Pasqua in Alsazia

A Colmar e Ribeauvillé (dove abbiamo scattato le foto che vi mostro) ma presumo in tutti gli incantevoli paesini lungo la strada del vino fino a Strasburgo, le decorazioni pasquali non hanno nulla da invidiare a quelle natalizie.

Non sono solo i privati cittadini e gli esercenti ad allestire scenari dai tipici toni primaverili e festosi con uova e coniglietti, ma anche il comune, come in questo caso, quando abbiamo visto in diretta gli operatori ecologici infilare l’allegra fauna in un angolo verde di Colmar.

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Ovunque è un trionfo di finestre e porte addobbate con ghirlande, ma anche alberi con le uova al posto delle classiche palline.

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Non pensate come me che sia tutto delizioso?

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Rendono i tipici scorci alsaziani ancora più da favola, di quanto già non lo siano di loro. A me hanno ricordato tanto il cartone animato de La bella e la bestia, e così, proprio mentre scrivevo questo post ho pensato di verificare se la memoria non mi stesse ingannando e ho scoperto che è proprio un villaggio alsaziano ad aver ispirato i luoghi del cartone animato Disney!

Ma noi a Riquewihr non siamo stati, ho visto il cartello mentre stavamo andando in gita appunto a Ribeauvillé.

Proprio il giorno dopo aver lasciato Colmar alla volta di Strasburgo sarebbero cominciati i mercatini di Pasqua, quindi ce li siamo persi, stavano iniziando ad allestirli e le casette colorate erano già piazzate. Forse è stato un bene: chissà quanti altri acquisti avremmo fatto!

Quel giorno è anche girato il tempo, passando da una splendida primavera soleggiata (con rare raffiche di vento) a un inverno tardivo con pioggia bettente e 4 gradi! Per fortuna durato solo giovedì.

Ogni stagione ha il suo fascino, ho visto foto del periodo natalizio con una profusione di luci e addobbi assolutamente incredibile, ma mi hanno garantito che in estate l’Alsazia è davvero un’altra cosa. Immagino i tavolini all”aperto dove sollazzarsi con la cucina alsaziana. A Colmar in realtà siamo riusciti a pranzare sul canale di Petite Venice e si stava da Dio, ma ovviamente a Strasburgo ce ne siamo ben guardati! Tra l’altro a nord hanno sempre l’abitudine di scaldare molto i locali per cui era un vero piacere entrare in un ristorantino e mangiare magari una bella zuppa con un bicchiere di Cremant D’Alsace, la mia nuova perdizione in fatto di vini.

Ho scelto queste immagini per augurarvi una Pasqua vissuta in serenità, ovunque sarete, spero in ottima compagnia, a casa o fuori, comunque in relax approfittando di questa pausa che un calendario particolarmente generoso quest’anno credo permetta un po’ a tutti.

E che alla fine possiate risorgere con un occhio più benevolo verso questo mondo, che ha tanto bisogno di indulgenza e pace. E se poi nell’uovo vi capiterà di trovare una sorpresa particolarmente gradita, che magari aspettavate da tempo, ne sarò davvero felice.

Le aspettative quando si pubblica un (nuovo) romanzo

Timori e speranze accomunano l’esordiente selfista e l’autore di grido, tutti uniti nel domandarsi se il loro libro in uscita piacerà, venderà, come andrà.

L’anno scorso andai alla presentazione del romanzo Quando mi sei accanto di Olivia Crosio, che con diverse pubblicazioni all’attivo, traduttrice di chiara fama, donna comunque affermata, cambiava editore, trovandosi in rampa di lancio verso il successo (stiamo parlando di DeA Planeta, tanto per cambiare) era in uno stato di super ansia da chissà, mentre io la guardavo con invidia pensando “che cavolo sono tutti sti patemi?!”

Evidentemente la spavalderia è un tratto del carattere, non una medaglia sul campo dopo anni di gavetta.

