Una cartolina da Albissola

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17 Febbraio 2019

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Il fascino intramontabile di Trappola per topi

Sabato sera abbiamo assistito allo spettacolo teatrale Trappola per topi. Nonostante lo avessi già visto molti anni fa, più di venti, e abbia letto anche il testo che per un giallo è decisamente penalizzante e toglie mistero e quel senso di brivido tipici dei polizieschi che ti inchiodano alla poltrona, mi sono goduta ogni attimo, rinnovando il mio immenso amore per Agatha Christie.

La storia è nota e tutto sommato semplice: l’inaugurazione di Monkswell Manor, una pensione nella campagna inglese, gestita da una giovane coppia un po’ inesperta, viene letteralmente travolta da una bufera di neve, che isola l’antica dimora, e dall’omicidio commesso a Paddington, collegato ad antichi fatti di cronaca avvenuti proprio lì vicino. Un biglietto trovato accanto alla vittima mette in guardia la polizia: un secondo delitto potrebbe avere luogo proprio a Monkswell Manor, il sergente Trotter viene quindi inviato sul luogo per sorvegliare la situazione, tra i clienti infreddoliti e guardinghi. Questo non eviterà che l’omicidio si compia. Le linee telefoniche interrotte accrescono la paura e tutti sono in pericolo: chi è il criminale psicopatico? E chi la prossima vittima?

Molti i classici elementi di Agatha Christie: il legame con il passato, una filastrocca assillante, più di un personaggio non è chi dice di essere…

Un unico dettaglio rivelatore, alla fine scioglie la suspense: (spoiler) il sergente Trotter non è affatto un poliziotto, bensì l’assassino!

Avete creduto che io fossi un poliziotto, soltanto perché io vi ho detto di esserlo!”

Quanto sopra è geniale; ovviamente poi c’è tutto il contorno, molto ben costruito davvero, ma quella frase, del tutto priva di fronzoli, è la chiave dell’opera di narrativa magistrale, il cardine sul quale si appoggia e si muove l’intera vicenda. La grandezza della Christie secondo me risiede proprio in questo, laddove si inerpica in trame più artificiose e complesse perde un po’ del suo fascino. Pochi personaggi, un luogo chiuso, un passato tremendo (uno dei tre fratellini affidati dal tribunale a una famiglia di contadini morirà per i maltrattamenti subiti: è lui l’assassino, la donna morta a Paddington la madre affidataria e a Monskwell Manor si ritrovano altre due persone coinvolte nel dramma).

Presi dall’atmosfera a tratti gotica con picchi di humor (splendide le scenografie nel caso di questa rappresentazione, persino con fiocchi di neve svolazzanti e l’immagine dalla finestra di una tormenta di neve molto realistica col vento che soffia e rende l’ambiente ancora più sinistro), ma anche dall’intensità della lettura, il lettore/spettatore non si pone il problema di verificare l’identità di Trotter. Distintivi? My God, c’è un assassino nei paraggi, e Scotland Yard ha appena telefonato per dire che manderà un poliziotto per proteggere i proprietari e gli ospiti della pensione, non c’è davvero bisogno di altro!

Non c’è davvero bisogno di altro se sei Agatha Christie 😀 e hai il talento per congegnare un poliziesco intorno a una cosa di questa portata: microscopica e immensa a seconda da che parte la si guardi. Così, e torniamo al punto di partenza, nonostante conoscessi la storia, sono rimasta strabiliata e molto contenta di aver proposto all’Orso di andare a vedere il capolavoro immortale entrato nel Guinness di primati per il numero elevato di repliche ininterrotte, a Londra ha infatti già festeggiato l’anniversario di diamante!

Se avete in programma un viaggio a Londra da questo sito potete acquistare i biglietti per lo spettacolo che va in scena dal 1952 (vi consiglio comunque un giretto virtuale tra le varie sezioni nella pagina del St. Martin’s Theatre perché è davvero suggestiva).

Il confine del buonsenso quando ci si sente in credito coi risultati: piccola analisi contingente

Sabato 9 febbraio ho cominciato a sentirmi esageratamente in down per le menate scrittorie. Ho elaborato un post super lagna da brivido senza pubblicarlo e sono andata dal parrucchiere. Più o meno in contemporanea mi sono confrontata con un paio di amici che mi hanno aiutata a guardare la cosa da un’altra prospettiva, in particolare sulla causa scatenante del loop, cioè la lettura di un romanzo la cui uscita mi aveva entusiasmata (perché conosco l’autore di persona, anche se non è che sia un mio amico, ed ero felice che avesse fatto il grande salto, i precedenti, pubblicati con un piccolo editore, mi erano piaciuti tanto) ma che alla resa dei conti si stava rivelando una delusione cosmica. Una storia totalmente priva di trama, che direi (e lo dice pure CBM che riceve un botto di testi che non sono romanzi bensì un insieme di fatti, le cronache del militare, gli anni freschi della gioventù al mare, memorie e pensieri di cui, oggettivamente, un bel chissene) è il problema più grosso che un libro di narrativa possa avere. Enorme punto di domanda quindi sull’agente (molto nota) e sull’editore (molto notissimo).

