Tra libri e pandemia

Buongiorno,

così, è successo. Siamo a un anno dal caso Codogno e tutti più e meno credo stiano ripensando a quel momento e rivivendo l’incedere dei giorni successivi. Ognuno col proprio vissuto personale e collettivo. Era venerdì e io avevo appena terminato la pratica del mio cliente preferito: un’azienda che fa bellissimi fiocchi e nastri per pacchetti regalo e si trova sì, a Codogno. Avevamo ironizzato un po’ coi colleghi sul fatto che avessi toccato la busta proveniente proprio da lì e tanti saluti. Per il resto oggi non mi va di ripercorrere ogni tappa di questi 365 giorni, dei quali il primo anniversario non significa affatto esserne fuori.

Gli ultimi venti giorni sono stati molto duri, al solito c’è di peggio bla bla bla ma anche molto di meglio e qualsiasi evento che ci tolga da binari non dico tranquilli (nulla lo è davvero ora) adesso viene percepito amplificato dalla stanchezza stratificata. Tuttavia ho scelto di non raccontare gli ultimi eventi qui nel blog; me li sono gettati alle spalle, risolvendo ogni spigolo con pazienza (poca), sbroccamenti (qb come nelle ricette), intraprendenza (tantissima), ansia (parecchia), fortuna (c’è stata e ho parecchio apprezzato) e inciampi (troppi e dovuti a superficialità altrui) quindi desidero passare oltre.

Nel mentre ho ricevuto il cartaceo di Sono una donna non sono (solo) una sarta. Ci sono due problemi davvero microscopici anche dovuti al mio “visto si stampi” un po’ frettoloso, ma nel complesso sono molto contenta. C’è da dire che quando si scrive tanto poi il volume è bello cicciotto e dà proprio soddisfazione. E’ stato un piacere anche parlarne con la mia vecchia squadra in Thèsis, dove il progetto era nato. Così, anche se poi me ne sono andata

Io mi dico è stato meglio lasciarci che non essersi mai incontrati 

citazione per De André addicted

anzi, molto più che bello, mi hanno scritto mail splendide, piene d’affetto, congratulazioni e incoraggiamento. Non le ho lette come parole di circostanza, non ne vedrei lo scopo, ma solo di onestà intellettuale e consapevolezza che i percorsi della vita – e quelli editoriali sono emblematici – sono spesso pieni di buche e ci si possa trovare dai lati opposti senza essere rivali.

Tutto sommato l’entusiasmo per l’uscita di questo romance, che è stato accolto con un alto indice di gradimento dai lettori, è stato penalizzato dal periodo che stavo attraversando, peccato per questa rognosa concomitanza. In più nell’ordine avevo incluso anche una copia di Un cuore in Bretagna e sfogliandolo ho visto subito, con enorme disappunto, che manca ancora la numerazione delle pagine! Problema da me sollevato tre mesi fa che mi era stato garantito risolto, dandone la colpa al povero tipografo, ma se questa stampa di Amazon è uguale, direi che il colpevole è altrove. Ovviamente avevo già considerato l’esperienza conclusa con un segno negativo davanti, il libro è splendido nel contenuto, perché la storia lo è, l’editing era stato buono, ma c’era poco da sistemare (è anche un romanzo piuttosto breve) per il resto mi sono scontrata con una serie di comportamenti e azioni pessime dal punto di vista professionale e umano. 

In tutto questo ho saputo, ma era ovvio, che il Salone del libro di Torino non ci sarà, perlomeno nella consueta data di maggio, forse in autunno, ma non si può andare troppo in là, altrimenti si scontrerebbe con la Fiera di Roma, Più libri più liberi. Tocca comunque fare i conti con un piano vaccinale a rilento al di là dei proclami. Quando tempo fa ho sentito uno dei tanti esperti affermare che in fondo i virus durano sempre due anni, poi in qualche modo tra vaccini, cure e involuzione naturale, si debellano, mi era parso un periodo lunghissimo, ma alla fine sarà così. Nonostante con le nuove disposizioni le librerie, dopo il lock down di marzo, ben più rigido di qualsiasi zona rossa successiva, siano rimaste aperte, e in alcuni casi si è visto anche un incremento della lettura, il settore è in forte sofferenza. Ho notizie di prima mano di cifre perse esorbitanti proprio per le fiere e gli eventi in presenza annullati. Ora il panorama è quello di una marea di pubblicazioni, una bulimia che forse non trova una vera ragione neppure nel voler recuperare uscite e incassi persi. Esce un libro – parlo di autori noti e/o case editrici big che vogliono pompare qualche esordio – e si scatena il “oddio, devo leggerlo! una bolla che esplode in due settimane e poi non se ne parla proprio più. Titoli cannibalizzati e ciò che avviene nelle retrovie è demandato all’iniziativa di case editrici virtuose, quando va bene, o del singolo autore quando ci sono troppe falle, di soldi e di metodo.

