Questa estate da mozzarella

E’ inutile, io in città non mi abbronzo, anche ammesso di avere uno spazio dove stendermi. Il balcone al sole caccia piuttosto caldo, i panni stesi si asciugano in un attimo. Quando leggevo al parco mi veniva un vago segno dell’orologio. Ma con accortezza al mare posso farmi una tintarella inimmaginabile per un fototipo due. Ho una serie di vestitini che indosso prevalentemente dopo le vacanze, quando sono abbronzata e, trovando il modello giusto per la mia figura, sto proprio bene. Mi guardo le gambette bianche, mentre cammino sull’asfalto, ma sì, dai manco li tiro giù certi abiti, li metterei forse una volta, presa da un’entusiasmo che verrebbe meno alla prima occhiata di sguincio in una vetrina, e poi sono solo da portare in lavanderia. Ne ho preso uno nuovo blu, si lava in casa, metto quello e buona notte, bermuda per le gite, pantaloni e gonnellona (ne ho una sola) freschi per il resto, sistemata anche la spinosa questione peli, in caso di ritardi con la ceretta, non si vedranno. E il trucco? Il rossetto non lo uso più da un pezzo, da quel che è successo, che sotto la mascherina ciao. Fard? Terra? Ombretto? Rimmel? Quelle allegre cosucce che si squagliano nella canicola? Ovvio, dopo il mare riuscivo a evitare, ma quest’anno? Maaah, io lascerei perdere, nature, come i capelli, che prendere l’appuntamento per la piega mi viene male, prima era senza, ed era il bello della diretta: ho voglia, ho tempo, non piove, vado a teatro, taaac parrucchiere. Essenzialità. Un po’ bianchiccia, ma autentica. Non abbiamo forse vissuto in tuta per mesi? Col phon defunto e altre simpatiche cose?

Luglio doveva essere il mese della colla millechiodi, giugno mi ha fatta a pezzi e desideravo riattaccarmi per bene. Ho deciso che avrei provveduto almeno in parte a ciò che avevo lasciato indietro per il covid, tipo qualche visita medica e rinnovo della casa. Avevo ancora un contatto pre pandemico per il rifacimento della veneziana, su quel balcone dove no, non mi stenderò a prendere il sole. Mi sono fatta la mia bella scaletta e con l’Orso ho messo a punto una sorta di calendario che lasciasse spazio a riconquiste felici, come la prima cena con amici. In molti momenti ho pensato che volevo solo dormire, anche se poi ho puntato la sveglia un’ora prima, per avere le ore fresche, e infilarci di tutto.

Siamo stati in valle a riaprire casa con almeno due mesi di ritardo, è stata una giornata piacevole, con un po’ di magone perché non so proprio se mia madre se la sentirà di andarci quest’anno; ci sono ancora diversi strascichi dall’intervento e momenti in cui ha bisogno di me.

Ieri però l’estate ha saputo restituirmi il sapore più autentico della sua magia: braccia e décolleté rossissimi, dopo la splendida gita con i nipoti sul lago d’Orta. Una giornata perfetta e bellissima che si scolpisce a forza nei momenti impagabili di questo maledetto ventiventi. Idea dell’Orso, in ferie ieri e oggi, organizzazione mia, entusiastica gioia collettiva. IMG-20200708-WA0013

Guest post!

Carlotta indossa le maniche lunghe anche in estate. Chi non si è mai trovato a disagio davanti allo specchio scagli la prima pietra.Oggi sono ospite di Barbara Webnauta, che ringrazio per l’idea tutta sua, per le competenze informatiche e la generosità ormai comprovata.

Parliamo un po’ del mio ultimo romanzo, con l’obiettivo di raccontarvi perché potrebbe piacervi anche se non siete fan di De André. Barbara mi ha proposto una chiave di lettura diversa, che mi ha subito intrigata. Tra le tante ragioni per scegliere questo romanzo, anche quella nella nuova Canva lassù. Non occorre avere un’autostima pessima come la mia per ritrovarsi nelle sensazioni di Carlotta Bamberga, basta avere (avuto) un rapporto difficile con lo specchio: chili di troppo, misura scarsa di reggiseno, gambe storte, naso gobbuto e via di sto passo. Ce n’è per tutti, e sono sempre motivi molto, molto stupidi, ma tristemente drammatici, per non amarsi e vivere male.