Se piacerà dipende dal contenuto, è merito dell’autore e in parte dell’editor tirare fuori una buona storia. Se venderà è qualcosa di imperscrutabile su cui ragioniamo di continuo senza vere risposte. Come andrà è una sommatoria di questioni. Un libro può ricevere apprezzamenti magari da una rivista importante, recensioni entusiaste ma vendere poche centinaia di copie. Oppure, al contrario, può vendere moltissimo ma venire stroncato, perchè ogni lettore muove critiche negative e quel come andrà diventa una sorta di specchio dell’autore, magari se ne frega delle stroncature perchè sta facendo comunque badilate di soldi con le royalty, oppure è felice delle sue 200 copie perchè ha ottenuto 200 feedback a 5 stelle che hanno accolto il romanzo come un capolavoro incompreso dalla massa.

Le aspettative e le incertezze dunque sono parte integrante dell’uscita del libro, ma vengono poi declinate secondo il vissuto dell’autore.

Come mi sento quindi io ora?

Intanto è arrivata la copertina; i miei whatsApp friends hanno potuto vederla in anteprima venerdì e constatare quanto rappresenti un elemento di rottura col passato. I lettori del blog la trovano alla fine di questo post.

Uniti a un titolo piuttosto fresco, gli elementi vintage dell’immagine potrebbero richiamare al genere young adult, che è di nuovo un rischio dopo aver scansato quello del rosa.  Confido in lettori attenti che sappiano leggere le indicazioni in catalogo, la quarta e anche l’estratto gratuito di Amazon sempre molto utile, tuttavia ho aderito con entusiasmo alla proposta proprio perchè quei tratti giovanilistici, comunque perfettamente in tema con la trama (i ragazzi in copertina sono Marta e Lorenzo da giovani negli anni ’80), mi sembrava potessero essere un buon gancio. Va detto che da alcuni mesi goWare ha cambiato rotta sulle copertine, che non vengono più rosate, rossate, azzurrata, grigiate ecc a seconda del genere di appartenenza, ma mantiengono i colori originali mentre si evidenzia la collana con alcuni dettagli, nel mio caso il nome dell’autrice appunto in rosso.

In generale ci sono due cose importanti almeno per me da non dimenticare. La prima è che in goWare sto bene, la squadra è efficiente e considero la pubblicazione del mio primo romanzo con loro Ragione e pentimento che sta ancora vendendo dopo quasi 5 anni, il vero spartiacque nella mia microscopica carriera. Comunque vada so che sono protetta da un ambiente affidabile che promuove in rete in maniera efficace e che qualcuno sta aspettando il romanzo. La seconda è quel grosso punto di domanda per cui Figlia dei fiordi ha venduto meno dei precedenti quindi non siamo riusciti a fidelizzare i lettori, soprattutto considerato che è uno spin off de Le affinità affettive che ha venduto tantissimo per gli standard della casa editrice e siamo ancora qui a cercare di capire dove e perchè abbiamo perso i lettori per strada.

Cosa succederà quindi con Quando non ci pensi più?

Lo sto pubblicandolo dopo quasi 2 anni di assenza, non so quanti si ricorderanno di me, temo nessuno al di fuori del blog, per cui punto a un bacino di lettori nuovi, mi sa più lettrici ed è un peccato perchè c’è molto maschile, trainati appunto da titolo e copertina, questa scelta potrebbe davvero essere vincente ma anche un brutto boomerang.

Noi lo stiamo per mettere sul mercato, che come mi insegnarono a scuola, è il luogo dove si incontrano domanda e offerta. L’offerta libresca è enorme, si sa, il mercato saturo, come quello fisico che sta sotto casa mia il martedì e il venerdì, dove troppi banchi di frutta e verdura urlano “un cestino di fragole 2 euro, solo 2 euro!” e tocca destreggiarsi tra le diverse proposte, un occhio al risparmio, uno alla qualità e, almeno nel mio caso, anche alla simpatia del venditore.

Io sono totalmente in pace, ho dato il massimo, avevo una storia originale da raccontare e l’ho fatto. Ho pagato la consulenza di CBM e chi sta lavorando con lei sa quanto non faccia sconti nè complimenti, ma tiri fuori il meglio a suon di “così non va, butta e riscrivi!” Le ho poi cercato casa, cambiando rotta e tornando sui miei passi, sentendomi attualmente come il figliol prodigo.