E’ tutto molto faticoso.

Sono una donna non sono (solo) una sarta è qui

Buongiorno a tutti!Sono una donna non sono solo una sarta

La cosa più pratica per presentare il mio nuovo romanzo è linkare la pagina dell’editore, basta un click e troverete trama e tutte le opportunità per acquistarlo sia in formato tradizionale che digitale. Al momento sono proprio soddisfatta dell’esperienza con Genesis Publishing, veri professionisti, umani, non ho nulla da eccepire nel rapporto, il romanzo esce esattamente un anno dopo l’inoltro del mio manoscritto, tempi non da impazzire quindi e sull’editing hanno visto dettagli che nessuno aveva notato prima, sfumature sbagliate, microscopiche incoerenze che forse no, neppure i lettori più attenti, avrebbero mai scovato, loro però sì. Mi riservo l’opinione completa quando riceverò il cartaceo. 

La storia di Corinna viene da lontano, nasce da uno dei soliti esercizi di scrittura da Michele Scarparo, un abbozzo di trama sfilacciata e prende quota con l’esortazione dell’agenzia che mi ha rappresentata per anni: “scrivi un bel rosa che lo proponiamo all’editoria di fascia alta” (gennaio 2018). La fatica scrittoria di aderire al progetto che l’agente aveva in mente è stata notevole, spesso invalidante, fino al mancato risultato. Me ne sono andata e sono ripartire da sola. Una storia così, un romanzo di oltre 300 pagine che arriva a compimento malgrado tutto è un risultato di cui vado fiera. Molto. 

In rete c’è già una recensione pazzesca, che mi ha riempito il cuore, perché la blogger ha catturato non solo l’essenza del romanzo, ma dell’intero percorso. Ha postato anche il video di Long Nights, una canzone a cui sono legatissima, che a un certo punto Corinna ascolta, e mentre io l’ascoltavo per scrivere appunto quel brano, ricordo che suonò il citofono: era l’idraulico, giunto senza alcun preavviso (ovvio!) e dovetti abbandonare il pc, con grande disappunto: eravamo prossimi al rifacimento del bagno. Nonostante del pezzo – tratto dalla colonna sonora di Into the wild – in realtà non si parla che per poche righe, ha per me un’importanza smisurata e la blogger l’ha colta. E ieri, beh ieri, giorno di uscita di Sono una donna non sono (solo) una sarta sarebbe stato proprio il compleanno di Christopher McCandless. Coincidenze? No, solo il potere delle parole e delle emozioni, delle connessioni speciali, amplificate tra lettori e scrittori in un vortice che se ne fotte degli editori big, i numeri, i follower e le classifiche, ma bada esclusivamente alla sostanza. 

In un frullatore

Ci sono ancora giorni in cui dare il via a un post mi porta via un sacco di tempo, come ora. Alla fine ho capito che con Internet Explorer WordPress non va più, certo, dopo avermi buttata fuori non so quante volte. Sono passata su Google Chrome. 

Questo febbraio si sta rivelando in una sola parola: serrato. Al punto che farvi una cronaca significherebbe mettere giù una serie di accadimenti a tappeto: visita medica urgente per l’orecchio che mi ha fatto molto male per giorni, (risolto, era la solita articolazione mandibolare), imprevisti mammeschi, tornare al ristorante, impazzire con l’editing, pioggia brutta, alti e bassi di umore, l’impressione che tutto mi sfugga, un altro editing, tante cose da gestire per le mie pubblicazioni. Scritte così non sembrano neppure grandi cose, però, per dirne un paio, l’otorino in libera professioni riceve alla ASL un’ora e mezza DOPO la chiusura dell’accettazione (assurdo), il che significa o stare lì in attesa un paio d’ore, o andarci qualche giorno prima per pagare. Sabato stavo andando a fare la spesa per mia mamma (non può uscire), e mi è arrivato l’ultimo giro di editing del romance, scadenza per la consegna: lunedì mattina. Erano già le 15 e avevo concluso in qualche modo l’editing rognoso dell’altro romanzo il giorno prima. Sinceramente mi sembrava di non capirci più nulla, di confondere quasi le trame. Ma insomma, visto che è un meraviglioso lunedì di sole e cielo blu e sono indietrissimo con le incombenze di casa, ma vorrei fare due passi al parco, ora chiudo non prima di avervi detto con gioia che tanto lavoro (davvero efficace, la squadra di Genesis Publishing si è rivelata eccezionale) ha portato a SUDNSSUS_TIMELINE

Uscirà venerdì 12 giusto giusto per S. Valentino.