Cose da cui scappare, insomma. Carlotta ci dice la sua in merito.

Libri letti a giugno

Giugno, col suo carico di fatica, ha condizionato molto le letture. Non tanto per la quantità, più che altro ho l’impressione di essermi trascinata romanzi che avrebbero meritato un’attenzione maggiore da parte mia. Eccoli qua:

  1. L’annusatrice di libri Desi Icardi voto 7 ½
  2. Eva e le sue sorelle Tieta Madia voto 7 ½
  3. Fabbre Jonathan Bazzi voto 8
  4. L’antiquario del Garegnano Paola Varalli voto 8 ½

Il primo ha avuto un buon successo, l’ho sempre scansato ritenendolo un libro furbetto, ma poi Fazi ha messo l’e-book gratis durante la pandemia, a quel punto, perché no? Mi sono ricreduta, niente di esagerato, ma una buona storia originale, questa bimbetta che legge i lirbi con l’olfatto, seppur un po’ claudicante in diversi punti.

Il secondo tratta il tema a me molto caro dell’infertilità, non appena è uscito è girato molto sui social, così al mio primo giro in libreria l’ho preso. Che dire? Non ho trovato tutta quell’emozione osannata da molte lettrici, la protagonista mi è rimasta parecchio antipatica, e solo nelle ultime parti riesce a restituirmi la giusta suggestione rispetto alla genitorialità sofferta. A distanza di qualche settimana posso dire che non mi è rimasto attaccato nulla.

Febbre non ha bisogno di presentazioni. Candidato al Premio Strega, reale caso letterario, mi ha preso ma non del tutto e sicuramente è colpa mia. Ho ritrovato alcuni miei luoghi, luoghi che, paradossalmente proprio ora, sono diventati di tutti e iconici, come il reparto di infettivologia dell’Ospedale Sacco (vi ho mai raccontato di quella volta che ho incontrato e parlato per almeno un’ora col mitico Prof. Massimo Galli?)

Il n. 4 è proprio un bel giallo. Io e Paola ci siamo conosciute a un corso di scrittura creativa, e ora lei pubblica con i Fratelli Frilli, editore genovese di tutto rispetto. La Certosa di Garegnano, gioiello milanese la cui costruzione precede quella di Pavia, è stata la mia Parrocchia di Battesimo, Comunione e Cresima, fulcro del quartiere dove sono nata e dove ho vissuto 20 anni, strappata con violenza da uno sfratto. Ora abito a circa 3 km ma il quartiere è un altro. C’è di sicuro una componente affettiva, ma Paola è molto brava, la storia funziona, le due investigatrici per caso sono simpatiche senza volerlo essere a tutti costi ottenendo il risultato opposto (difetto che molte donne in narrativa ahimé hanno). Consigliatissimo. Va detto che mi ha fatto tanta compagnia quella giornataccia al Pronto Soccorso e ringrazio ancora il  mio intuito che me l’ha fatto infilare in borsa quella mattina: è stata la lettura perfetta.

Poi ci sarà il sole, nelle stanze in fondo agli occhi tuoi (cit.)

Un po’ per il fatto che vivo in Lombardia, un po’ per la mia situazione personale di cui ho parlato, sono molti passi indietro rispetto alla media della gente nella ripresa della normalità. Questa fame condivisa di tornare al “prima”, enfatizzato dall’arrivo dell’estate, non può non tenere conto che quel “prima” non esiste più, se si ha un briciolo di cervello.

Gli effetti della pandemia e dell’isolamento sono presenti in tutti noi, mentre rifiuto di rapportarmi con chi si ammassa in situazioni di calca per avvicinarsi a un politico, festeggiare un risultato sportivo, godersi le spiagge o urlare che il virus è un complotto.

Con cosa sto facendo i conti io? Innanzitutto, con troppi “se”. Se non ci fosse stato il covid mia mamma sarebbe stata operata a marzo, non avrei fatto la cassa integrazione, con tutte le conseguenze del caso, e al momento sarei in vacanza, non so dove (non avevamo ancora deciso), magari – mete ipotizzate – verso la Galizia, o i paesi Baschi. I giorni di adesso sono la conseguenza di quell’enorme fetta di vita assurda, tra ambulanze e assenze che non avrei vissuto e neppure immaginato se non in un incubo. Non avrei saputo cosa significhi fare la fila di 1 ora e 40 al supermercato, cercare e indossare mascherine, non avrei provato lo smart working, non avrei pianto e consolato così tanto, probabilmente neppure scritto e pubblicato alcune storie. Non mi sarei provata la temperatura 2 volte al giorno dopo un contatto ravvicinato e ripetuto con un collega con la febbre a metà marzo. Non avrei respirato il terrore. Non avrei provato la struggente mancanza dei miei cari, e l’esigenza concreta e dolorosa di volerli sapere al sicuro.