Il mercato deciderà: sarà come un banco con la fila per potersi accapparrare i carciofi già puliti, o uno con i venditori annoiati in attesa dei pochi clienti?

Ai soliti posteri la solitissima sentenza.

FAE_Quando non ci pensi più_DUEL’infanzia non compromessa e la magia dell’amore quando trova la forza di rinnovarsi senza vivere di rimpianti –  Quando non ci pensi più – Coming soon.

Il mio quarto romanzo edito goWare, start up fiorentina costituita da autori, editor, redattori e sviluppatori che condividono la visione sul futuro delle nuove tecnologie e la passione per l’editoria. Raccogliere, selezionare e organizzare i contenuti allo scopo di renderli a portata di touch è la sfida quotidiana di goWare come casa editrice digitale. Il formato cartaceo è sempre disponibile.

Approcciarsi alla narrativa israeliana

Qualche settimana fa, un’amica mi ha chiesto di suggerirle un libro per approcciarsi alla narrativa ebraica di cui parlo spesso e che amo davvero moltissimo. Era il momento perfetto per farlo perchè al Book Pride io e l’Orso abbiamo saccheggiato allegramente lo stand Giuntina, aiutati nella scelta dal sempre efficiente ShulimVogelmann. Tra i romanzi presi quel giorno, ne avevo giusto finito di leggere uno particolarmente adatto a una prova di iniziazione.

Si tratta de I Middlestein della bravissima Jami Attenberg traduz. Rosanella Volponi, opera apprezzata addirittura da Franzen.

Laddove la letteratura israeliana può risultare impegnativa quando tratta argomenti dolorosi come l’olocauso, dobbiamo considerare che il ricco catalogo Giuntina non si limita a questo tema. Ne I Middlestein abbiamo una famiglia borghese e viene puntata l’attenzione su un aspetto che io trovo sempre affascinante: quell’essere più o meno ortodossi e praticanti della religione ebraica, fede che si esplicita con vigore nella cucina kosher, secondo la quale non si possono abbinare ad esempio carne e latticini (il che rende impossibile per una ragazzina – esempio preso da un altro romanzo – gustarsi un normalissimo cheese burger!) e, per i più ligi alle regole neppure mischiare gli utensili di cucina dedicati a una o l’altra proteina. Elemento trainante di molti romanzi è il bar mitzvah, il momento in cui i ragazzini raggiungono l’età adulta, con una importante cerimonia in sinagoga e una sontuosa festa. I gemelli Middlestein si preparano alla fondamentale tappa prendendo lezioni di ballo, per deliziare gli ospiti al grande party che seguirà, ma non è un periodo facile per i Middlestein: la nonna paterna, da sempre obesa, continua a ingrassare, ha già subito due interventi e il terzo è dietro l’angolo se non smetterà di mangiare in maniera smodata, e soprattutto, sta rischiando davvero una morte prematura.

Sono tutti preoccupati e affrontano la cosa in maniera differente: la nuora (madre dei gemelli), decisa a salvarla mette in atto una stretegia col suo solito piglio perfezionista (Rachelle mi ha ricordato tanto la mia Tiziana di Quando non ci pensi più – in uscita. Avrei voluto leggere questo libro prima di scrivere il romanzo, per carpirne l’atteggiamento e renderla più credibile, cosa che mi è costata parecchie riscritture). Benny il figlio (marito di Rachelle) sembra fregarsene. Richard, il marito, esasperato dall’incapacita della moglie di limitarsi col cibo, la lascia. Robin, la figlia, mette da parte vecchi rancori e annaspa nei suoi generosi tentativi per aiutare la madre; concentrata sulla sua vita incasinata, le rimangono poche risorse per dedicarsi ad altro.

Ma c’è qualcuno, nell’ombra, che ama Edie per quello che è, con la sua ciccia e il suo estremo interesse per certi piatti, e quest’uomo è destinato ha uscire allo scoperto, a ribaltare la situazione, a mettere tutti di fronte a una realtà inimmaginabile.