Il titolo Sono una donna non sono (solo) una sarta è opera mia e immodestamente lo trovo quasi geniale.

Letture e cose di gennaio

Letture e cose sostituisce Libri letti, le differenze con l’appuntamento dello scorso anno saranno principalmente due: accanto ai titoli non ci sarà più il voto e questo perché mi sono trovata nella sgradevole situazione di vedere naufragare un’amicizia per un 6 d’incoraggiamento dato al romanzo di un blog amico, nonostante ne avessimo parlato insieme prima, in grande tranquillità. Unirò all’elenco qualche nota sui libri che ho preferito e cercherò di contestualizzarli nel mese che si è concluso, perché mi sto sempre più rendendo conto di quanto la lettura venga spesso inficiata dal periodo contingente. Quindi partiamo con gennaio.

  1. Un amicizia  Silvia Avallone
  2. Sarà il nostro segreto  Maria Teresa Steri
  3. Il signore delle mosche  William Golding
  4. Il fantasma del lettore passato  Desy Icardi (racconto)
  5. Piccola autobiografia di mio padre  Daniel Vogelmann

Sono molto contenta di aver letto già a gennaio uno dei classici in lista, il primo e unico per la verità che ho trovato al supermercato. Il signore delle mosche è un romanzo per ragazzi di una potenza incredibile, Golding ha un’abilità scrittoria tale da farmici appassionare nonostante il tema avventuroso non fosse per niente tra quelli che preferisco, anzi, me ne sarei tenuta ben lontana. Ha questa capacità di tenerti incollato a questo gruppo di ragazzi disperso su un isola in epoca pre-cellulare, fino a quando l’organizzazione, che ha come obiettivi sopravvivere e lanciare segnali per farsi salvare da una nave o un aereo di passaggio, deflagra in violenza. E’ tutto calibrato alla perfezione e meritevole dell’appellativo di classico.

La lettura migliore rimane Piccola autobiografia di mio padre, nonno di Shulim che ho intervistato qualche anno fa. E’ molto breve, però lo definirei comunque romanzo, e non racconto, per la struttura; ho scelto di leggerlo per la Giornata della Memoria (era già in casa tra i saggi di Emanuele) e l’ho trovato prezioso per conoscere meglio la casa editrice Giuntina che come sapete adoro (fondata appunto dal padre di Daniel Vogelmann) e anche per lanciare uno sguardo sullo stesso treno per Auschwitz dove hanno viaggiato il padre di Daniel Vogelmann e Liliana Segre. Del campo di sterminio si parla solo per due pagine, c’è un pudore prezioso nel raccontarsi poco ai familiari, che solo dopo la sua morte hanno saputo per esempio che era anche lui nella lista di Schindler. Costa solo 5 euro e vi consiglio proprio di leggerlo, di diffonderlo perché ha qualcosa di unico nel mostrarci la vita di un sopravvissuto, intesa proprio come vita, non come mera sopravvivenza alla tragedia.

Gennaio è stato un mese ben strano. Verso il 14/15 tutti a esclamare “ma dai? Già metà mese!” Per poi ritrovarsi ad arrancare, valutando che fosse durato 65 o 250 giorni. Ho letto abbastanza ma sul finire mi sono trovata, lo sapete, ad affrontare due editing; il secondo mi sta destabilizzando tantissimo, mentre il primo anche se va via liscio necessita comunque di tempo, e quindi la lettura è stata poi sacrificata. Ho riscoperto i parchi sotto casa, dove sto andando regolarmente per decomprimermi camminando e sono tornata in centro dopo tre mesi e mezzo: me lo sono proprio goduta quel giro infrasettimanale tra Duomo e Castello in compagnia di un vecchio amico, caffè d’asporto e libreria.

Sul lavoro ho avuto diverse rogne, è stato un mese in generale denso, densissimo poi a guardare oltre il mio recinto, i casini lombardi, la crisi di Governo, la campagna vaccinale che mostra già le sue magagne, ieri ancora arancioni ma già la gente si assembrava (tanto domani siamo gialli, ho sentito questa frase che boh). Osservo con preoccupazione la foga con cui ci si esalta per le riaperture e vedo un mondo orribile, che non usa la stessa enfasi per fare concretamente qualcosa per quella che viene definita la rotta balcanica: bambini nella neve con faccine prossime al congelamento, uomini in canottiera, e un totale disinteresse da parte mi pare di tutti. Non lo so, la mia ipersensibilità, che finalmente ho scoperto non essere una fragilità ma un valore, soffre proprio.