Che sta roba mi mandasse in tilt mi dava parecchio sui nervi! La vita ha preso, come sa e deve fare nostro malgrado nel bene e nel male,  il sopravvento. Intanto quella sera c’era  una cena a casa di amici che si è rivelata divertentissima, la domenica uggiosissima è stata da divano e robe di casa, ed è finita con la sorpresa televisiva che la seconda stagione della serie Tv The Imposter di cui vi ho parlato non sarebbe cominciata (non avevamo notizie certe in merito, semplicemente pensavamo che dopo la prima attaccasse di seguito la seconda) invece… FOREVER ahah sììì, il mio amato Henry Morgan, le prime puntate che non avevo mai visto!  Insomma, un po’ mi spiaceva per The Imposter, ma diamine, avevo appena nominato Forever in uno degli ultimi post, con tanta nostalgia ed eccolo lì, bisturi, sciarpa, cadaveri e quel sorriso per cui la domenica sera tedio malinconica che precede il lunedì sgrunt si è trasformata in un momento molto atteso! Le rogne editoriali me le ero proprio dimenticate. Andando avanti la settimana ha galoppato su un calendario pieno di impegni di svago uno più bello dell’altro, culminato ieri con una gita al mare! Nonostante certo, non sono mancate le cose decisamente “no”, la vera notizia importante è che mi sentivo, mi sento, finalmente fuori dalla lagna. Ho fatto anche un vocale alla mia agente per rassicurarla.

A distanza di 9 giorni, ho terminato quel maledetto romanzo, ma soprattutto ho continuato a puntare la lancetta del mio barometro emotivo su altro. La mia agente sta mettendo in atto nuove strategie, contatti diversi e la mia agenda è ancora ben ricca di appuntamenti sociali, mangerecci, libreschi, teatrali belli e interessanti che mi fanno svegliare col sorriso, grata soprattutto di essere qui, sana e pimpante, pronta a sgridarmi in caso debba ancora cadere in quel calderone di commiserazione insensata.

La frustrazione logica non deve mai oltrepassare il confine del buon senso.

Amare significa andare oltre la notte

C’era solo una cosa da fare: andare a prenderla e portarla oltre quella notte, dove i sogni si sarebbero realizzati.

E così fu perché l’amore è amore quando valica le difficoltà e sa chiedere perdono; quando quel perdono non ci si stanca di chiederlo, anche se non si è neppure in torto, che la colpa alla fine era tutta della madre di Collegafigo – ficcanaso pentita ma Virginia non lo sapeva e ogni volta che il numero di Collegafigo appariva sul cellulare rifiutava la chiamata e con essa ogni possibilità di spiegazioni.

E allora toccava proprio attraversare il confine, avere amici abbastanza ubriachi da saltare cancelli, ma anche un po’ eroi da incantare una vecchietta romantica, la stessa che ora sta accompagnando Virginia da Principessa per l’abito da sposa e che quell’abito si ostina pure a volerglielo regalare.

Il vestito, in stile anni ’50 ha un’ampia gonna corta e un corpino in pizzo, va ripreso sul seno, dove risulta un po’ largo, ma è un lavoro di poco conto, per il resto è la sua taglia perfetta. La sposina passa le mani color ebano sulla gonna, appiattendo le pieghe, riconosce che le piace moltissimo ma non dimentica di essere arrivata su un barcone dal Senegal e di aver fatto la fame, prima di trovare l’amore in un ragazzo italiano. Guarda il cartellino del prezzo: 2800 euro, non pensa che non li valga, ma se ci fosse qualcosa a 500 euro… quella è la cifra che la sua coscienza le permetterà di spendere, anzi di far spendere a quella donna generosa a cui fa da dama di compagnia, e non chiamatela badante, non tanto per lei, quanto per l’anziana che sa badare a se stessa perfettamente, ma aveva una cameretta libera e un cuore grande.

L’anziana non si arrende, ma allo stesso tempo capisce i principi di Virginia che ride e le ridono anche gli occhi, come quando il cuore è in festa senza forzature, scuote la testa creando un effetto bellissimo coi ricci svolazzanti mentre ribadisce di non poter accettare, lo considera immorale nei confronti dei suoi connazionali rimasti in Senegal e di tutti quelli che vivono qui in povertà (…)

Buon S. Valentino da parte mia, che l’amore non mi stanco di raccontarlo, che ho avuto la fortuna di incontrarlo e riconoscerlo, che amo profondamente anche i miei lettori e ringrazio chi è instancabile nel credere nelle mie storie e nel dirmi che ce la farò!

Entrando nell’anno dei Maiale!

Alla fine la settimana è risultata complessa. Il raffreddore è diventato un raffreddorone galattico al punto che ogni sera, dopo giornate piene di cose che dopo vi dico, ero certa si fosse trasformato in influenza, invece no, niente febbre. Annessi di copertina, tisana, mal di testa feroce, starnuti a raffica, parlare alternativamente con la B o con la vocina da Paperina che mi viene quando sono costipata, mentre davanti alla Tv Sanremo, con una conduzione a mio parere claudicante, non riusciva a convincermi per cui andavo a dormire per ricominciare il giorno seguente allo stesso modo.