Con grande maestria Jami Attemberg ci conduce per mano in casa Middelstein, dove il destino rotola senza che la famiglia, luogo ancora una volta deputato al conflitto, sia in grado di fermarlo, nonostante tutte le buone intenzioni.

I Middlestein è una storia dolce, che parla al cuore, che ci ricorda quanto possiamo essere stati arrabbiati con i nostri genitori durante l’adolescenza, e quanto sia difficile crescere, affermarmi sentendosi un disastro. Emily, la gemella del tutto negata per la danza, è terrorizzata all’idea della performance che dovrà sostenere al bar mitzvah ma non può sottrarsi all’autorità genitoriale. I Middlestein afferma una grande verità, quella che quando varchiamo la porta della casa dei nostri genitori, non importa quanti figli abbiamo avuto a nostra volta, se siamo persone affermate e adulte, torniamo inesorabilemente a essere figli, a soffire per quella comunicazione che sembra sempre viaggiare sfasata, per cui il confine tra le parti rimane invalicabile. Nei Middlestein c’è un nonno – Richard – che si vede privato dell’amore dei nipoti, quando lascia la moglie, messo all’angolo da tutti, eppure in qualche modo felice di ricominciare portando le sue emozioni su altro.

Sto leggendo molti libri entusiasmanti in questo periodo, ma è da tanto che non vi consiglio qualcosa, lo faccio oggi molto volentieri, con un titolo raffinato e potente, che ci regala le suggestioni di una cultura che non ci appartiene ma che rimane universale nei pilastri su cui si fondano società e famiglia.

Questa la scheda del libro nel catalogo Giuntina.

Percorsi

Quando mi sono resa conto di cosa avevo combinato, ho potuto solo pensare “sono una cretina!”. Ero infatti riuscita a infilare ben tre refusi nella breve mail per proporre altrove la sinossi del romanzo del concorsone e dare via così al piano B.

Non saprò mai se l’errore sia stato determinante, ma, di certo, è stato un pessimo biglietto da visita per un’autrice, e potrebbe avere indotto il destinatario a non aprire neppure gli allegati. In ogni caso oggi sono trascorsi i 15 giorni necessari, tempo espresso nel sito per valutare la candidatura e farsi vivi per richiedere l’intero manoscritto. E non è successo.

Da una parte penso proprio che il mio cervello mi abbia indotto a mettere il piede (anzi le mani) in fallo per evitare di percorrere quella strada e lasciare l’attuale. Perché in effetti un percorso nuovo oltre ad avere mille incognite, presuppone di confrontarsi con personalità e dinamiche sconosciute, il che – col mio carattere – implica far scendere in campo la parola che più mi opprime: ansia.

Mamma mia! Come odio stare emotivamente in quel modo per l’editoria! Non ha senso e quindi mi arrabbio due volte: una per la frustrazione, e la seconda con me stessa che non so vivere nella maniera giusta queste situazioni.

Non rinnego la mia voglia di fare il grande salto di cui vado blaterando da secoli, ma quanto invece sto bene nella mia placida zona a un livello inferiore (ammesso che lo sia, sappiamo bene quanti libri indecenti vengano comunque pubblicati da editori big) se solo mi soffermo a riflettere senza farmi catturare dai richiami della fama.

Si tratta di analisi che ogni tanto è bene che io rifaccia pubblicamente, a costo di annoiarvi, come quando mi sono messa a nudo parlando di autenticità nei miei interventi a Book City.

Ecco, volevo dirvelo. 🙂

Buona giornata.

Aggiornamento sul titolo

Redazione e autrice compatte nella scelta, il romanzo si intitolerà:

Quando non ci pensi più

sarà collocato nella collana rossa, romanzi-racconti (no rosa, quindi) e ora aspettiamo insime la copertina. La mia curiosità è ai massimi livelli, considerato che per i tre precedenti libri pubblicati con goWare abbiamo sempre utilizzato nostre fotografie (due fatte dall’Orso con tanto di set fotografico in casa molto divertente e una di mio cognato scattata in Scandinavia). Non so proprio cosa elaboreranno a questo punto, stanno procedendo in questi istanti, mentre io ci do dentro coi mestieri e lo stiraggio (ovvia conseguenza delle vacanze). Domani torno in ufficio, ma con una vigilia bella tutta da vivere.

