Piccole felicità vere in un periodo di stanchezza

I primi fiorellini azzurri nel prato vicino all’ufficio avvistati oggi. Si chiamano Non ti scordar di me, e pure Occhi della Madonna, ma il nome botanico è Myosotis e per me sono sempre il simbolo della fine dell’inverno.

Ricevere un divertente whatsApp dal nipote.

Partecipare a un corso di formazione, temendo si riveli pesante e incomprensibile, (occuparsi di fiscalità dà una bella mano a ficcarsi nelle rogne) e trovare invece una relatrice competente e assai empatica che dissolve la nebbia.

Sorseggiare un ottimo Porto sul divano mentre finisco di leggere Genovesi.

Concludere un pranzo luculliano fuori dove, forse per errore, invece di tre mousse a testa ce ne portano nove in tutto (e io comunque più di tre intere e due cucchiaini della preferita non ce la faccio a mangiare che sto scoppiando, per cui si è sacrificato l’Orso).

Fare compagnia a mia mamma, che in inverno esce poco volentieri.

Guardare il catalogo Bompiani scontato del 25% e programmare l’acquisto di un bel Steinbeck, credo l’unico che mi manchi, con il buono acquisto regalo di S. Valentino di Emanuele.

Scendere a patti con il mio stomaco.

Non avere arretrato lavo-stiro.

Scoprire che il deprimente fiorista del quartiere, con fiori e piante costosissime e un aspetto alquanto cimiteriale (l’insegna nera e l’adiacenza con le Onoranze Funebri, di cui non ho mai capito se fosse parente, non aiutava) ha chiuso e al suo posto ha aperto una salumeria, che essendo accanto al panettiere garantisce pane e salame con zero sbattimenti di giri al supermercato e può salvare la cena.

Lavare i capelli in casa dopo il taglio e non avere l’aspetto di un muflone.

Portare a termine il grande progetto segreto, e fottersene alla grande di come andrà, perché in fondo, comunque vada, è già andata.

Cioccolato, panna cotta ai frutti di bosco e crema catalana.

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Se non leggi, non sai cosa ti perdi

Il bisogno di rallentare si univa, l’ho realizzato solo rientrando da Spotorno, con quello di sgombrare la mente e, in questo, il mare è stato provvidenziale al massimo, nonostante il traffico del rientro e qualche vicissitudine per pranzare, che alla fine abbiamo mangiato tardi, ma in un ottimo posto.

Ho alleggerito il carico mentale, e ripensando alla giornata in Liguria, in effetti splendida con le onde, i cani che corrono sulla spiaggia, io che gioco a non bagnarmi i piedi, mi sono resa conto che sì, ce l’avevo fatta: non avevo pensato neppure per un attimo al grande progetto segreto, né alle rogne idrauliche, alle recenti tensioni con la twin, alle nebulose modifiche alla normativa fiscale di cui mi occupo, a niente. Solo a respirare iodio e pensare che il mare è sempre una gran cosa e a dire “che figata il parcheggio gratis!”

E in una settimana ci siamo giocati Sanremo (Festival piaciuto un sacco), S. Valentino (l’Orso mi ha regalato un buon acquisto per un libro e io mi sono pregustata scelta e lettura) e pure Carnevale, che noi milanesi si prolunga per cui oggi è giovedì grasso e ne avremo fino a sabato.

Fa ancora piuttosto freddo mattina e sera, ma c’è una roba nell’aria e molta più luce, le primule al mercato e la gente che già parla di vacanze estive. E il tempo che mi avanza lo uso per leggere l’ultimo consigliatissimo romanzo di Fabio Genovesi, senza averne mai abbastanza. Un po’ come per il mare.

Duomo, mare e rallentare

Questo post è la perfetta conseguenza del precedente.

Sabato mentre io ero dal parrucchiere (uh, non vi ho detto che da diversi mesi non vado più dal ViParrucchiere, un evento che mai avrei pensato potesse verificarsi, ma mi ha sbagliato un paio di cose e poi mi sono resa conto di preferire un parrucchiere che non lavori su appuntamento, nonché più vicino a casa) a fare il taglio che alcuni di voi hanno visto nel mio stato di whatsApp, l’Orso si faceva una lunga passeggiata, lunga lunghissima, che io mi sarei infilata in metropolitana, lui no, ha camminato per oltre 7 km.

E ha immortalato pure lui il Duomo, catturando la luce di un pomeriggio di sole, che ha reso il marmo dorato.