Comunque è febbraio, avremo l’anniversario del caso Codogno, uscirà il mio romance e tutto il resto spero possa avere il gusto dei giorni regalati, perché questo tempo non vada sprecato in malinconia e fatica. Intanto oggi ho rilasciato una bellissima intervista per ABC RADIO, dove ho chiacchierato de La ragazza che ascoltava De André col direttore, è stata un’esperienza esaltante ed è andata molto bene. Vi avviso appena saprò quando verrà trasmessa.

Le tribolazioni dell’editing

Speravo non succedesse e l’avevo scampata con Un cuore in Bretagna, ma l’editing del romanzo in uscita per S. Valentino si è accavallato con quello di maggio. E se con il primo non ho avuto alcuna difficoltà, anzi, sono proprio contenta, quest’ultimo, che dovrei completare per metà marzo e mi è arrivato martedì sera, si è rivelato un massacro per la saccenza esasperante dell’editor, al punto che non avrei avuto problemi, seppure a malincuore, a rescindere il contratto, anzi mi pareva strano che la casa editrice volesse pubblicare un tale disastro. Così, ho chiesto se fossero ancora convinti, perché io in quel modo non ero disposta a lavorare. Due giorni di buio, fino a quando mi è stato detto di non badare ai commenti relativi alla trama o ai cambi da fare, di intervenire solo sulla parte stilistica: la storia in sè va bene. Sono sollevata, ma rimane una fatica immane, purtroppo questi commenti mi tocca comunque leggerli, altrimenti non so se devo occuparmene oppure no, e questo comporta una costante irritazione per i modi e le assurdità senza professionalità. In più continuo a chiedermi perché diavolo abbiano affidato l’editing a questa persona senza neppure controllare almeno la scheda finale prima di inviarmela. Così. Perché a questo punto è proprio un lavoro quasi da buttare, in contraddizione con la volontà dell’editore di pubblicarmi. E non è una casa editrice sconosciuta.

Confrontarsi con gli editor è un passaggio obbligato, i giri sono più d’uno, in uno scambio di testi e pareri tra autore e redazione, ognuno ha i suoi metodi e pubblicare con diversi editori significa ripartire tutte le volte, conoscersi, capire come muoversi, dove osare, dove fermarsi. Non voglio sentirmi dire “bellissimo, non correggiamo nulla!” Del resto se in passato ho sottoposto i miei manoscritti anche a editor esterni che ho pagato è perché so quanto il loro lavoro sia indispensabile e prezioso. E mai indolore. Tuttavia non accetto opinioni personali gratuite che non c’entrano nulla con le tecniche narrative, oltretutto veicolate proprio male male.

E neppure di correggere diversi punti per poi, alla fine del brano, trovare la postilla “taglia tutto!” Cioè prima valuto, in caso modifico e poi cestino lo stesso pezzo?

Uno su tutte: il dubbio se sia il caso di pubblicare un romanzo che non tenga conto del covid e del distanziamento sociale, quando in nessuna parte è scritto che si svolge nel 2020 tanto più che l’avevo inviato nel 2019.

Non faccio nomi e prego chi li conosce di non dirli nei commenti, grazie.

Vi va di dirmi che ve ne pare almeno dei due fatti in grassetto, che sono privi della mia opinione e del tutto oggettivi? Perché il resto potrebbe essere un’incompatibilità (anche se dubito che l’editore mi avrebbe dato ragione) ma quelli decisamente no.

Non sono una novellina, per me un romanzo in più non è una tacca nell’ego, è una storia che giunge a compimento solo grazie a un’azione condivisa, e finalmente, partendo da un’idea, arriva ai lettori, magari dopo anni, possibilmente nella sua forma migliore. Posso rinunciare – è già successo – se mi sento lontana dai miei interlocutori. L”editore non deve diventare il mio migliore amico, ma ci devono essere stima, fiducia reciproca e voglia di collaborare. Credo profondamente in questo progetto, ma anche nell’esperienza della casa editrice, e spero che si sia trattato solo di un incidente di percorso.

Chiaramente in queste condizioni scrivere è un lavoro, lo sto trattando come tale da anni, ma ora lo è più che mai; ci sono le scadenze e io consegno sempre prima dei termini. Se ricevo, come oggi, una mail che non presuppone correzioni, ma solo una richiesta – mi si chiedeva se per il romance avessi qualche idea per la copertina – rispondo dal telefono, ovunque io sia, oggi ero in metropolitana per incontrarmi con la twin che non vedevo da quasi due mesI e sapevo che non sarei rincasata prima di un paio d’ore, quindi ho scritto la mail dal telefono subito, senza fare perdere tempo a nessuno.