Copertina e titolo, il biglietto da visita di un libro

Durante la vacanza in Alsazia (meravigliosa, grazie a tutti per i commenti di “Buon viaggio” e un abbraccio caloroso a @Sempremamma che, mentre noi ci sollazzavamo tra case a graticcio, l’incanto di luoghi da vera fiaba e mangiate colossali, era in ospedale) la redazione di goWare mi ha contattata per definire importanti questioni sull’imminente pubblicazione di Non è possibile. Perfettamente consona al titolo non era possibile dedicarmici mentre ero in Francia (con gita a Friburgo), sono faccende che meritano la massima concentrazione, ci ho provato e non ho prodotto un granchè. Alla fine ho chiesto di aspettarmi e così è stato.

Rincasati ieri sera, attraversando paesaggi innevati al Gottardo, disfatte le valigie (shopping sfrenato, le vacanze in auto sono la nostra rovina), dopo una bella doccia e una cena veloce (terminata con due macaron, ecco sottoscrivo che quelli delle Galleries Lafayette sono superbi) sentivo di avere la testa abbastanza sgombra per dedicarmici.

La fotografia dei miei nipoti che avevo proposto per la copertina secondo l’editore è sfasata rispetto all’età dei personaggi, in quella foto Nanni e Cicia avevano 10 e 8 anni, ma forse ne dimostrano meno, Martina e Federico del romanzo ne hanno 10 e 9, insomma io non vedevo il problema ma purtroppo è stata scartata. Non ho avuto modo di procurarmi un’alternativa più recente, quindi si metterà al lavoro il grafico, cercando nel data base. Il mio era più un discorso affettivo che altro, Martina e Federico hanno un ruolo importante ma non sono i protagonisti e forse la copertina non era così efficace rispetto al testo.

Il problema più rilevante è stato il titolo. Non è possibile non è piaciuto perchè identifica qualcosa di negativo, in realtà è una frase cardine che esclama a un certo punto Marta. Non mi sento defraudata dal cambio di titolo, è già successo con altri romanzi e di solito si collabora per arrivare a un’idea che accontenti tutti, in questo caso però c’era, anzi c’è perchè il nodo non è ancora stato sciolto, un’aggravante. In quale collana verrà collocato il romanzo? Rosa o Mainstream (la collana che goWare chiama Romanzi-racconti come per Le affinità affettive per intenderci)? Io pensavo quest’ultima, ma la editor che mi ha seguita era più sul rosa, e ha proposto un titolo che conteneva la parola Amore, forse per un richiamo di marketing a un certo tipo di narrativa e di lettrici.

Io non riuscivo proprio a farmelo piacere e temevo stessimo oltretutto correndo un grosso rischio: quello di non iscrivere con precisione la storia nel genere giusto, tirandoci addosso le recensioni negative di chi, non trovando quanto promesso nel titolo, potrebbe stroncare il libro. Finchè davanti a uno Spritz a Colmar (va detto che io adoro la Francia in ogni angolo e dettaglio, ma sta abitudine di non portare nulla con l’aperò, manco due patatine, è orribile!) mi sono arresa e ho chiesto appunto tempo.

E’ intervenuta anche l’agente – concorde con me – e ieri ho messo insieme una serie di risoluzioni, ragionamenti rosa sì rosa no,  e un elenco di titoli papabili, l’agente si è subito espressa con entusiasmo a favore di uno in particolare.

Quindi stiamo un po’ stravolgendo il biglietto da visita del romanzo, tali sono titolo e copertina, soprattutto laddove l’autore non è così noto da potersi permettere qualsiasi cosa, tanto venderà comunque.

Dopo una gestazione lunga, siamo di fronte a un parto più complesso del previsto, ma io sono fiduciosa che tanto travaglio e condivisione di impegno porteranno al migliore dei risultati.