Eccolo qua per voi. Pazzesco come il colore sia tanto diverso dal mio scatto di venerdì!

Domenica (oggi) per rallentare del tutto c’erano due alternative: alzarci tardi, pranzare e divanarci, oppure alzarsi un po’ prima, non prestissimo, salutare Milano e concederci una fuga. Opzione che ha vinto.

Spotorno

Di gotico e turbo

Un giro in centro a Milano riserva sempre qualche piacevole sorpresa: incontri, shopping, scorci. Come questo Duomo, visto dal retro ieri, con una luce e un’angolazione particolari.

Sono rimasta incantata perché evocava situazioni da romanzo gotico. Il nome completo del Duomo in realtà è Basilica Cattedrale Metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria, e lo stile è sì, gotico, ma mastodontico e via via reinterpretato nel tempo visto che la sua costruzione è stata particolarmente lunga e laboriosa. Iniziato nel 1386, è stato consacrato nel 1418 e 1577 e addirittura completato nel 1932. Un’enorme quantità di architetti, ingegneri e consulenti si sono avvicendati nella sua edificazione.

Sono uscita dallo Spaccio Dolciario situato nella zona dell’Arcivescovado, e me lo sono trovata lì, spettacolare, avvolto in una illuminazione grigia, nonostante il sole, che forse in quel momento era nascosto, come se stesse per scoppiare un temporale, ma era chiaro che non sarebbe arrivato.

Milano è così. Dopo l’Expo è avvenuta una rinascita incredibile con nuovi quartieri raccontati sulle principali riviste di architettura mondiale, che si affiancano a un patrimonio storico e artistico invidiabili. Non discuto sul fatto che molti non ci vivrebbero, io non vivrei in un paesino, ad esempio, e l’unico cambio che potrei ipotizzare è verso una cittadina di mare abbastanza grande, un capoluogo, questione di gusti, abitudini e attitudini, ma definirla brutta è un delitto. Lo fa chi non la conosce, chi è prevenuto, chi non sa che Milano è una bella donna che si scopre solo per amore. Se ne parli male lei ti ricambia mostrandoti il suo lato peggiore: la tangenziale, certi angoli di degrado e l’autobus che ti tocca talvolta aspettare  20 minuti, magari pure 40.

Lunedì tornerò in ufficio e mi sono resa conto di avere un’esigenza semplicissima: scalare la marcia. Continuo a vivere con la 5^ inserita, tra gente che si approfitta della mia disponibilità e lo stress che si accumula perché mi faccio carico di tutto e tutti con il turbo che dà sempre maggior potenza ai miei giorni.

Vi auguro un ottimo weekend, io sarò impegnatissima a rallentare.

Equilibri disarmonici e Long Nights

Non ho dimenticato la mia parola per il 2018: equilibrio. Tutt’altro, la tengo accanto a me ed è quanto mai necessaria perché anche febbraio sta dimostrando di avere una certa grinta. Non vi ho aggiornato circa i guai idraulici, non mi pare così interessante, ma ieri, dopo un whatsApp del mattino dell’idraulico che mi informava che il muratore mi aveva chiamata due volte ma, una non avevo risposto e l’altra aveva trovato occupato (io non avevo alcuna telefonata con il suo numero nel registro chiamate), ho telefonato io al muratore il quale mi ha detto che mi avrebbe richiamata per dirmi quando sarebbero venuti per il sopralluogo in settimana. Occhei. Salvo poi quando ero in piena scrittura ricevere la telefonata dell’idraulico: “siamo in procinto di arrivare!” e dopo tempo zero, sono riuscita giusto a spostare tappeti e accappatoi dal bagno e trrrrrrrrrrr il citofono.

In pratica mi sono piombati in casa senza preavviso, ed è iniziata una girandola di cose, come salire dai vicini per verificare la posizione originale dei sanitari (il nostro bagno è ristrutturato ed è tutto spostato) e altro, giusto mentre sull’altro fronte stavamo pure cercando di eliminare le mie pubblicazioni self dagli store. In un orario in cui di prassi inizio anche a organizzare la cena. Equilibrio sempre. Gestita la faccenda, e siamo solo agli inizi, sono tornata al punto di partenza. Quel fantastico pezzo lassù che tanto mi stava ispirando.