E avanti, ma non a oltranza, non come nel weekend scorso col romance: non stacco finché non ho finito, no. Devo decomprimermi spesso, possibilmente uscendo proprio di casa, schiarirmi le idee e ossigenarmi. Non è abbuffata, è piccole dosi. Questa atto è davvero tosto.

Lascia un libro, prendi un libro

Logo ReteOggi vi parlo di una biblioteca diffusa sul territorio che ha l’unica regola l’obbligo di dover lasciare un libro per poterne prendere un altro. Sono stata contattata dall’ideatore, Giusepe Rapisarda di Belpasso, un paese ai piedi dell’Etna dove il progetto è nato, e sono felice di raccontarvi qualcosa a riguardo. Il lettore non ha il vincolo, come per il bookcrossing, di etichettare e registrare i volumi, questo rende lo scambio più agevole a tutti, anche agli anziani. Al momento ci sono oltre 500 punti di raccolta sparsi qua e là in Italia e si trovano davvero ovunque: parrucchieri, sale mediche, parchi; rappresentano quindi una fantastica opportunità di reperimento mentre siamo occupati a fare altro. In più l’idea si basa su un concetto ancestrale come il baratto e consente letture infinite.

Da autrice, condizionata dalle vendita, credo che questa realtà trascenda le leggi di mercato sempre più basate sui numeri (pensiamo ai follower e ai like sui social) perché sfugge a qualsiasi controllo e questo è davvero affascinante: elimina l’aspetto narcisista e dà all’intera faccenda un alone quasi magico. Un libro liberato in questo modo incontrerà lettori che non finiranno mai in alcun computo, ma io potrei imbattermi in un mio romanzo in una lavanderia ad Ancona mentre aspetto che il mio vestitino macchiato torni pulito!

Valuto spendido l’obiettivo di recuperare e ridare vita ai libri, in barba alle mode del momento, che personalmente trovo sempre più soffocanti. Quanto sto odiando questo richiamo social per cui quando esce un libro – soprattutto se di un determinato editore – si gridi al capolavoro (a botte di centinaia di libri dell’anno diventa un ossimoro) e no, non si può non leggerlo subito, per poi dimenticarsene molto in fretta, con una sorta di bulimia che nulla ha a che vedere con la sacralità della lettura. E’ chiaro che quando uno dei miei autori preferiti pubblica qualcosa di nuovo, sono la prima ad andare in estasi e a correre a comprarlo, ma si tratti di pochissimi casi.

Del resto se ho scovato uno dei libri che ho più amato su una bancarella dell’usato qui il post, non vedo perché non potrà capitarmi un gioiellino dal panettiere o dal dentista!

Cose del momento

Sto bene.

Con un certo impegno ho superato la fase di abbattimento che credo si fosse percepita nell’ultimo post, non è stato nè facile nè immediato e sono molto orgogliosa di me, perché ho saputo guardarmi dentro con grandissima onestà. A volte ad esempio mi sento compressa da cose che non sono poi così urgenti e/o importanti quindi posso rimandarle e allentare la tensione. In ufficio stiamo vivendo il ciclone Brexit, lavorando per un’agenzia doganale siamo in prima linea, anche se io non me ne occupo, il personale è sempre lo stesso quindi ho il mio responsabile un po’ meno disponibile per me; io sono autonoma, tuttavia a volte capita che per la mole di pratiche o per qualche imprevisto io gli chieda aiuto, l’ho sempre avuto ma ieri a un certo punto mi ha dato una risposta assurda, non scortese, ma che proprio non esisteva come soluzione al problema che gli stavo sottoponendo, ho fatto da me e l’ho sfangata.

Siamo tutti in debito di pazienza e di energia, per questo è fondamentale trovare una quadra per sottrazione, avrei delle idee di post per il blog, ma poi faticherei a rispondere ai commenti e a godermeli, così al momento tocca soprassedere. La situazione contingente non lascia spiragli, ci mancava la crisi di Governo e in Lombardia è tutto molto triste. Ieri ho saputo che a inizio anno è mancata una mia conoscente, non sembrava neppure grave, che si aggiunge a una lista purtroppo troppo lunga.