In realtà non è stata priva di momenti anche luminosi: un giro in centro per recuperare i biglietti a teatro, una merenda a casa di mia sorella con i nipoti, tutti allegri a chiacchierare in perfetta armonia.

L’influenza della twin invece è diventata influenza con lavatrice rotta, per cui le ho dato una mano su più fronti (un po’ di spesa, recupero Cecilia a scuola, prendere una borsata di biancheria, lavarla e stenderla da me, riportargliela asciutta in metropolitana, dove un essere spregevole seduto accanto a me si faceva beatamente una canna, accendendo il fuoco sotto lo sguardo sconvolto di tutti ma soprattutto il mio che ero a 10 centimetri, e poi ovviamente mi alzavo con tutti i miei bagagli, per allontanarmi da quello scempio, ma non trovavo altri posti a sedere). E poi c’erano da prenotare un po’ di esami medici, con tappe alla Asl e in un centro convenzionato, con ritorno dalla dottoressa perché una prescrizione non andava bene, con occhei la lasci qua gliela faccio rifare, con tornare a prenderla, tornare alla Asl. In questo preciso istante, sono le 13.01, e non mi pare vero di aver concluso tutto.

Un aspetto non da poco della questione, l’ho messo a fuoco solo di recente, è questa sindrome perfettamente sandresca, per cui gli ultimi giorni di part time (ricordo che lavoro 12 giorni di fila lun-ven. 8 ore al giorno) ho l’ansia di fare tutto che poi quando lavoro il tempo non c’è. Il che è assurdo, ridicolo, considerato che:

  1. Sono stata sposata (cioè lo sono ancora eh) 9 anni lavorando full time e non è che tutto andasse proprio a rotoli.
  2. Per quanto si possa portarsi avanti, prevedere, giocare d’anticipo, riempire frigo, dispensa insomma organizzarsi l’imprevisto si paleserà comunque e in qualche modo faremo.
  3. Comunque questo comportamento è compulsivo quindi ho idea che tocca infilarlo nelle cose tipiche di me e sta in buona compagnia, mi godo il momento – come ora – catartico in cui tutto è stra pulito, stra prenotato, stra approvvigionato e dopo 2 giorni di lavoro comincio a contare quanti ne mancano per stare a casa di nuovo.

Oh, ma che colpo di fortuna, un negozio Iper Soap di fronte all’otorino, posso fare scorta di detersivi, frugando tra le offerte come un segugio e caricarmi per bene la schiena mentre rincaso con l’autobus, così quanto ho risparmiato coi prodotti scontati lo darò al fisioterapista, visto che domani i trapezi saranno contratti e doloranti.

Esagero, ma non troppo 😀

Non è successo assolutamente nulla di nulla dal punto di vista scrittorio/responsi. Il mio illustratore si sta occupando delle sue illustrazioni che gli danno da vivere (giustamente) e non può al momento occuparsi della seconda Graphic Novel che abbiamo progettato. La prima è stata inviata e si aspetta. Come sto aspettando gli altri editori per il rosa, mentre per Nina Strick toccherà buttarsi su un nuovo giro di inoltro, visto che ormai è chiaro che quelli che l’hanno avuto in valutazione da giugno non sono interessati.

La fatica di questo percorso lunghissimo, di una gavetta infinita, di un’incertezza che aderisce poco al mio sentire (ditemi che non so scrivere, che le mie storie non funzionano e la piantiamo qui) ha assunto dimensioni preoccupanti. Perché non è come nel calcio, dove, chi fa più gol e ne prende meno vince ed è un dato oggettivo, occhei, c’è l’arbitraggio, la sfortuna, gli infortuni ma se non vai mai in rete be’ c’è poco da stare a parlarne, posto che nei bar e nei social lo si fa a iosa, sei scarso, oppure nella corsa, se sei veloce e/o resistente arrivi, altrimenti no, una volta puoi essere rognato ma mediamente, con buona pace del doping, i risultati sono anche qui piuttosto privi di fraintendimenti. La faccenda si complica in certe discipline più artistiche, la ginnastica ritmica, ma se cadi dalla trave non sei bravo, sei volteggi tipo farfalla guadagni punti e via dicendo. Sto semplificando al massimo, i veri sportivi inorridiranno, ma credo che il concetto sia chiaro.

Nella scrittura fermo restando ci siano la correttezza di sintassi, grammatica e l’acquisizione di tecniche narrative, considerato che cinque avverbi e tre parole ripetute in due frasi fanno raggiungere il cestino piuttosto in fretta, e una costruzione più empatica no, poi tutto diventa soggettivo e condizionato da elementi che con la scrittura non c’entrano nulla. Fama pregressa, relazioni sociali, cose che a dirle a chi invece è celebre, vieni etichettato come “l’autore complottista” e non ci fai tanto una bella figura.

Indovinate quale cantante (ex cantante, è sparita da parecchio) sta uscendo con un romanzo? Non la sua storia, memorie robe simili, proprio una cosa di fantasia. L’editore mi ha mandato una mail per informarmi, dicendosi disponibile per copie saggio, ho chiesto se potessi averla cartacea e… non ha risposto. La trama poteva anche piacermi.