Succede che sabato scorso a una merenda con un’amica che non vedevo da quasi due anni, a un certo punto nel locale hanno messo questo brano, l’ho riconosciuto subito come parte della colonna sonora di Into the wild, ed è stato bello riascoltarlo, con la gioia di rivederla unita al catartico bagaglio di emozioni legate a all’incontro con Carine McCandless e se ancora non mi leggevate nel maggio 2015, vi consiglio caldamente di cliccare la scritta azzurra. Così ieri ho cercato la colonna sonora del film, l’ho trovata subito, ho fatto scorrere fino a quando ho individuato il pezzo preciso. So bene che esistono applicazioni per conoscere il titolo di una canzone avvicinando il telefono, ma io non ce l’ho e trovo assai più istruttivo usare il vecchio metodo di capire almeno una frase in inglese, trascriverla in Google con il nome dell’autore e vedere cosa succede. Ce l’ho fatta al primo tentativo: Long Nights. L’ho ascoltata non so quante volte di fila, esattamente fino alla telefonata dell’idraulico mentre quella che Elizabeth Gilbert definisce Vita Creativa si spiegava come una vela davanti a me, lasciandomi stupefatta per il fatto che la Grande Magia si fosse manifestata e io potevo solo assecondarla felice che avesse risposto al mio richiamo. Rogne di tubi permettendo.

Non so a sto punto se vi siate soffermati sul dettaglio più su: eliminare le mie pubblicazioni self dagli store. In questi giorni è scaduto il contratto con Delos de La matassa blu di Prussia e per una serie di motivi ho scelto di non rinnovarlo, di conseguenza ho ragionato sulle mie diverse pubblicazioni, La matassa blu di Prussia e Villeggiatura per due (unite nel cartaceo Novelle nel vento) credo siano le mie opere meno riuscite, e in virtù di volermi creare un curriculum il più possibile di buon livello desidero appunto rimuoverle, potranno essere riscritte e utilizzate per nuove pubblicazioni, non so, ma l’esigenza del  momento è questa. Del resto con il self non vado d’accordo, non capisco mai quando verrò pagata (vanto ancora un piccolo credito che sta lì e non sul mio conto e potrei quantomeno pagarmici un taglio di capelli!) per cui complimenti a chi pattina lungo le ardue strade del self, ma io ho continuo bisogno di aiuto da parte di amici volenterosi, non mi promuovo e mi pare di perdere solo tempo.

Quel tempo lì io non ce l’ho, voglio – parafrasando sempre Elizabeth Gilbert – essere disponibile per le idee che galoppano e vanno in cerca di collaboratori umani. Devono sapere che io sono qui, pronta e ricettiva!

Aspettando S. Valentino

Parto dalla foto quassù, che non c’entra nulla con il post ma Emanuele l’ha riesumata e siccome mi piace, mi sono detta perché non mostrarla a tutti? Siamo nella nostra amata Val di Mello nel 2013.

Ieri ero in fila in cassa al supermercato, dove ho comprato il necessario per fare i panini a Nanni che oggi andrà in gita con la scuola al cinema a vedere Un sacchetto di biglie, e mi è caduto l’occhio sulle tipiche confezioni di cioccolatini S. Valentinesche, notevole la differenza di prezzo tra le due scatole a forma di cuore con Ferrero Rocher e Baci Perugina, questi ultimi costano molto di più, la dimensione mi pareva uguale. Ho valutato di prenderne una all’Orso, ma col fatto che mia sorella lavora per una ditta svizzera siamo pieni di cioccolato e abbiamo appena finito le scorte natalizie, quindi no. Però mi sono detta: eh già S. Valentino è qui! Festa commerciale, si sa, ma in fondo celebrare l’AMORE di fronte a tante continue brutture nel mondo, dai è pure bello.

Allora noi amici di Buck abbiamo ideato un contest (in realtà la proposta viene da membri più valorosi della sottoscritta), lo trovate in questa pagina e vi consiglio di partecipare: i premi sono le nostre tre antologie, in versione cartacea e digitale.

Facendo parte della squadra non posso certo prendere parte alla competizione, perciò posto qui la mia frase a tema (essendo fuori concorso ho sforato alla grande con le battute).

E allora penso che questo è l’amore, quello che ti trasfigura e mi rendo conto di non aver mai provato nulla che fosse neppure lontanamente paragonabile a ciò che immagino stia vivendo Virginia in questo momento. E mi chiedo se il mio tempo sia davvero finito o se il destino ha forse scritto un paragrafo simile anche per me, come un anemone dalla fioritura tardiva. Perché l’amore non crolla, ha solo un modo tutto suo di manifestarsi, con fantasia, quando vuole lui, il vero amore non cede alle lusinghe, arriva, travolge e ricostruisce case, fiducia in se stessi, vita. 