Questa settimana l’editore mi ha mandato l’editing del romanzo in uscita per S. Valentino, per stare nei tempi occorre che io faccia il mio giro e lo restituisca entro il 27/28, ma fino al 25 lavoro, oltretutto da martedì sono in presenza e rincaso scoppiata. Devo darci dentro nel weekend, ero molto ansiosa a riguardo e ora che è finalmente arrivato non ho neppure cominciato, ma è già qualcosa che non abbiano utilizzato il terribile revisore di word che detesto. Non è mai successo che tardassi, non posso farlo ora che abbiamo una data precisa. Inizio a sentire un pelino di fibrillazione, che poi 3 romanzi in neanche 10 mesi è un gran record, quindi se non appaio da queste parti sapete dove sono: ai blocchi di partenza. con un rosa che al momento è il più rosa di tutti, ma coerente con la mia scrittura.

Rosso, molto poco relativo

Domattina ci risveglieremo di nuovo in zona rossa, credo che la Lombardia sia l’unica ad esserci stata così spesso e a lungo. Non c’erano alternative e non approvo il ricorso al Tar. Però pesa parecchio sapere di essere ancora a questo punto, oltretutto con la sostituzione dell’assessore alla salute (che chiamarlo welfare mi sento imbecille) avvenuta dopo una serie di disastri, piuttosto gravi. Non voglio buttarla troppo in politica, ma appoggio, come sempre, la visione di Massimo Galli per cui si sta traccheggiando mentre è evidente che la formula dei colori non funziona. Con le sue contraddizioni tra l’altro. Venerdì 8 (giallo rinforzato) la twin e la famiglia sono partiti dopo la scuola per trascorrere il weekend (arancione) in montagna, nella stessa regione. Soggiornando in hotel hanno consumato diversi pasti nel ristorante dell’albergo, consentito. Noi ieri (arancione, quindi stessa fascia) siamo andati in Valtellina per chiudere la seconda casa per l’inverno (consentito), eravamo già in ritardo con l’operazione di mettere l’antigelo nei tubi (perché i tubi mi perseguitano anche lì) e le temperature sono scese anche a – 7, col rischio di avere grossi danni se ghiacciano. Morale, il ristorante dove andiamo di solito in paese è aperto solo per i dipendenti delle aziende che hanno fatto una convenzione e lo usano tipo mensa. Quindi se hai l’accordo aziendale non ti contagi? Siamo poi andati in un bar tavola calda sempre aperto all’imbocco della superstrada, è il punto di ristoro per il caffè, quando in estate lasciamo la valle il lunedì la mattina presto diretti in ufficio. Solo asporto, i tavoli all’aperto nel parcheggio antistante non si potevano utilizzare, e abbiamo mangiato i panini in auto. Ora non è un problema, figuriamoci, ma nella stessa regione con la medesima colorazione perché i ristoranti degli alberghi lavorano e in un self service non puoi manco avere un punto d’appoggio fuori, magari alternando i tavoli?

Quando domenica scorsa in fila alla cassa del supermercato la famigliola extracomunitaria è stata rimandata indietro perché aveva nel carrello un piumone e nei giorni arancioni non si possono vendere e alla domanda “quando?” è stato loro risposto “finché siamo in arancione non si può!” ci sono rimasta malissimo. Ho pensato che magari avevano freddo e stavano approfittando della fiera del bianco. Ma si crede di fermare il contagio con queste disposizioni?

Poi chiaramente sono furiosa con chiunque violi le restrizioni, ma questo è un altro aspetto della faccenda.

Comunque rossi e avviluppati alla vita casalinga, le difficoltà del telelavoro che proprio quando mi ero abituata, sfangando le diffiicoltà, è deragliato su un binario inaspettato portando nuova fatica, fatica inutile proprio. Venerdì in pausa pranzo, quando di solito infilo cose da fare per sfruttare quell’ora, sono uscita, la mia è stata una vera fuga in uno dei tanti parchi che ho la fortuna di avere vicino casa, spoglio ma assolato, solo per camminare, c’è una passeggiata pedonale accanto alla pista ciclabile, e mi ha fatto molto bene, spero di riuscire a farlo diventare un’attività abbastanza regolare. Sto sforzandomi si trovare nuove vie, strategie concrete perché qui sarà lunghissima, l’entusiasmo per l’arrivo del vaccino è già scemato e ho paura che la rabbia mi monti dentro, infilandosi tra lo stomaco e la testa. Non posso assolutamente permetterlo.

Nel quotidiano non mi cambierà un granché: ho appena visto le immagini del tg, i deplorevoli ristoratori in rivolta, con feste da 90 persone (probabilmente la multa agli esercenti sarà inferiore rispetto all’incasso!), ma anche la gente che affollava la mia via preferita dello shopping per gli ultimi saldi, consentito certo, ma così lontano dalla mia visione attuale delle cose.