In partenza

Ho saltato anche il post di buona primavera per colpa di quel concorsone del menga, ma non e troppo tardi ed eccolo quindi qui il mio stupore condiviso per la natura che sa rinnovarsi anche dopo gli inverni più tremendi, al contrario di noi che fatichiamo a sbocciare quando il gelo ha coperto i nostri intenti e sepolto gli affetti.

Ci regaliamo una settimana in Alsazia, optando per un viaggio in auto visto che è nuova e considerato che gli operativi voli per alcune città papabili erano piuttosto improponibili; stando alle guide turistiche dovrebbe essere un trionfo di fiori e colori e comunque vada, anche se dovesse piovere,  ritroverò le mie adorate case a graticcio, e scoprirò una nuova regione della Francia che tanto amiamo, nonostante la storica rivalità coi “cugini”.

Au revoir!

I dodici giorni ad Andora – 40 anni fa

Tra febbraio e marzo 1979 la mia classe si trasferì in Liguria per una avveniristica iniziativa del Comune di Milano: utilizzare le colonie estive, solitamente chiuse nella stagione invernale, per un soggiorno di istruzione aperto alle scuole elementari. Per l’epoca era qualcosa di estremamente nuovo, e io ebbi la fortuna di avere una super maestra (alla quale sono grata per moltissime cose) che decise di aderire. Il progetto ha in seguito preso il nome di Scuola-Natura ed è diventato una tappa consueta nel percorso di istruzione per i bambini milanesi.

I dodici giorni ad Andora è il titolo del giornalino ciclostilato di 60 pagine che la classe mise insieme al ritorno. Titolo che inventai io. Succedeva che per ogni giornalino, che sempre seguiva una ricerca fatta in classe (per esempio I funghi o Le piante), gli alunni che lo desideravano proponevano un titolo e/o un disegno da utilizzare per la copertina che venivano messi ai voti. Il mio titolo vinceva sempre 😀

Il ricordo di quell’esperienza è tra i più luminosi della mia infanzia, e rileggere oggi quei fogli dopo quarant’anni mi restituisce intatta la bambina che ero: innamorata della parola scritta ed estremamente propositiva si faceva coinvolgere con entusiasmo in qualsiasi attività.

Nella prima pagina si legge: (la maestra si batteva a macchina tutti i testi!)

Lunedì, tornati a scuola, abbiamo discusso come organizzare il lavoro e come utilizzare il materiale preparato ad Andora. Discutendo, sono emerse queste proposte:

  1. Preparare alcune relazioni insieme; per altri lavori invece dividerci in gruppi (Sandra).
  2. Dividere il lavoro secondo i giorni, un gruppo parla del lunedì, un altro del martedì (Luca).
  3. Dividere la classe in due gruppi, metà lavora sulel gite… l’altra metà sulla vita in colonia (Matteo).

Abbiamo votato per decidere quale scegliere, il risultato è questo:

proposta n. 1 voti 2

proposta n. 2 voti 0

proposta n. 3 voti 18

assenti n. 3

Sandra ha fatto una proposta per stabilire come dividere i gruppi: “proviamo a dividerci come vogliamo, poi se non siamo bilanciati come numero tiriamo a sorte”.

Abbiamo accettato la sua proposta e formato i gruppi in questo modo: seguono i nomi.

Emergono quindi un paio di cose interessanti, l’impianto estremamente democratico e formativo delle nostre giornate a scuola e in gita e la mia onnipresenza attiva su tutto.

Non sono cambiata.

Scuola Elementare di via Sapri, 50 Classe V A

Ringrazio le amiche liguri che mi hanno consentito di tornare in quei luoghi e ritrovare la mia anima più autentica nel vento di Cervo.

I will work harder

Gli animali trovavano ispirazione nella forza di Gondrano e nel suo inestinguibile grido:

“Lavorerò di più!”

(…)

“Pazzi, pazzi!” Urlò Benjamin! “Non vedete cosa c’è scritto sul fianco del furgono?” Portano Gondrano al macello!”