Come ultima cosa vi chiedo, quanto vi piacerebbe leggere ancora di Virginia? O ci sono altri personaggi tra quelli che ho creato, che preferite? Grazie.

Programmare la scrittura

In quest’articolo interessante Barbara mi cita, e la cosa oltre a lusingarmi assai, mi offre un nuovo spunto di riflessione. Non ricordavo di averle detto la frase:

La scrittura va programmata altrimenti si spreca un botto di tempo

(probabilmente in uno scambio via mail) ma la trovo quantomeno azzeccata per l’oggi.

Ho ripreso a scrivere inaspettatamente, ma non è di questo che vi parlerò, bensì dell’organizzazione. Molti anelano più tempo, faticano a trovare scampoli di ore e concentrazione per scrivere. Ora, chi dice “eh ma tu sei in part time!” dimentica che ho scritto tutti i libri che ho pubblicato, ad eccezione de La montagna incartata quando lavoravo full time. Confrontare il tempo che si ha con quello che hanno gli altri, be’ lasciatemelo dire, è un gran vaccata. Perché dovremmo conoscere al dettaglio la quotidianità dell’altro, i carichi familiare non contemplano solo i figli, che comunque non sono tutti uguali manco loro, possono esserci genitori anziani, e mille variabili di malattie, nipoti (mercoledì andare a prendere Nanni, portarlo in un posto dall’altro capo della città, riportarlo a casa e tornare a casa mia ha significato stare fuori 4 ore, di cui buona parte trascorse trascinando, anche per le scale, un trolley cartella di 15 kg che mi ha sfiancata). E la casa? Io stiro tutto, c’è chi non lo fa, ha la colf, i miei amici hanno comprato l’asciugatrice, io stendo, certo potrei comprarla pure io. Guardate quante considerazioni. E il lavoro fuori casa? Quante ore? E la strada per raggiungere il luogo di lavoro? E quanto sfiniti siamo quando rincasiamo? E i pasti? Cibi pronti o preparazioni lunghe e laboriose di ogni piatto? E gli imprevisti? Dall’inizio dell’anno ho avuto una volta il tecnico della lavastoviglie e due quello del frigorifero! (Senza contare le telefonate). Giovedì, nonostante fossi in part time, sono dovuta andare in ufficio per una rogna pestifera, quando ero lì le rogne sono diventate due e una volta a casa, verso le 19 perché avevo anche una visita medica serale, ero un catorcio e mi sono piovute in testa altre due grane, una dalla casa in montagna e l’altra solo una scocciatura dalla vicina di pianerottolo che mi sta letteralmente assediando, tanto che venerdì al secondo assalto, ho deciso di fingermi morta fuori casa. E qui mi fermo, credo di essermi spiegata. Approfittare dei momenti liberi appena si può è una buona regola generale.

Il vero e unico scoglio è quello mentale. Se siete i primi a considerare la scrittura un bel passatempo, partite male. Dovete essere in grado di organizzarvi in base al tempo che avete, un’ora, un giorno non importa, ma con regolarità, che al lavoro non si va quando capita. Certo, è più facile dopo essere stati ben pubblicati, dico ben perché questo genererà reddito che assimila l’attività scrittoria al lavoro, né più né meno. Tuttavia per arrivarci è chiaro che occorre una dedizione precedente, spesso di anni. Il problema a questo punto potrebbe essere farlo intendere agli altri, chi ci è veramente vicino sa quanto la scrittura sia importante, quindi dovrebbe capire che l’affermazione “sto scrivendo” oppure “ho in programma di scrivere” non equivale a “mah perderò un po’ di tempo sui social o farò zapping!” Del resto voi avete già deciso cosa sacrificare per la scrittura, perché sacrificare qualcosa è inevitabile, ognuno faccia le proprie scelte, con i propri parametri, a nessuno è chiesto di immolarsi alla causa, trasformandosi in un eremita, e spesso ultimamente anche in queste pagine ho detto – e non lo rinnego – che ci sono mille modi migliori di passare il tempo, ma anche questo fa parte delle mie scelte personali, di sicuro non forzo la mano. Una certa maturità scrittoria secondo me dona all’autore la capacità di capire quando è il momento di fermarsi, conta ciò che di buono si produce, non le ore passate al pc e qui entrano in gioco diversi elementi: capacità di concentrazione e disciplina. Io ne sono ben provvista, è nel mio dna, ma ci si può comunque allenare, alcune dinamiche in ufficio e la scrittura di tanti, tanti, tanti anni mi hanno di sicuro dato una grossa mano. Provate diversi programmi si scrittura e capite quale vi velocizza, io continuo in word, con la rotellina su e giù e la funzione “trova” per raccapezzarmi 😀 ho dalla mia parte lo studio delle dattilografia: sono velocissima, poi rileggo in cerca di refusi grossolani, ma mediamente vado davvero spedita se l’idea c’è. E l’idea deve esserci, altrimenti fatevela venire facendo un giro al parco. Le ore passate fissando il pc sono uno spreco.