Spero che ancora una volta i libri possano salvarmi, perché adesso con 11 mesi sulle spalle, è tanto dura.

La mia parola per il 2021, adesso c’è!

Sembrava non dovesse arrivare, concluse le festività, sepolti albero e addobbi in cantina, sotto uno scatolone di incertezze circa l’anno appena iniziato, ne avrei fatto anche a meno; pazienza per la rotta, in fondo quella dello scorso anno, che era “Io” era servita a qualcosa? Sono stata protagonista del mio tempo aderendo a quella che era la linea di principio, cioè rivendicare le mie posizioni? Non credo, però oggettivamente come facevo a mettermi in prima linea se c’era già lui, il maledetto?

Ma vediamo gli anni precedenti: nel 2019 era stata “scegliere” e beh l’ho rispettata parecchio, è stata un bel faro, perché i momenti in cui è stato necessario scegliere non sono stati pochi. Nel 2018 “equilibrio”, una parola piuttosto impegnativa, devo concentrarmi per ripercorrere quei 12 mesi che mi hanno portata al 50° compleanno. Splendide vacanze estive in Camargue e autunnale a Porto, oh sì, tutta la storiaccia del rinnovo del contratto all’azienda dove lavoro da parte della società dove sto fisicamente, uno scazzo familiare potente, il famoso trittico:  lesione alla cornea-frattura al polso di mia mamma-rifacimento bagno, uhm, sì ho sbarellato un po’, l’equilibrio messo alla prova.

Ma guardare avanti è sempre una buona idea e così, a un certo punto la parola si è palesata mentre facevo delle story su Instagram. Bella, giusta, ed è

Coerenza

Aderire a me stessa, possibilmente alla versione migliore di me, perché il percorso fatto fin qui non sia stato vano, non vada buttato, ho fatto tanto per essere quella che sono e ne vado fiera. Il che non significa non poter cambiare ancora, ma quanto ho sempre detestato le banderuole! Coerenza intesa anche come omogeneità e costanza (sono una persona molto costante) per cui pensieri e azioni coincidano: le azioni sono figlie dei pensieri, quindi No a pensare una cosa e poi sbang deragliare nel portarla a compimento, confusa da agenti esterni e la solita ansia che non dovrebbero in alcun modo inficiare il mio comportamento.

Coerente con la mia parte più intima che diventa sociale quando la esterno, mostrarsi per quello che si è, rughe sì, filtri no, coerente con la mia età, il mio passato, la mia storia, ma soprattutto il mio presente, in quest’era malata, in cui possa continuare a riconoscermi per quella che sono, coerente con i miei valori, con le mie parole che diventano gesti senza confini fino alla forma scritta che sostituisce la mossa fisica impedita dalle distanze.

Sarà questo.

E prima di andare a dormire, ringrazio Barbara Webnauta, che tiene ben saldo il timone e mi taglia sempre l’onda giusta. Arrivoooo!

Classici sempre graditi, recap.

La faccenda di dedicare le mie letture ai classici mi ha preso parecchio. Come prima cosa occorre avere un elenco di titoli, perché si fa presto a dire classici, ma quali sono esattamente?  Le cose si complicano subito, in rete ci sono un botto di elenchi, e se stando su 1700/1800 si va via abbastanza lisci, col ‘900 è un disastro: si trova di tutto, anche Harry Potter e Il diario di Bridget Jones, adoro entrambi, ma da qui a infilarli nei classici ce ne passa.

Il problema di base è che solo da pochi anni segno i libri che leggo, quindi tocca fare un lavoro di memoria impegnativo per ricordare diciamo 40 anni di letture, anche più se vogliamo includere i classici per ragazzi. Molti volumi li avevo presi in biblioteca, mi erano stati prestati o sono rimasti da mia mamma, perciò anche un giro tra le tre librerie di casa non sarebbe stato esaustivo. Da qualche parte bisognava pur cominciare e io sono partita da questa lista:

Abe books 100 migliori titoli della storia

ha i suoi limiti ma era già qualcosa. Da quella ho tratto quali ho letto, li trovate di seguito, senza gli autori – tanto sono noti – che è già un’impresa così. La X significa che ritengo che quel libro non debbe rientrare tra i 100 migliori titoli della storia. E qui si apre una questione nuova, se poniamo il limite di 100 opere è chiaro che il cerchio si stringe di molto, oggettivamente trovo assurdo inserire Camilleri, ma anche La casa degli spiriti e Via col vento, che posso far rientrare tra i classici, ma non se ne nomino soltanto 100, anche perché mancano libri ben più meritevoli, credo. 