Non mi sento affatto vittima, sia chiaro, ma neppure, definitemi presuntuosa, correrò il rischio, di appartenere alla massa di chi scrive in modo mediocre, perché un’idea prima o poi viene a tutti e un pc in dotazione idem.

Ho paura: l’attesa sta diventando il mio stato perenne, questi sono giorni decisivi la risposta che do più spesso a chi mi chiede come va.

Siamo appena entrati nell’anno del Maiale, diamine! Diversi elementi congiunti mi garantiscono che è mio momento! Leggo addirittura:

Sono nata nell’Anno della Scimmia, e finora sono stata vittima della sfortuna in varie circostanze, ma finalmente  posso voltare pagina!

Indovinate? Sì, sono del segno della Scimmia! E non dimentichiamo l’oroscopo occidentale che ha garantito Giove per i Sagittari, e pensate un po’, oroscopo cinese e oroscopo occidentale uniti nel dichiarare che l’ultima volta che si è avuto un anno davvero fortunato per me (precedente anno del Maiale + ultimo anno prima di un ciclo si sfighe varie) 2007! Ta daaa, l’anno del mio matrimonio! Ah ahah, e io considero l’Orso marito una gran fortuna. Quindi è una prova!

L’ho buttata un po’ sul ridere, amici. Solo perché il 5 febbraio, Capodanno cinese, mia mamma ha incontrato i suoi vicini di pianerottolo cinesi, vestiti di rosso che andavano a festeggiare e le hanno detto che per tradizione l’anno del Maiale è fortunato e quello del Cane, cioè il 2018, no, e mi è venuta la voglia di informarmi un po’ e divertirmici sopra collegandolo al momento che sto attraversando. Voglio dire, fino al 4 eravamo ancora nel Cane. Ma adesso Giove e Maiale sono miei alleati!

Felice anno del Maiale, amici, sono un po’ in ritardo con il brindisi, perché non ho aggiornato il blog, ma le celebrazioni cinesi durano 16 giorni, fino alla festa delle Lanterne, quindi in realtà sono perfettamente a tempo per abbracciarvi, fare il trenino, strombazzare “Buon Anno”, vestirmi anch’io di rosso e aggiungere che: (fonte Vanity Fair)

Il 2019 è anno particolarmente fortunato perché succede una cosa che accade ogni 60 anno. È l’anno del maiale d’oro. I 12 segni dello zodiaco vanno moltiplicati per 5 perché ogni 12 anni si alterna anche uno degli elementi di cui è composta la natura per i cinesi: metallo, acqua, fuoco, legno, terra.  

E comunque io un giro nella China Town milanese in questi giorni me lo voglio fare: via Paolo Sarpi che da bambina era una delle preferite per gli acquisti dalla mia famiglia (anche perché da casa nostra raggiungibile con un unico tram il n. 14). Il negozio cinese  era uno solo, un certo Wang Sang di pelletteria, dove, aneddoto che mi piace ricordare, mio padre andò quando al lavoro gli chiesero di comprare una capiente borsona per portare la corrispondenza aziendale all’ufficio postale. Oggi è tutto cinesissimo e molto folk e domenica sfilerà il dragone.

Semplice quotidianità

Superato brillantemente il controllo dall’otorino, con esami annessi, faccenda che mi è costata più di 200 euro, finalmente anche l’occhio (ah dell’occhio non vi avevo parlato, in pratica è da metà dicembre che trema, avete presente quel pulsare della palpebra, banale fastidio che capita a tutti? Ecco, quello, solo che a me è durato un mese e mezzo, con diverse intensità e svariati episodi al giorno; dopo tre settimane sono andata dal medico che mi ha suggerito una cura a base di tranquillanti e eventuale visita neurologica che non ho ancora fatto perché poi è sopraggiunto il rumore nell’orecchio) è andato a posto. Il terzo passo sarà affrontare quella lieve traccia ripetuta su due esami di emoglobina nelle urine. Mi auguro che non sia nulla di che. Piccola ansia da tenera a bada.

Attualmente sono raffreddata, ma non troppissimo. Ecco, andare dall’otorino giusto oggi è stato provvidenziale così ha dato una controllata anche alla congestione naso e alla gola arrossata. Spero di non beccarmi l’influenza pestifera, attualmente posseduta dalla twin.

Ma cos’è sta roba? I libri di Sandra o La salute di Sandra?

La salute influenza l’umore, l’umore la scrittura, l’editoria l’umore, l’umore la salute con eventuali effetti psicosomatici, è tutto un giro di giostra collegato.

Non sono più in down, il weekend è stato proprio bello. A parte tutto l’ambaradan di robe di casa, per cui tipo il sabato mattina tra sveglia alle 9 e rimando di alzarsi con caffè molto lenti e “oddio, devo lavarmi i capelli” e cambio lenzuola, insomma dopo le 11 siamo riusciti a trascinarci fuori per andare alla Citroen per curiosare alla ricerca di una nuova auto, e poi, be’ poi la proposta era allettante, l’offerta scadeva proprio quel giorno, l’auto perfetta, per cui siamo andati al cimitero e durante il pranzo a casa col cotechino ci abbiamo riflettuto ma era chiaro che avevamo già deciso: l’Orso è tornato al concessionario per l’ordine e le scartoffie del caso. E sta sera è rincasato pure col nuovo pc.