Tutto questo non può non lasciare delle cicatrici.

E’ qualcosa di visibile: i capelli sono talmente lunghi, eh no, non sono ancora riuscita ad andare dal parrucchiere, da stupire tutti, ma anche intimo, ci sono ancora momenti in cui provo all’improvviso una forte voglia di piangere, una sorta di vero pianto nascosto privo di lacrime che scaccio senza dire niente a chi mi circonda o aspetto che passi se sono sola. Non sono depressa, al di là della stanchezza fisica, credo di essere solo consapevole che non si passa indenni da uno tsunami emotivo di questa portata.

In ogni caso, ieri ho rivisto la twin dopo oltre 4 mesi, giro di shopping e chiacchiere che mi hanno scaldato il cuore sul serio. E’ vero, si litiga, anche con ferocia, ma forse aver condiviso quel sacco amniotico ci ha dato qualcosa di imprescindibile: io non posso semplicemente immaginare la mia vita senza di lei. E oggi primo pranzo fuori. Io e l’Orso siamo tornati in uno dei nostri locali preferiti, in una zona che ci piace, ed è seguito un ampio giro a tratti sudaticcio. Ho tenuto il cell in borsa e deciso di non farmi prendere dallo scatto facile per whatsapp o per istagram. Io e lui ♥♥♥ e basta, ed è stato molto bello.

C’è quella sottile preoccupazione che l’idiozia di alcuni diventi il problema di tutti, che mia madre, che sta meglio, non esca più da quel gorgo di “non mi voglio contagiare” che la sta mettendo all’angolo, però si va avanti.

Che estate sarà?

Mentre diversi conoscenti, amici, parenti, familiari, colleghi ecc hanno già programmato le ferie e alcuni sono addirittura in partenza, guardo il calendario con occhi uggiolanti: ci sono ottime probabilità che domani sarebbe stato il giorno di iniziare le vacanze, visto che mediamente facciamo le prime due settimane di luglio. Invece no, prenotato nulla, i giorni in cui saremo a casa ancora in via di definizione e nella testa un unico obiettivo: trascorrere un’estate piacevole anche in città. Se non si schiatterà di caldo, quello è ovvio. Se non ci saranno altri guai medici, ovvio pure questo.

E’ stata dura, durissima. Il connubio, ritorno in ufficio dopo due mesi di cassa-intervento mamma è stato un massacro, con l’imprevisto di un giro al Pronto Soccorso, per mia madre appunto, martedì, dove sono rimasta 6 ore, col lavoro da recuperare in qualche modo, la preoccupazione, lo stare là fuori che ora non ti fanno entrare. Un’ora e mezza seduta su un panettone che solo per i primi 10 minuti è stato comodo “figata, un panettone libero!” Seeee. Poi varie migrazioni in cerca di meglio. Trovato ma in una cazzo di zona dove, scoperto dopo, il mio cellulare evava problemi e chi mi chiamava (mia madre, l’Orso che nel frattempo era corso dalla sua che era stata male dopo la gastroscopia) incappava nella segreteria. Ci sono stati momenti di stanchezza abominevole in cui guardavo il vuoto a tavola. Gli orari assurdi perché al lavoro c’era un botto da fare e perché non c’era la navetta aziendale e aspettavo l’Orso instancabile per rincasare. Oggi comincia il nuovo giro di part time, ma ho dato la disponibilità a rientrare in ditta lunedì e martedì in caso di problemi, un compromesso nella situazione di caos. Ma non credo mi chiameranno.

In mezzo a tutto questo, è toccato anche dipanare situazioni editoriali: una proposta contrattuale free ma da esaminare con attenzione, il nuovo gruppo whatsapp dell’editore de La ragazza che ascoltava De André con qualcosa come una settantina di messaggi in una sola mattina, silenziato ma poi tocca darci un’occhiata/ascoltata.