C’è un problema tecnico da non sottovalutare se impieghiamo troppo tempo a scrivere un romanzo: rischiamo di cambiare stile in corso d’opera, il testo risulterà quindi disomogeneo e probabilmente le prime parti non ci piaceranno più. Questa analisi non è mia ma di Stefania Crepaldi che tutti credo conoscete e la trovo assai illuminante.

E adesso niente scuse, dateci dentro!

Dal telegrafo allo smart phone

Il telegrafo era uno strumento fantastico, e io ne desideravo uno tutto mio. Forse un giorno ciascuno di noi avrebbe avuto il suo telegrafo personale e spedito messaggi avanti e indietro ai suoi amici su una linea elettrica. Difficile da realizzare, lo so, ma una ragazzina potrà pure sognare, no?

Il mondo curioso di Calpurnia, seguito de L’evoluzione di Calpurnia (eletta mia miglior lettura del 2017) Jacqueline Kelly Traduz. Luisa Agnese Dalla Fontana.

A parte essere innamorata pazza di questi due romanzi, che vi stra consiglio per la maestria nel creare un personaggio non facile (la classica ragazzina maschiaccio, spesso ridotta a macchietta in altri malriusciti tentativi narrativi) e un’ambientazione di gran fascino, il Texas del 1900, ho voluto condividere l’affermazione di Calpurnia quando si reca all’ufficio del telegrafo con il nonno.

Oggi abbiamo tutti il nostro telegrafo personale, si chiama cellulare e ci diamo un gran daffare per spedire messaggi agli amici, proprio come sognava di fare Calpurnia all’inizio del secolo scorso. Ebbene, comunichiamo davvero? O forse l’interesse per l’altro scade in una curiosità un po’ voyeristica quando guardiamo gli aggiornamenti nello stato di whattsApp dei nostri contatti? Centinaia di amici in rubrica hanno annullato la solitudine? E tra questi abbiamo davvero qualcuno che andrebbe nel fuoco per noi al momento del bisogno? Siamo in grado di limitarne l’uso o abbiamo modificato il nostro stile di vita, con la testa sempre sullo schermo?

Mi rendo conto di avere un atteggiamento spesso compulsivo. Era  proprio necessario comunicare a tutti che sabato sera ho mangiato la piadina guardando Gomorra? Direi di no, ma la foto l’ho postata.

Dio sia lodato: porto ancora con me un libro per i lunghi percorsi in metropolitana, quasi tutti gli altri passeggeri smanettano sul proprio telegrafo, (talvolta lo faccio anch’io, sia chiaro), ma sono ormai schiava dei messaggi vocali.

E voi?

Io sono

Sono una persona molto emotiva e lo sono sempre stata. Sono stata una bambina chiacchierina che in gita a un mulino all’asilo, arrivando in un prato pieno di margherite esclamò “ma che bei fiorelletti!” E in prima elementare è stata minacciata di morte da un compagno perché curiosava troppo tra i banchi. Non ho mai smesso di essere curiosa, né di giocare con le parole. Sono stata un’adolescente parecchio sola, anche a causa degli orari ristrettivi di mia madre: se non puoi andare in discoteca il sabato pomeriggio iniziano a tagliarti fuori. Ora ho più amici di quanti riesca a frequentare con regolarità. Con l’autostima ho fatto parecchio fatica, ho vissuto male il confronto con la mia gemella che ho sempre visto migliore e vincente e quando sono uscita da questo tunnel, la vita mi ha negato traguardi che lei ha raggiunto con estrema facilità ed esattamente come voleva, oggi sono finalmente in pace. Sono stata single per diverso tempo, ma mai in caccia di un fidanzato. Ho viaggiato tanto, anche da sola e imparato sempre da ogni esperienza, senza dimenticarmi che a volte il migliore obiettivo può essere semplicemente l’intrattenimento e lo stupore. Sono stata una lettrice precoce, alle elementari ero velocissima ad accaparrarmi i libri nuovi appena arrivati nella biblioteca di classe. Ho preso un certo numero di cantonate, come tutti, in diversi campi: amicizie e lavoro. Alla lunga le situazioni mi hanno dato fiducia, perché sono una persona estremamente affidabile. Ho trascorso un tempo eccezionale con i miei nonni e già questo è una fortuna che permette di andare in pari con altre sfighe. La malattia di mio padre mi ha cambiata e ha lasciato un segno nel profondo, e non me ne frega niente se c’è chi non lo capisce. Sopporto sempre meno le persone negative: siamo piombati tutti in qualche pozzo nero, ma se ti lamenti perché sta piovendo il giorno stesso in cui a pochi chilometri da noi un treno è deragliato facendo tre morti, forse non stai tanto bene. Credo fortemente nell’umanità, nonostante l’impegno di molti per farmi cambiare idea. La famiglia viene al primo posto, ma so riconoscere quando qualcuno tra di noi sbaglia, non lo difendo a ogni costo, però lo perdono. Detesto i lavativi e gli spacciatori di “niente”. Amo svegliarmi tardi la mattina e poi recuperare. Chi non crede a quello che dico mi dà implicitamente della bugiarda e questo non mi piace affatto. Rido e piango molto, probabilmente più della media.

