, ma non fanno neanche statistica). Quindi se questo editore dovesse rifiutarmi mi fermerò con la ricerca, per i motivi di cui sopra, sull’uscita di maggio. Nel tempo vedrò se Maratta edizioni mi convince al punto da voler pubblicare ancora con loro, inutile pensarci ora.

La pubblicazione de L’ultima neve da parte di Delos non è ancora stata programmata, intanto io ho scritto e candidato un altro racconto lungo sempre per la collana Passioni romantiche, ispirato all’esperienza alla scuola di cucina che, dai commenti all’ultimo post, ha riscosso grande successo. Si intitola La piccola scuola di cucina e spero tanto che venga preso. Delos a oggi ha pubblicato tutto ciò che ho inviato, quindi sono fiduciosa di avere uno stile che incontra il loro gusto.

L’importante è essermi buttata alle spalle il passato. Certo se ci ripenso provo ancora una grande rabbia per come sono stata trattata, ma ho saputo trasformare questa collera mista a dispiacere in un rinnovato processo creativo di cui vado fiera. Perchè il tempo che spendiamo per essere migliori, nonostante le avversità, è sempre speso molto bene, anche se inevitabilmente faticoso.

Alla scuola della cucina italiana

Si chiama Midday Kitchen ed è la favolosa opportunità di un pranzo di alta cucina a un prezzo contenuto, 18 euro, con primo, secondo, contorno, dolce, caffè, acqua e vino inclusi, ma non solo.

Lo chef  Alessandro Mastrogiacomo cucina infatti i piatti che si andranno a mangiare, in un open space semicircondato da un lungo tavolo per 15/20 commensali, raccontando le preparazione più lunghe, che non possono essere fatte al momento. Occorre prenotare e io ci sono stata di recente ben due volta. La prima giovedì 28 gennaio mi ci ha portato un’amica, sono rimasta talmente entusiasta che, uscita di lì, ho letto le proposte per le date successive e ho ho prenotato per lunedì 3 febbraio, perché avrebbero fatto la carbonara, uno dei piatti in assoluto preferiti dall’Orso. Casualmente lui sarebbe stato in ferie proprio quel giorno (finalmente un giorno di vacanza anche per lui!) e ci siamo tornati insieme.

Le ricette sono sempre molto elaborate, con una tecnica pazzesca, per esempio si parla di temperatura precisa (62° per non so più cosa), lo chef usa utensili sofisticati, e i clienti hanno sulla tovaglia un fascicolo con le ricette precise e lo spazio per gli appunti. Si possono fare domande, o chiedere di ripetere qualche passaggio che non si è capito.

E’ tutto così “dal vivo” che anche per me, che non ho certo l’hobby della cucina, è stata una doppia esperienza davvero coinvolgente. In primis ho mangiato da Dio entrambe le volte, poi comunque è stato bello sentire un giovane tanto appassionato e capace di trasmettere la sua arte con simpatia. Quando sono andata la seconda volta Alessandro mi ha riconosciuta ed era tutto contento che fossi di  nuovo lì nel giro di così poco tempo.

Chiaramente non mi fermo qui. Compatibilmente col mio part time, fino alla fine di marzo le date in cui non lavoro sono tutte sold out, voglio partecipare ancora.

Per chi invece ama cucinare è veramente un’occasione speciale che vale la pena di prendere in considerazione anche se non si abita a Milano; sono infatti davvero tanti i trucchi che, illustrando i procedimenti, Alessandro svela: per la crostata la pasta frolla va lasciata riposare 12 ore, negli spaghetti alla carbonara il pecorino deve essere aggiunto solo quando l’uovo è cotto, la pelle di tutti i pesci e commestibile, sono alcuni di quelli che ricordo.

Il piatto che ho apprezzato di più? Sulla carta non l’avrei mai detto, ma è stato la guancia di maiale alla birra e rape glassate al miele. La cottura del maiale dure 4 ore ma vi garantisco che si scioglieva in bocca e al primo boccone devo aver fatto qualche verso orgasmico.

P_20200203_134818  Nella foto Alessandro guarnisce la crostata al limone con la meringa italiana.