  1. 1984
  2. Cent’anni di solitudine
  3. Il ritratto di Doran Gray
  4. Orgoglio e pregiudizio
  5. Pinocchio
  6. Furore
  7. Dracula
  8. Madame Bovary
  9. Il piccolo principe
  10. Cime tempestose
  11. Amleto
  12. Lolita
  13. Il grande Gatsby
  14. Il giovane Holden
  15. Frankenstein
  16. Il codice Da Vinci X
  17. La forma dell’acqua X
  18. Il cacciatore di aquiloni X
  19. I pilastri della terra X
  20. Il buio oltre la siepe
  21. Via col vento X
  22. Harry Potter e la pietra filosofale X
  23. Alice nel paese delle meraviglie
  24. La casa degli spiriti X

24 Quindi diciamo un quarto del totale.

In realtà più rileggevo l’elenco più mi sembrava assurdo, ma da quello sono partita per segnare classici ingiustamente esclusi che avevo letto. Ho lasciato il post in bozza e a mano a mano che mi venivano in mente li aggiungevo.

  • Le affinità elettive
  • Anna Karenina
  • La fattoria degl animali
  • La valle dell’Eden
  • Jane Austen tutta
  • Piccole donne
  • L’amante di Lady Chatterly
  • Il dottor Jekill e Mr Hyde
  • Tess dei D’Uberville
  • Canto di Natale
  • Gita al faro
  • Il giornalino di Gianburrasca
  • Quel pasticciaccio brutto di via Merulana
  • Opinioni di un clown
  • Il sindaco di Casterbridge
  • Barry Lyndon
  • Com’era verde la mia valle
  • Casa Howard
  • Gente di Dublino
  • Camera con vista
  • Dieci piccoli indiani
  • Jane Eyre
  • Il sentiero dei nidi di ragno
  • Il giardino dei Finzi Contini
  • I Malavoglia
  • Otello
  • Romeo e Giulietta
  • La casa della gioia
  • Ethan Frome
  • L’età dell’innocenza
  • Notre Dame de Paris
  • Giro di vite
  • I ragazzi della via Paal
  • Olocausto
  • Libro cuore
  • Il diario di Anna Frank
  • Raccolte di racconti di Alice Munro (ne ho lette diverse es. Nemico, amico, amante, Troppa felicità e In fuga e credo che almeno una vada letta e la si possa annoverare tra i classici essendo un Premio Nobel (2013)
  • Rebecca la prima moglie
  • Quel che resta del giorno
  • Norwegian Wood
  • Le relazioni pericolose (aggiunto dopo, grazie a Barbara Webnauta)
  • L’amico ritrovato (aggiunto dopo, grazie alla proposta di Antonella Tenar di valutare un classico un libro uscito da almeno 50 anni di cui ancora si parli e cercando le uscite del 1971)
  • Maurice (aggiunto dopo, stessa motivazione sopra)
  • Il gabbiano Jonathan Livingston (aggiunto dopo, stessa motivazione sopra, ma cercando titoli usciti nel 1970 e  qui mi fermo che con questa nuova ricerca sto letteralmente aprendoun  baule enorme)
  • Radici (aggiunto dopo, grazie a sempremamma)

Mi sono resa subito conto dell’enorme lacuna dovuta alla mia formazione scolastica, manca tutta la letteratura antica: Iliade, Dante, tanto per citarne un paio, che tristezza; in più stavo annotando i titoli senza un minimo di criterio, a caso proprio.

Tutto sto delirio però a qualcosa stava servendo: individuare i libri da recuperare, che intendo leggere quest’anno. Eccoli qua:

  1. Il rosso e il nero – Motivo: per me non è solo un classico, ma un classicone tipo Anna Karenina, una sorta di obbligo morale
  2. Il signore delle mosche – Motivo: molti giudizi lusinghieri, la trama poi mi attira
  3. Vita e opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo – Motivo: è dalla quarta superiore, quando lo studiai per sommi capi a inglese che voglio leggerlo

Sbizzarritevi nei commenti, l’argomento è denso, in particolare mi piacerebbe sapere se ci sono titoli, tra quelli da me citati nei due elenchi, che non ritenete degni della definizione di classici. In più, se avete letto i miei tre libri nella listina dei desideri, mi piacerebbe conoscere la vostra opinione. Grazie. PS. Edit: chiamatelo come volete, oltretutto sto cavolo di nuovo sistema non mi fa andare a capo: nella prima versione del post avevo scritto “Le affinità affettive”, ovvio che volevo scrivere “Le affinità elettive”, capolavoro assoluto di Goethe! Il refuso è dovuto al titolo del mio romanzo ma non certo alla mia boria. Shame on me.