Domenica è stata da noi una compagna di università di Emanuele, non si sono mai persi di vista e questo è molto bello, al punto che si telefonano ogni sabato e siccome lei chiama sul fisso, se mi capita di rispondere, le parlo un po’ pure io. Non ci vedevamo da un anno circa, e tra pranzo, chiacchiere, merenda ecc abbiamo tirato sera ed è stato molto piacevole stare insieme.

Eravamo satolli per cui la nostra serata domenicale panini + tv è diventata paninetti piccoli 😀 e l’immancabile programma in abbinamento allo svacco divanoso del periodo che è la serie tv Imposters: una splendida donna seduce, sposa e manda in rovina uomini (e pure donne) moralmente ed economicamente per poi sparire, un classicone, vedi vecchio film La vedova nera ma poi le vicende si fanno molto intricate e sviluppano diversamente, tre delle sue ex vittime riescono a trovarsi e a fare squadra per rintracciarla… FBI, complici, doppi e tripli giochi e la prima serie è finita ieri. Spero che domenica attacchi la seconda (e ultima, perché di solito le cose che piacciono a me non hanno tutta sta attrattiva sul grande pubblico – tipo Forever  che non si fila nessuno – ed è già tanto se si arriva a fare una seconda serie. Ahahah.)

Se qualcuno tra voi è appassionato di Imposters e/o Forever si faccia vivo nei commenti!

E a proposito di tv domani inizia il Festival di Sanremo: non ho problemi a riconoscermi nazionalpopolare e attaccata ad ascoltare le canzoni e criticare i vestiti 😀 ! Magari non lo guarderò proprio tutte le serate fino alla fine, ma mi diverte sempre. E dallo scorso anno ci sono le reazioni in diretta con i whatsApp friends connessi in tempo reale, “Bellissima!”  “NOOOOOO” “Ma questi chi sono?” Rituali spensierati che male non fanno.

Sanremo la collego al Carnevale (è capitato che la serata finale e sabato grasso coincidessero) e i relativi dolci che adoro, a momenti molto dolorosi (quello del 2014), ai testi da cercare su Sorrisi e Canzoni da ragazzina, quando non c’era internet.

Febbraio: Sanremo, Carnevale (invece no, che quest’anno sarà a marzo), S. Valentino. Ventotto giorni che magari alla fine saranno sembrati che ne so diciassette, o cinquanta.

Perché la vita non è come è, bensì come la si prende e percepisce. E adesso mi bevo una tisana rilassante col miele, leggo qualche pagina e poi marsh, a letto. L’Orso è al circolo fotografico e mi informa che è arrivato uno dei due romanzi che ho ordinato al presidente che è un ex libraio che ancora può avere i libri scontati, scoperta recente e assai interessante. Un libro su cui credo ci sarà parecchio da dire. Quindi vi tocca proprio tornare qui nel blog, se ho sollecitato la vostra curiosità. Si chiama Cliff Hanger, quell’espediente narrativo che dovremmo padroneggiare, e mannaggia quelli di Imposters lo fanno benissimo, maledetti loro, alla fine di ogni puntata in casa Casale ci sono 5 minuti buoni di Sandra lagna “no, non è giusto adesso devo aspettare una settimana, che stronzi, uff.”

Ma magari non vi ho stuzzicato per niente e leggete questo blog per affetto o perché vi sono simpatica, come mi ha detto oggi l’otorino “lei è proprio simpatica!”

E febbraio sia

Volevo scrivere un post, quello tipico di inizio mese, eh certo, buon febbraio! Ma temo mi esca il ciclico post lagna.

Gennaio ce lo siamo lasciati alle spalle, mi è parso un mese lungo, a tratti meno bello di quanto pensavo potesse essere, ma nel complesso sono stata molto serena. Mi si è un po’ stortato ieri, per una serie di cose, tipo sapere che gli editori di fascia alta che hanno in mano il mio rosa (mandato dall’agente) da settembre/ottobre non l’hanno manco letto, io pensavo che fosse un silenzio/non ci interessa, invece è un silenzio/non ti abbiamo ancora considerato. E siccome a quegli editori tutto sommato non credo sia ipotizzabile arrivare, e non approfondiamo, preferirei chiudere la partita, che se sei ancora in ballo un po’ nonostante tutto ci speri e ste cose trascinate all’infinito, vi prego basta. C’è pure l’editore che pensava di aver risposto ma si era confuso, da giugno. Si chiama serietà e a volte non si sa neppure dove diamine stia. Come la libraia della Rizzoli in Duomo che non sapeva – ci sono stata in settimana – cosa fosse il Book Pride, una cliente la stava illuminando in tal senso. Io volevo andare lì e farle molto male, sinceramente, anche se poi la non violenza è sempre un bell’obiettivo da perseguire. Quindi ho desistito, non ho neppure messo in atto vendettine come scombussolare l’ordine dei volumi sugli scaffali (peraltro sistemati piuttosto senza criterio già di loro).