Lungi da me voler paragonare l’editoria al regime totalitario di cui ci racconta con grande maestria Orwell nella sua parodia “Gi animali della fattoria” (Maestria, parodia, fattoria = rima del tutto involontaria, la lascio così come mi è uscita di getto) ma lo spunto, in realtà preso dal blog della cara Elena, mi sembra efficace. Non sempre lavorare di più è la soluzione, nel caso di Gondrano lo portò a una prematura e ingiusta morte. Si sfinì per portare a termine la costruzione del mulino e quando non servì più Napoleon lo fece portare al macello.

Non sono una ragazzina di cui dicono “è intelligente ma non si impegna abbastanza, potrebbe fare di più!” e non solo per raggiunti i limiti di età per cui una roba del genere risulterebbe indecente, ma proprio perchè di me non lo si è mai detto, neppure quando avevo dodici anni e gli ormoni cominciavano a girare e a farmi perdere un po’ la trebisonda scolastica. Faccio una cosa: scrivo (ok, faccio pure le lavatrici, il ragù buonissimo, e altro ma ci siamo capiti), non smetto di studiare, conosco i miei limiti (faccio narrativa, non alta lettaratura), ho avuto qualche consenso che mi ha fatto intendere che non stavo sprecando tempo, energie e talvolta pure soldi.

Io do il massimo. Punto. Il MIO massimo, ovviamente.

Può non bastare. Al DeA non è bastato, ma oggi è già domani.

Sveglia alle 6 ma da almeno mezz’ora non dormo più: ho tre esami medici strumentali di fila, di cui uno implica un po’ di dolore fisico, e un altro di bere un litro d’acqua due ore prima, quindi alle 6.30. Non avevo preso in considerazione questo elemento, così, con l’ansia della visita sommata all’ansia del Concorsone, è logico alzarsi con lo stomaco che balla il tip tap e scolarsi tutta quell’acqua risulta un’operazione molto più faticosa rispetto a trattere poi ciò che l’acqua produrrà. All’orario previsto per il terzo esame ho già finito, esco FELICE, entro in un bar (sono anche digiuna sempre per quanto sopra) dove non sono mai stata e il proprietario è stra gentile e super simpatico, scrocco il quotidiano che tra le notizie tremende (in Brunei dal 3 aprile gay e adulteri rischieranno la lapidazione) mi ricorda la cinquina…

… ma io, nonostante ancora ne parli con gli amici via whatsApp e mail, ho già dimenticato tutto. Sì, col senno di poi, che non vale nulla altrimenti saremmo tutti milionari e felici, non avrei partecipato. Mi sarei evitata la tensione dell’ultima settimana e la beffa della cinquina, perchè questo è. Il vero anonimato sarebbe non rivelare chi si cela dietro lo pseudonimo e valutare solo i testi, peccato che nel form il nome e addirittura il codice fiscale fossero richiesti anche a chi compilava la casella “pseudonimo”, e questo vi garantisco che cambia tutta la partita.

Non finirò al macello come il povero Gondrano, intanto non finirò proprio da nessuna parte, ma semplicemente resto dove ero e come ero con un nuovo romanzo da piazzare 😀 Eccone un assaggino:

La ragazza che ascoltava De Andrè

Dopo due anni di fidanzamento Carlotta Bamberga, trentacinquenne, viene lasciata e va in crisi. Inchiodata al ricordo di una precedente avventura di una notte, in una continua ricerca di un uomo che si avvicini a quel veterinario, ora ha bisogno di conforto e lo trova nella madre Gisella. La donna, di soli cinquantacinque anni, ha un negozio vintage, Lo Sbarazzo senza imbarazzo, dove Carlotta lavora la mattina, da quando la Xantia dove è receptionist le ha dimezzato l’orario. Gisella ricorda quando il suo matrimonio fallì: Michele dopo la separazione si trasferì al sud, per tornare solo sette anni più tardi, lasciando che Gisella crescesse Carlotta da sola. Gisella non ha più voluto saperne dei Bamberga ma non ha impedito alla figlia di frequentare la sorella del padre, una dermatologa che ha da anni una felice relazione con Luz, una cuoca portoghese.