E alla fine ieri sera il primo aperitivo! Sulla strada di casa, nel baretto della colazione mattutina del venerdì, ho detto “proviamo!” ed è stato ottimo. Uno squarcio luminoso, un “dai, che ce l’hai fatta!”

A farci compagnia la serie TV Chernobyl finalmente in chiaro. Raggruppano le puntate, quindi sono 3 giovedì sera molto, molto intensi. Spengo il cell e passo tutto il tempo a ripetere “che ansia!!” Sento nomi di posti di cui parlava Natallia, come Gomel, in una straordinaria ricostruzione di una tragedia senza paragoni anche per la propaganda sovietica che l’ha minimizzata. E Natallia mi segue su Instagram dal mio approdo sul social e io, io non l’avevo riconosciuta. Si è palesata ieri, scrivendomi in privato (in direct, come si dice) “non mi hai riconosciuta?” No, no e ancora no. Anche se fino a sei mesi fa ci si scriveva su whatsapp e avevo quindi visto molte foto. Solo che la Puffolona è diventata Crazy Lady forever Smile, ma nell’animo è lei, affettuosissima. Da molto tempo ci cercava, usa un traduttore abbastanza efficace e la comunicazione funziona.

Sette anni fa era qua. Ha nostalgia della mia cucina, il che è parecchio inquietante.

Io penso a tutte le estati belle, compresa quella con lei, e spero che almeno un po’ possa esserlo anche questa di questo maledetto anno.

Carine McCandless, 5 anni dopo

La rimozione del magic bus in Alaska ha puntato di nuovo i fari sulle vicende di Chris McCandless, per questo motivo ho deciso di recuperare la sintesi dei post che avevo pubblicato qui cinque anni fa, quando il destino mi regalò un invito in Corbaccio per l’incontro privato con la sorella. Lo trovate cliccando “Continua a leggere”. Continua a leggere

(…)

Da ieri sono successe un paio di cose rispetto al romanzo e al post. Vado a raccontarvele.

Stavo valutando se fare qualche promozione a pagamento, districandomi tra quella su Amazon e quella su Instagram, visto che non sono su FB, poi mi è venuto in mente che il mio editore aveva detto che le avrebbe fatte lui, proprio su FB. Così ho chiesto (abbiamo un gruppo whatsapp) in tutta tranquillità: magari ricordavo male, era un’informazione precedente all’uscita del mio romanzo. E’ venuto fuori un casino, l’editore si è incavolato nero per la mia domanda, vocali infuriati, ho abbandonato il gruppo. Non è la prima volta che ci scontriamo ma questa credo sia una rottura irreparabile. Continuo a pensare che i suo libri meritino ma il resto potrebbe essere gestito molto meglio, e qui mi taccio. Avvilita, ho portato avanti il pomeriggio tra incombenze domestiche e giocato con Canva. Stamattina ho chiesto alla Bookstagrammer se le fosse arrivato il mio romanzo. Passo indietro, questa persona ha 28 mila follower su Instagram (o 28 Kappa follower come si dice, Dio che palle ste cose) e mi aveva contattata per avere il cartaceo e fare un po’ di propaganda. Visti i suoi numeri, avevo chiesto all’editore di mandarglielo, ma invia solo e book e quindi ho provveduto di tasca mia, spendendo 15 euro. Pensavo fosse un investimento valido. Morale, mi risponde che no, non le è arrivato. Peccato che il tracciamento di Amazon lo dia già consegnato il 17. Mi taccio anche qui.

Sempre su Instagram la mia carissima amica Clara Nubile mi ha dedicato una storia. Se qualcuno ha letto Vita di Pi (è stato tratto un film piuttosto celebre) sappiate che l’ha tradotto lei. Clara usa le parole con competenza e non le spreca mai, ha un tocco nella scrittura che se l’Italia fosse un paese meritocratico avrebbe già vinto il Premio Strega. Lei non si cruccia come faccio io, vive di parole, ammira l’Adriatico dal finestrino di un treno e parla di quello, del sole salentino e del sale sulle sue ferite. Se ne frega di follower e vendite, è andata oltre e io la sto raggiungendo (anche se sono molto molto meno brava di lei).

Salve, sono Sandra ho pubbicato 7 romanzi e non mi angustio per le mancate vendite da circa dieci minuti. Ma non torno indietro.Leggi una storia diversa

Quando ti chiedono “Come sta andando il tuo libro?”