Io ora punto tutto sull’editore sogno, di cui qualche post fa, è in lettura dal 10 gennaio, l’interesse c’è, è la storia che deve fare breccia adesso, della mia scrittura mi fido. Spero che avvenga e non in tempi da glaciazione, nonostante il meteo odierno, che poi è pure lui responsabile del mio down. Va bene, era previsto. Alla fine la neve non attaccava neppure più, bagnata sulla strada, i prati bianchi, un freddo assurdo, il programma della giornata rivoluzionato, ma comunque con l’obbligo di uscire, per l’amor del Cielo so di non essere l’unica, con mezzi di superficie, sgrunt, in quelle particolari fermate che il Comune di Milano ha deciso di NON dotare di pensilina, sa il diavolo perché quelle di fronte ce l’hanno. Adesso sono qui con la mia tazzona di caffè a dirmi di piantarla di lamentarmi e a promettermi che tutto questo, vedi foto, (e molto altro) tornerà.

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E’ che in effetti l’anno è partito con un po’ di rogne mediche, non ve le ho raccontate tutte, niente di grave (credo, spero, sì insomma sì) che necessitano approfondimenti che trascinano la cosa su febbraio almeno.

C’è che l’Orso sta di nuovo lavorando troppo troppo e ancora troppo. E quando rincasa e oltre ad aver lavorato 12 ore è pure arrabbiato io ci sto malissimo. Suggerisco strategie che a lui non sembrano applicabili, allora io rimango sulle mie “non ti dico più niente, ma è sempre la solita storia, cambia approccio bla bla bla.” In una sorta di circolo chiuso dove hanno libero accesso solo rabbia e frustrazione. Fortuna che non siamo tipi da innalzare muri e l’amore che ci unisce prevale sempre. Ma torniamo alla scrittura. Vorrei una risposta in tempi decenti per poter pensare ad altre strade in caso andasse male, che quando lavori in tandem con un agente non puoi, l’ho fatto e infatti si sono visti i pessimi risultati, agire per conto tuo, ogni scelta prevede confronti. Abbiamo impiegato quasi un anno a formare una squadra che potesse definirsi tale, a smussare angoli e incastrarci, a chiacchierare senza troppi filtri ma con grande rispetto, io, fondamentalmente, a fidarmi. Perché il nostro è stato un incontro molto atipico di cui preferisco non dire di più. Perché adesso sento di essermi persino affezionata come persona, ed è tanto, tantissimo per una come me che o CBM o muerte.

Quindi il rosa l’abbiamo messo a punto insieme fin dall’inizio e adesso lo dobbiamo allevare in comunione dei beni. Magari con gli altri testi sono un po’ più libera, ma fino a un certo punto, che come ho detto da sola poi incappi in robe da scappare a gambe levate quando si riesce senza tirare in ballo avvocati. Intanto io e Roberto, lavorando sodo, abbiamo terminato la prima Graphic Novel, o meglio, la prima parte della prima Graphic Novel perché non intendiamo completarla, ma, come succede in questi casi, proporre un impianto narrativo e alcune tavole, sufficienti a far capire se il progetto interessa oppure no ed eventuali modifiche suggerite per renderlo più appetibile, adatto al catalogo ecc. A me piace un sacco, io e Roberto ci siamo sentiti 34983590 volte, tra telefonate, mail, whatsApp, abbiamo scritto, disegnato (lui), fatto, rifatto, buttato, ed è stato comunque sempre bello.

Dunque, febbraio. Spero di concludere i giri medici. Sull’agenda è promettente per la vita sociale, domenica siamo stati a teatro e ci è venuta una gran voglia di tornare ad andarci regolarmente, per diversi anni siamo stati abbonati, tanto che ho preso i biglietti per Trappola per topi e Fame, saranno famosi. Ci sono in programma pranzi e cene conviviali al punto che ogni weekend è già impegnato con qualcosa di molto piacevole.

E febbraio ci traghetterà all’ultimo giorno utile per inviare la propria opera al DeA Planeta, il 28 chiuderanno i battenti e chi è dentro è dentro a sperare di agguantare un sogno con 18 stelle Michelin, chi è fuori non lo so, io appartengo al primo gruppo. Da lì in poi ogni giorno di marzo sarà buono per conoscere la cinquina e io probabilmente googlerò un numero scandaloso di volte qualcosa come “Concorso DeA Planeta” per sapere se i cinque finalisti sono stati designati. Chissà come verranno avvisati, via mail? Telefonata?

Mio nipote l’altro giorno (pomeriggio insieme peraltro assolutamente bellissimo lui era in fase super simpatico), mi ha chiesto “Zia, ma il concorso?” Trovo meraviglioso che si interessi alle mie cose. Gli ho risposto che scade a marzo.

“Ah, ma se vinci vero che ti compri l’I-phone?”

Non credo che mi comprerei l’I-phone, il mio Asus assolve i suoi compiti alla perfezione, ma di sicuro farei a Nanni un regalone.

Giornata della Memoria

Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, la data è stata quindi scelta per Celebrare la Giornata della Memoria. Conosciamo tutti la più grande tragedia dell’Umanità, quando l’indifferenza, parola che Liliana Segre indica come la più precisa e tremenda per capire il fenomeno, portò a compimento il progetto di un criminale, ma vale sempre la pena di spenderci un po’ di tempo.