Una domenica di febbraio sul lago

Giampaolo Bosoni è socio del circolo fotografico frequentato anche da Emanuele e, per me, è il migliore. Nella mia totale incompetenza l’impatto con i suoi scatti mi emoziona sempre. E’ molto affine al mio percepire i luoghi e questo è centuplicato quando fotografa posti che mi sono addirittura familiari, come il Lago di Como, nel tratto che per intenderci va da Lecco a Colico. Ieri era a Dervio, che conosco benissimo. Come non incantarsi di fronte a queste foto? Io le trovo davvero suggestive. A pochi chilometri da lì, sulla stessa sponda, ho imparato a camminare. IMG-20200202-WA0010IMG-20200202-WA0008

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Giampaolo, che ringrazio, mi ha permesso di pubblicare questi panorami di cui ha saputo catturare la magia con grande abilità e io ho scelto quindi di condividerli con tutti voi.

Nel tempo, come vi ho raccontato più volte, sto apprezzando il lago, tutti i laghi, sempre di più, da Milano, per fortuna, abbiamo la possibilità di raggiungere diverse località lacustri anche solo per una gita, in breve tempo.

Libri letti a gennaio

Ho deciso che quest’anno, nel limite del possibile, posterò l’elenco dei libri letti mensilmente. Lo spataffione con 50 titoli all’inizio dell’anno rischia di non evidenziare magari opere anche meritevoli, a meno di scrivere qualcosa di chilometrico. Con questa nuova formula metterò subito il voto, mentre, ripercorrendo gli articoli precedentemente pubblicati nel corso del mese nel blog, si potranno trovare post dedicati a qualche singolo libro che ho particolarmente apprezzato. Vediamo come va.

  1. Jacopo salva il Natale Bianca Marconero voto 5 (Racconto lungo)
  2. Il primo fiore di zafferano Laila Ibrahim voto 7 ½
  3. 1984 George Orwell voto 6 (Ne riconosco la grandezza ma è troppo violento)
  4. La vita di noi due Marcella Ricci voto 6
  5. La spada di Emarana Antonella Mecenero voto 8 (Racconto lungo)
  6. Il maestro di Auschwitz Otto B. Kraus voto 7

Di sei romanzi/raccontoni ben 4 sono stati scaricati perchè in offerta lampo. Mi pareva tra l’altro assurdo non avere ancora letto 1984 considerato che La fattoria degli animali è da sempre uno dei miei libri preferiti, purtroppo non l’ho trovato altrettanto piacevole, anzi mi ha angosciata parecchio. Volevo capire il successo di Bianca Marconero nata selfista e casualmente moglie di un amico di un mio amico, cosa che ho scoperto di recente, ma rimane un mistero. La vita di noi due è stato pubblicato da Maratta edizioni, il mio prossimo editore, scritto da Marcella Ricci già autrice in Mursia, purtroppo non riesco a darle più della sufficienza. Degli ultimi due ho già parlato volentieri, mentre Il primo fiore di zafferano è stato una bella scoperta, ma non credo che comprerò il seguito, nonostante Amazon continui a propormelo, perchè trovo che sia un romanzo perfettamente concluso.

Ancora complimentoni ad Antonella/Tenar che si aggiudica il primo posto del primo mese!

Il prologo di questi anni ’20

Gennaio è quasi giunto alla conclusione. Il primo mese di questo nuovo decennio ha mostrato il suo carattere e io ce l’ho messa tutta per tenergli testa.

Come prima cosa ho sbeffeggiato gli oroscopi spiccioli che, ancora una volta, davano il sagittario tra i top favoriti, visti i risultati del 2019. Non ho mai dimenticato la paroala IO scelta per l’anno in corso, anche quando si è trattato di dire qualche NO in più, ho cercato di capire le nuove situazioni che si stavano delineando, in diversi ambiti perchè gennaio è stato intenso, mettendomi talvolta a lato della strada a osservare, altre volte in mezzo alla via per marciare col progredire degli eventi.

Il vero punto cruciale è sempre quello di interpretare il cambiamendo imposto da altri, senza forzare, e soprattutto comprendendo cosa si possa fare: accettarlo, tentare di ribaltare il tavolo tornando ai vecchi assetti (di solito questo è impossibile), viverlo evidenziando i classici lati positivi?