Cosa si risponde? La verità ovvio, se si è persone sincere; ma quel verbo “andare”, che denota lo stato di salute del romanzo, come quando ci chiedono “come va?” e le risposte sono “bene” oppure “male” e similari, riguarda le vendite o l’apprezzamento dei lettori? La domanda mi è stata posta di recente ho raccontato brevemente che sta piacendo moltissimo ma vendendo poco. Ed è così.

Ho smesso di cercare di fare il salto all’editore di fascia alta, perché la faccenda mi stava logorando troppo, ma sono convinta che l’avrei meritato. E no, non sono il tipo genio incompreso, piuttosto ho davvero avuto delle vicissitudini un po’ rognate. Ci sono tante di quelle variabili nell’arrivare che può non bastare avere un buon testo e muoversi altrettanto bene.

Poi è chiaro che molte pubblicazioni big fanno letteralmente cadere le braccia e se è una giornata storta può capitare di sparare sull’intero sistema. Così come è vero che l’enorme bacino di aspiranti è popolato da autori con testi altrettanto discutibili. Tuttavia l’editoria italiana ha scoperto scrittori che amo molto come Fabio Genovesi, quindi non la butto certo via. Credo inoltre che le vendite non decretino il talento, ma rimane quel sottofondo di frustrazione sapendo che per la massa invece è così e sono le masse a muovere i numeri. In particolare in questo momento sapere di avere appena pubblicato un libro davvero valido nel suo genere che venderà pochissimo non è piacevole. Il romanzo non dico che sia buono perché lo dice pure mia madre, tutt’altro, lei è una grandissima stroncatrice,  basti pensare che io, promossa ogni anno a giugno con ottimi voti, mi sentivo puntalmente dire di aver fatto solo il mio dovere e a chi chiedeva di me rispondeva “per ora è brava” per ora eh, non ci allarghiamo. Dicevo mia mamma a La ragazza che ascoltava De André ha dato 8.

Mi aspettavo una presenza sui social più professionale da parte dell’editore, poi è chiaro che il covid ha remato contro, annullando le presentazioni fisiche, ma proprio per questo la promozione on line è diventata fondamentale e va fatta bene, poiché si è in tantissimi e c’è gente molto brava a proporsi, con grandi doti comunicative e competenze tecniche, a prescindere dall’effettiva qualità della propria opera.

Ho scritto una storia che funziona, che è stata editata molto bene, portandola a un livello superiore e infatti piace tanto. I lettori adorano Carlotta, la sua umanità e i suoi passi incerti, così come gli altri personaggi, i luoghi e le vicende. Il libro è ineccepibile nei due formati. Questo non basta, ma ho idea che dovrà bastare a me per essere contenta.

Aggiornamenti

Come prima cosa desidero ringraziare di cuore chi mi ha chiesto notizie su mia mamma. E’ stata dimessa oggi dopo pranzo, io e l’Orso siamo andati a prenderla, è pimpantissima, il decorso post operatorio va benissimo e io sono felicissima. (Tre superlativi di fila oggi si può).

Per quanto riguarda il lavoro non voglio più parlarne pubblicamente, tornare in ufficio è stato peggio del previsto per i motivi che temevo, solo che non pensavo di scontrarmi con tutta quella prepotenza, ingiustizia e negazionismo. Testa alta in ogni caso. Certo la sovrapposizione dell’intervento e del rientro non ci voleva, ma è andata così e mi dico brava per come l’ho gestita. C’è stata una dose di rogna in questo, ma non è niente rispetto alle storie di chi ha perso un familiare. Continuo a pensare alla testimonianza, ora denuncia, di Cristina Longhini (non linko, se vi interessa basta digitare il nome), suo padre di 65 anni, perfettamente sano, è morto di covid e la sua vicenda è tremenda, la salma le è stata mostrata per il riconoscimento senza venire ricomposta, dopo che si erano persino dimenticati di avvisarla del decesso.

C’è un dolore che non andrà mai via per le oltre 30 mila vittime italiane, almeno in parte evitabili, anche perché tra loro ci sono i due papà di due mie amiche. C’è un’umanità vera che ho toccato con mano nelle corsie dell’ospedale. Alla faccia di tutti i razzisti, la donna che ha aiutato mia madre la notte post operatoria, quando è stata male, è iraniana ed è stata preziosa per lei e quindi anche per me, visto che non ero lì. Ma c’è anche un’Italia che forse non ha capito. Ricordate all’inizio della pandemia, quando pensavamo che il virus ci avrebbe resi migliori… ahahah, ha solo amplificato le caratteristiche di ognuno, anche le mie, che sono oltretutto molto più consapevole della mia forza, dei miei limiti e delle persone che mi circondano.