Continuo a essere innamorata della vita e a sperare che quella post mortem sarà pure meglio.

Giornata della memoria

Per l’importante celebrazione odierna posso prendermela comoda riciclando un vecchio post per la giornata della memoria. Cosa posso farci se sono stata in grado di anticipare i tempi?

Oggi è tragicamente necessario non dimenticare!

In realtà terminare il post qui mi pare una mossa poco bella. Ne ho parlato con l’Orso, grande esperto di storia delle due guerre mondiali e non solo, che mi ha proposto di parlare un po’ del triste 80^ anniversario della firma alle leggi razziali. Risale infatti al 1938 il Regio decreto che di fatto escludeva gli ebrei dalla normale quotidianità, dopo che sulla rivista La difesa della razza era stato pubblicato un manifesto che fissava le basi del fascismo razzista. Dieci scienziati italiani firmarono il manifesto, mentre Einstein all’epoca membro dell’Accademia dei Lincei, diede le dimissioni.

Nell’autunno del 1938 si assiste all’allontanamento degli studenti di fede ebraica dalle scuole pubbliche italiane; col Decreto si vietava inoltre agli ebrei di lavorare per enti pubblici, aziende statali e parastatali. Molti professori universitari furono cacciati dagli atenei.

E’ noto che la scelta di celebrare la giornata della memoria il 27 gennaio è per ricordare la data in cui  verso mezzogiorno le prime truppe sovietiche del generale Kurockin entrarono ad Auschwitz, dove trovarono circa 7 mila prigionieri che erano stati lasciati nel campo, nonostante l’evacuazione da parte delle SS fosse cominciata un paio di settimane prima. Tuttavia è chiaro che le leggi razziali naziste hanno costituito la base sui cui l’intero processo, fino alla soluzione finale, si è compiuto. Una settimana fa ricorreva l’anniversario della Conferenza di Wansee, una riunione ai vertici in cui alti ufficiali nazionalsocialisti vennero sollecitati a mettere in atto la soluzione finale. In pratica discussero di come effettuare lo sterminio, dopo aver scartato le fucilazioni di massa eseguite fino ad allora nei campi di concentramento che già esistevano.

Così, dopo 80 anni tocca tornare a sentire argomentazioni in difesa della razza italiana, seppure in un contesto diverso.

Vi invito a seguire il racconto di Liliana Segre.

C’è un video di 7 minuti circa, la donna, recentemente eletta senatrice a vita, ricorda come tutto cominciò proprio il giorno in cui, frequentava la III elementare, le fu vietato di andare a scuola. Da lì alla deportazione, al ritorno in Italia, la parola che più spesso ha pronunciato è stata perché.

E allora anch’io oggi concludo con un perché, perché qualcuno si elegge migliore di altri, in nome del colore della pelle, del credo religioso, della provenienza geografica. Perché dobbiamo permettere che questo accada?

E’ di queste ore la notizia di una donna che si è rifiutata di farsi visitare da un medico nero, insultandolo con grande violenza verbale, l’uomo ha risposto con garbata ironia ringraziandola, perché gli dava la possibilità di fare una pausa di 15 minuti e andare a prendersi un caffè! Massima stima e solidarietà per il Dottor Andi Nganso originario del Camerun.