E’ abitudine di questo blog proporre un libro, un film, una lettura, comunque qualcosa per lasciare una piccola traccia in mezzo a tanti post più spensierati, perché è davvero necessario ricordare.

Oggi scelgo semplicemente di dare voce alle mie riflessioni, basterà googlare per trovare una gran quantità di iniziative e suggerimenti per dare un senso concreto alla giornata con una visita o una pellicola. Personalmente, come sapete, apprezzo molto la letteratura ebraica, mi piacciono i temi e come vengono trattati e spesso – anche se non sempre – la Shoah è un elemento importante.

Sono stata ad Auschwitz ed è un’esperienza che segna nel profondo, ho visitato la Casa di Anna Frank e il museo ebraico ad Amsterdam  (il secondo al mondo dopo quello di Gerusalemme), il memoriale della Shoah di Milano con il celebre binario 21 da dove partivano i convogli per i campi di sterminio. Sono salita su uno dei vagoni, sono bastati 15 minuti lì dentro al buio per terrorizzarmi.

L’orrore non ha fine, non ha pace e non va dimenticato. I superstiti ormai sono anziani, arriverà e non tra molto, il giorno in cui non potremo più avere una testimonianza diretta della deportazione. Non lasciamo che l’oblio avvolga la storia e non tralasciamo zingari, comunisti, disabili e omosessuali che hanno subito lo stesso trattamento e destino nell’olocausto, vittime della medesima persecuzione.

Non dimentichiamo che il diverso non è nemico per definizione, che dalla separazione gli uni dagli altri, all’emarginazione, al ghetto il passo è troppo breve e oggi tremendamente vicino al quotidiano di tutti. Non mettiamo etichette: capita anche a me di farlo, me ne vergogno all’istante sentendomi ignorante e crudele e cerco subito di rimediare.

Ricordiamo che qualcuno un giorno potrebbe decidere che quelli come me sono inferiori e vanno eliminati (basta poco, facciamo le persone sotto il metro e 51), come me, come te, come tutti. Abbiamo tutti almeno un  motivo per essere diversi e quindi indesiderati.

Immaginiamo come sarebbe la nostra vita se decidessero che noi non meritiamo di esistere.

Ottantun anni fa, con le leggi razziali, questo successe agli ebrei, oggi potrebbe accadere a chiunque e, in parte, sta già avvenendo.

Sono una persona fortunatissima

Sono giorni un pochino strani. Fa freddissimo e lo patisco parecchio per la posizione dell’ufficio, per cui è necessario percorrere un tunnel gelido per accedere a qualsiasi luogo: toilette, macchinetta caffè, mensa, altri uffici. Ho un problema a un orecchio che ha richiesto una visita urgente dall’otorino, una cura costosa, esami strumentali e un controllo prenotato privatamente perché altrimenti si andava a maggio. Se vogliamo pensare a un’immagine quasi poetica e di sicuro potente, vi racconto che c’era una Sandrina all’asilo con otiti perenni che nessun medico riusciva a curare, tanto che rincasava sempre con una macchia incrostata sulla spalla del grembiule da tanto l’orecchio spurgava e colava. Un’estate suo nonno di fronte all’ennesimo mal d’orecchio la caricò in auto e la portò dall’altra parte della Valle, oggi le due valli sono collegate da una galleria ma all’epoca bisognava fare un giro più lungo, attraversando un ponte con le sponde bianche e nere e da quel medico toccò tornarci più volte, e ogni volta Sandrina alla vista del ponte bianco e nero cominciava a tremare, perché sapeva che l’ambulatorio si avvicinava e il dottore le avrebbe fatto malissimo cacciandole un robo nell’orecchio. Ma la guarì.

Solo che le mie orecchie poi hanno subito un sacco di altri assalti di raffreddori mal curati e sa il diavolo cosa per cui ogni tanto un giro dall’otorino è una sorta di prassi, tipo questa storica volta quando poi dovetti prendere addirittura il cortisone.

Non volevo fare il post sulle orecchie. Volevo dirvi che ho ripreso a sognare. Che voi mi avete sgridata quando ho pubblicato il post con desideri e progetti per il 2019 e non avevo lasciato spazio per i sogni ma non era del tutto vero, era solo che in quel momento mi pareva giusto essere concreta. E anche più efficace. Tanto la vita se vuole offrirti un’altalena per il sogno non chiede il permesso e quando capita uno ci sale volentieri e si lascia dondolare; deve solo muovere le gambe adeguatamente e si va su, ma ci sono persone molto care che mi spingono con piccoli e tenaci colpetti e così volo ancora più in alto.  Anche io, come Tenar sto scrivendo una, anzi due, eh sì due in contemporanea, Graphic Novel, le illustrazioni sono sempre di Roberto Ghizzo che, bontà sua, ha frequentato l’Accademia del fumetto a Siena, e mi vuole ancora diciamo come sceneggiatrice. Adoro lavorare con lui, e l’intera faccenda mi sta entusiasmando molto, ma il sogno di cui vi accennavo sopra riguarda in realtà il romance che è approdato in un luogo dove non oso sperare possa fare breccia. Stasera mentre mi toglievo il maglione, uno di quel bracciali africani della fortuna, sapete quelli di fili colorati, che indossavo da oltre 6 anni (comprato fuori dall’acquario di Genova) si è rotto e sfilato. La tradizione vuole che quando accade bisogna gettarlo in un corso d’acqua, è sufficiente un lavandino, lanciandolo alle spalle esprimendo un desiderio.