Mi sento ancora fortemente in bilico: il virus non si è arrestato del tutto e i nuovi focolai preoccupano, così come la scelleratezza della gente. In ospedale le modalità per le visite dei parenti venivano rispettate solo da pochi (tipo da me), ma neppure il personale si dava da fare per sbattere fuori la gente in eccesso e in orari non di visita. La mascherina in Lombardia è obbligatoria e ci sono frotte di persone senza. Io sono diversi passi indietro rispetto alla ripresa della vita normale da parte della media della gente, non sono ancora andata a cena fuori con l’Orso (anche perché ero abbastanza sotto sopra e la sera l’unico obiettivo. piuttosto sul tardi, va detto, era il divano in effetti), né a fare una gitarella. Non ho rivisto un amico che sia uno, e neppure i miei nipoti. I cieli di giugno sono crudeli con la loro luce infinita spezzata da frequenti temporali, (se non arriva già il caldone tanto meglio) nel chiuso delle case, con il pensiero che tra una settimana le giornate già si accorceranno.

Mi mancano moltissime cose ma ho imparato ad apprezzarne tante altre che davo davvero per scontate e a fare festa per piccolezze.

Vi abbraccio, spero di tornare presto da queste parti a parlare di libri.

Il lavoro dell’eco (e pure il mio)

Eccomi qua. Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per organizzarmi e portarmi avanti, ho infilato in una borsa resistente una pila di 40 cm di fogli A4 (pratiche che giacevano sulla poltrona in cameretta da quasi due mesi) e fra due ore sarò alla mia scrivania.

Non sono riuscita ad andare dal parrucchiere e neppure dall’estetista. Non sapevo proprio quando prenotare (l’appuntamento per la ceretta l’ho annullato causa tubi), perché le notizie circa il giorno del mio rientro sono state fumose fino all’ultimo.

Frigorifero e dispensa belli pieni (in realtà sacchi della spazzatura e caffè sono in dirittura d’arrivo e li ho dimenticati), casa splendida splendente, finestre comprese (ah, sia messo agli atti che i problemi di sicciità li risolvo io: quando viene la donna che mi fa vetri e lavori più pesanti poi si scatena il diluvio, garantito!) Imu pagato, ducumenti per il 730  consegnati, stato d’animo? Maria Antonietta the day before, all’incirca.

Lo so che tocca lavorare, magari non in questo modo, quando i due mesi di cassa non hanno, di fatto, fermato il lavoro, ma solo accumulato. La situazione è tragica, parole del mio responsabile. Vorrei potermi confrontare serenamente con chi ha pensato di tenermi a casa così a lungo. Un destino schizofrenico ha deciso che domani mia madre si sottoporrà all’intervento rimandato per covid; la sovrapposizione dei due eventi: ritorno al lavoro e ospedale, con l’aggravante che la navetta aziendale è ancora sospesa e visto il casino forse lo smart working mi rallenterebbe ulteriormente, mi hanno messa già all’angolo. La priorità è che l’operazione di mia mamma vada bene, che venga dimessa dopo i quattro giorni previsti e poi tutti noi si possa muovere piccoli ma decisi passi verso una parvenza di normalità, che sento ancora lontanissima.

La ragazza che ascoltava De André dovrà, a un mese dall’uscita, camminare sulle sue gambe. L’ho accompagnato per mano, anche se in maniera non troppo professionale per quanto riguarda IG (ma comunque molto autentica), dandogli il massimo, come merita. E’ stato bello e importante che sia stato pubblicato a maggio, l’editing  prima e la promozione dopo mi hanno davvero tenuto compagnia durante l’isolamento. Ho lanciato aeroplanini di carta, come faceva Michele Bamberga con le lettere d’amore per la ex moglie, solo che i suoi erano veri, mentre i miei sono stati messaggi nei social, con impegno e fiducia che qualcuno potesse coglierli e farli volare un po’ più in là.

Funziona così con le storie, le urli nel vento e aspetti che l’eco faccia il suo lavoro. Io, a mia volta, vado a fare il mio. Un abbraccio.