Ci sono un paio di condizioni emotive che ho potutto solo accettare passivamente, a malincuore ma, alla fine dopo processi mentali non facili che mi sono costati parecchio, sono giunta a una sorta di passiva serenità.

C’è un contesto nuovo in ufficio, in pratica la direzione ha spostato collegafigo in un’altra sede e a gennaio ha lavorato con me soltanto 3 giorni; addirittura tra il mio part time e il resto non lo rivedrò fino all’11 marzo! I primi momenti ero quasi disperata, poi mi sono concentrata al massimo sul mio lavoro senza di lui, cercando soprattutto di trovare risorse alternative: su chi fare affidamento tra i colleghi? Posso ingranare una marcia in più o sono già in quinta? Come potrei/potrò gestire i giorni in cui sono a casa, se neppure lui è presente? Sono riuscita a trovare tutte le risposte, al punto che il mio responsabile mi ha fatto i complimenti per aver condotto la partita in autonomia. Certo, quasi tutte le sere sono rincasata a pezzi per la tensione enorme di reggere il carico e le caratteristiche salienti del mio lavoro: un errore, una svista o una distrazione possono causare una multa a un cliente, in più la scadenza fiscale è imprescindibile.

Sulla scrittura vi ho già aggiornato, ma ci sono altri programmi che stanno prendendo forma, e se in realtà non c’è ancora nulla di definitivo, in questo mese di gennaio ho fatto comunque dei passi avanti importantissimi. Un rifiuto, non da parte di un editore nè di un’agenzia, mi ha molto rammaricata. Dapprima ho semplicemente pensato “vabbe’, non è andata, capita, nessuno è obbligato ad aderire alle mie iniziative.” Poi però ho pensato: “ma cavoli, io sta cosa la vorrei proprio fare!” e ho cercato un nuovo interlocutore. Sto ancora aspettando una risposta, però la sola idea di non essermi arresa mi ha dato molta energia, non solo l’energia della speranza di avere ancora una chance di realizzare il progetto in cui credo, ma la concretezza contraria alla rassegnazione.

Ho rallentato la pubblicazione dei post, perchè da qualche parte dovevo pur attingere il tempo che mi è servito per tutto il resto, spero che questo non vi abbia allontanato, ho comunque notato una ripresa molto sonnacchiosa da parte di tutti dopo le festività.

Ho combattuto con le mie paure e con il mal di stomaco che spesso è solo l’emblema di esse.

Ci sono stati molti momenti di grande luce con l’Orso e i nipoti, quindi motivi veri per cui essere profondamente grata e io lo sono.

Giornata della memoria

75 anni fa le truppe sovietiche entravano ad Auschwitz e in Italia stiamo ancora combattendo con orrore le scritte sui portoni “Qui abita un ebreo!”

Gli anniversari tondi, si sa, offrono sempre un momento di riflessione in più, una celebrazione più sentita e partecipata. Ho tanta paura per la strada che sta prendendo non solo il nostro paese, ma anche la frangia estrema in Europa che non può più essere ignorata, nè possono essere valutati come sporadici e isolati i sempre più frequenti episodi di violenza.

E’ da sempre tradizione di questo blog suggerire una lettura per la Giornata della memoria, lo faccio anche oggi, ma ho davvero l’anima calpestata dalla propaganda di odio continuo che la cronaca ci restituisce ogni giorno.

Personalmente sto leggendo e apprezzando Il maestro di Auschwitz, uscito il 2 gennaio e consigliato da importanti testate gionalistiche, è stato scritto da Otto B. Kraus, deportato in diversi campi, tra cui Auschwitz, all’età di 21 anni con la famiglia, di cui è stato l’unico sopravvissuto, è poi tornato nella sua Praga dopo la liberazione, dove è morto qualche anno fa. Una storia vera, seppur romanzata, nella grande tragedia dell’olocausto, che non conoscevo, quella del Blocco 31.

Un romanzo che di sicuro consiglio volentieri.

Arrivo in serata con questo post, ma volevo lasciare un po’ di spazio al precedente, comunque è stata una giornata con ampie possibilità di ricordare la più grande tragedia dell’umanità.