L’ho fatto. Per una volta ho scelto (parola dell’anno) un desiderio egoista, io di solito sto lì a pensare “che mia mamma non abbia più rogne mediche” e simili, ma oggi mi sono soffermata un attimo su tutti i lavori che ho in ballo che come dice CBM – vista di recente (festa yeeeeh!) – l’importante è fare e io faccio fin troppo, e espresso il desiderio “che vada bene il romance, e magari anche qualcos’altro.”

un figlio da lontano - pagina 01 (2)

La tipetta lassù si chiama Giulia e la sua vita sta cambiando

Sto scrivendo un post senza capo né coda (e molte orecchie); volevo anche dirvi che ho paura, ho paura di questa Italia che trasferisce all’improvviso e non si sa neppure dove i richiedenti asilo che si stavano integrando, bambini che andavano a scuola, separati dai loro compagnetti. E lo scrivo mentre ascolto in Tv Liliana Segre – una donna straordinaria – che ricorda come fu espulsa dalla Svizzera col padre, quando tentò anche lei di chiedere asilo per scampare e scappare dai rastrellamenti. Mancano solo 4 giorni alla Giornata della Memoria, mi guardo in giro e vedo echi razzisti in ogni angolo, e gente che approva e applaude.

Sono una persona fortunatissima, che può desiderare una pubblicazione di un certo livello per le proprie opere, e se anche ciò non dovesse accadere rimarrebbe fortunatissima ugualmente, perché c’è chi ha solo l’urgente necessità solo di una collocazione come desiderio. E Liliana Segre non si perdona di non aver salutato almeno chiamandola per nome la sua compagna in fabbrica, Janine, quando fu mandata alla camera a gas, no, Liliana non disse nulla, fredda e decisa a non amare più nessuno. Non si perdona, lei, di questo.

Ma quanto devono farsi perdonare altri?

E’ tardi, ora che compio le operazioni naso-orecchie pre notte, con 4 farmaci differenti, passa un altro po’ 😀 in Tv lo straziante e lucido racconto di Liliana Segre continua e accompagna questo tempo di cronache che non vorrei leggere, dove c’è sempre un diverso da mettere all’angolo con la prepotenza di chi li vuole nemici.

Mentre cerco di non lamentarmi mai

E’ sempre così: smantellato l’albero e tutto il Natale, gennaio e febbraio sono mesi freddi, piatti e di attesa. E se c’è anche chi ha già programmato e addirittura prenotato le ferie agostane tra i miei amici, a me sembra tutto tremendamente lontano e, nonostante stia bene (a parte qualche fastidio che non sto a riportare) mi pesa la faccenda della vestizione che tra stivali e piumini porta via un botto di tempo, per non dire che poi se sei all’interno e magari non riesci a spogliarti (es. in libreria) è tutta una gran fatica.

Lo scorso anno nevicò il primo marzo quindi be’, non si può mai sapere. Là fuori oltre alle basse temperature c’è un mondo triste e pieno di rabbia che innalza muri e gente che vive incollata allo smart phone, incapace di sorridere. In metropolitana gli annunci sono cambiati: ora invitano ad alzare lo sguardo che magari oltre il tuo schermo c’è qualcuno più bisognoso di te di un posto a sedere.

Molti di voi già lo sanno: io e Tiziana di Ero Lucy, Expat a Miami ci siamo incontrate sabato scorso, dopo anni e anni di blog frequentazione. E’ stato bello al cubo per mille motivi, e ci ha rimbalzate in un mondo diverso quando i blog erano vere community di supporto. Così lei ha poi postato la nostra foto su Instagram (dove ora si svolge la vera vita sociale) e ho potuto rendermi conto di aver lasciato un segno in diverse donne, con il mio piccolo percorso di blogger e molte tra loro erano state incontri veri di anime e abbracci reali oltre lo schermo, e il fatto che ci si sia poi perse perché tutto è migrato su FB (e ora Instagram appunto), mi ha oggettivamente dato da pensare parecchio e anche fatto un po’ male.

Perché io qui ci sono ancora, non puoi dire – non che qualcuno l’abbia detto eh – che non si sappia come e dove trovarmi.

Mi sono, dall’altro ieri, imbarcata in due nuovi progetti scrittori capitatomi del tutto all’improvviso che mi porteranno a esplorare e sperimentare e questo mi sta piacendo da matti, anche se la vocina pessimista si intromette ricordandomi che al mio entusiasmo di solito non segue un concreto sviluppo, ma solo un altro lavoro in qualche cartella del pc e in valutazione dagli editori finché morte non ci separi.

Ecco, non ho molto da raccontare, ma voi immaginatemi – se vi va – imbacuccata e sorridente, mentre do spago alla mia parola “scegliere” e cerco di non lamentarmi mai.

A presto.